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Categoria: intrattenimento/spettacolo

Jamil inedito in ‘Rap is back’  

Jamil si racconta in ‘Rap is back’, il nuovo album di inediti del rapper che da domani sarà disponibile nei negozi di musica e in tutti i digital store. Sempre da domani sarà disponibile su YouTube il video del brano ‘Top Boy’, prima traccia dell’album. Per anticipare l’uscita dell’album, che arriva due anni dopo il precedente ‘Most Hated’ il rapper di Verona aveva scelto due tracce: la prima, ‘Vengo dalla strada’, è un racconto autobiografico, tra episodi che coinvolgono la sua famiglia e i suoi amici, mentre la seconda è il brano da cui l’album prende il nome, ‘Rap is back’. I testi sono scritti da Jamil, l’album è registrato da Jaws e arrangiato da lui e Jamil. La grafica della cover dell’album è stata realizzata da Gin, mentre il disegno è di Emiliano Tanzillo, fumettista di Dylan Dog. 

E’ morta Juliette Greco, musa della canzone francese 

La cantante e attrice Juliette Gréco è morta oggi a Ramatuelle, in Provenza, all’età di 93 anni. Lo riferisce la stampa francese spiegando che l’annuncio è stato dato dalla famiglia. Greco fu la musa dell’esistenzialismo e indimenticabile interprete della canzone francese, da Brel a Gainsbourg, Vian, Roda-Gil, Miossec o Biolay. In Italia era diventata popolare anche per il suo ruolo nello sceneggiato della Rai degli anni ’60 ‘Belfagor, il Fantasma del Louvre’.  

Una profonda amicizia la legò a Jean Paul Sartre che scrisse per lei ‘Les rues des Blancs-Manteaux’, ma il vero, grande amore della sua vita fu il trombettista di colore Miles Davis, giunto a Parigi con la sua band composta da Tadd Dameron, Kenny Clarke, James Moody e Pierre Michelot. Un amore irriverente e scandaloso per i tempi. Quando si lasciarono lui cadde in una profonda depressione. Dopo Miles Davis Juliette Greco conobbe l’attore Philippe Lemaire, da cui ebbe una figlia, Laurence-Marie, il suo primo marito, poi ci furono Michel Piccoli e il pianista Gérard Jouannest.  

Ricca anche la sua filmografia (in Italia negli ’60 partecipò ad uno sceneggiato tv di successo, ‘Belfagor’) diretta, tra gli altri, da Cocteau (‘Orfeo’), Jean Renoir (‘Eliana e gli uomini’), Jean Huston (‘Le radici del cielo’), Jacques Brel (‘Le Far-West’).  

 

Renato Zero, 3 album per i 70 anni: “Covid? Figlio del consumismo” 

“Non è il mio funerale ma credo che sia la mia rinascita per molti versi. Questi tre album sono la prova generale dei miei 70 anni. E sono contento di esserci arrivato incolume”. Renato Zero prensenta così ‘Zerosettanta – Volume Tre’, il primo dei tre dischi che ha deciso di regalare al suo pubblico e regalarsi per il suo compleanno e che infatti uscirà il giorno in cui spegnerà 70 candeline, il 30 settembre. Ma i dischi del progetto ‘Zerosettante’ sono tre, per un totale di oltre 40 brani inediti, ed usciranno il 30 di ogni mese, a settembre, a ottobre e a novembre. 

Ispirato dal delicato momento storico che tutti stiamo vivendo, Renato Zero firma tre album che sono allo stesso tempo estremamente personali ed estremamente trasparenti, immediati, accoglienti. Coraggiosi. “Renato ha costretto Zero a raccontare tutta la verità per i 70 anni, come davanti ad un confessionale. Quindi nel disco c’è tutta la verità”, ha detto il cantautore romano che si è espresso duramente contro le scelte delle radio: “Dovrebbe essere il pubblico a decidere se Zero ha fatto una cazzata o un bel lavoro. E invece questo accesso a me come ad altri è negato in nome del target”, ha tuonato.  

Il grande festeggiamento live è solo rimandato a causa del Covid: “Ho pronto un compleanno che non sarà più il 30 settembre del 2020 ma non me lo voglio perdere perché voglio festeggiare con i miei colleghi e vedere se anche loro hanno le stesse rughe e con il mio pubblico che si merita un grande show”, ha detto Renato che ha parlato del Covid come “figlio del consumismo, della spesa gigantesca spesso infruttuosa e inutile”. L’artista ha anche ammesso di essere contrario ai concerti in streaming: “è come il sesso senza preliminari, io ho bisogno dei miei preparativi in camerino, della gente, degli sguardi, del calore”, ha detto.  

Per questa occasione inoltre Canale 5 dedicherà, martedì 29 settembre, una prima serata evento con il concerto Zero Il Folle: le immagini dei due incredibili concerti sold out tenuti da Renato Zero al Forum di Assago di Milano l’11 e il 12 gennaio del 2020 poco prima “della chiusura del mondo”. Un viaggio nel mondo di un artista unico e poliedrico, tra i più amati dal pubblico, raccontato dalle sue canzoni e dalla presenza di alcuni ospiti speciali: Sabrina Ferilli, Giancarlo Giannini, Alessandro Haber, Monica Guerritore, Serena Autieri, Gabriele Lavia, Anna Foglietta, Giuliana Lojodice e Vittorio Grigolo.  

Fausto Leali: “Ho sbagliato, ma il microfono h24 è faticoso” 

di Antonella Nesi 

“Ho sbagliato perché ho utilizzato con leggerezza un termine, ‘negro’, che ha assunto una connotazione dispregiativa. Ma nelle mie parole non c’è l’intenzione di offendere. La verità è che io ho passato talmente tanto tempo con musicisti afroamericani con i quali ho sempre scherzato utilizzando quel termine come fossi uno di loro”. Fausto Leali parla così con l’Adnkronos all’indomani della sua squalifica dal ‘GfVip’ per una frase razzista pronunciata nei confronti di Enock Barwuah, il fratello di Mario Balotelli. “Ma con Enock avevamo intrapreso un bellissimo rapporto. Giocavamo e scherzavamo spesso insieme. Comunque, io ho infranto involontariamente il regolamento ed accetto il verdetto. Pure di buon grado – sorride – perché sono contento di tornare da mia moglie e dal resto della mia famiglia. Ma non si dica che Fausto Leali è razzista perché è un’eresia”, sottolinea il cantante. “Voglio ricordare che io canto ‘Angeli Negri’ da 60 anni e che quella canzone è una canzone antirazzista. È una preghiera in cui si chiede come mai non c’è un angelo nero sugli altari. Ora non saprei cosa fare, forse dovrei toglierla dal repertorio?”, si chiede. “Mi sono guadagnato l’appellativo di ‘negro bianco’ per il mio modo di cantare ed ho intitolato così il mio terzo album”, aggiunge.  

“Il problema è che dopo due giorni che hai il microfono 24 ore su 24 te ne scordi e finisci per parlare senza grande attenzione, come se stessi rilassato in casa. Ma se dici una cavolata in casa con amici fai in tempo a dire: ho sbagliato. Lì no”, ammette Leali. Alla domanda se rifarebbe il reality, risponde: “È faticoso. Più di quello che pensavo. Lì è pieno di giovani che fanno ginnastica dalla mattina alla sera ma io dopo 10 minuti di stretching non so più che fare. Insomma, purtroppo non ero a mio agio. E ringrazio i ragazzi perché mi hanno salutato con commozione e mi hanno dimostrato affetto e solidarietà”, prosegue.  

La battuta infelice con il fratello di Balotelli è arrivata dopo quello che è stato visto come un pubblico elogio dell’operato di Mussolini ma Leali chiarisce: “C’è stato un fraintendimento, mi sono spiegato male anche perché ho fatto un’interpretazione errata di un documentario che avevo visto. E capisco anche le reazioni perché è un periodo storico che è meglio dimenticare”, sottolinea. E se gli si chiede per chi simpatizzi, taglia corto: “Il voto è segreto. La politica non è il mio campo. Non mi sono mai schierato e non inizierò ora”, conclude.  

