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Categoria: Adnkronos

Europa League, Inter ai quarti: battuto il Getafe 2-0 

L’Inter batte 2-0 il Getafe e si qualifica ai quarti di finale di Europa League. Alla Schalke Arena di Gelsenkirchen decidono le reti di Lukaku al 33′ ed Eriksen all’83’. Gli spagnoli falliscono un calcio di rigore al 76′ con Molina. L’Inter affronterà ai quarti la vincente del match tra il Bayer Leverkusen e i Glasgow Rangers in programma giovedì. 

“Sapevamo della difficoltà del match. Loro son partiti forte, noi abbiamo sbagliato subito un’uscita con De Vrij. Ci aspettavamo una partita così, sporca, e ci siamo sporcati. E’ una cosa molto positiva, i ragazzi stanno crescendo dal punto di vista mentale, uno step che durante l’anno ci è un po’ mancato. Andare avanti in Europa per noi vuol dire anche fare esperienza. Sono contento per la prestazione. Stiamo diventando una squadra tosta”, ha detto il tecnico Antonio Conte.  

“Lukaku ha fatto un bel gol, attaccando la profondità -ha proseguito llodando la prova del centravanti belga-. Oggi ha ritardato un po’ a entrare in partita, specie nei primi 20 minuti, ma poi mi è piaciuto così come Lautaro e anche Sanchez. E’ stata una serata positiva. Questi ragazzi hanno voglia, non vogliono andare in vacanza”. Un applauso anche per Eriksen: “Sono contento per Christian: come tutti, anche lui ha bisogno di situazioni positive a livello mentale. Ma lui è un bravissimo ragazzo e sa che faccio delle scelte per il bene dell’Inter. Il fatto che si sia subito calato nel match e abbia fatto gol è importante”. 

E sul riscatto di Sanchez dal Manchester United, dopo le tensioni dei giorni scorsi arriva anche un applauso di Conte al club: “L’operazione Sanchez è stata un’operazione ottima da parte della società. Alle condizioni a cui siamo riusciti a prenderlo, è certamente una buonissima operazione. Ce lo siamo meritati, visto che lo abbiamo preso nel momento peggiore della sua carriera e poi appena arrivato ha anche subito un infortunio. Giusto che l’Inter se lo possa godere. Un plauso al club”. 

 

 

Confindustria: “Stop licenziamenti per legge non ha più ragion d’essere” 

“Come abbiamo spiegato in un documento, inviato al governo due settimane fa, se l’esecutivo intende ancora protrarre il divieto dei licenziamenti, il costo per lo Stato sarà pesante”. Lo sottolinea Confindustria in una nota. “Come correttamente osservato dall’Ocse e da numerosi economisti, il divieto per legge assunto in Italia – unico tra i grandi Paesi avanzati – non ha più ragione di essere ora che bisogna progettare la ripresa. Esso infatti impedisce ristrutturazioni d’impresa, investimenti e di conseguenza nuova occupazione. Pietrifica l’intera economia allo stato del lockdown”.  

Dl Agosto, sindacati: “Senza proroga stop licenziamenti sciopero generale”  

“In assenza della libertà di ristrutturazioni è ovvio – evidenzia Confindustria – che lo Stato dovrà continuare nel suo pieno sostegno a occupati e imprese com’erano prima della crisi, e sarebbero del tutto inaccettabili misure che aggravassero gli oneri a carico delle imprese, con qualunque tipo di criteri arbitrari fossero determinati. Il perdurare del divieto deve essere accompagnato dalla simmetrica concessione della cassa integrazione per tutti e senza oneri aggiuntivi. Quanto alle accuse rivolte dai sindacati a Confindustria sui rinnovi contrattuali la nostra posizione resta sempre la stessa”. 

“Abbiamo tutti firmato un accordo interconfederale nel 2018 che fissa impegnativamente le coordinate di relazioni industriali ispirate alla cooperazione e non alla conflittualità e all’antagonismo. Oggi più che mai valgono quegli impegni comuni che consideriamo fondamentali per sottoscrivere contratti che mettano al centro la competitività e la retribuzione di merito, insieme al diritto alla sicurezza, alla formazione, e al welfare integrativo aziendale. Inutile aver firmato allora quegli impegni, e ora fingere che non valgano. Inutile evocare uno sciopero generale, specie in questo momento di gravissime difficoltà economiche e sociali in cui sarebbe necessario progettare insieme la ripresa”, conclude la nota di Confindustria. 

Alitalia, newco per piano industriale. Senza ok Ue liquidazione 

Una nuova road map per il decollo di Alitalia. Nasce una newco il cui compito sarà quello di predisporre il piano industriale che poi passerà al vaglio dell’Unione Europea per il necessario disco verde. E, se dovesse arrivare una bocciatura, la strada sarà quella della liquidazione. E’ il dl Agosto a tracciare una nuova rotta per chiudere la stagione dell’amministrazione straordinaria, che si è aperta più di tre anni fa, e portare la compagnia sotto l’ala pubblica, come previsto dai disegni del governo.  

Come prevede la bozza del provvedimento circolata oggi, il prossimo step sarà “la costituzione della società ai soli fini dell’elaborazione del piano industriale”. Dotazione iniziale un capitale sociale di 10 milioni di euro. Entro 30 giorni dalla costituzione della società, il consiglio di amministrazione è chiamato ad approvare “il piano industriale di sviluppo e ampliamento dell’offerta, che include strategie strutturali di prodotto”. Piano che verrà inviato a Bruxelles “per le valutazioni di competenza e alle Camere per l’espressione del parere da parte delle Commissioni parlamentari competenti per materia”. L’esame da parte di queste ultime dovrà arrivare “nel termine perentorio di trenta giorni dalla data di assegnazione”.  

A seguito della favorevole valutazione del piano da parte della Commissione europea, saranno quindi apportate le opportune modifiche dell’atto costitutivo e dello statuto, incluso l’adeguamento del capitale sociale. In presenza di una bocciatura, la società verrà posta in liquidazione.  

Quanto all’architettura societaria della newco, sempre secondo quanto indica la bozza del dl Agosto, “il piano industriale può prevedere la costituzione di una o più società controllate o partecipate per la gestione dei singoli rami di attività e per lo sviluppo di sinergie e alleanze con altri soggetti pubblici e privati, nazionali ed esteri, nonché l’acquisto o l’affitto, anche a trattativa diretta, di rami d’azienda di imprese titolari di licenza di trasporto aereo rilasciata dall’Ente Nazionale per l’Aviazione Civile, anche in amministrazione straordinaria”.  

Il dossier Alitalia è stato oggi al centro di un incontro informale tra la ministra delle Infrastrutture e Trasporti, Paola De Micheli, e i rappresentanti di Filt-Cgil, Fit-Cisl, Uiltrasporti e Ugl. Una riunione, secondo quanto riferiscono fonti sindacali, nel corso della quale De Micheli avrebbe ribadito la richiesta della Ue di discontinuità rispetto al passato. Non sarebbe stato toccato il nodo del numero degli esuberi che deriverebbero dal nuovo piano se venisse confermata la partenza della nuova Alitalia con 70 aerei in flotta. Certo è che i sindacati chiedono che tutti i lavoratori vengano ricompresi nella newco, e che una parte di essi non venga lasciata nella bad company, secondo rumors che circolano.  

