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Categoria: economia

Pensioni, governo rottama Quota 100: cresce ipotesi 102

Quota 100 verso lo stop alla fine del 2021. Mentre il governo Draghi, con l’ultime bozza del Recovery Plan, sembra voler accantonare la riforma varata dal governo Conte I, prende quota in queste ore l’ipotesi che la misura possa essere sostituita da quella che gli addetti ai lavori definiscono quota 102. Anche in questo caso, come per quota 100, è richiesto il raggiungimento della quota con paletti fissati per età e contributi: 38 anni di contributi ed almeno 64 anni di età. La platea dei destinatari, quindi, rispetto alla riforma voluta dai gialloverdi si restringerebbe, con un anticipo di soli 3 anni al posto dei 5 consentiti dalla quota 100. Fonti del Mef confermano che è un ‘plan B’ su cui si sta ragionando, assieme alla possibilità di prevedere degli sconti contributivi per le categorie più svantaggiate. 

La decisione di non prorogare la forma di pensionamento anticipato introdotto nel 2019 sperimentalmente per 3 anni, voluto dalla Lega, era nell’aria e oggi è arrivata la conferma nella bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza elaborato dal Governo e arrivato oggi sul tavolo del Consiglio dei ministri. “In tema di pensioni – si legge – la fase transitoria di applicazione della cosiddetta Quota 100 terminerà a fine anno e sarà sostituita da misure mirate a categorie con mansioni logoranti”. 

S&P conferma rating Italia a ‘BBB’, outlook resta stabile

S&P conferma a ‘BBB/A2’ il rating dell’Italia e lascia invariato l’outlook a stabile. Lo rende noto l’agenzia di rating internazionale. Nello scenario più negativo, S&P spiega che potrebbe “abbassare i rating se le nostre proiezioni di una ripresa economica seguita da un risanamento dei conti pubblici non si concretizzassero, o se crescenti passività potenziali dovute alle ampie garanzie fornite dal governo centrale si cristallizzassero nel suo bilancio”. Inoltre, rileva l’agenzia di rating, “abbasseremmo il rating” dell’Italia se gli Stati membri dell’Ue “bloccassero i trasferimenti programmati nell’ambito del programma Next Generation Eu”. 

Nello scenario positivo, S&P sottolinea che potrebbe aumentare i rating dell’Italia “se vedessimo l’economia ottenere risultati migliori rispetto alla nostra previsione attuale, ad esempio, attraverso l’attuazione di riforme strutturali e fiscali favorevoli alla crescita e l’efficace dispiegamento delle risorse disponibili per l’Italia dal Recovery and Resilience Facility”. In un simile scenario, rileva S&P, “il rapporto debito/pil dell’Italia probabilmente tornerebbe su un percorso discendente, ma non prima del 2024”. 

PIL
 

S&P prevede che l’economia italiana registrerà una crescita del pil del 4,7% nel 2021 e del 4,2% nel 2022, riflettendo le misure di bilancio, i fondi stanziati dall’Ue, la ripresa dei consumi privati ​​con l’accelerazione delle vaccinazioni. L’accelerazione del piano vaccinale italiano, insieme agli stimoli di bilancio, “dovrebbe favorire una solida ripresa economica durante la seconda metà di quest’anno. Stimiamo che il pil aumenterà del 4,7% quest’anno e del 4,2% nel 2022” nonostante le restrizioni decise all’inizio di aprile per far fronte all’emergenza Covid. 

I vincoli alla crescita italiana, rileva S&P, “includono un contesto imprenditoriale debole, comportamenti anticoncorrenziali nei servizi, un sistema giudiziario inefficiente, un’amministrazione pubblica farraginosa (in particolare a livello degli enti loclai) e disallineamenti di competenze sul mercato del lavoro insieme ai costi finanziari e legali relativamente elevati per quanto riguarda i licenziamenti”. La produttività del lavoro, rileva l’agenzia di rating, “non è omogenea in tutta Italia; il Centro-Nord industrializzato è più produttivo della media Ue”. Inoltre, su base pro capite, sottolinea S&P, “ci sono più imprese con un numero medio di addetti maggiore nel Centro-Nord rispetto al Sud. Con il 28,5% della forza lavoro totale rispetto alla media Ue del 13%, spicca anche la percentuale di lavoratori autonomi nel mercato del lavoro italiano; solo la Grecia ha una percentuale più alta”.  

È troppo presto per trarre conclusioni chiare sulle ripercussioni della pandemia in Italia: “la scarsa diffusione della digitalizzazione – osserva S&P – contribuisce a una bassa produttività del lavoro ma è stato osservato che la pandemia ha stimolato una notevole innovazione in questo campo. Il governo Draghi propone di investire circa il 2,8% del pil dai fondi Ue per digitalizzare i servizi pubblici, le piccole e medie imprese e per la banda larga, il 5G e le infrastrutture satellitari”. 

CONTI PUBBLICI
 

Il rapporto deficit/pil dell’Italia dovrebbe salire dal 9,5% del 2020 all’11,6% nel 2021 mentre il rapporto debito/pil dovrebbe salire dal 127% dell’anno scorso al 149% nel 2021, sostiene l’agenzia di rating.  

 

Successo per lancio Space X, 4 astronauti in volo verso Iss

Successo per Space X, la società di proprietà di Elon Musk, che ha portato in orbita quattro astronauti che ora viaggiano verso la Stazione spaziale internazionale (Iss) che dovrebbero raggiungere nelle prime ore di sabato. Il decollo è avvenuto oggi all’alba al Kennedy Space Center. Si tratta del terzo volo del gruppo fondato da Musk. A bordo della navicella Crew Dragon di SpaceX ci sono gli astronauti della Nasa Megan McArthur e Shane Kimbrough, il francese Thomas Pesquet e il giapponese Akihiko Hoshide. 