Sky, arriva il caso Varani e Gomorra 5 sarà l’ultima 

Una serie sul caso Varani, uno dei delitti più efferati degli ultimi anni, tratta da ‘La città dei vivi’ di Nicola Lagioia in uscita ad ottobre; una sulla tragedia di Alfredino Rampi con Anna Foglietta nei panni della mamma; Luca Zingaretti nell’inedito ruolo del ‘Re’, ovvero il direttore despota di un carcere; l’adattamento della produzione Bbc ‘I Want My Wife Back’, che diventa ‘Ridatemi mia moglie’, con Fabio De Luigi protagonista e Alessandro Genovesi dietro la macchina da presa; la quinta ed ultima serie di ‘Gomorra’; la prima serie dei Fratelli D’Innocenzo ancora in fase di scrittura; ‘Anna’, la seconda serie firmata da Niccolò Ammaniti dopo il successo de ‘Il Miracolo’.  

Sono alcune delle novità della fiction targata Sky Original, presentate oggi. “Vogliamo fare fiction di grandissima qualità ma che sia popolare. Siamo riusciti ad attrarre i migliori talenti grazie al lavoro fatto da Sky negli ultimi anni e alla libertà garantita agli artisti. Non è un caso che diversi talenti cinematografici hanno accettato di esordire nella serialità con noi”, ha sottolineato Nicola Maccanico, Executive Vice President di Sky Italia, presentando una quantità di nuove storie, interpretate dai volti più popolari e premiati di grande e piccolo schermo e raccontate da alcuni degli autori più apprezzati di cinema e Tv.  

Crime drama, comedy, produzioni di genere, storie ispirate a fatti di cronaca rimasti nella memoria storica dell’intero Paese: “tutte all’insegna del talento, davanti e dietro la macchina da presa, e accomunate da una forza espressiva che fa di questi progetti storie in grado di arrivare a tutti”, sottolinea Maccanico.  

Sono appena partite le riprese di ‘Alfredino – Una storia italiana’ (“l’elaborazione finale del lutto”, dice Nicola Maccanico), con Anna Foglietta nei panni di Franca Rampi, madre del piccolo Alfredo, caduto in un pozzo artesiano a Vermicino, nel 1981, e rimasto nel cuore e nella memoria di tutti anche grazie a una – per quei tempi – inedita copertura mediatica. “Sento la responsabilità di riscattare la figura di Franca Rampi, figura fondamentale che ha permesso che tragedie simili non accadessero più”, dice Anna Foglietta.  

Come annunciato pochissimi giorni fa, primo ciak fra la fine del 2020 e l’inizio del nuovo anno per ‘Il Re’, il primo prison drama italiano, con Luca Zingaretti – fra gli attori più amati del cinema e della Tv italiani – in un ruolo oscuro e controverso, quello del direttore di un carcere di frontiera dove non vige alcuna legge al di fuori della sua. “Sono felicissimo di interpretarlo perché è una sfida che mi affascina e mi intriga”, dice Zingaretti. “Luca Zingaretti incarna esattamente quella combinazione di qualità e popolarità a cui puntiamo”, sottolinea Maccanico.  

Riprese al via a ottobre per ‘Ridatemi mia moglie’, comedy che riunisce, per la prima volta in tv dopo tanti successi al box office, Fabio De Luigi e Alessandro Genovesi, davanti e dietro la macchina da presa dell’adattamento della produzione Bbc ‘I Want My Wife Back’. 

Una storia originale è ‘Christian’, racconto di genere fra sovrannaturale e supereroistico, con Edoardo Pesce nei panni dello scagnozzo di un boss della Roma di periferia. Christian “mena le mani”, fino a quando un giorno non prenderanno a fargli male e a sanguinare: sono stimmate, con cui farà miracoli. 

Produzioni che vanno ad arricchire ulteriormente una line-up particolarmente varia e piena di grandi nomi già annunciata negli ultimi mesi: la prima serie Tv dei visionari e talentuosi Gemelli D’Innocenzo, attualmente in fase di scrittura, che sarà la prima in-house production Sky Studios per l’Italia: “Siamo gasati ma è difficile parlare di un nostro progetto mentre lo facciamo, come descrivere quello che fai mentre fai l’amore”, dicono i registi di ‘Favolacce’. Poi arriverà anche ‘Blocco 181’, ambientata tra le comunità multietniche della Milano di periferia, con un artista come Salmo produttore creativo e musicale nonché attore. “Un crime ambientato nella periferia di Milano. Il mio personaggio è un’insegnante di box, un ex malandrino, era uno dei maghi dello spaccio di cocaina”, spiega Salmo. “L’avevamo corteggiato per ‘X Factor’ ma ci siamo spostati su questo progetto”, aggiunge Nils Hartmann, direttore delle produzioni originali di Sky Italia. “Ci sarà una storia d’amore portante ma anche ‘l’anti-Milano da bere’ a fare da contraltare al glamour”, prosegue.  

‘Anna’, la seconda serie Tv per Sky (dopo il successo de ‘Il Miracolo’) di Niccolò Ammaniti le cui riprese si concluderanno a giorni; ‘Domina’ con Kasia Smutniak, protagonista di un dramma storico più attuale che mai nonostante l’ambientazione nell’Antica Roma, con Isabella Rossellini e Liam Cunningham e un grande cast internazionale; ‘Speravo de mori’ prima’, la serie su Francesco Totti con Pietro Castellitto – appena premiato a Venezia per la miglior sceneggiatura per ‘I Predatori’, suo esordio alla regia – nei panni del leggendario numero 10 della Roma. E ancora ‘A casa tutti bene’, la prima serie Tv firmata da Gabriele Muccino, reboot dell’omonimo film campione d’incassi del regista; e l’attesissima quinta ed ultima stagione di ‘Gomorra’, con il ritorno in scena di Marco D’Amore nei panni di Ciro l’Immortale, di nuovo accanto a Genny (Salvatore Esposito), nel cast insieme ad Arturo Muselli nei panni di Enzo Sangue Blu e Ivana Lotito in quelli di Azzurra Avitabile. “È struggente il pensiero che questa avventura arriverà alla chiusura”, dicono Marco D’Amore e Salvatore Esposito collegati da Riga, dove sono ancora in corso le riprese. E ancora, dopo il successo della prima stagione, sono attualmente in fase di scrittura i nuovi episodi di ‘Diavoli’, il thriller finanziario con Alessandro Borghi, Kasia Smutniak e Patrick Dempsey. Inizio riprese previsto per l’anno prossimo. 

Se queste sono le serie Sky Original in arrivo a partire dal prossimo anno, gli ultimi mesi del 2020 saranno all’insegna di produzioni firmate da grandi autori: ‘We are who we are’ di Luca Guadagnino, una storia sui misteri dell’adolescenza e sulla ricerca dell’identità, già acclamata dalla critica americana, ambientata in una base militare americana in Italia, dal 9 ottobre su Sky e Now Tv; ‘Romulus’, creata e diretta da Matteo Rovere che fra storia e leggenda ricostruisce il mito fondativo della nascita di Roma, in programma a novembre.  

Prossimamente su Sky anche la grande commedia italiana: ‘Cops – Una banda di poliziotti’, con un talentuoso cast corale in due storie dirette da Luca Miniero, regista di ‘Benvenuti al Sud’, uno dei maggiori successi del cinema italiano degli ultimi anni; e il ritorno dell’amatissimo ‘Barlume’, per due nuove storie – ancora dirette da Roan Johnson – che vedono il ritorno di tutto il cast, da Filippo Timi, Lucia Mascino e Alessandro Benvenuti fino a Enrica Guidi, Stefano Fresi, Corrado Guzzanti. “Già in scrittura ci sono anche le seconde serie di ‘Petra’ e ‘Cops'”, ha aggiunto Hartmann. Inoltre è in fase di sviluppo una nuova serie di Francesca Comencini, che dovrebbe essere la riscrittura del western ‘Django’.  

Storie italiane pronte ad appassionare anche il pubblico internazionale grazie a Sky Studios, l’hub pan-europeo di produzione e sviluppo nato poco più di un anno fa, attualmente al lavoro su oltre 50 progetti scripted targati Sky Original e attraverso cui Sky si è impegnata a raddoppiare, da qui al 2024, il proprio investimento in titoli originali. Oltre alle produzioni italiane, Sky continua a produrre sempre più contenuti in tutti i Paesi in cui è presente: gli Studios raddoppieranno il numero di Original tedesche, fra queste le nuove ‘Funeral for A Dog’, ‘Ich und die Anderen’ e ‘Souls’ nonché l’esplosivo documentario sullo scandalo Wirecard. E continuano a riscuotere l’entusiasmo di critica e pubblico anche le produzioni Sky Original inglesi, come l’imminente ‘The Third Day’ (su Sky e Now Tv dal 19 ottobre) con Jude Law e Naomie Harris, la prossima ‘Intergalactic’, o le nuove stagioni di ‘Britannia’, ‘Code 404’ o ‘A Discovery of Witches – Il manoscritto delle streghe’. 