Sempre secondo le stesse fonti, con il nuovo schema disegnato dal dl Agosto i tempi sembrano destinati ad allungarsi oltre l’autunno. La costituzione della newco, comunque, darebbe poteri formali ai nuovi vertici, designati a fine giugno dal Governo, con Fabio Lazzerini amministratore delegato e Francesco Caio presidente.  

“Sul piano industriale chiediamo un cambio di passo rispetto al passato che sia all’altezza dell’importanza delle risorse e degli interventi normativi del Governo”, hanno dichiarato il segretario generale della Filt Cgil Stefano Malorgio e il segretario nazionale Fabrizio Cuscito, dopo l’incontro la ministra De Micheli. “Per evitare errori del passato serve lavorare congiuntamente sul percorso della costituzione della Newco, sull’elaborazione del piano industriale e sui vari passaggi dalla vecchia alla nuova compagnia, in particolare per quanto riguarda il personale”. “A nostro avviso – aggiungono i due dirigenti nazionali della Filt Cgil – servono da subito investimenti in aeromobili e certezze sul passaggio di tutti i lavoratori attualmente in forza alla compagnia, ricorrendo successivamente, se necessario, agli ammortizzatori sociali”.  

Grande preoccupazione per il gravissimo ritardo nella concretizzazione del progetto di rilancio di Alitalia” è espressa dalla Federazione Nazionale del Trasporto Aereo, partecipata da Anpac, Anpav e Anp, e oggi non convocata all’incontro. “Mentre le principali compagnie aeree stanno fattivamente riorganizzandosi per far fronte all’emergenza Covid-19 e per essere pronte ad affrontare la ripresa del mercato, la nuova Alitalia viene trascinata in inutili liturgie e deve ancora essere costituita”, denunciano. “Il piano industriale latita con linee guida costantemente in bozza, annunciate ma mai definite”. E, incalzano preannunciando una mobilitazione, “la crisi del Covid e l’urgenza di avere risposte tempestive sembra essere non essenziale per il Governo italiano. I piloti e gli assistenti di volo di Alitalia valutano intollerabile questo stato di cose”. 

 

 

Senato, Lotito torna in corsa per il seggio 

Nella tarda serata di ieri la Giunta delle elezioni e delle immunità del Senato ha approvato, a maggioranza, la proposta del relatore di Fi, Adriano Paroli, di accogliere il ricorso di Claudio Lotito, presentato all’indomani delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, dove il patron della Lazio si era candidato.  

Lotito aveva sostenuto di essere stato penalizzato nelle operazioni di calcolo dei voti, ritenendosi inoltre danneggiato nel computo della assegnazione dei seggi, nei collegi plurinominali. A questo punto il Senato, dopo il voto di ieri, dovrà decidere se assegnare il seggio a Lotito, che potrebbe prendere il posto del renziano Vincenzo Carbone.  

A questo punto si procederà con una ‘seduta pubblica’ che verrà fissata dalla presidente Casellati, d’intesa con lo stesso Gasparri, – verosimilmente tra fine agosto e settembre – , seduta dove saranno inoltre presenti sia Lotito che Carbone. Se si arriverà a una nuova approvazione della relazione di Paroli, a quel punto, la parola definitiva passerà all’Aula del Senato, che voterà a maggioranza semplice, ‘scegliendo’ tra il candidato azzurro e l’esponente di Italia Viva. 

Vice premier Spagna: “Juan Carlos non è latitante” 

Il re emerito Juan Carlos non è latitante, “non è scappato da nulla”. Lo ha chiarito la vice premier spagnola Carmen Calvo, dopo la misteriosa quanto precipitosa partenza dalla Spagna dell’ex re, coinvolto in uno scandalo di corruzione, sottolineando come il padre di Felipe VI non sia imputato in alcun processo. Due giorni fa Juan Carlos aveva reso pubblica una lettera al figlio nella quale aveva annunciato la partenza dalla Spagna motivando la sua decisione con “la disponibilità a contribuire all’esercizio delle sue funzioni”.  

Ma due giorni dopo quella lettera non è ancora chiaro dove l’ex re 82enne si trovi: qualcuno dice in Portogallo, qualcuno nella Repubblica dominicana. “Io non lo so”, ha risposto ai giornalisti il premier Pedro Sanchez, mentre la Casa reale continua a tacere. 

 

Agente salva donna da violenze compagno, Conte lo chiama 

Domenica sera l’agente Vincenzo Maria Tripodi, della centrale operativa della questura di Torino, ha capito che quella telefonata al 112 non era uno scherzo né l’errore di qualcuno che aveva sbagliato numero. Ha ascoltato il tono concitato della donna al telefono e presto ha capito: quel “una pizza in via…, per favore” era un modo per attirare l’attenzione della polizia, una richiesta di aiuto per non farsi scoprire dal compagno che stava picchiando lei e il figlio di dieci anni. 

L’inferno per la donna e il bambino è finito qualche minuto dopo, quando il compagno ha aperto la porta e invece del ragazzo delle pizze si è trovato davanti i poliziotti che lo hanno arrestato. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha voluto telefonare all’agente Tripodi per congratularsi per la professionalità dimostrata. “Come ha fatto a capire che dietro la telefonata ci fosse una richiesta di aiuto?”, ha chiesto Conte. “Ho ribadito il fatto che stesse parlando con la Polizia di stato, la donna ha confermato la richiesta della pizza, quindi le ho chiesto se stesse bene, mi ha risposto di no. Da questi elementi ho capito che non era un errore”, ha risposto Tripodi. “La violenza era in atto, arrivati in casa il bambino piangeva e la moglie era in stato di shock”, ha spiegato il poliziotto al premier.  

Vincenzo Maria Tripodi ha 27 anni e da quando era bambino ha sempre sognato di diventare un agente di polizia. Da Reggio Calabria è andato alla scuola di Polizia di Peschiera del Garda per il corso di formazione e, a dicembre, ha ottenuto il suo primo incarico a Torino. Lo hanno assegnato alla centrale operativa della Questura ed era di turno anche domenica sera, quando è arrivata l’insolita telefonata di una donna dall’accento sudamericano: “Buonasera, vorrei ordinare una pizza”. Contemporaneamente sul monitor del computer è comparsa l’annotazione dell’operatore del numero unico di emergenza Uno Uno Due, che segnalava la chiamata come “possibile richiesta di aiuto”. A quel punto Vincenzo ha messo in pratica il protocollo per la gestione dei casi di emergenza: “Le ho domandato se fosse consapevole di aver contattato la polizia e, dopo il primo “sì”, le ho chiesto se stesse bene. Ma la risposta è stata negativa”. 

“Sei fidanzato?”, ha chiesto Conte. “Sì, convolerò a nozze a settembre”. “Quindi -ha aggiunto in tono scherzoso il presidente del Consiglio- aspettate il mio nuovo dpcm per sapere se potete celebrare la cerimonia?”. Al ringraziamento di Conte, l’agente ha così concluso: “E’ il nostro dovere servire i cittadini, qualsiasi collega avrebbe fatto lo stesso”. 