“Di solito non riesco a dormire la notte prima di un lancio, ed era vero la notte prima di questo, quindi non ho dormito molto. Ma fortunatamente abbiamo una grande squadra”, ha spiegato Musk secondo quanto riferisce il ‘Washington Post’. 

Recovery, la bozza del piano da 221,5 miliardi

Ammonta a 221,5 i miliardi il Recovery plan targato Italia, di cui 191,5 miliardi finanziati con le risorse in arrivo da Bruxelles e 30 dal fondo complementare. Delle risorse del Pnrr, 15,6 miliardi sono destinati alla sanità -con un’accelerazione della medicina del territorio e della ‘casa come primo luogo di cura’, aggiornamento delle tecnologie, delle attrezzature e delle infrastrutture, la digitalizzazione del Ssn- mentre 31,9 miliardi vanno al capitolo Istruzione e ricerca. E ancora: 25,3 miliardi sono destinati ai trasporti.  

Due gli “obiettivi chiave” che il Pnrr si pone: “Riparare i danni economici e sociali della crisi pandemica” e “contribuire ad affrontare le debolezze strutturali dell’economia italiana”. E’ quanto si legge nel documento di sintesi messo a punto dal Mef e sul tavolo della riunione in corso a Palazzo Chigi tra il premier Mario Draghi, i ministri interessati al dossier, tra questi Vittorio Colao e Roberto Cingolani, e i capidelegazione delle forze di maggioranza.  

La riunione sul Pnrr è iniziata intorno alle 10.30. Domani è atteso il Consiglio dei ministri sul Recovery plan, che verrà poi presentato alle Camere lunedì e martedì della prossima settimana. 

Sono 31,9 i miliardi del Pnrr destinati all’istruzione e alla ricerca, ovvero il 17% del ‘tesoretto’. Le risorse – si legge nel documento di sintesi messo a punto dal Mef – saranno finalizzate a “rafforzare il sistema educativo, le competenze digitali e Stem, la ricerca e il trasferimento tecnologico”. Dunque, “asili nido, materne e servizi di educazione e cura per la prima infanzia”, ma anche la “scuola 4.0”, ovvero scuole “moderne, cablate e orientate all’innovazione grazie anche ad aule didattiche di nuova concezione”. Ci sarà, inoltre, “il risanamento strutturale degli edifici scolastici”. 

Dovrebbero ammontare a 8,25 miliardi le risorse del fondo complementare del Recovery plan per il sisma e l’ecobonus fino al 110%. E’ quanto prevede la proposta di investimento sulla misura chiamata a rilanciare il comparto edilizio, secondo quanto emerge dalle tabelle allegate ad una sintesi della bozza del Piano nazionale di ripresa e resilienza che l’aAdnkronos ha visionato. 

Il fondo complementare al Pnrr potrebbe stanziare un miliardo di risorse extra per le connessioni veloci ultra broadband e 5G. Lo prevede la tabella con le proposte di investimento allegata alla sintesi di una bozza del Recovery plan che l’Adnkronos ha visionato. 

Nel frattempo il Portogallo ha presentato oggi alla Commissione europea il suo piano nazionale di ripresa e resilienza, necessario ad accedere alle risorse di Next Generation Eu. Ne dà notizia la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen, via social. Il Portogallo, che ha la presidenza di turno del Consiglio Ue, è il primo a presentarlo. “Continueremo ad aiutare gli altri Stati membri a consegnare piani di alta qualità. L’obiettivo è avere tutto pronto quest’estate”, spiega la presidente.
 

Mediaset-Vivendi, gruppo francese dovrà risarcire 1,7 milioni per Premium

Vivendi dovrà risarcire 1,7 milioni di euro a Mediaset e Rti per non aver rispettato gli obblighi “preliminari e prodromici” relativi all’acquisto di Mediaset Premium, ma il gruppo francese non ha violato i patti parasociali, né può essere accusato di concorrenza sleale. Con questa sentenza i giudici del tribunale civile di Milano hanno messo fine, dopo cinque anni, al primo round di una lunga e complicata partita in cui il gruppo di Cologno Monzese è pronto a fare appello solo per la cifra del risarcimento. La partita resta aperta sul piano penale. 

Nella sentenza dei giudici (Daniela Marconi, Amina Simonetti e il presidente Angelo Mambriani), che arriva a circa due mesi dall’ultima udienza dell’11 febbraio scorso, si stabilisce la violazione del contratto da parte di Vivendi ma si respinge l’idea che siano stati ‘raggirati’, stabilendo in 1,7 milioni di euro il risarcimento – oltre 1,2 milioni di euro in favore di Mediaset e circa 514 mila euro per Rti – ben lontana dalla cifra di 3 miliardi chiesta dal Biscione. 

Vivendi “avrebbe senza dubbio potuto invocare il rimedio risarcitorio per il deficit di informazioni di impatto rilevante sugli indicatori fondamentali dell’impresa, ma non esercitare il diritto di recesso o rifiutare la stipulazione del contratto definitivo di scambio azionario”. Il collegio ha ritenuto che l’operazione di acquisto, da parte di Vivendi, di azioni Mediaset a partire dal dicembre 2016 per un quantitativo di poco inferiore al 30% del capitale “non sia avvenuto in violazione delle previsioni del contratto” e che l’operazione “non possa essere ritenuta illegittima” in ragione della sentenza della Corte europea di Giustizia del 3 settembre scorso. Insomma nessuna concorrenza sleale. 