Poitier e Newman in coppia per Festa del Cinema di Roma  

Sidney Poitier e Paul Newman sono i protagonisti dell’immagine ufficiale della quindicesima edizione della Festa del Cinema di Roma. La foto, scattata in occasione delle riprese di ‘Paris Blues’ di Martin Ritt (1961), film candidato all’Oscar per la Miglior colonna sonora firmata da Duke Ellington, rappresenta un omaggio a due icone della storia del cinema. Il senso di complicità, la gioia di stare insieme, la condivisione delle esperienze, il valore della collaborazione umana e artistica sono il beat della Festa del Cinema 2020.“Ho fortemente voluto questa immagine per la quindicesima edizione – ha detto Antonio Monda, direttore artistico della Festa del Cinema che si terrà dal 15 al 25 ottobre prossimi all’Auditorium Parco della Musica – È una foto che celebra il glamour del grande cinema, l’idea di festa che ho cercato di comunicare sin dalla prima edizione che ho avuto il privilegio di dirigere e, mai come in questo periodo, il senso di comunione e amore interrazziale”. 

Arrivano i ‘Confetti’ delle Little Mix  

Arrivano i ‘Confetti’ delle Little Mix: dal 6 novembre sarà disponibile il nuovo album di inediti del quartetto britannico che vanta miliardi di stream, ma già da oggi l’album è in pre-order. Perrie Edwards, Jesy Nelson, Leigh-Anne Pinnock e Jade Thirlwall sono inoltre pronte a tornare in tour nel 2021, con ‘The Confetti Tour 2021’: una serie di date, a partire dal 28 aprile, nelle arene del Regno Unito e Irlanda. Le Little Mix orteranno sul palco gli inediti contenuti in ‘Confetti’, ma anche le loro hit del 2020 ‘Holiday’ e ‘Break Up Song’, oltre ai loro pezzi già famosi come ‘Touch’, ‘Woman Like Me’, ‘Black Magic’ e ‘Shout Out To My Ex’.  

Il gruppo è considerato una delle più grandi ‘girl band’ del mondo, con 50 milioni di dischi venduti a livello globale, 17 milioni di ascolti su Spotify, 3 miliardi di visualizzazioni su YouTube e 12 miliardi di download a livello mondiale. Dal 26 settembre andrà in onda su BBC One ‘Little Mix: The Search’, una nuova serie targata Little Mix. La serie, creata da ‘ModestTv’, vedrà la band formare un nuovo gruppo e fare da mentori a giovani talenti. Nel 2019 le ‘Little Mix’ hanno vinto il loro secondo ‘Brit Award’ (Best British Video per ‘Woman Like Me’) e si sono esibite alla cerimonia di premiazione. Hanno inoltre vinto due ‘Global Award’ per ‘Best Group’ e ‘Best Song’, oltre al loro quarto ‘Ema Award’ per ‘Best UK’ & Ireland Act’. 

Venezia, Zhao e McDormand: “Noi nomadi moderne sulle strade d’America”  

“Non volevo fare un film politico. Il libro è ambientato nel 2011. Non c’entra l’America di Trump. Racconto storie di persone. Storie che i miei parenti cinesi possono vedere e capire…”. Parla così, collegata con il Lido via Zoom insieme alla protagonista Frances McDormand, la regista Chloé Zhoe, cineasta cinese trapiantata negli Stati Uniti, che presenta nell’ultimo giorno del concorso della Mostra del cinema di Venezia l’applauditissimo e commovente ‘Nomadland’, da molti indicato come il film in grado di sparigliare il palmares, candidandosi al Leone d’Oro. Nel film, tratto dall’omonimo libro di Jessica Bruder, Fern, il personaggio interpretato da Frances McDormand, diventa una ‘nomade’, dopo aver visto morire la città del Nevada rurale dove viveva, a causa della chiusura dell’unica fabbrica intorno a cui si era sviluppata. La donna, che nel frattempo ha perso anche il marito, carica poche delle sue cose su un furgone adattato a ‘casa viaggiante’ e si mette sulla strada, cercando lavori stagionali (tra Amazon e fast food) e incontrando altri nomadi moderni che si muovono alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale.  

“È stata Frances – confessa la regista – la prima a innamorarsi del libro di Jessica Bruder. L’ha opzionato e poi me l’ha proposto. Per lavorarci sopra, ci siamo chiuse nella nostra bolla e non abbiamo più pensato al mondo esterno. Io voglio innamorarmi della mia storia e dei miei personaggi. Voglio mettermi al loro servizio. Imparare da loro”, dice. 

Per lavorare al film la regista e la sua protagonista si sono trasformate a loro volta in nomadi. “Per 4 mesi abbiamo girato nel deserto arrivando poi fino al mare. Vivevamo ognuna nella sua roulotte. La mia si chiamava Akira, come il mio manga preferito… Quando si gira un film come questo bisogna creare un’ecosistema. Abbiamo cercato di introdurci nelle comunità di queste persone nomadi e abbiamo ascoltato le loro storie”, rivela Chloé Zhao che ha voluto nel film dei veri nomadi – Linda May, Swankie e Bob Wells – che fanno da guide e compagni a Fern nel corso della sua ricerca attraverso i vasti paesaggi dell’Ovest americano. “La natura è per me un tema fondamentale. Sono convinta che i paesaggi trasmettano dei messaggi. Per questo ho scelto la musica di Ludovico Einaudi – dice la regista – mi ha molto colpito il video in cui suona tra i ghiacci dell’Artico”. 

Frances McDormand racconta che “la cosa più importante” che ha imparato durante il film “è ascoltare e non parlare”: “Si trattava di ascoltare le storie delle persone nomadi, non la mia”. Il set è stato un’esperienza totalmente immersiva: “Eravamo un team di 25 persone – racconta l’attrice due volte premio Oscar – abbiamo viaggiato per 5 mesi in 7 Stati e siamo diventati un’entità unica. E vivendo nelle comunità nomadi, spesso ci siamo ritrovati a pensare come sarebbe stato essere al loro posto”. Una comunità che l’attrice ha molto apprezzato: “Amo il loro essere comunità, avere bisogno uno dell’altro. Anche le storie d’amore tra loro non sono tradizionali. Ma anticonvenzionali e vere come possono esserlo quello tra due sessantenni”, dice riferendosi all’incontro, dall’esito non scontato, che la stessa Fern fa con un coetaneo errante.  

Paolo Conte, a Venezia il film su di lui: Costruito come un pezzo jazz” 

di Ilaria Floris  

“Cosa porterei ‘Via con Me’ se dovessi andar via? I miei occhiali da sole”. Così Paolo Conte all’Adnkronos, in occasione della presentazione del docu-film su di lui alla Mostra di Venezia, diretto da Giorgio Verdelli e in programmazione nelle sale il 28, il 29 e il 30 settembre come ‘film evento’. Il film, che prende il titolo da uno dei più celebri brani dell’artista astigiano, ‘Via con Me’, racconta l’uomo e il personaggio attraverso un abile alternarsi di racconto dello stesso Conte, di alcuni dei suoi amici e artisti più vicini -Roberto Benigni, Pupi Avati, Isabella Rossellini, Francesco De Gregori, Renzo Arbore, Vincenzo Mollica, Jovanotti, solo per citarne alcuni- e di stralci di alcuni dei più significativi momenti musicali del cantautore avvocato più raffinato del panorama italiano. 