Addio a Sergio Zavoli 

È morto ieri sera a Roma, a 96 anni, il giornalista e scrittore Sergio Zavoli. Nato a Ravenna il 21 settembre 1923, Sergio Zavoli entrò alla Rai nel 1947 come giornalista radiofonico. E fin quasi dagli esordì della carriera realizzò con Cesare Zavattini un nuovo genere di documentari, detti all’italiana, basato su storie riprese nel loro stesso ambiente sonoro e non ricostruite in studio. Nel 1962 Zavoli creò la trasmissione televisiva “Processo alla tappa”, un programma sportivo incentrato sul Giro d’Italia. Già nella sua prima edizione, rivoluzionò il modo di trattare lo sport in tv: andava in onda dopo la conclusione di ogni tappa e da un palco improvvisato nei pressi della linea del traguardo si alternavano corridori, direttori sportivi, giornalisti.  

Passato definitivamente alla televisione nel 1968, Zavoli ha ideato trasmissioni di grande successo dedicate all’attualità (Tv7, Az, Controcampo); fu poi (1969) condirettore del Telegiornale, direttore del Gr1 (1976) e presidente della Rai (1980-86). Direttore de “Il Mattino” di Napoli (1993-94), ha collaborato come opinionista a varie riviste (Oggi, Epoca, Jesus). Senatore della Repubblica dal 2001 al 2018, nel 2009 era stato eletto presidente della commissione parlamentare per la vigilanza sulla Rai.  

Attento alle problematiche morali e sociali dell’età contemporanea, Zavoli ha scritto vari saggi, come “Viaggio intorno all’uomo” (1969), “Nascita di una dittatura” (1973), “La notte della Repubblica” (1992), legati a sue trasmissioni televisive di successo. Ha pubblicato inoltre: “Dieci anni della nostra vita: 1935-1945” (1960); “Altri vent’anni della nostra vita: 1945-65” (1965); “Figli del labirinto” (1974); “Socialista di Dio” (1981); “Romanza” (1987); “Di questo passo” (1993); “Un cauto guardare” (1995); “Dossier cancro” (1999); “Il dolore inutile” (2002); “Diario di un cronista” (2002); “La questione: eclissi di Dio e della storia” (2007).  

Nel 2011 ha pubblicato il libro autobiografico “Il ragazzo che io fui”, storia personale che diventa viaggio nella memoria dell’Italia. E’ stato autore di raccolte poetiche come “L’infinito istante (2012) e “La strategia dell’ombra” (2017). Tra i tanti programmi televisivi di Zavoli “Viaggio nel sud” (1992); “Nostra padrona televisione” (1994); “Credere, non credere” (1995), dal quale è stato tratto un volume (1997). 

“La scomparsa di Sergio Zavoli rappresenta una perdita incolmabile non solo per la Rai, con la quale la sua storia professionale e personale è profondamente intrecciata, ma per tutto il Paese” scrive la Rai in un comunicato.  

La lettera di Raffaella Carrà 

Esplosioni Beirut, oltre 100 morti e 4mila feriti  

E’ di “oltre 4.000 feriti e più di cento morti” il nuovo bilancio delle devastanti esplosioni di ieri a Beirut. Lo ha reso noto la Croce Rossa libanese, secondo quanto riferiscono i media locali, mentre proseguono le operazioni dei soccorritori. 

VITTIME – Tra le vittime ci sono anche un cittadino australiano e due delle Filippine. “Posso confermare che un australiano è stato ucciso”, ha detto il premier Scott Morrison, in dichiarazioni riportate dai media australiani. Il primo ministro ha espresso solidarietà al Libano, dove vive una “grande comunità australiana”. L’ambasciata australiana a Beirut è stata danneggiata “in modo significativo” dalle devastanti esplosioni, ha aggiunto il premier Morrison.  

Il ministero degli Esteri di Manila ha invece confermato che ci sono due morti, 11 dispersi e otto feriti tra i cittadini delle Filippine. Tutte le vittime si trovavano nelle abitazioni dei loro datori di lavoro quando sono avvenute le terribili esplosioni, ha riferito il portavoce Eduardo Menez, citato dai media locali. Nel Paese dei Cedri vivono e lavorano circa 33.000 filippini. 

OSPEDALI DISTRUTTI – Tre ospedali di Beirut sono stati “completamente distrutti” e altri due “parzialmente distrutti” dalle esplosioni di ieri nella capitale libanese. Lo ha confermato ad al-Jazeera Mirna Doumit, presidente dell’Ordine degli infermieri di Beirut. “Abbiamo dovuto trasferire i pazienti in altri ospedali – ha detto – Altri due ospedali sono parzialmente distrutti. E’ una catastrofe”. 

AIUTI – Cipro, ha affermato il ministro degli Esteri cipriota, Nikos Christodoulides, alla CyBc, “è pronta ad accogliere i feriti per le cure necessarie e a inviare team medici se necessario”.  

“Invieremo in Libano un team di sicurezza civile e diverse tonnellate di materiale sanitario. Soccorritori si recheranno a Beirut al più presto in rinforzo degli ospedali. La Francia è già impegnata” ha annunciato nella notte su Twitter il presidente francese Emmanuel Macron. 

 

Esplosioni Beirut, Trump: “Sembra terribile attacco”  

“Sembra un terribile attacco”. Si è espresso così Donald Trump dalla Casa Bianca a qualche ora dalle devastanti esplosioni che ieri hanno riportato il terrore a Beirut con decine di morti e migliaia di feriti. Ma tre fonti del Dipartimento della Difesa – coperte da anonimato – hanno poi riferito alla Cnn di non aver visto indicazioni sulla possibilità che le terribili esplosioni siano frutto di un attacco. 

Una fonte ha sottolineato come, se ci fossero state indicazioni in tal senso, sarebbero immediatamente scattate misure rafforzate per le truppe e gli asset Usa nella regione e secondo la fonte – almeno fino al momento delle dichiarazioni – non c’è nulla di tutto ciò.  

Trump ha garantito che “gli Stati Uniti sono pronti a dare aiuto al Libano” e poi ha aggiunto: “Ho incontrato alcuni dei nostri generali e sembra di capire che non si sia trattato di un qualche tipo di incidente”. “Sembra essere secondo loro – ha proseguito – lo sapranno meglio di me, sembrano pensare che sia stato un attacco. Una bomba di qualche tipo”. 

E, riferisce ancora la Cnn citando due fonti del Dipartimento di Stato, dopo le dichiarazioni di Trump funzionari libanesi hanno sollevato preoccupazioni con i diplomatici americani per l’uso della parola “attacco”. 