Respinte le altre richieste avanzate dal gruppo guidato dalla famiglia Berlusconi, compensate le spese processuali, rigettata la richiesta di Fininvest di un risarcimento per danno di immagine per il passo indietro dei francesi, è la sintesi della sentenza di quasi 90 pagine. 

E’ l’estate 2016 quando Vivendi si ‘rimangia’ il contratto firmato l’8 aprile, cambiando le carte in tavola e mandando all’aria quella che viene annunciata come “un’alleanza strategica” per cogliere “ogni opportunità di sviluppo nel nuovo scenario globale del settore media”. Il 25 luglio il gruppo francese inoltra una proposta alternativa dell’operazione: confermato lo scambio del 3,5% del capitale di Vivendi e del 3,5% del capitale di Mediaset, ma viene proposto l’acquisto del 20% del capitale di Mediaset Premium e non più del 100% della pay tv e di arrivare a detenere in tre anni circa il 15% del capitale di Mediaset attraverso un prestito obbligazionario convertibile, con l’effetto di diluire il potere della famiglia Berlusconi. 

Il gruppo del finanziere bretone Vincent Bolloré chiede in sintesi di non farsi carico della tv a pagamento ritenuta poco conveniente e di avere più azioni di quella generalista che invece continua a macinare utili. Una proposta indecente per il gruppo di Cologno Monzese, mentre per l’amministratore delegato di Vivendi Arnaud de Puyfontaine, il cambiamento fa seguito a una “difformità nell’analisi dei risultati” di Premium. 

La decisione di non onorare il contratto dà il via alla battaglia tra i due gruppi e porta, nell’agosto 2016, all’atto di citazione per ottenere l’esecuzione coattiva del contratto e “il risarcimento dei danni sin qui subiti da Mediaset stimati per ora in un importo pari a 50 milioni di euro per ogni mese di ritardo nell’adempimento da parte di Vivendi a partire dal 25 luglio 2016”. Nonostante i tentativi di trovare un accordo fuori dall’aula del tribunale, oggi sono i giudici di Milano, dopo più udienze a colpi di memorie e consulenze, a emettere il primo verdetto e un risarcimento che scontenta il gruppo del Biscione. Tutta ancora da definire, invece, la battaglia sul fronte penale. 

La procura di Milano ha chiuso le indagini per i vertici di Vivendi, Vincent Bolloré e il ceo Arnaud de Puyfontaine, proprio sull’operazione del 2016 che portò il gruppo francese a effettuare diversi acquisti sul mercato di azioni Mediaset fino a salire a circa il 29% del capitale sociale di Mediaset che secondo il Biscione nascondeva l’intenzione di una scalata ostile al gruppo a seguito della ‘guerra’ scoppiata tra le due società per il mancato perfezionamento dell’accordo sulla compravendita di Mediaset Premium. 

Per i manager francesi le ipotesi di reato sono di “manipolazione del mercato” e “ostacolo all’esercizio delle funzioni delle autorità pubbliche di vigilanza”, relativi all’acquisto di azioni e su presunte comunicazioni ingannevoli. 

Recovery, Boschi: “Forti differenze da piano Conte”

“Abbiamo ribadito l’importanza dell’utilizzo della risorse ma anche della semplificazione burocratica: servono regole più semplici. Ora aspettiamo che il testo venga trasmesso al Parlamento”. Lo dice Maria Elena Boschi al termine dell’incontro della delegazione di Italia Viva a palazzo Chigi con il presidente Mario Draghi.  

“Aspettiamo che il Governo trasmetta al parlamento la versione aggiornata del piano nella quale ci sono forti elementi di differenza rispetto a quello del Governo Conte. Il Parlamento ha avuto un ruolo con il precedente piano tanto che c’è una relazione di 136 pagine in cui si chiedono delle modifiche e anche oggi abbiamo rimarcato al premier che ci aspettiamo di vedere il testo. È chiaro che questo deve avvenire nel rispetto dei tempi”, aggiunge Boschi.  

“Sulla governance, ha detto il presidente Draghi, presenteranno un testo in Parlamento più avanti. Per ora c’è solo quello che ha detto il ministro Franco in audizione e poi anche oggi il presidente Draghi ci ha confermato che a breve presenterà una proposta puntuale sulla governance”. 

In generale, Boschi riferisce di “un incontro positivo con il presidente Draghi”. “Al centro dell’utilizzo delle risorse del Recovery -sottolinea- abbiamo voluto mettere la sanità che per noi resta essenziale non solo per l’emergenza Covid ma anche per la programmazione futura”.
 

 

 

Recovery, Draghi lima il piano: entro il 30 aprile a Bruxelles

Il Piano nazionale di rilancio e resilienza sarà inviato entro il 30 aprile a Bruxelles. Questa settimana e la successiva, confermano fonti di Palazzo Chigi, il premier Mario Draghi sarà impegnato in nuove riunioni per definire gli ultimi dettagli del Pnrr, che approderà al tavolo del Cdm prima di essere presentato alle Camere, il 26 e il 27 aprile. Ieri un’agenzia internazionale aveva scritto di un possibile slittamento a metà maggio, “ma questa ipotesi non c’è mai stata e non è chiaro come sia potuta trapelare. Il Pnrr arriverà puntuale a Bruxelles”, confermano le stesse fonti all’Adnkronos. 

“Riaperture? Aiutare anche chi non ha tavoli fuori”, l’appello della chef Bowerman

Le date certe per le riaperture di bar e ristoranti sono “un grande passo in avanti, la richiesta che è stata fatta anche nelle manifestazioni dei giorni scorsi era infatti di uscire dall’incertezza per poter programmare l’apertura al pubblico dei locali”. Così la chef stellata Cristina Bowerman commenta con l’Adnkronos le nuove comunicazioni del governo sulle riaperture graduali degli esercizi pubblici, laddove si prevede che il 26 aprile, nelle zone gialle, possano aprire anche a cena ma solo all’aperto e dal 1 giugno anche all’interno, ma solo a pranzo. 