“Della mia carriera rivivrei volentieri i momenti di esaltazione di quando ho scritto certe canzoni, soprattutto certe musiche -dice Conte all’Adnkronos- Ed anche il primo concerto a Parigi, che corrispondeva anche al mio primo concerto fuori dall’Italia. E’ stato un incontro con il mistero, perché non avevo a disposizione la mia lingua, ed è andato molto bene”. E su un’ipotesi di duetto, di ‘Sparring partner’ – per citare un altro celebre brano- che gli è mancato nella sua vita, è laconico come sempre: “Con tanti che stimo -dice- non ne avrei voluto nessuno, perché io lavoro bene solo da solo”. L’idea di un film su Paolo Conte “nasce da Rita Levato, la manager di Paolo Conte che per anni ha lavorato con Renzo Fantini che io conoscevo bene -racconta il regista Giorgio Verdelli- Lei mi ha suggerito questa opportunità che io ho colto, cominciandoci a lavorare ancora prima che le carte fossero messe sul tavolo, perché Paolo Conte è un gentleman ma lo è anche il suo management”.  

Come il regista definisce il risultato “un film documentario costruito come un pezzo di jazz, con una parte scritta e una parte improvvisata”, dice Verdelli. Che sottolinea come la pellicola, che ha la voce narrante di Luca Zingaretti ed è prodotta da Sudovest Produzioni e Indigo Film in collaborazione con Rai Cinema e distribuita da Nexo Digital, abbia avuto “un riscontro incredibile, al momento in circa 270 sale in Italia e forse arriveremo anche a 300”. Gli ospiti del documentario “hanno tutti una ragione per esserci. Non è gente famosa che parla di Paolo Conte, è tutta gente che ha avuto una incidenza sulla sua vita, e loro nella sua. A partire da De Gregori, che condivide con lui la passione per la canzone napoletana”, dice Verdelli. 

Conte, notoriamente riservatissimo e amante della sua privacy, ha accettato dopo qualche ritrosia (“non ama apparire, ho dovuto convincerlo”, spiega la sua manager Rita Levato), ma poi ha accolto di buon grado l’idea di raccontarsi. “Non ha messo paletti -conferma Verdelli – e sulla parte musicale non mi ha chiesto di modicare nulla, mi ha chiesto solo di aggiungere una cosa, non dico quale, e devo dire che aveva ragione lui”. Il regista però sottolinea meglio la questione della privacy, e il perché nel film non si parli della vita privata dell’artista: “A me non mi frega nulla di sapere delle sue cose personali, mi interessa delle sue canzoni, magari la gente è interessata a sentire parenti ma Paolo Conte per me è altro, ha una tale arte, una tale perizia che quelle canzoni sono eterne, e io quelle volevo raccontare”, spiega. 

“Azzurro è inno nazionale, ad esempio -dice- e per me raccontarle dalla voce dell’autore è l’assoluto, come Michelangelo, o Raffaello”. La scelta di farlo uscire come evento il 28-29-30 settembre è “proprio per farne un appuntamento unico e popolare in tutta Italia e le sale faranno da luoghi per accogliere il pubblico. All’estero sono tra i 30 e 40 paesi quelli con i quali riusciremo a chiuderlo”, dice Franco Di Sarro di Nexo Digital.  

Venezia, Pupi Avati: “Il mio Pozzetto drammatico e disperato vi stupirà” 

di Antonella Nesi“Ci sarà stupore sulla prestazione di Pozzetto. È un triplo salto mortale, perché lo abbiamo portato dal Polo Nord al Polo Sud: affronta un personaggio drammaticissimo, disperato”. Così Pupi Avati parla con l’Adnkronos – a margine della cerimonia del Premio Bresson, che gli è stato consegnato dall’Ente dello Spettacolo al Lido di Venezia – del suo nuovo film ‘Lei mi parla ancora’, liberamente tratto dall’omonimo libro di Giuseppe Sgarbi, padre di Elisabetta e Vittorio, che sta finendo di girare.  

Il regista, che non è nuovo alla ‘conversione’ di attori comici in drammatici, aggiunge: “A Diego Abatantuono dopo ‘Regalo di Natale’ gli si è aperto un mondo. Spero di aver fatto qualcosa di simile con Renato. Credo di aver messo Pozzetto nelle condizioni di utilizzare una ‘cassetta degli attrezzi’ che non sapeva di possedere. Ha scoperto di avere un potenziale drammatico serio. Le persone anziane non fanno ridere e per questo i comici faticano a lavorare dopo una certa età, però se tu diventi un attore drammatico credibile, ti si aprono nuove porte”.  

Questa settimana è l’ultima settimana di set. “Sabato – spiega il regista all’Adnkronos- finisco le riprese. Il film racconta di quest’uomo, Nino, interpretato da Pozzetto, che dopo 65 anni perde la donna della sua vita, Caterina, ed è solo e abbandonato nella sua villa. La figlia ha l’idea geniale di fargli raccontare la storia del rapporto con questa donna con l’aiuto di un ghostwriter, che è interpretato da Fabrizio Gifuni. Nel film ci sono tanti attori straordinari”. 

Scritto dal regista insieme al figlio Tommaso, il film vanta infatti un cast importante: Renato Pozzetto nei panni di Nino e Stefania Sandrelli in quelli di Caterina, che si alterneranno con Isabella Ragonese e Lino Musella nelle parti dei due protagonisti negli anni più giovani. Accanto a loro Fabrizio Gifuni ma anche Chiara Caselli, Alessandro Haber, Serena Grandi, Gioele Dix, Nicola Nocella. 

Avati torna a sollecitare dal Lido di Venezia una risposta dal Mibact al suo progetto di film su Dante Alighieri: “Per portare sul set il film su Dante manca che il Mibact si decida finalmente ad approvare questo progetto speciale, perché è un progetto istituzionale legato ai 700 dalla morte di Dante che cadono il prossimo anno”.  

“Abbiamo tutto – dice il regista – Abbiamo già anche Sergio Castellitto che interpreterà Giovanni Boccaccio, cui spetterà di raccontare la storia. Abbiamo tutti i pezzi del grande puzzle produttivo e ci manca solo un tassello, che è quello del ministero. Spero che finalmente il Mibact si decida a sbloccarlo”, conclude il regista. 

Il regista commenta con l’Adnkronos anche le sulle scarse presenze femminili al Festival della Bellezza, di cui è stato ospite nei giorni scorsi. “Purtroppo non dipende da me – dice – perché non sono io l’organizzatore. Io sono stato invitato a parlare del mio rapporto con la bellezza e sono andato. Ma non è che ho guardato il sesso dei partecipanti. Se hanno mancato su questo fronte, sarà una responsabilità loro, non certo mia. Io questo tipo di preoccupazione la trovo molto spesso un po’ pretestuosa, perché con tutti i problemi che abbiamo ci stiamo a preoccupare se ci sono più uomini o più donne ad un festival. Molto spesso i giornalisti non sanno di cosa parlare e allora emergono queste persone che si svegliano la mattina e decidono di polemizzare. Come i negazionisti. Io invece tendo a dare peso alle cose della vita che davvero hanno un senso”.  

Del Premio Bresson che riceve oggi, il regista dice: “Mi sento lusingato e inadeguato. Bresson aveva un rapporto con la realtà che era fantastico perché diceva che faceva il cinema per mostrare quello che non si vede nel reale. Un progetto molto alto. Diceva della sua fede e dell’immortalità che voleva ostinatamente credere, faticosamente, con tanti momenti di incertezza come ce li abbiamo tutti. Questi sono i grandi i temi. Non se a Verona erano più uomini o più donne”, ribadisce. 

Gassmann: “Venezia è il festival della sopravvivenza” 

dall’inviata Ilaria Floris 

La Mostra di Venezia? “E’ il festival della sopravvivenza. I lavoratori dello spettacolo sono 200mila, speriamo che non debbano soffrire troppo fino al vaccino. Auguro a tutti quanti quelli che fanno questo lavoro tanto coraggio, perché stiamo andando incontro all’inverno, e la sofferenza durerà ancora, credo, per parecchi mesi”. A dirlo è Alessandro Gassmann, ospite al Lido di Venezia per parlare dell’opera prima di Mauro Mancini ‘Non odiare’, del quale è protagonista insieme a Sara Serraiocco e Luka Zunic. 

Il film racconta la storia di un medico ebreo, Simone Segre, che trovandosi di fronte al dilemma di salvare o meno un uomo che ha appena subito un incidente stradale, decide di abbandonarlo al suo destino quando scopre che ha una svastica tatuata in più parti del corpo. L’uomo sarà però dilaniato dai sensi di colpa, e cercherà di aiutare quel che resta della famiglia dell’uomo per rimediare al suo conflitto morale. “Ho deciso di fare un’opera prima perché era una sceneggiatura che mi è piaciuta molto, non aveva uno dei difetti ricorrenti delle sceneggiature italiane e cioè una sorta di ridondanza di parole e spiegazioni. Il cinema deve spiegare attraverso silenzi e inquadrature”, spiega Gassmann. 