 

Arrestato figlio di Tano Badalamenti 

Finisce a casa della madre, a Castellammare del Golfo (Trapani), la latitanza di Leonardo Badalamenti. L’uomo era ricercato dalla polizia brasiliana. La Direzione Investigativa Antimafia di Palermo, coordinata dal II Reparto “Investigazioni Giudiziarie” della Dia, in collaborazione con lo Scip e la polizia brasiliana, ha arrestato Leonardo Badalamenti, 60enne, secondogenito di Gaetano ‘Tano’ Badalamenti, storico boss di Cinisi e capo della Commissione di cosa nostra negli anni ’70, in esecuzione di un mandato di cattura internazionale emesso dall’Autorità Giudiziaria di San Paolo del Brasile. Per l’autorità paulista Leonardo Badalamenti risultava latitante dal 2017, quando gli era stato spiccato un ordine di arresto da parte dell’Autorità Giudiziaria di Barra Funda (Brasile), per associazione criminale finalizzata al traffico di stupefacenti e falsità ideologica. 

Gli investigatori del Centro Operativo della Dia hanno rintracciato il latitante a Castellammare del Golfo, nell’abitazione della madre. Leonardo Badalamenti assieme alla famiglia di origine compreso il padre Gaetano, riconosciuto in seguito mandante dell’omicidio di Peppino Impastato, aveva trovato rifugio in America nei primi anni ’80 per scampare alla guerra di mafia scatenata dai Corleonesi per il controllo di cosa nostra. “Più che di un conflitto si trattò di una vera e propria epurazione, posta in essere attraverso la sistematica eliminazione fisica di tutti coloro che, appartenenti allo schieramento avverso, potevano rappresentare un ostacolo ai progetti di conquista “Totale” della mafia da parte di Riina, Provenzano e Bagarella – dicono gli investigatori – A partire dalla cattura di Salvatore Riina e in seguito, di tutti i suoi più fedeli e feroci accoliti, si è assistito ad un silenzioso e progressivo rientro in patria dei discendenti superstiti delle famiglie mafiose scappate”. 

“Il fenomeno del ritorno in Sicilia degli scappati, di cui fece parte anche Tommaso Buscetta, si può considerare uno spartiacque nella configurazione dei nuovi equilibri e degli assetti interni che si darà cosa nostra – dicono ancora gli inquirenti – Il figlio di Don Tano Badalamenti il 22 maggio 2009 era già stato tratto in arresto in Brasile dal Ros dei Carabinieri nel corso dell’operazione Mixer – Centopassi, assieme ad altre 19 persone ritenute responsabili in concorso di associazione per delinquere di stampo mafioso, corruzione, truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche e trasferimento fraudolento di valori”. 

Leonardo Badalamenti, che in Brasile aveva assunto l’identità fittizia di un uomo d’affari brasiliano, tale Carlos Massetti, risultava inoltre indagato quale capo di un’organizzazione con ramificazioni internazionali, impegnata tra il 2003 e il 2004 nella negoziazione di titoli di debito pubblico emessi dal Venezuela, mediante l’intermediazione di un funzionario corrotto di quel Banco Centrale, destinati a garantire aperture di linee di credito in Istituti bancari esteri. 

Badalamenti junior era stato anche accusato di aver tentato una truffa in danno delle filiali della Hong Kong Shanghai Bank, della Lehman Brothers e di un’altra banca d’affari britannica, la HSBC, per un importo di diverse centinaia di milioni di dollari americani. Badalamenti, che aveva sempre negato la sua vera identità, sostenendo di chiamarsi Carlos Massetti, aveva registrato in Brasile anche la nascita del figlio primogenito al quale aveva dato il nome del nonno Gaetano. Leonardo Badalamenti, in attesa della formalizzazione delle procedure di estradizione in Brasile, è stato associato alla Casa Circondariale “Pagliarelli – Antonio Lorusso” di Palermo. 

Libri: ‘Rivoluzione idrogeno’, il piano in 10 mosse di Marco Alverà 

L’energia del futuro in una molecola. L’idrogeno, l’elemento più abbondante dell’universo, può essere la soluzione da affiancare all’elettricità rinnovabile perché consente di trasformare l’energia solare ed eolica in un combustibile efficiente, facile da trasportare, stoccare, distribuire e utilizzare, con il grande vantaggio di essere illimitato e pulito. Ma serve una “Rivoluzione idrogeno”, come recita il titolo del libro di Marco Alverà (“Rivoluzione idrogeno. La piccola molecola che può salvare il mondo”, Mondadori Electa) con il suo piano in 10 mosse per far decollare l’economia dell’idrogeno. 

Con un piano ambizioso, sostiene Alverà, è possibile intravedere uno scenario nel quale al prezzo di 2 dollari per chilo si raggiunga un “punto di svolta” per l’idrogeno, che in soli cinque anni potrebbe essere competitivo con il petrolio e senza sussidi. Le sfide per l’affermazione definitiva dell’idrogeno verde (quello prodotto utilizzando elettricità da fonti rinnovabili) prevedono il miglioramento della sua reputazione e percezione di sicurezza; rendere capillari le infrastrutture di fornitura; ridurre i costi. 

Serve un piano, deciso e ambizioso, e questo è quello suggerito da Alverà. Primo, darsi un obiettivo: far scendere il costo dell’idrogeno verde fino a raggiungere la parità con i combustibili fossili in molte applicazioni in cinque anni; questo vuol dire raggiungere un costo tra i 2-3 dollari al chilo. Secondo, serve una ‘coalizione di volenterosi’: i Paesi più avanzati nel settore come quelli europei, l’Australia, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud e Stati americani come la California e New York, ma anche agenzie e istituzioni, potrebbero dar vita a un’alleanza per stimolare il mercato. 

Idrogeno e metano insieme: miscelare l’idrogeno con il gas naturale nelle reti esistenti, e fornire una percentuale di idrogeno agli attuali consumatori di gas naturale, è un modo per farne crescere la produzione senza bisogno di aspettare che si sviluppino i consumi specifici. Gli esperimenti di Snam, che ha miscelato prima il 5 e poi il 10% di idrogeno nella propria rete, dimostrano la fattibilità di questa soluzione.  

Idrogeno verde in mercati strategici: una strada, complementare o alternativa a quella della miscelazione, è di prevedere quote di penetrazione dell’idrogeno verde in alcuni mercati come quello del trasporto pesante. Camion, autobus e treni sono settori nei quali è possibile far crescere l’uso di idrogeno verde senza particolari costi aggiuntivi. Sarebbe necessaria una nuova infrastruttura e nuovi mezzi dotati di motori elettrici con celle a combustibile che generino l’elettricità a partire dall’idrogeno, ma con un guadagno netto in termini di efficienza.  

Il grande gigante green: le più grandi aziende del mondo – quali Microsoft, Apple, Google, Unilever, Ikea e molte altre – hanno ambizioni verdi sulle quali far leva per sviluppare l’idrogeno. Queste aziende sono già oggi sul mercato alla ricerca di soluzioni per abbattere completamente le loro emissioni. 

Distretti a idrogeno: lo sviluppo del mercato dell’idrogeno avrà bisogno di infrastrutture. Il modo più efficiente per svilupparle è aggregare questi consumi a livello geografico, in ‘hydrogen valley’. Aggregando tutta la domanda potenziale nella stessa geografia, si può ottimizzare l’infrastruttura di trasporto, distribuzione e stoccaggio necessaria (Snam sta promuovendo la creazione di hydrogen valleys nel Sud Italia e anche Venezia potrebbe essere un’ottima candidata). 