“Quello che ritengo ingiusto è che ci sia una penalizzazione senza che sia preannunciato un ristoro nei confronti di chi non può aprire perché non ha i tavoli all’aperto”, afferma Bowerman, in qualità anche di presidente dell’associazione Ambasciatori del Gusto, in rappresentanza della categoria visto che il suo ristorante a Trastevere a Roma ha questa possibilità. 

Altro aspetto penalizzante è il mantenimento del coprifuoco alle 22 di sera. “E’ un grosso danno il coprifuoco per i ristoranti” sostiene Bowerman che sul tema degli assembramenti e delle misure per eliminarli è categorica: “Bisogna eliminare totalmente il consumo di alcol per strada – spiega – io sono vissuta tanti anni in America è lì c’è il divieto, anche da noi c’è, ad esempio a Roma c’è l’ordinanza che dopo le 23 non si può bere alcol per strada ma le misure vanno fatte rispettare con rigore, finché non c’è l’esecutività e non si individuano le responsabilità non se ne esce”. 

“Ad esempio, – suggerisce Bowerman – se ragazzi quattordicenni girano ubriachi per strada, si devono multare i genitori. Anche durante il giorno poi, ci sono assembramenti fuori dai bar o dagli empori dei bangladini che vendono un po’ di tutto, magari anche per bere un cappuccino. Ma allora servono pattugliamenti seri”. 

Ex Ilva, Stato entra in A.Mittal: nasce Acciaierie d’Italia

Lo Stato ritorna ufficialmente nell’acciaio: Invitalia ha annunciato oggi, infatti, di aver perfezionato l’accordo di coinvestimento con A.Mittal, previsto dall’intesa del dicembre scorso, ed erogato la prima tranche da 400 mln con cui partecipare per il 38% al capitale sociale e acquisire il 50% dei diritti di voto della newco che guiderà il futuro dell’ex gruppo Ilva: la nuova società si chiamerà Acciaierie d’Italia Holding Spa e la sua principale controllata operativa ArcelorMittal Italia sarà rinominata Acciaierie d’Italia. 

A finanziare l’operazione contributi in conto capitale assegnati per questo dal Ministero dell’Economia per l’acquisto di azioni ordinarie. La formalizzazione dell’ingresso in A.Mittal arriva da una nota di Invitalia preceduta di poco dall’annuncio del ministro dello Sviluppo, Giancarlo Giorgetti nel corso del question time alla Camera: “è questa la prospettiva su cui ci siamo avviati, intendiamo perseguirla e finalizzarla nell’ambito di una strategia nazionale dell’acciaio’, diceva spiegando di aver indicato anche “i nuovi amministratori” che guideranno la newco. 

L’ingresso dello Stato nell’ex Ilva infatti prevede anche un riassetto societario: il Cda della newco sarà composto da 6 membri, 3 di nomina del socio pubblico e 3 da quello privato. Per ora però le nomine non sono state ufficializzate anche se nei giorni scorsi alcune indiscrezioni davano Franco Bernabè il candidato più prossimo alla presidenza del Cda. Ad A.Mittal invece spetterà la nomina dell’Ad. Il fine dell’operazione, ribadisce infine Invitalia , “a una valenza di iniziativa strategica a sostegno delle imprese e dell’occupazione nel Mezzogiorno, al fine di rilanciare e riconvertire, in chiave green, il sito siderurgico dell’Ilva, coerente con la strategia, governata dalla Commissione europea, di garantire all’Europa “zero emissioni” entro il 2050”.  

Ma il perfezionamento del passaggio allo Stato dell’ex gruppo Ilva avverrà solo nel 2022 a fronte di un ulteriore investimento che farà salire al 60% la partecipazione di Invitalia a fronte di un investimento da parte di ArcelorMittal fino a circa 70 milioni di euro che consentirà alla multinazionale di mantenere una partecipazione del 40% e il controllo congiunto sulla società. Ma è A.Mittal a voler ricordare come il perfezionamento del coinvestimento potrà avvenire solo al verificarsi di determinate condizioni sospensive”. 

E tra queste, elenca la multinazionale dell’acciaio: “la modifica del piano ambientale in vigore per tenere conto delle modifiche del nuovo piano industriale; la revoca di tutti i sequestri penali riguardanti lo stabilimento di Taranto; e l’assenza di misure restrittive, nell’ambito dei procedimenti penali in cui Ilva è imputata nei confronti di Acciaierie d’Italia Holding o di sue società controllate”. Nel caso in cui perciò le condizioni sospensive non si verificassero, si legge ancora, “Acciaierie d’Italia Holding non sarebbe obbligata a perfezionare l’acquisto dei rami d’azienda di Ilva e il capitale in essi investito verrebbe restituito”. 

Soddisfatti i sindacati per i quali però restano le preoccupazioni per “i nodi irrisolti” di una vertenza in stallo, che si trascina da anni, e per la quale il 23 aprile torneranno ad incrociare le braccia i lavoratori di Taranto. “La conclusione formale della prima fase del percorso di ingresso di capitale pubblico in ArcelorMittal attraverso Invitalia, rappresenta un passo nella direzione tracciata dall’accordo con il Governo”, dice il leader Fiom, Francesca Re David che parla di “eredità pesante” sulle spalle di Acciaierie d’Italia non solo in termini finanziari, ma in termini di ” mancata innovazione tecnologica, di condizioni di ambiente e sicurezza, di incertezza occupazionale appesantita anche da recenti decisioni inaccettabili e surreali nella gestione delle relazioni sindacali e industriali”. (segue) 

Per questo la decisione di oggi deve essere ”parte di una scelta più generale che colloca le prospettive di Acciaierie d’Italia dentro il piano nazionale per la siderurgia e l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund”. Bene anche per la Fim:”finalmente dopo mesi registriamo un atto concreto che deve sbloccare la situazione di stallo della vertenza. Ora bisogna recuperare il troppo tempo perso. Chiediamo per questo da subito all’azienda di dar vita al piano di potenziamento produttivo e manutenzione per riattivare gli impianti e riassorbire al più presto i troppi lavoratori in cassa integrazione”, commenta il leader Roberto Benaglia. 