L’attore prova ad immaginare cosa avrebbe fatto al posto del medico, e con la consueta sincerità risponde così: “Personalmente l’avrei salvato -dice- non perché sono buono, ma perché alla mia età sono arrivato alla conclusione che bisogna vedere il nemico non come un avversario ma dialogarci e capire da dove nasce il suo odio”. E ammette: “Sono stato da giovane irrequieto, posso definirmi anche aggressivo con chi mi creava offesa o prepotenza, ma ora non lo sono più, e ci sono arrivato anche grazie alle letture al cinema”. 

Gassmann rivela anche alcuni risvolti personali legati alla trama del film, dovuti alle origini ebraiche di una parte della sua famiglia. “La madre di mio padre era ebrea -dice l’attore- e mio padre ha sempre evitato di parlare di quel periodo perché immagino avesse ricordi traumatici, credo gli stessi che ha il personaggio del film ha al suo interno”. Temi che stanno molto a cuore all’attore: “Mi interessava anche per questo motivo fare il film, in un momento in cui la società è permeata da odi razziali: basta vedere gli Stati Uniti, che stanno vivendo il momento più buio della loro storia”.  

E il titolo emblematico della pellicola, ‘Non odiare’, lo spiega bene il regista Mauro Mancini. “Spero che non rimanga solo un titolo, ma diventi un nuovo comandamento laico, con tutto il rispetto per il decalogo”, dice Mancini. Che sottolinea come, nella storia raccontata (che prende spunto da un fatto realmente accaduto a Paderborn, in Germania, dove un medico si è rifiutato di operare un paziente con un tatuaggio nazista) il titolo “dialoga con tutti e due i mondi che si contrappongono nel film e riassume molto bene la vicenda, in cui non si capisce chi è vittima e chi è carnefice. Tutti odiano e vengono odiati”. 

Un monito e uno stimolo che possa spingere “ad interrogarsi su cosa porta l’intolleranza, a cosa sta portando l’odio. Soprattutto che spinga a non essere più indifferenti”, dice Mancini. Che sul finale ‘aperto’ della pellicola, aggiunge: “Volevo che il finale rappresentasse una piccola luce, ma non volevo un finale dove tutto si riconcilia, perché la vita non è così”. 

 

 

Guadagnino: “Dopo il lockdown tornerà la voglia di emozioni in sala” 

dall’inviata Ilaria Floris 

“Mi ha colpito che durante il lockdown le persone hanno visto molti film. Hanno avuto bisogno più che di immagini di storie, del linguaggio del cinema, e questo è stato commovente. Ci sono grosse forme di combattimento a mani nude tra chi vuole farci credere che esisterà da ora in poi la possibilità di fruire del cinema solo con lo streaming e di chi invece ritiene che nel tempo l’esigenza fondamentale di ciascuno di noi di condividere l’immaginario in una sala buia tutti insieme diverrà sempre più potente… io la penso così”. Ad affermarlo è il regista Luca Guadagnino che -in un incontro a Venezia per presentare il documentario su Salvatore Ferragamo ‘Shomaker of Dreams’ (in sala con Lucky Red)- racconta quali sono stati per lui gli esiti del recente lockdown.  

“Il cambiamento significativo è che a volte si viaggia di meno -osserva il regista- Io viaggio moltissimo e lavorando con i mondi anglosassoni ho l’esigenza spesso di trovarmi li. Ma essendo felice di vivere nella mia Milano, è positivo che si debba viaggiare di meno”. Il regista palermitano spiega anche come vive le nuove regole da seguire sul set: “Per la produzione molto spesso ci sono regole strette che devono essere seguite. Io mi chiedo spesso come fare ad esempio le scene d’amore, di passione, e sono curioso di capire come risolverle, ma credo che si risolverà”.  

Guadagnino entra poi nel vivo del documentario sul grande stilista scomparso. “Quello che mi viene in mente è l’incredibile rispetto che Ferragamo ha sempre avuto per il processo creativo -spiega- Che fosse ambizioso è fuor di dubbio, ma fra le due cose avrebbe certamente preferito l’etica della creazione”. Ferragamo “ha vissuto la sua vita quasi come una sorta di outsider, è una persona che ha sempre posto se stessa fuori dal sistema nel quale era. È in costante eccentricità, e questa cosa per me, e il fatto che è una figura titanica di creatore, era un elemento irresistibile”. 

La scelta di un documentario per raccontarne la storia è sempre stata ben chiara: “Mai pensato alla fiction, perché la sua vita è così complessa che ridurla ad una sorta di biografia sarebbe stato uno sforzo vano -spiega il regista-. Invece il doc ci consente di esprimerne la estrema ricchezza”. Peraltro, una forma “nobilissima e bellissima a cui mi piace tornare costantemente”. Oltretutto, “la moda è quasi infilmabile per la fiction, perché il cinema non ha le risorse per poter competere con quell’universo immaginifico”, aggiunge. 

E sulla sua passione per la moda, il regista spiega: “La moda ha la capacità di anticipare il desiderio creandolo. Ma da quando è diventata, nelle sue espressioni più importanti, anche una questione di capitale, forse questo anticipare i desideri unito al sistema che le gira intorno è una sorta di dittatura del cambiamento costante. E questo è un tema sul quale riflettere”. 

Della pellicola è entusiasta anche la famiglia di Ferragamo. “Mio padre ha sempre precorso i tempi -dice la figlia Giovanna- Alcune sue creazioni sono attuali anche adesso. Molto suoi modelli all’epoca erano azzardati. Oggi, sono sicura che avrebbe trovato il modo di adeguarsi ai tempi. Ma sono sicurissima di una cosa: che non avrebbe mai compromesso la qualità, che per lui era fondamentale”. E su un ipotetica figura che, nel panorama attuale, possa rappresentare una sorta di ‘delfino’ di suo padre, la figlia del grande stilista nicchia: “E’ difficile trovare un delfino -osserva- Persone con le qualità di mio padre ne nascono una ogni tanto. Noi siamo in sei a mandare avanti il lavoro di uno. Ma non ho nessun dubbio che ci sarà una continuità”, sorride. 

 

 

Venezia, Almodovar: “Quarantena ci ha fatto capire che cultura necessaria” 

dall’inviata Ilaria Floris”Prima di venire qui alla Mostra stavo pensando al lockdown e ai suoi effetti. Il confinamento ci ha costretto tutti in casa, e ha dimostrato a che punto la gente dipende dalle fiction. Le piattaforme, la tv, i film hanno avuto una funzione molto importante e hanno rappresentato il modo più frequente di trascorrere il tempo. Questo ha dimostrato che la cultura è assolutamente necessaria”. Parola di Pedro Almodovar che, ospite alla Mostra del Cinema di Venezia, racconta il suo punto di vista sul lockdown appena trascorso e il significato che gli ha attribuito. 

Ma c’è un risvolto negativo del confinamento che il regista spagnolo, a Venezia per presentare il mediometraggio ‘The Human Voice’ con Tilda Swinton, ha elaborato dopo la quarantena. “E’ un risultato inquietante in negativo -dice Almodovar- La casa può essere un luogo di reclusione. Abbiamo visto che è un luogo dove possiamo lavorare, comprare, spedire il cibo, innamorarci, e fare tutto questo in un modo sedentario. Questo mi pare molto pericoloso”. E’ molto importante “che le persone si vestano, escano, vadano ad incontrare gli altri, condividano le emozioni, abbiano relazioni reali”, afferma. 

E dal punto di vista del cinema, da regista Almodovar si dice preoccupato. “A livello umano è essenziale e come regista per me è importantissimo che le persone non smettano di vestirsi e recarsi al cinema- dice- che si emozionino, che piangano, che ridano sempre con altre persone vicine, condividendo tutto questo”. Naturalmente i film devono poter essere visti in qualsiasi modo, ammette il regista, “ma io come cineasta ho bisogno di sentire come respirano gli spettatori. Questo mi da la misura esatta di come lo spettatore vive il film”. 