Naturalmente è fondamentale investire in ricerca e sviluppo (punto 7) stanziando fondi adeguati e coordinando gli investimenti in ricerca a livello europeo. La mega-fabbrica di elettrolizzatori: costituire in Europa una mega-fabbrica di elettrolizzatori, che sia in un’unica location oppure modulare nel territorio, per scalarne la produzione e ridurre i costi creando nuovi posti di lavoro. 

‘Blu’ e ‘verde’: i costi per realizzare le due alternative saranno diversi nelle diverse aree del mondo. Nelle regioni più ventose e assolate, l’idrogeno verde avrà un grande vantaggio in virtù dei costi contenuti. Altre regioni, con un’ampia ed economica disponibilità di gas e spazio per catturare l’anidride carbonica, potrebbero invece optare per l’idrogeno blu.  

Infine, un obiettivo comune: a livello di singole nazioni serve un piano per l’idrogeno, che ne promuova lo sviluppo in sinergia con la rete elettrica. E a livello internazionale servono regole che facilitino lo scambio, garanzie d’origine e standard comuni. 

Verde, grigio o blu? L’idrogeno è l’elemento più abbondante nel sole, in moltissime altre stelle e anche nel nostro corpo; può servire da combustibile, vettore di energia e materia prima chimica e, soprattutto, il suo utilizzo non comporta emissioni di CO2. Può essere generato usando un numero potenzialmente illimitato di fonti e processi: uno di questi consiste nello scomporre l’acqua grazie all’elettrolisi, utilizzando elettricità. Quando la fonte di elettricità è rinnovabile si ottiene il cosiddetto ‘idrogeno verde’, ma oggi è prodotto quasi esclusivamente da fonti fossili (‘idrogeno grigio’ che diventa ‘blu’ quando il processo viene completato con l’operazione di cattura e sequestro dell’anidride carbonica).  

Chi è Marco Alverà. Nato a New York, classe 1975, è un manager che ha maturato un’esperienza ventennale nelle più importanti aziende energetiche italiane. Ha lavorato in Enel, Eni e, dal 2016, è amministratore delegato di Snam, tra le prime aziende a livello globale a sperimentare l’immissione di una miscela di idrogeno e gas naturale nella propria rete di trasporto.  

Attualmente amministratore non esecutivo di S&P Global, membro del Consiglio generale e del Comitato direttivo della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, presidente di Gas Naturally (partnership tra associazioni che rappresentano l’intera filiera del gas naturale e rinnovabile in Europa) e Visiting Fellow dell’Università di Oxford. È vice president di Fondazione Snam, che mette a disposizione le capacità realizzative di Snam per promuovere lo sviluppo sociale dei territori italiani.  

Con suo fratello Giorgio e i suoi cugini ha fondato a Milano la Fondazione Kenta, ente non profit che promuove l’arte, la scienza e la lotta alla povertà educativa. Si è laureato in Economia e Filosofia alla London School of Economics e, sempre a Londra, ha iniziato la sua carriera in Goldman Sachs.  

Libano, il dolore di Mika: “Quello che è accaduto è straziante” 

Quello che è accaduto a Beirut è “straziante”, è “lancinante”, “fa venire i brividi”. Una serie di tweet di sgomento e dolore per quanto accaduto a Beirut sono stati pubblicati stanotte dalla popstar Mika, il cantautore e showman libanese naturalizzato britannico, che in queste settimane si trova spesso in Italia per partecipare alle selezioni di ‘X Factor’, il talent di Sky Uno dove torna in giuria da settembre.  

Mika, in alcuni tweet pubblicati tanto in francese quanto in inglese, ha scritto: “Osservo e leggo con preoccupazione, tristezza e orrore quello che accade a Beirut. Quello che è successo, vite ferite o perse per sempre, mi spezza il cuore. Non sappiamo ancora cosa sia successo, ma la sofferenza è lancinante”. L’artista ha poi sottolineato una coincidenza che lo ha toccato particolarmente: “Il mio cuore è con Beirut e il Libano. 4 anni fa proprio oggi in cui mi esibivo a Baalbek in Libano. Ho trascorso la mattinata a guardare le foto di quella sera. Concludo la giornata guardando queste terribili immagini di Beirut che mi fanno venire i brividi”. 

Beirut, “esplose 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio” 

Sarebbero state 2.750 tonnellate di nitrato di ammonio ad esplodere nel tardo pomeriggio di oggi a Beirut. Lo riportano varie fonti, confermate anche dalle dichiarazioni del presidente libanese, Michel Aoun, che ha definito “inaccettabile” che un tale quantitativo di materiale esplosivo sia stato immagazzinato in un capannone senza adeguate misure di sicurezza. I responsabili, ha affermato Aoun in un tweet, subiranno “la più dura delle punizioni”. Il presidente libanese ha anche chiesto che sia dichiarato lo stato di emergenza per due settimane. Il nitrato di ammonio è un composto chimico usato nei fertilizzanti e nella fabbricazione di esplosivi.  

Forte esplosione a Beirut, tra feriti anche militare italiano 

Una potente esplosione ha scosso Beirut. “Centinaia i feriti” ha riferito il segretario generale della Croce Rossa libanese, George Kettaneh, il quale ha spiegato che al momento non è possibile indicare un “numero preciso”. Alcuni testimoni riferiscono inoltre di cadaveri in strada, ma al momento non sono state fornite cifre ufficiali sulle vittime. 

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Nella forte esplosione – che è stata avvertita anche a Cipro, a circa 240 chilometri di distanza dalla capitale libanese come riferito in un tweet l’European-Mediterranean Seismological Centre (Emsc) – è rimasto ferito anche un militare italiano del contingente che ha riportato lievi ferite. Come fa sapere lo Stato Maggiore della Difesa spiegando che è stato lo stesso militare a informare direttamente i familiari sul suo stato di salute. Sul posto, in stretto coordinamento con le forze di sicurezza libanesi, sono intervenuti i soccorsi del Sector West di Unifil che stanno provvedendo all’evacuazione del personale. Sono in corso gli accertamenti da parte di Unifil e delle forze di sicurezza libanesi per accertare la dinamica dell’accaduto. 

La probabile causa della potente esplosione che ha sconvolto la capitale libanese potrebbe essere stata “l’enorme quantità di nitrato di ammonio” immagazzinato nel porto della città. Lo ha detto il ministro dell’Interno libanese, Mohamed Fehmi, all’emittente Mtv Lebanon. Le sue dichiarazioni coincidono con quanto riferito al canale libanese Al Mayadeen dal direttore generale delle dogane. Il nitrato di ammonio è un composto chimico usato come fertilizzante, ma anche per la fabbricazione di esplosivi. 

L’esplosione è stata avvertita in tutta la città, causando danni agli edifici e provocando scene di panico. Tra gli edifici danneggiati, anche il quartier generale dell’ex premier Saad Hariri, nel centro della città e l’ufficio di corrispondenza della Cnn. 