E spera nell’avvio di una nuova fase la Uilm. “Con oggi si è conclusa un’esperienza fallimentare. Da domani deve iniziare una nuova fase che veda la partecipazione diretta dello Stato nella gestione dell’ex Ilva. E’ fondamentale a questo punto abbandonare una gestione unilaterale e autoritaria degli stabilimenti”, dice chiedendo “una solida e duratura prospettiva industriale che risponda anche alle necessità economiche dei territori e di tutto il Paese”. Intanto al Senato è andata avanti la discussione sulla mozione di Fdi che chiedeva il ripristino dell’immunità penale relativamente alla gestione dell’ex Gruppo Ilva. 

Giorgetti: “Da Fondo Garanzia Pmi risultati sorprendenti”

Il Fondo di Garanzia per le Pmi ha dato “risultati sorprendenti, ed è incredibile come la burocrazia italiana abbia risposto con grandissima rapidità e tempismo” alle imprese. Lo ha detto il ministro per lo Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, nel corso del suo intervento alla presentazione del report di Svimez e Mediocredito Centrale sul fondo e sugli impatti che hanno avuto le misure del governo sull’economia. 

“La sfida adesso è decidere quali siano le aziende da aiutare perché hanno un futuro e quali no”, ha continuato il ministro. 

Patuanelli: “Fondo centrale garanzia modello da replicare e potenziare”

“L’afflusso di credito al mondo delle imprese è stato impressionante e ha permesso al Paese di reggere l’urto violento della pandemia. La riforma del Fondo Centrale di Garanzia per le pmi, che ho curato in prima persona, ha permesso l’erogazione di garanzie per oltre 150 miliardi di euro rappresentando un modello da ripetere e potenziare in vista del prossimo Decreto Imprese al vaglio del Governo”. E’ quanto afferma il ministro delle Politiche agricole Stefano Patuanelli in merito al ‘Report Fondo di Garanzia per le Pmi. Il sostegno alla liquidità delle imprese nell’emergenza Covid-19’, presentato da Mediocredito Centrale e Svimez che certifica “l’impatto positivo ottenuto grazie ai decreti Cura Italia, Rilancio e soprattutto Liquidità”. “Sono state poste le basi anche per una sburocratizzazione dell’accesso al credito per le aziende, – osserva Patuanelli – che può rappresentare la base da cui ripartire per il futuro”. 

Covid, Cesare (Mcc): “Rapporto su Fondo Pmi per capire prossime iniziative”

Il rapporto che presentiamo oggi “è un grande lavoro e un servizio per capire “chi ha avuto esigenze economiche” durante la pandemia e “quali ulteriori iniziative possono essere necessarie per ripartire”. Così Massimiliano Cesare, presidente di Mediocredito Centrale, alla presentazione del report elaborato con Svimez sul Fondo di Garanzia per le Pmi e sull’impatto delle misure introdotte dai decreti Liquidità, Cura Italia e Rilancio. 

Covid, Bianchi (Svimez): “Con sostegno liquidità arginate fragilità ma imprese vanno rafforzate”

Attraverso le misure a sostegno della liquidità delle imprese “abbiamo arginato la fragilità delle aziende nel cuore della tempesta, ma poi la fragilità la ritroveremo. Dobbiamo provare a costruire le condizioni per rafforzare la struttura finanziaria delle imprese”. Così Luca Bianchi, direttore di Svimez, nel corso della presentazione del rapporto elaborato assieme a Mediocredito centrale sull’impatto delle misure introdotte dai decreti Liquidità, Cura Italia e Rilancio.  

Alimenti, giù per la prima volta consumi di verdure già lavate e tagliate

Rivincita dello sfuso sulla IV gamma nel reparto ortofrutticolo della grande distribuzione organizzata. Complici le mutate abitudini di acquisto indotte dalla pandemia, calano per la prima volta dopo 6 anni i consumi di verdure pulite, tagliate e pronte all’uso. Lo rileva l’Ismea in un report interamente dedicato al comparto da cui si evince nel 2020 una flessione del 4% delle quantità acquistate e del 5,6% della spesa a fronte di una performance molto positiva dell’intera categoria degli ortaggi freschi ( +10,7 gli acquisti in volume, +10,5% in valore).  

Nei primi 2 mesi del 2021 le vendite di ortaggi di IV gamma hanno messo a segno un leggero rimbalzo in volume +1 % ma i prezzi medi inferiori hanno lasciato in terreno negativo la spesa, che si è attestata a -1,4%. Secondo l’Ismea il maggior tempo trascorso a casa ma anche una più spiccata propensione al risparmio, hanno disincentivato gli acquisti di prodotti di IV gamma che, mediamente, presentano prezzi tre volte più alti dello sfuso tradizionale: ad esempio l’insalata in busta ha un prezzo medio di 7,21€/Kg contro i 2,19€/Kg di quella in cespo. 