Il regista spagnolo è ospite alla mostra per presentare il mediometraggio ‘The Human Voice’, ispirato alla pièce teatrale ‘La voix humaine’ di Jean Cocteau (1930), del quale l’attrice inglese è unica protagonista e racconta che è scoppiato -cinematograficamente parlando- l’amore tra i due. “Se lavorerò ancora con Tilda Swinton? Sicuramente mi piacerebbe moltissimo fare ancora qualcosa con lei, e succederà, anche se ancora non c’è un progetto concreto. Quando scopri la chimica con un attore non è comparabile con nient’altro. Tutto si amplifica, le capacità si moltiplicano”.  

Montato a tempo di record per essere presentato -fuori concorso- a Venezia, ‘The Human Voice’ racconta la storia di una donna disperata (intgerpretata da Tilda Swinton), che aspetta la telefonata dell’amato che l’ha appena abbandonata. E’ un film che il cineasta aveva in mente da tanto, fin dai tempi di ‘Donne sull’orlo di una crisi di nervi’. “Mi piaceva molto la combinazione della voce di Carmen Maura e il testo. La situazione di una donna abbandonata, sola, sull’orlo della rottura è una situazione drammatica che sempre mi ha stimolato”, spiega. 

L’idea era quella di fare un film, ampliandolo, ma durava massimo un’ora”, racconta. E, quando ha deciso di realizzarlo e ha trovato la sua protagonista, Almodovar ammette di averne fatto una versione completamente diversa dal testo originale. “Per approcciare la pellicola ho dovuto appropriarmene, perché non c’era altro modo per farla mia -rivela- Ho visto non solo il lavoro di Roberto Rossellini con Anna Magnani, ma anche Cocteau, Ingrid Bergman”, ma poi “farlo in un modo assolutamente mio che implicava riscrivere interamente il testo”, e questo ha portato a scrivere un testo “quasi opposto” a quello di Cocteau.  

Questo non per “correggere un classico”, ma “per digerirlo” ed anche perché “era l’unico modo per raccontare una donna contemporanea”. Un’esperienza tutta nuova, quella di Almodovar, mossa anche dalla volontà di mostrare che i personaggi del cinema in genere “vivono in un mondo edulcorato che è falso, mentre ho voluto mostrare l’altra faccia, il lato più naturale del personaggio”, rispettando però ” la solitudine, la disperazione e il conflitto di questa donna che aspetta”. 

“Era un esperimento che volevo fare, mi sono sentito libero”, aggiunge il regista. Affianco a lui Tilda Swinton, che a Venezia ha ricevuto il Leone d’Oro alla Carriera, e che sembra essere totalmente d’accordo con il regista spagnolo sul feeling professionale che si è instaurato. “All’inizio ho pensato che fosse ridicolo che chiedesse a me di interpretare il ruolo di questa donna -dice l’attrice- io non parlo nemmeno la lingua spagnola. Ma poi, lavorare con lui è letteralmente un sogno che si è avverato”. 

 

Mostra Venezia: Mannarino, ‘è festival ripartenza, ma non si riparte senza certezze’ 

“Si è vero, è un festival della ripartenza. Però non si riparte senza le certezze, per tutti gli operatori del settore, le grandi competenze, le maestranze che abbiamo. In questo paese è stata fatta la storia del cinema. Costumisti, scenografi, artigiani che adesso vivono in periodo di grande incertezza e si stanno chiedendo cosa ne sarà di loro nei prossimi mesi. Mi inauguro che in questo festival venga posto l’accento sul tema”. Ad affermarlo all’Adnkronos è Alessandro Mannarino che, dalla mostra di Venezia, fa un’analisi sullo stato ‘dell’arte’, inteso in senso letterale. 

Intervistato nel giorno della preapertura della manifestazione, dove è presente in veste di presidente di giuria per ‘Bookciak, Azione!’, il premio che si svolge alle Giornate degli Autori e che premia ogni anno i migliori corti ispirati alle pagine di romanzi, poesie e graphic novel, il cantautore romano si dice “preoccupato”. Sulla gestione del mondo dello spettacolo post pandemia da parte del governo “c’è ancora tanta incertezza -spiega- e lo dico anche per i musicisti”. E affonda: “Il modo in cui uno Stato pensa all’arte nel proprio paese, dice tutto sul pensiero di quel paese”. 

“Oltre alle star e ai red carpet io credo, e lo dico da spettatore, che questo debba essere di festival delle maestranze, degli operatori del settore. Che non stanno davanti alla camera ma vivono nell’ombra e adesso si stanno chiedendo cosa sarà di loro nei prossimi mesi”, afferma Mannarino. Che spiega meglio il concetto: “Si pensa che la vita delle persone vada avanti solamente grazie all’economia. Questo anche se le guerre, i problemi più grandi dell’umanità, la fame, sono creati dall’economia. Mentre le forme d’arte si pensa siano un passatempo. Ma io durante il lockdown non sono andato nei centri commerciali, non ho fatto shopping, e ho capito che potevo sopravvivere benissimo. Però se non avessi avuto i miei libri, i miei dischi, i miei film, non so se ce l’avrei fatta”. 

Il rapporto con il cinema, per l’autore di ‘Statte zitta’ e ‘Vivere la vita’, nasce da quando “ero piccolo”, e lo racconta così. “Quando scrivo una canzone ragiono per immagini. Seguo delle immagini, fare una canzone e come creare un piccolo film in tre minuti. A volte somiglia più a un trailer, ma c’è una storia, ci sono dei protagonisti”. 

La differenza tra cinema e musica, però, Mannarino ce l’ha ben chiara: “E’ che quando vai al cinema le immagini sono più violente, nel senso che sono imposte. Invece la musica ti lascia la libertà di crearle”, dice. 

(dall’inviata Ilaria Floris) 

Venezia, la madrina Anna Foglietta: ‘Edizione Zero che resterà nella storia’ 

“Si può, si deve fare. Come siamo tornati serenamente agli stabilimenti balneari, come siamo andati a mangiare la pizza con i nostri amici, ora credo che la Mostra del Cinema di Venezia abbia un’enorme opportunità, e di contro una grande responsabilità. Per la prima volta, il cinema può essere il primo a dimostrare che, rispettando le regole sì, si può fare, si può tornare alla normalità e far ripartire l’economia. Una sorta di immagine che dice alle persone ‘tranquilli, si può fare’”. Sono le parole scelte dalla madrina della Mostra del Cinema di Venezia, Anna Foglietta, per raccontare come vive l’edizione 77 della storica manifestazione, in un anno così speciale da essere quasi un’edizione ’zero’. 

“È un’edizione che resterà nella storia, è un po’ un anno zero. Una ‘Venezia Zero’ e questo mi dà molto coraggio”, sottolinea la Foglietta. Che racconta come ha vissuto il fatto di essere stata scelta come Madrina proprio in questa occasione. “Ho pensato che se me l’hanno chiesto quest’anno è forse anche perché il tipo di attrice che rappresento, e per il tipo di messaggio che posso trasmettere -rivela- Mi sono sentita molto orgogliosa perché è un anno speciale, chiaro che non sarà l’anno della festa, della leggerezza, ma di contro io sono un’attrice che non mai desiderato stare sotto i riflettori. Affronto questo mestiere con grande senso di responsabilità, non ho mai cercato la fama né la riconoscibilità non è quello il motivo per cui faccio questo lavoro”. 

Una responsabilità che l’attrice romana ha sentito anche nella preparazione come madrina della kermesse. “Mi sono preparata cercando di respirare anche il sentiment e i rumors di quello che succede in tutto il mondo, non solo quello che succede in Italia -dice- Perché avendo una platea internazionale, in questo momento è giusto che si tengano in considerazione i sentimenti condivisi. Penso e credo che le persone abbiano bisogno di avere intorno a loro un grado di comunicazione molto aperto, qualcosa che non riguardi solo il cinema ma che sia un linguaggio comune che parli un po’ a tutti di quello che succede a livello universale”. 