La principale autostrada che costeggia la città è attualmente ricoperta di frammenti di vetro. La Croce Rossa ha riferito che oltre 30 squadre di soccorritori sono al lavoro per estrarre i corpi dalle macerie. Anche l’esercito sta fornendo supporto per trasportare gi feriti negli ospedali. Poco dopo l’esplosione, sia la rete telefonica che quella Internet si sono interrotte. 

Alcune notizie non confermate riferiscono di due esplosioni, la seconda delle quali nel centro della città, nei pressi della residenza della famiglia Hariri. 

La Farnesina, attraverso l’Unità di crisi e l’ambasciata in Libano si è attivata per prestare ogni possibile assistenza ai connazionali presenti nel Paese e continua a monitorare la situazione. Lo riferiscono fonti del ministero degli Esteri. 

Diversi media ricordano che il Tribunale speciale dell’Onu sull’assassinio dell’ex premier Rafik Hariri debba a breve emettere il suo verdetto. I quattro imputati, in contumacia, sono membri delle milizie sciite filo iraniane di Hezbollah, che hanno sempre negato di avere avuto un ruolo nella morte dell’ex premier. Da mesi il Libano soffre di una gravissima crisi economica, aggravata dalla pandemia di coronavirus, con frequenti proteste e scontri tra manifestanti e polizia.  

Israele non c’entra per nulla nelle forti esplosioni di questa sera Beirut. Lo hanno detto fonti israeliane, citate dal sito Times of Israel. 

Atlantia: “Soluzioni alternative per vendita Aspi” 

“Allo stato si rilevano concrete difficoltà nel proseguimento positivo delle trattative, non solo per concordare la definizione di meccanismi volti alla determinazione di un valore di mercato di Autostrade per l’Italia, ma anche per effetto di richieste avanzate da parte di Cdp su ulteriori impegni al di fuori di quanto rappresentato nella lettera del 14 luglio 2020”. E’ quanto comunica Atlantia nel comunicato diffuso al termine del Consiglio di Amministrazione del gruppo.  

Soluzioni alternative per la vendita di Aspi è la strada tracciata dal cda di Atlantia a fronte delle “concrete difficoltà” in cui versano le trattative con Cassa Depositi e Prestiti. “Restando ferma la volontà della Società di dare corso a quanto delineato nella lettera del 14 luglio 2020, il Consiglio di Amministrazione di Atlantia ha ritenuto di dover individuare – con spirito di buona fede – anche soluzioni alternative idonee comunque a giungere ad una separazione tra la Società ed Autostrade per l’Italia, che diano certezza al mercato, sia in termini di tempi che di trasparenza, nonché della irrinunciabile tutela dei diritti di tutti gli investitori e stakeholders coinvolti”, comunica il gruppo. 

In particolare, il Consiglio di Amministrazione ha deliberato la possibilità di procedere: alla vendita tramite un processo competitivo internazionale – gestito da advisor indipendenti – dell’intera quota dell’88% detenuta in Autostrade per l’Italia, al quale potrà partecipare Cdp congiuntamente ad altri Investitori Istituzionali di suo gradimento, come già ipotizzato nella lettera; alla scissione parziale e proporzionale di una quota fino all’88% di Autostrade per l’Italia mediante creazione di un veicolo beneficiario da quotare in borsa, creando quindi una public company contendibile”.  

Le suddette due operazioni potranno essere condotte da Atlantia in parallelo, fino ad un certo punto. È già prevista, annuncia il gruppo, una riunione straordinaria del Consiglio di Amministrazione di Atlantia per il 3 settembre prossimo per esaminare e approvare il progetto di scissione. 

CONTI IN ROSSO – Conti in rosso per Atlantia nel primo semestre 2020. I risultati del periodo, approvati dal cda, risentono dell’impatto della pandemia causata dal Covid-19 sulle concessionarie del Gruppo e recepiscono ulteriori accantonamenti per circa 700 milioni di euro in relazione al completo accantonamento degli impegni assunti da Autostrade per l’Italia, aumentati a 3.400 milioni, nell’ultima proposta transattiva formulata al Governo. 

Il traffico sulla rete autostradale registra un calo del 37,7% in Italia, 39,1% in Spagna, 33,3% in Francia, 32,5% in Cile, 14,1% in Brasile. Il traffico passeggeri aeroportuale mostra -69,0% Aeroporti di Roma, -67,9% Aéroports de la Côte d’Azur. I ricavi operativi calano a 3.714 milioni di euro, in diminuzione di 1.890 milioni di euro o del 34% (-30% su base omogenea). L’ebitda è pari a 1.300 milioni di euro, in diminuzione di 2.252 milioni di euro o del 63% (-55% su base omogenea). La perdita del periodo di pertinenza del Gruppo pari a 772 milioni di euro, rispetto all’utile rilevato nel primo semestre del 2019 pari a 594 milioni di euro.  

Il cash flow operativo è pari a 1.112 milioni di euro, in diminuzione di 1.405 milioni di euro o del 56% (-49% su base omogenea). Gli investimenti operativi sono pari complessivamente a 633 milioni di euro, in diminuzione di 182 milioni di euro (-22%). L’indebitamento finanziario netto al 30 giugno 2020 pari a 39.166 milioni di euro, in aumento di 2.444 milioni di euro rispetto al 31 dicembre 2019 essenzialmente per gli effetti connessi all’acquisizione e al consolidamento di Rco (complessivamente 3.126 milioni di euro). 

 

Mattarella: “Leale collaborazione Stato-Regioni è caposaldo” 

“Si avverte la necessità di individuare, con maggiore precisione, sedi e procedure attraverso le quali il principio di leale collaborazione, caposaldo della giurisprudenza costituzionale, possa divenire sempre di più la cifra dei rapporti tra lo Stato, le Regioni e le autonomie locali. È importante che la soggettività politica delle Regioni si sviluppi, non in contrapposizione con l’indirizzo politico statale, ma in chiave di confronto e di cooperazione”. Lo ha affermato il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in occasione dell’incontro al Quirinale con i presidenti delle Regioni, nel 50/mo anniversario di costituzione delle Regioni a statuto ordinario. 

“Siamo in un momento che richiede un’opera di aggiornamento e di più adeguata sistemazione complessiva” della “nozione stessa di regionalismo”, ha aggiunto il capo dello Stato, riferendosi al documento presentato nell’occasione dalla Conferenza delle Regioni e delle Province autonome.  

“La riforma del Titolo quinto” della Costituzione, ha affermato il presidente della Repubblica, “intervenuta nel 2001 ha rappresentato un coerente sviluppo dei principi costituzionali”, prevedendo che “l’esercizio dell’autonomia si conformi a esigenze di solidarietà e di perequazione finanziaria tra i diversi territori, riconoscendo allo Stato il ruolo di garante dell’uniformità dei livelli essenziali delle prestazioni relative ai diritti civili e sociali sull’intero territorio nazionale. Esigenza accresciuta dalla consapevolezza dell’aumento intervenuto nel tempo del divario di sviluppo tra i territori e segnatamente tra il Nord e il Sud del Paese, con il conseguente incremento delle diseguaglianze tra le condizioni dei cittadini”.  

“La solidarietà peraltro – ha aggiunto il capo dello Stato – rafforza il dovere di un utilizzo equo, efficace ed efficiente delle risorse da parte di tutte le Regioni”. 