Per le insalate, che da sole rappresentano quasi i tre quarti dell’intero comparto, la flessione degli acquisti registrata lo scorso anno è stata del 3,1% in volume e del 3,4% in valore. Ancora più marcato il cedimento degli altri ortaggi lavorati (per lo più rappresentati da carote baby e alla julienne) che pesano in valore il 19% sul comparto, e per i quali le vendite hanno segnato flessioni del 6,1% nelle quantità e del 7,4% nei corrispettivi monetari.  

Bonus casalinghe 2021: cos’è e come fare domanda

Introdotto nel 2020 con il decreto Agosto, il Bonus casalinghe 2021 dovrebbe entrare in vigore quest’anno, ma resta in attesa di un decreto a opera del ministero per le Pari opportunità e la Famiglia guidato da Elena Bonetti. Ma in cosa consiste? Come ricorda laleggepertutti.it, non si tratta di una somma che entrerà nelle tasche delle donne disoccupate, ma di una pluralità di misure finalizzate a promuovere la formazione professionale delle donne che svolgono lavori domestici allo scopo di offrire loro maggiori opportunità di accesso al mondo del lavoro per effettuare una scelta più libera e consapevole. 

Pertanto, con l’intento di garantire l’inclusione femminile nel mercato del lavoro, sono stati stanziati 3 milioni di euro a partire dallo scorso anno. Ma cos’è e come funziona il bonus casalinghe 2021? Quali sono i requisiti per accedere all’incentivo? 

Bonus casalinghe 2021: cos’è?
 

A differenza degli altri bonus messi in campo dal Governo per contrastare la crisi economica determinata dal Covid-19, il bonus casalinghe 2021 non è un incentivo che prevede l’erogazione di un assegno, ma un credito di imposta che può essere investito in corsi di formazione che riguardano specialmente il settore digitale. L’intento è assicurare alle casalinghe di poter acquisire competenze professionali e poter svolgere un’attività lavorativa anche in smart working. 

Bonus casalinghe 2021: a chi spetta?
 

Il bonus casalinghe 2021 spetta alle donne che si occupano a tempo pieno della cura della casa e della famiglia, non avendo altre alternative per l’inserimento nel mondo del lavoro. 

Per accedere al bonus casalinghe 2021, bisogna essere: 

– casalinghe disoccupate; 

– cittadine italiane o straniere, purché in possesso di un regolare permesso di soggiorno. 

Inoltre, non sono richiesti particolari requisiti Isee per poter fare richiesta del bonus. 

Bonus casalinghe 2021: come fare domanda?
 

A chiarire le modalità per inoltrare la domanda per il bonus casalinghe 2021 sarà un apposito decreto attuativo del ministero per le Pari Opportunità. Tuttavia, possiamo anticipare che per accedere al bonus bisognerà inoltrare l’istanza attraverso l’Inps. 

Conti correnti, nuova ‘tassa’ in arrivo?

Una nuova ‘tassa’ sui conti correnti? Mentre si va a caccia magari di conti correnti zero spese e gratuiti, è questo il quadro che viene delineato dal sito laleggepertutti.it, che accende i riflettori sulla scelta della Banca centrale europea che ricade sugli istituti di credito e che finisce per penalizzare i clienti delle singole banche.  

La politica espansiva della Bce, si legge, ha portato in negativo i tassi di interesse per favorire la circolazione di denaro e dei prestiti, allo scopo di favorire la crescita economica. In questo modo, le banche depositano la liquidità in eccesso presso l’istituto di Francoforte al tasso di -0,50%. Significa che, se anche garantissero ad un risparmiatore un mutuo a tasso zero, ci rimetterebbero dei soldi. Può una banca lavorare non gratis ma addirittura perdendoci del denaro? Chiunque si rifiuterebbe di farlo. Così, sono i clienti a risolvere il problema, vedendosi aumentare poco alla volta i costi dei loro conti correnti. 

Si fa riferimento ad una recente indagine di Bankitalia relativa al 2020, secondo cui il costo annuo per mantenere un conto è aumentato mediamente di 88,5 euro rispetto al 2019. L’incremento riguarda principalmente le spese fisse (canone annuo, bonifici, prelievi allo sportello, assegni), mentre poco meno di un terzo è relativo a quelle variabili. Si rischia, insomma, di perderese si tengono troppi soldi nel conto e, allo stesso tempo, di non riuscire a pagare le domiciliazioni se di soldi se ne tengono pochi. 

Si esaminano, ad esempio, i costi dei prelievi allo sportello o al Bancomat. Il numero delle operazioni potrebbe crescere da gennaio 2022, quando entrerà in vigore la norma che impedisce i pagamenti in contanti oltre i 999,99 euro. Pagamenti più ridotti può voler dire, per chi non ha dimestichezza con la moneta elettronica, prelievi più frequenti il che, a sua volta, significa più costi. E chi non usa i contanti? Se aumentano le commissioni su bonifici e assegni, la musica non cambia. 

Ma gli esempi non finiscono qui. Si pensi ai bollettini per il pagamento di Tari, bollo auto ed altre tasse: le commissioni allo sportello vanno da oltre 1,50 a 3,50 euro. 

Il discorso porta al fatto si va verso l’introduzione di una sorta di «nuova tassa» sui conti correnti per evitare perdite con la Bce. Ma anche per spingere il correntista a togliere il denaro dal conto ed investirlo in titoli, cioè per ridurre l’enorme liquidità che giace sui depositi (si parla di circa 1.745 miliardi di euro) e che frutta poco o niente, secondo laleggepertutti.it. 