‘Fare ed empatia’ saranno le parole chiave del discorso che la Foglietta farà domani, alla cerimonia di apertura della Mostra. “Sul discorso ci sto ragionando da un mese e mezzo -sorride- Questo è l’anno in cui bisogna parlare di tante cose. Le parole sono importanti, mai come stavolta”. E ce ne sono due che le stanno particolarmente a cuore. “Fare ed Empatia. Le ho ritrovate anche in giro per il mondo, in tante donne che stimo e che seguo. Il fare in maniera empatica. Credo siano quelle che ci rappresentano tutti questo momento e che possano dare il senso di questo festival”. Perché, dice l’attrice, “siamo tutti in una grande arca, come in una tempesta che speriamo di diriga verso il sole. Dobbiamo rimboccarci le maniche e andare verso qualcosa”. 

Ma Venezia è anche glam, e a questo non si può rinunciare. Per il suo look da madrina, la Foglietta annuncia di aver fatto una scelta precisa: “Ho deciso di indossare tutto made in Italy, e come aprire se non con il grande maestro Giorgio Armani che si è messo in vetrina durante il lockdown a sistemare i suoi negozi? Quindi per apertura e chiusura della Mostra vestirò Armani”. 

“Per tutti gli altri carpet mi sono scelta un po’ di film, tra tutti ‘Padre Nostro’ di Claudio Noce, perché prodotto dai miei amici della Lungta Film, e indosserò Etro, Ferretti e Gucci. E poi Bulgari, perché anche Bulgari durante il lockdown ha fatto un’operazione di adorazione per Roma. Insomma, vestirò tutto made in Italy”, rivela l’attrice. 

E parlando di progetti futuri, l’attrice si lascia scappare un’importante anticipazione. “Quando torno sul set? A settembre, finito il festival. Non posso ancora dire nulla, ma vi dico che si intitola ‘Una storia italiana’, ed è la storia di Alfredino Rampi”, rivela. L’attrice prenderà dunque parte, “nel ruolo della madre di Alfredino”, al film di Marco Pontecorvo che racconta la storia del piccolo Alfredino Rampi, che perse la vita il 13 giugno 1981 cadendo in un pozzo artesiano a Sant’Ireneo, vicino a Vermicino, dopo tre giorni di agonia seguiti con angoscia e apprensione da tutto il paese. 

Dall’inviata Ilaria Floris 

Mostra Venezia, Barbera: “Biglietteria online attaccata da hacker” 

La biglietteria online della Mostra del Cinema di Venezia attaccata dagli hacker. “Pare che il sito sia stato oggetto di un attacco di hacker!”, ha scritto il direttore della Mostra, Alberto Barbera, su Instagram rispondendo a un follower che ieri lamentava come il sito per le prenotazioni fosse “in crash da un bel po'”. “Non riusciamo a prenotare niente”, aveva scritto l’utente amareggiato. La prevendita dei biglietti, che quest’anno per regole di contenimento dell’emergenza sanitaria avviene solo online, si è aperta il 21 agosto. 

Lo scambio tra l’utente e il direttore della mostra è avvenuto sotto una riflessione su questa edizione così particolare del festival veneziano pubblicata dallo stesso Barbera sul suo profilo Instagram: “‘Si poteva non fare la Mostra? Sì. ‘Si doveva evitare di farla? Forse sì… Per noi, la risposta giusta è: non si poteva non farla. Fra tre giorni si parte. Seguiteci con affetto e sosteneteci con generosità. Fa bene far bene al cinema”, ha scritto Barbera.  

Lady Gaga domina gli Mtv Vma, segnati da pandemia e disordini  

Lady Gaga ha dominato gli Mtv Video Music Awards, tenutisi stanotte a New York, con una cerimonia fortemente caratterizzata dall’impatto della pandemia di coronavirus e influenzata anche dalle manifestazioni in corso nelle ultime settimane negli Stati Uniti. Lo spettacolo di questa notte (il prime time di New York) somigliava poco a quelli degli anni precedenti, con la conduzione e parte dello show ospitati nel Barclays Center di Brooklyn ed esibizioni trasmesse da varie location all’aperto in tutta la città e aperte a un pubblico estremamente limitato.  

La cerimonia è stata dedicata alla star di ‘Black Panther’, Chadwick Boseman, morto venerdì a 43 anni, dopo aver lottato per quattro anni contro un cancro al colon. La presentatrice Keke Palmer lo ha definito “un vero eroe, non solo sullo schermo ma in tutto ciò che ha fatto”: “Il suo impatto vivrà per sempre”, ha aggiunto.  

Durante lo show, c’è stato anche un tributo ai lavoratori di New York in prima linea nella lotta al coronavirus che hanno rischiato la vita quando la città è stata devastata dalla pandemia, mentre il cantante canadese The Weeknd ha usato il suo discorso di accettazione dell’ambito premio per il Video dell’Anno per chiedere giustizia per i due afroamericani uccisi dalla polizia. Le ultime parole della serata sono state “black lives matter” (“le vite dei neri contano”). 

Lady Gaga si è aggiudicata una quantità di premi, inclusi quelli per il Miglior Artista, la Miglior Canzone e Migliore Collaborazione dell’anno e anche l’inedito Mtv Tricon Award, in riconoscimento dei suoi successi nella musica, nella moda e nella recitazione. “Voglio condividere questo premio con tutti voi a casa stasera. Ognuno ha la propria forma di Tricon”, ha detto, prima di riflettere su un anno sconvolto da pandemia e disordini sociali. “Questo non è stato un anno facile per molte persone, ma quello che vedo nel mondo è un enorme trionfo di coraggio”, ha detto Gaga, che ha indossato una mascherina glitterata per tutta la serata. 

E’ morto Chadwick Boseman, l’attore di ‘Black Panther’  

L’attore statunitense Chadwick Boseman, conosciuto per aver interpretato il ruolo principale nel film Marvel del 2018 ‘Black Panther’, è morto di cancro all’età di 43 anni. Lo ha annunciato la sua famiglia. Boseman combatteva contro il cancro al colon da quattro anni. La famiglia ha detto in una dichiarazione pubblicata sul suo account Twitter che è morto a casa con sua moglie e la famiglia al suo fianco. “Un vero combattente, Chadwick ha perseverato in tutto questo, e ti ha portato molti dei film che hai imparato ad amare così tanto – si legge – Da Marshall a Da 5 Bloods, Ma Rainey’s Black Bottom di August Wilson e molti altri – tutti sono stati filmati durante e tra innumerevoli interventi chirurgici e chemioterapia”. 

L’attore ha interpretato personaggi storici come Jackie Robinson, il primo afroamericano a recitare nella Major League di baseball, nel film ’42’, e il musicista funk James Brown in ‘Get on Up’. Ma è stato il suo ruolo di Re T’Challa nel blockbuster ‘Black Panther’ che, ha detto la sua famiglia, “è stato l’onore della sua vita”. ‘Black Panther’ ha vinto tre Academy Awards nel 2019, che sono stati i primi in assoluto per i Marvel Studios. 

Cinema: al Castello di Lipari presentazione film denuncia ‘Metamorphosis’ del regista Salonia  

Ristabilire un equilibrio tra uomo e ambiente è l’unico modo per salvare noi stessi e il pianeta. E’ il messaggio forte di denuncia del film “Metamorphosis” del regista, attore drammaturgo messinese Eros Salonia, che sarà presentato per la prima volta domani alle 21 al teatro Castello di Lipari. L’iniziativa patrocinata dal Comune di Lipari e sostenuta dall’Assessorato alla cultura e da Federalberghi Eolie, è stata promossa dalla Fondazione Progetto Africa e gode del supporto del Parco Archeologico delle Isole Eolie – Regione Sicilia. La serata culturale sarà presentata dall’avv. Silvana Paratore portavoce del Progetto Africa . 

Nella pellicola, girata alle isole Eolie, Elsa, una navigatrice solitaria che sta effettuando il giro del mondo a vela, scivola in mare per un banale incidente e sviene. Si risveglia su un’isola deserta. La natura si mostra subito ostile e cambia continuamente d’aspetto. La ragazza cerca di sopravvivere, adattandosi. L’isola, stanca dell’egoismo distruttivo dell’uomo, vuole proteggere il suo ecosistema allontanando da lei ogni essere umano. Elsa subisce delle trasformazioni che la avvicinano alla “volontà” dell’isola. Dietro tutto, una società multinazionale approfitta dell’inquinamento per arricchirsi. 