“Fondi Ue occasione da non perdere per il rilancio”  

“L’esperienza sin qui maturata – ha poi ricordato Mattarella – dimostra, in particolare, come l’autonomia regionale risulti valorizzata dal venire esercitata nel quadro di accordi generali che tengano conto delle esigenze unitarie, di carattere giuridico, economico e sociale, rappresentate dallo Stato”. 

“Il perseguimento di ‘ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia’, nello spirito del dettato costituzionale, appare idoneo a valorizzare specificità e capacità delle singole Regioni, sempre in chiave di collaborazione politica. Diverrebbe così possibile realizzare aperture e diversificazioni che, nel loro insieme, accrescano il dinamismo dei territori, rafforzando al contempo il tessuto della Repubblica e salvaguardando appieno le esigenze unitarie”. 

“Si sono succedute analisi critiche – ha osservato – indirizzate talvolta ad alcune amministrazioni regionali, circa ricorrenti tentazioni neo-centralistiche, sull’esempio del modello a suo tempo fatto proprio dallo Stato centrale dopo l’unità. Un eccesso di burocratizzazione con trasferimento dalla capitale ai capoluoghi delle Regioni. È una consapevolezza sottolineata nel documento presentato dalle Regioni, laddove si indica – e cito le parole del documento, che sottoscrivo – ‘la ridefinizione del rapporto tra Regione e le altre componenti essenziali delle rispettive comunità: Comuni, Unioni, Province, Città metropolitane in una moderna e unitaria concezione di sistema delle autonomie territoriali’ che ‘rifugga da ogni centralismo, sia statale sia regionale'”.  

“E’ incontestabile – ha detto ancora Mattarella – che la presenza del livello regionale di legislazione, ancor più come ridefinito nel 2001, ha introdotto e pone a continua prova il tema del riparto della potestà legislativa e dell’esercizio delle competenze amministrative. La Corte costituzionale, soprattutto dopo la riforma del 2001, ha svolto un’opera preziosa di regolazione, anche ponendo rimedio a qualche aspetto di insufficiente chiarezza delle norme costituzionali. Ma il problema presenta profili che richiedono una ulteriore, approfondita discussione e riflessione e una migliore definizione”.  

“A tal fine – ha suggerito il capo dello Stato – una maggiore istituzionalizzazione e disciplina del ‘sistema delle Conferenze’ potrebbe incrementare gli elementi di snodo e di raccordo tra il livello nazionale e quello regionale. Le Conferenze sono, quindi, il luogo della rappresentanza degli esecutivi statale, regionali e locali”. 

“Allo sviluppo della collaborazione tra gli esecutivi – ha aggiunto Mattarella – potrebbe facilmente accompagnarsi, anche in funzione di bilanciamento, il riconoscimento di un ruolo alle assemblee legislative. Al riguardo sarebbe sufficiente, per il momento la integrazione della commissione parlamentare per le questioni regionali con rappresentanti delle stesse autonomie territoriali. Attraverso questa ridotta forma di adeguamento delle istituzioni parlamentari, potrebbe essere perseguita maggiormente – ha concluso Mattarella – la complementarietà nell’esercizio delle rispettive competenze legislative e favorita la condivisione ex ante di comuni obiettivi strategici”. 

 

Intesa Sp, Messina: “con Ubi nuovo capitolo, seconda banca Eurozona” 

Per Intesa Sanpaolo “si apre un nuovo capitolo”. L’offerta pubblica di acquisto e scambio lanciata su Ubi Banca e chiusa con l’adesione di oltre il 90% del capitale rappresenta “una delle migliori operazioni di M&A mai realizzate in Italia”. Il nuovo gruppo occuperà una delle “primissime posizioni tra le banche dell’Eurozona: diventiamo la seconda banca per capitalizzazione, la sesta per risultato operativo e l’ottava per totale attivo”. Il consigliere delegato di Intesa Sanpaolo, Carlo Messina, descrive così l’operazione di aggregazione con Ubi Banca, che nelle prossime settimane entrerà nel vivo. A cominciare dalla nomina del nuovo amministratore delegato della banca acquisita, che dovrà traghettarla in vista della fusione. 

E la figura giusta per questo ruolo, ha detto Messina, è quella di Gaetano Miccichè, presidente della divisione Imi Corporate & Investment Banking di Intesa Sanpaolo. “Come nuovo ad di Ubi serve una persona che abbia dimostrato di saper guidare con successo organizzazioni complesse e squadre con persone da motivare. Mi pare che a questo identikit corrisponda perfettamente Gaetano Miccichè”, ha spiegato. “Lavoriamo insieme da molti anni e mi fido ciecamente di lui. Ha tutte le caratteristiche per svolgere bene questo ruolo e ritengo che possa aiutarmi in questa operazione”. Anche se per la formalizzazione della nomina bisognerà aspettare il cda di Ubi di giovedì prossimo.  

Le prossime tappe dell’operazione prevedono entro metà ottobre la nomina di un nuovo consiglio di amministrazione di Ubi Banca. Mentre entro il prossimo dicembre sono previste la cessione degli sportelli e degli attivi e passivi correlati a Bper Banca, le rettifiche su crediti addizionali per accelerare la riduzione dei crediti deteriorati e la firma dell’accordo sindacale per le uscite volontarie senza impatti sociali.  

Nel cronoprogramma dell’operazione si indica che entro aprile 2021 ci sarà la fusione per incorporazione di Ubi Banca in Intesa Sanpaolo e il completamento dell’integrazione informatica, mentre entro dicembre il completamento dell’integrazione tra i due gruppi, dove possibile, l’integrazione delle fabbriche prodotto di Ubi Banca e la cessione dei crediti deteriorati lordi della banca acquisita, costituiti dalle posizioni con elevata copertura, Infine, sempre entro fine 2021, sarà presentato il nuovo Piano di Impresa, “appena lo scenario macroeconomico apparirà più chiaro”. 

L’operazione, ha spiegato il manager, “non poteva che essere svolta” attraverso il lancio di un’offerta non concordata. “L’azionariato di Ubi era troppo frammentato e con un’operazione di questo tipo non era possibile correre rischi di insider trading”. In ogni caso “durante tutta l’operazione ho manutenuto un approccio di grandissima serenità e non ho mai fatto commenti negativi nei confronti del management di Ubi e di come si stavano sviluppando le cose”.  

L’operazione, ha spiegato Messina, “nasce in Italia, ma in un contesto certamente spinto nel corso dell’ultimo anno dalla Bce. Il fatto che una banca italiana si sia mossa e abbia completato l’operazione a seguito di una forte volontà esplicitata da parte della Bce credo che debba essere un motivo di orgoglio per il nostro Paese. Non è solo un’operazione italiana, è anche la prima in Europa ed è un successo europeo”. 