Alitalia, Giorgetti: “Questa settimana decisiva”

Nella trattativa su ‘Ita’ in corso con la Commissione europea nel nome della ‘discontinuità’ con Alitalia, “io penso che questa sarà una settimana decisiva”. Lo sostiene il ministro dello Sviluppo Economico, Giancarlo Giorgetti, durante un confronto alla scuola politica della Lega. Tra l’altro, “sono attese per la fine di aprile – spiega – le sentenze sugli aiuti di Stato ad Alitalia di un mondo del tutto diverso da quello attuale. Io auspico che la trattativa porti a una soluzione positiva, la sta conducendo il Mef”, sottolinea, ricordando che “lo Stato italiano ha deciso di mettere in questa partita, sugli aumenti di capitale, 3 miliardi di risorse pubbliche che non significano disimpegno da parte dello Stato. Il Governo italiano si impegna qui come da altre parti. Deve fare un bilanciamento su come investire le risorse: ci sono tanti altri settori che sono in sofferenza”.  

Su Alitalia “la discussione che in questo momento abbiamo in corso con la Commissione europea, anche in questi giorni e anche in queste ore, è un confronto molto serrato”, detto il ministro. “Da parte del Governo c’è la volontà di avere una compagnia competitiva che possa assolvere alle sue funzioni di collegamento turistico, abbia una prospettiva, e che sia destinata con il tempo, con la ripresa dei flussi turistici, a espandersi”, aggiunge. Quello con l’Europa “è un braccio di ferro in cui ciascuno porta le proprie ragioni, in nome del principio della concorrenza”, sottolinea. 

Il Governo non è “prono” davanti alla Commissione europea, ha sottolineato Giorgetti. “E’ chiaro che se noi fossimo stati proni alle richieste la trattativa sarebbe stata chiusa mesi fa. La trattativa non è chiusa, non siamo oggettivamente in vantaggio, ma stiamo cercando di negoziare al meglio in una situazione complessa, diversa da quella di altre compagnie”, ha spiegato. Anche il premier Mario Draghi “lo ha dimostrato. C’è un concetto di europeismo non prono e non scontato. E’ quello che abbiamo sempre detto anche noi, dobbiamo avere la statura e l’autorevolezza per difendere i nostri interessi in Europa”. 

In questo scenario, “si inserisce il tema delle altre compagnie, Air France e Lufthansa: hanno avuto aiuti di Stato cospicui, ma stanno male anche loro. E’ un difficile equilibrio tra interesse nazionale e la necessità di avere una compagnia che non replichi gli errori del passato: noi siamo arrivati a questa crisi con una compagnia fallita, Francia e Germania no, avevano compagnie strutturate”, ha puntualizzato.  

“Per quanto riguarda il personale non coinvolto nella nuova Ita ci sarà chiaramente un piano di ammortizzatori sociali e di riqualificazione professionale. La prospettiva di Ita è di aumentare il proprio spettro di attività. Il piano di ammortizzatori sociali e di politiche attive del lavoro è già allo studio con il ministro Orlando”, ha detto Giorgetti. “Per quanto riguarda il cargo – continua – il piano industriale di Ita in discussione che non si concentra particolarmente sul cargo. In prospettiva credo che sia contemplato, ma al momento non è il focus della missione aziendale”.  

 

 

Alitalia, l’altolà dei sindacati

No a una compagnia formato ‘mini’ e senza logo. Di fronte alle ipotesi che stanno circolando nelle ultime ore di un nuovo vettore costretto ad abbandonare il suo storico brand e che dovrà decollare con una flotta più che dimezzata con il conseguente pesante taglio di personale, arriva l’altolà dei sindacati che bocciano da subito un eventuale accordo tra governo e Ue che vada in questa direzione. Un nuovo allarme che arriva in vista di giornate che si annunciano decisive per il complicato negoziato tra Roma e Bruxelles e dà nuova linfa alle motivazioni della manifestazione indetta per il 14 aprile prossimo sull’emergenza non solo di Alitalia, ma di tutto il trasporto aereo nazionale. 

“Una compagnia aerea anonima, di dimensioni regionali con un piano industriale con modesti obiettivi, imposto dalla direzione generale concorrenza della Commissione europea, riporterebbe l’Italia indietro di 75 anni e cioè a non avere, entro i prossimi due anni, una compagnia aerea nazionale. Gli spostamenti degli italiani sarebbero pertanto condizionati dalle scelte commerciali e di interesse delle compagnie europee”, denunciano i segretari generali di Filt-Cgil, Fit-Cisl e Uiltrasporti Stefano Malorgio, Salvatore Pellecchia e Claudio Tarlazzi. 

“Qualora le anticipazioni fossero confermate, il lavoro dei precedenti governi sarebbe cancellato con un colpo di spugna e l’Italia perderebbe definitivamente le quote di mercato di trasporto aereo, difese fino a oggi coi denti dalle lavoratrici e dai lavoratori di una compagnia, Alitalia, in amministrazione straordinaria da circa quattro anni. Inoltre – avvertono i leader delle federazioni dei trasporti di Cgil, Cisl e Uil – ci troveremmo, di fatto, di fronte a un trattamento discriminatorio dell’Unione europea nei confronti dell’Italia”. “Le compagnie di bandiera tedesca e francese, a fronte di significativi aiuti economici da parte dello Stato (il gruppo Lufthansa ha collezionato 11 miliardi di euro di cui 9 alla casa madre e Air France ha ricevuto 7 miliardi di euro a fronte dei quali dovrà cedere solo 18 slot sugli oltre 300 in suo possesso) hanno richiesto un sacrificio modesto, se rapportato a quanto richiesto ad Alitalia che ha ricevuto 1,4 miliardi di euro”. “Chiedere la partenza di una nuova compagnia senza nome, senza logo e senza aerei e personale e slot sufficienti a competere in un mercato agguerrito come quello del trasporto aereo italiano e globale è come chiedere a un campione di scherma di andare alle Olimpiadi con le mani legate dietro la schiena”, evidenziano ancora i sindacati che ribadiscono il proprio no a “discriminazioni e asimmetrie” di trattamento in Europa e chiedono che vengano respinte “totalmente e pretese della Direzione della concorrenza”. 