“Eccellente l’interpretazione dell’attrice protagonista la messinese Giulia Ramirez, che è riuscita a compenetrarsi con le emozioni che derivano dai cambiamenti della natura, carpendo l’anima dell’isola e rendendola esplicita – si legge in una nota – Il regista Eros Salonia ha centrato quello che è il tema centrale per l‘evoluzione dell’uomo, spiegando: “è necessario puntare a modificare il paradigma dello sviluppo delle nostre comunità, puntare ad avere più verde, città e territori più vivi e sani e immaginarci come soggetti che non distruggono l’organismo che li ospita ma che anzi lo prendono in cura e lo sostengono”. 

Il profitto immediato per l’arricchimento individuale in un ambiente a rischio e pieno di insidie per la nostra salute e la nostra vita è una pessima divinazione rispetto all’affermazione di un domani in salute e equilibrio”. “Metamorphosis – spiega Salonia è una pellicola che consacra il trionfo della Natura contro la distruzione e la manipolazione genetica che l’essere umano opera nei suoi confronti. Cosa accadrebbe se a un tratto la realtà sparisse davanti ai nostri occhi? Forse svanirebbe il confine tra la vita e la morte. Forse l’essere umano si farebbe più domande sulla sua fragilità e sulla sua eternità, invece di accettare le cose così come appaiono. Ho voluto interrogare i miti della natura gentile o matrigna, da Rousseau a Leopardi, relativizzando l’idea che tutto sia stato creato a immagine e somiglianza di Dio o dell’uomo. In questo film ho messo la paura al centro della riflessione umana, mostrando il male come l’altra faccia del bene, la trasformazione come unica necessità di sopravvivenza. Metamorphosis è il trionfo della Natura, contro chiunque voglia modificarla. Si tratta, purtroppo di un argomento molto attuale, soprattutto in quest’epoca in cui regna la manipolazione genetica e il controllo dei nostri corpi da parte di chi ha il potere di farlo”. Nel cast oltre a Giulia Ramires e Eros Salonia, Philippe Pasquini, Donatella Bartoli, Alessio Bonaffini, Patricia Vignoli. Direttori della fotografia: Claudio Stirlani e Eros Salonia. 

Musiche originali di Giovanni Puliafito. Prodotto da Michaël Moscatelli Cinéaste per Nymphéa Productions, Paris, Antonella Di Nardo e Eros Salonia. 

Addio a Franca Valeri 

E’ morta Franca Valeri. L’attrice, che viveva a Trevignano Romano, aveva appena compiuto 100 anni.  

Domani dalle 17 alle 20 al teatro Argentina di Roma ci sarà la camera ardente. Per quanto riguarda i funerali si svolgeranno in forma privata. 

Ideatrice di una galleria di personaggi indimenticabili e ancora oggi straordinariamente attuali come la Signorina Snob, Cesira la manicure, la sora Cecioni, iniziatrice di un genere che tanta fortuna avrebbe avuto, dimostrò il proprio talento in molti ambiti diversi: radio e teatro, cinema e televisione, opera lirica e letteratura, rimanendo sempre unica e inimitabile. Nome d’arte di Alma Franca Maria Norsa (aveva scelto il suo nome d’arte dopo aver letto un libro sullo scrittore francese Paul Valery) nata a Milano il 31 luglio 1920 da padre di religione ebraica e madre cattolica, era ormai romana d’adozione.  

Tra le attrici italiane più amate, ha lasciato il segno con film come “Il segno di Venere” (dove è la romantica Cesira in cerca di marito ma oscurata da una prorompente Sophia Loren, cugina ingombrante), “Il vedovo” (a fianco del cialtrone Alberto Sordi, che lei chiama “cretinetti”) e “Piccola posta” (sempre con Sordi, dove cura la posta del cuore di una rivista femminile spacciandosi per la contessa polacca Eva Bolasky); con opere teatrali come “Lina e il cavaliere” e “Le catacombe”; spettacoli televisivi della Rai in bianco e nero come “Studio Uno” (con uno dei suoi personaggi più celebri, la sora Cecioni, con la parola d’ordine al telefono “Pronto, mamma?”) e “Sabato sera”. Ed è stata la prima attrice comica in Italia, faro e musa di tutte coloro che sarebbero venute dopo: Lella Costa, Sabina Guzzanti, Luciana Littizzetto tra le altre. 

Fu nei salotti intellettuali e mondani di Milano che Franca Valeri iniziò a tratteggiare quelle figure di donne superficiali che avrebbero poi accompagnato gran parte della sua carriera. Nell’immediato dopoguerra questi personaggi la fecero approdare alla radio; più tardi li inserì negli spettacoli del Teatro dei Gobbi (del quale fu tra i fondatori, insieme con Vittorio Caprioli, suo marito dal 1960 al 1974), prima in ‘riviste da camera’ (1951-1953) e quindi in rappresentazioni che fondevano rivista e commedia (1955-1958). 

Parallelamente intraprese un’intensa attività di attrice nel teatro di prosa (recitò tra gli altri per Giorgio Strehler e Mario Missiroli) e dal 1957 anche in televisione, dove partecipò a varietà, sceneggiati, atti unici (uno dei quali da lei scritto, “Le donne balorde”, del 1960). È stata inoltre autrice di commedie, da lei stessa interpretate (“Le donne”, 1960; “Le catacombe”, 1962; “Questo qui, quella là”, 1964; “Meno storie”, 1969; “Non c’è da ridere se una donna cade”, 1978; “Le donne che amo”, 1981; “Tosca e le altre due”, 1986; “Senzatitolo”, 1991; “Sorelle, ma solo due”, 1997). Tutti i suoi testi sono stati pubblicati: l’antologia “Tragedie da ridere. Dalla Signorina Snob alla vedova Socrate” (La Tartaruga, 2003) ne riunisce la maggior parte. A partire dal 1972 Franca Valeri si è cimentata nella regia di opere liriche e dal 1986 anche di commedie. 

Ma impersonò anche figure patetiche di donne frustrate in cerca d’amore (“Il segno di Venere”, 1955, di Dino Risi, e “Parigi, o cara”, 1962, di Caprioli, entrambi da lei sceneggiati) e persino caratteri diabolici (“Il bigamo”, 1955, di Luciano Emmer). Di minore rilievo i suoi ruoli in “Villa Borghese” (1953) di Vittorio De Sica, “Questi fantasmi” (1954) di Eduardo De Filippo, “Mariti in città” (1957) di Luigi Comencini, “La ragazza del palio” (1957) di Luigi Zampa, “Non perdiamo la testa” (1959) di Mario Mattoli, Arrangiatevi! (1959) di Mauro Bolognini, “Rocco e i suoi fratelli” (1960) di Luchino Visconti, “Io, io, io… e gli altri” (1966) e “La ragazza del bersagliere” (1967), entrambi di Alessandro Blasetti. 

Dalla fine degli anni Sessanta, preferendo tv e teatro, è apparsa al cinema solo in parti brevi e in film minori (diretta da registi come Bruno e Sergio Corbucci, Nando Cicero, Marco Aleandri, Enzo Castellari); da ricordare tuttavia “Basta guardarla” (1970) di Luciano Salce e “L’Italia s’è rotta” (1976) di Steno. Dopo vent’anni di assenza è tornata sullo schermo come coprotagonista di “Tosca e le altre due” (2003) di Giorgio Ferrara, tratto dalla sua commedia del 1986. 

Come autrice Franca Valeri ha scritto una decina di libri, tra i quali “Il diario della signorina Snob” (illustrato da Colette Rosselli, Mondadori, 1951; Lindau, 2003); “Le donne” (Longanesi, 1960; Einaudi, 2012); “Questa qui, quello là” (Longanesi, 1965), “Toh, quante donne!” (Mondadori, 1992); “Animali e altri attori. Storie di cani, gatti e altri personaggi” (Nottetempo, 2005); “Di tanti palpiti. Divertimenti musicali” (La Tartaruga, 2009), “Bugiarda no, reticente” (Einaudi, 2010), “Non tutto è risolto” (Einaudi, 2011), “L’educazione delle fanciulle. Dialogo tra due signorine perbene” (con Luciana Littizzetto, Einaudi, 2011); “Il cambio dei cavalli” (Einaudi, 2014); “La vacanza dei superstiti (e la chiamano vecchiaia)” (Einaudi, 2016); “La stanza dei gatti. Una chiacchierata con il teatro” (Einaudi, 2017); “Il secolo della noia” (Einaudi, 2019).