Ma il ceo di Intesa Sanpaolo ha spento gli entusiasmi su possibili operazioni di consolidamento transfrontaliere. “Non credo che sarebbe facile per Intesa Sanpaolo creare valore in combinazione con altre controparti europee. Il consolidamento europeo non è una priorità per Intesa Sanpaolo”. In Italia nei prossimi due anni “ci sarà un’accelerazione delle fusioni e acquisizioni” e anche in Europa ci saranno consolidamenti crossborder. Nel caso con il nuovo gruppo “possiamo essere sicuri di non giocare una parte debole in questo consolidamento”. Ma, ha aggiunto Messina, “sono abituato a operazioni che creano valore per gli azionisti e in cui possono produrre risultati, come nelle integrazioni italiane”. 

Dl Agosto al rush finale 

Conto al ristorante più leggero con un rimborso del 20% sui pagamenti con carta; stop ai mutui di Regioni e Province, decontribuzioni per le imprese che fanno rientrare i lavoratori in Cig e per le nuove assunzioni. E’ alle battute finali la stesura del dl Agosto da 25 miliardi di euro, atteso in Consiglio possibilmente giovedì. Fondamentale per chiudere i nodi ancora sul tavolo sulla distribuzione definitiva delle risorse sarà la riunione, stasera, del premier Giuseppe Conte con i capi delegazione, alla quale dovrebbe partecipare anche il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri. Per domani è invece in programma il pre-consiglio dei ministri. 

Il Dl Agosto, che porta a circa 100 miliardi i finanziamenti in deficit per l’emergenza Covid, insieme al Cura Italia e dl Aprile, è chiamato a prolungare le misure di tutela del lavoro dei precedenti provvedimenti e a introdurne di nuove sostenendo l’economia fino a fine anno e quindi fino al varo dei nuovi interventi con la Legge di Bilancio.  

‘SCONTO’ 20% AL RISTORANTE – In base alle ultime ipotesi sul tavolo il bonus ristorante scatterebbe da settembre a dicembre e dovrebbe prevedere un rimborso del 20% della spesa sostenuta pagata con carta o bancomat, con un tetto massimo. Il rimborso arriverebbe direttamente sul conto corrente o, come seconda opzione se la prima strada non fosse percorribile, iscrivendosi ad una App ad hoc. Costo dell’operazione si attesterebbe a circa un 1 miliardo. Interessati dall’intervento i ristoranti, ma anche agriturismi e tavole calde. Inoltre la misura sarà per tutti gli italiani senza ‘paletti’ legati al tetto di reddito.  

STOP MUTUI REGIONI E PROVINCE – Il dl Agosto accoglie la richiesta del sottosegretario al Mef Alessio Villarosa per la sospensione del pagamento della quota capitale dei mutui delle Regioni e Province a statuto speciale. La quota capitale in scadenza nel 2020 e già versata, sarà recuperata con una riduzione del contributo alla finanza pubblica dell’anno 2020.  

LAVORO – Il ‘pacchetto’ lavoro del dl agirà su due fronti: le decontribuzioni e la proroga degli ammortizzatori con l’obiettivo di creare un circolo virtuoso che aiuti a ridurre la mole di cassaintegrati. L’esonero contributivo interesserebbe infatti i datori di lavoro che fanno rientrare i dipendenti in Cig o che realizzeranno nuove assunzioni. L’esenzione varrà fino al 31 dicembre ma con l’obiettivo di prolungarla in Legge di Bilancio. In arrivo anche la proroga sempre fino a fine anno di Cig, Naspi e Discoli ma anche il divieto ai licenziamenti collettivi ed economici.  

COMUNI – Il dl conterrà un capitolo sugli enti locali con le risorse per l’anticipazione degli investimenti, per rifinanziare della norma Fraccaro ed il fondo per l’edilizia scolastica. 

SCUOLA – Dovrebbero ammontare a 1,3 mld circa gli stanziamenti per la scuola e le assunzioni. IMPRESE. E’ in arrivo anche il rifinanziamento del fondo di garanzia per le piccole e medie imprese. AUTOMOTIVE. Per il settore dell’automotive messo in ginocchio dal Covid, il governo dovrebbe stanziare 500 mln di risorse. Tra le misure il finanziamento dell’econobonus fino a 10 mila euro per l’acquisto delle auto meno inquinanti e l’potesi di estenderlo ai veicoli commerciali leggeri.  

STAGIONALI TURISMO – Con il decreto Agosto in arrivo inoltre gli interventi a supporto dei lavoratori stagionali del turismo, dello spettacolo e delle terme. 

Coronavirus, in Lombardia un morto e 44 nuovi casi 

In Lombardia nelle ultime 24 ore sono stati registrati 44 nuovi casi di persone positive al coronavirus, di cui 14 ‘debolmente positivi’ e 4 emersi a seguito di test sierologici. È quanto riportano i dati ufficiali diffusi oggi dalla Regione. Da ieri si è verificato inoltre un nuovo decesso, che porta il totale delle vittime della pandemia in Lombardia a 16.819. 

Diminuiscono le persone positive al coronavirus ricoverate non in terapia intensiva negli ospedali della Lombardia: a oggi, secondo i dati ufficiali della Regione, sono 160, 2 in meno rispetto a ieri, 3 agosto. Restano stabili invece i letti occupati nelle terapie intensive, 9 in tutta la Regione. 

Continuano ad aumentare inoltre i guariti e dimessi (+86), che salgono complessivamente a 73.810, di cui nello specifico 72.348 guariti e 1.462 dimessi. I tamponi effettuati nelle ultime 24 ore in Lombardia sono 5.696, 1.326.123 in totale dall’inizio dell’emergenza. 

Nuovi casi di coronavirus sono stati registrati nelle province di Lecco e Pavia, secondo i dati ufficiali diffusi oggi dalla Regione. È invece Milano la provincia con il numero più alto di nuovi contagi: sono 19 da ieri, 3 agosto, di cui 16 a Milano città. Seguono Mantova, con 7 nuovi casi, e Bergamo, con 5. A Brescia registrati 2 nuovi contagiati, a Como 3, a Cremona uno, a Lodi 2, nella provincia di Monza e Brianza uno, a Sondrio uno e a Varese uno. 

 

Via Poma, il legale dei Cesaroni: “Possibile riaprire l’inchiesta” 

“Sul caso di via Poma si sarebbe potuto fare molto di più, in particolare coinvolgendo esperti, anche stranieri. Tecnicamente si può sempre riaprire l’inchiesta, la possibilità processuale c’è ma servirebbe un passo da parte della Procura. Se lo Stato decidesse un approfondimento processuale dimostrerebbe un grande senso di civiltà”. Lo dice all’Adnkronos l’avvocato Federica Mondani, legale dei familiari di Simonetta Cesaroni, uccisa 30 anni fa, il 7 agosto 1990, in uno stabile di via Poma, a Roma, con 29 coltellate. 

30 anni fa il delitto rimasto senza un colpevole 

“Il caso di Via Poma è una sconfitta del sistema giudiziario italiano, non si è individuato un colpevole”. Secondo il legale in particolare “con perizie di livello qualitativo superiore si sarebbero potuti fare passi in avanti” verso la verità. “Come parte civile avevamo chiesto di coinvolgere periti, esperti oltre confine, purtroppo tutto questo non è stato fatto – conclude l’avvocato Mondani – e oggi resta un grande dolore per la famiglia, il tempo non aiuta a superare le ferite”.