Se si parla di un decollo con meno di 50 aerei, addirittura 45, la nuova compagnia ha già un destino segnato fin dall’inizio. “Per non sprecare i 3 miliardi a disposizione della nuova Alitalia, occorre un piano industriale adeguato al mercato in cui deve competere, per cui una compagnia bonsai sarebbe messa al tappeto ancora prima di iniziare la gara. Sono necessari almeno 100 aeromobili e un piano industriale che rafforzi il cargo, visto che la domanda con la pandemia è cresciuta molto, e che si posizioni sulle rotte più redditizie del lungo raggio”. 

“È da più di un mese che stiamo chiedendo un confronto interministeriale per entrare nel merito della vicenda ed esplorare tutte le possibili soluzioni e fino a oggi tutti stanno facendo orecchie da mercante”, ricordano ancora i sindacati. Alitalia, ma non solo. La crisi dovuta alla pandemia sta avendo conseguenze drammatiche sulle compagnie aeree nazionali Air Italy, Norwegian, Ernest, Blue Panorama e migliaia di posti di lavoro sono a rischio. Per questo, per lanciare un nuovo Sos, l’appuntamento è mercoledì prossimo al Mise. 

Sgarbi a Filograna: “Io senza mascherina perché ho avuto virus e ho cancro”

“Primo, il dpcm non lo prevede all’aperto; secondo io ho avuto il covid e sono immunizzato, terzo ho il cancro. Quindi, fine. Filograna usa il cervello per pura propaganda”. Vittorio Sgarbi risponde così all’Adnkronos replicando seccamente alle dichiarazioni del presidente del Movimento autonomi e partite Iva, Eugenio Filograna, che ha criticato la sua partecipazione alla manifestazione delle partite Iva di ieri sera sia sotto il profilo dei contenuti che per il fatto di non portare la mascherina. 

“Io ho il cancro e il medico mi ha prescritto di non metterla e ho avuto il covid – puntualizza il deputato- E’ ora di finirla di portare le mascherine se hai fatto il vaccino o se hai gli anticorpi!”. Sulla sua partecipazione alla manifestazione, Sgarbi sottolinea: “Sono andato lì perché me lo hanno chiesto alcuni dei suoi e Radio Radio, e lui se l’è presa perché secondo lui io avrei dovuto aderire alle partite Iva. Ma roba da pazzi, è fulminato”, dice ancora. 

“Io sono una partita Iva che ha perso una quantità enorme di buon guadagno, quindi sono con le partite Iva, ma le partite Iva sono le partite Iva. Un partito, nonostante l’assonanza, è un’altra cosa”, aggiunge poi Sgarbi. “Io dunque vado per generosità, e sono un uomo malato -incalza il deputato- Non ho creato nessun pericolo, caro senatore Filograna”. Sgarbi poi incalza: “Le partite Iva decideranno quello di fare quello che vogliono, ma occorre che stiano attenti a stare con chi usa la testa e non ha paura. Chi ha paura non può protestare in piazza, fingendo che io sia un rischio. Il rischio che io sono, sono le mie idee, la mia libertà, il fatto di non piegare la testa a un governo che vuole che io porti la mascherina anche se non corro e non faccio correre rischi”. Infine, un’ultima esortazione: “Liberatevi della retorica, della finzione e dei bugiardi. Se siete guariti, vaccinati o all’aperto state senza mascherina, il resto è retorica e finzione”, conclude. 

 

Covid e crisi, italiani tagliano anche sul cibo: spesa giù del 5,5%

Per la prima volta dall’inizio della pandemia di Covid-19 gli italiani sono costretti a tagliare anche la spesa alimentare che crolla del 5,5%. E’ quanto emerge dall’analisi Coldiretti divulgata in occasione della diffusione dei dati Istat sul commercio al dettaglio a febbraio 2021. Si tratta – sottolinea la Coldiretti – di una brusca inversione di tendenza dopo che l’alimentare era risultato il settore che aveva resistito meglio alla crisi con un aumento della vendite al dettaglio determinato anche dal maggior tempo trascorso a casa dagli italiani in lockdown.  

Ora l’acuirsi della crisi – precisa la Coldiretti – colpisce direttamente i consumi essenziali della famiglie a partire dal cibo. A calare a febbraio rispetto allo scorso anno sono le vendite alimentari in tutte le tipologie commerciali, dalla grande distribuzione (-6,1%) ai piccoli negozi ((-2,9%) fino addirittura ai discount (-1,5%). E’ il drammatico effetto della presenza in Italia di 5,6 milioni di persone in povertà assoluta, un milione in più rispetto allo scorso anno, con il record negativo dall’inizio del secolo secondo l’analisi della Coldiretti su dati Istat. 

Fra i nuovi poveri – sottolinea la Coldiretti – ci sono coloro che hanno perso il lavoro, piccoli commercianti o artigiani che hanno dovuto chiudere, le persone impiegate nel sommerso che non godono di particolari sussidi o aiuti pubblici e non hanno risparmi accantonati, come pure molti lavoratori a tempo determinato o con attività saltuarie che sono state fermate dalla limitazioni rese necessarie dalla diffusione dei contagi per Covid. Proprio per questo, “per portare serenità sulle tavole di 20mila famiglie è nata l’iniziativa promossa da Coldiretti, Filiera Italia e Campagna Amica con la partecipazione delle più rilevanti realtà economiche e sociali del Paese con l’offerta di un pacco di oltre 50 chili con prodotti 100% Made in Italy”.