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Categoria: politica

Ddl Zan, niente accordo: rischio stop in Senato

E’ di nuovo muro contro muro sul ddl Zan, oggi in Aula e a rischio stop. Ieri a nulla è valso l’intervento del segretario dem, Enrico Letta – che aveva nelle scorse ore aperto a ipotesi di modifica -, con il barometro della giornata che volgeva subito a tempesta: toni accesi al tavolo della maggioranza convocato dal leghista Ostellari, tavolo poi sospeso e mai ripreso.  

Da dentro si era fatto sentire il presidente dei leghisti di Palazzo Madama, Massimiliano Romeo, che chiedeva di rinviare tutto di una settimana evitando di portare oggi in Aula il testo della legge di contrasto all’omotransfobia a prima firma Zan. “Vi prendete una grave responsabilità. Rinviamo tutto di una settimana”, lo si è sentito dire a porte chiuse, rivolto al Pd al tavolo con Fi e Iv, mentre restavano fuori M5S e Leu contrari alla richiesta di sospensiva della discussione sugli emendamenti al ddl fatta da Fdi, ma anche dalla Lega. La cosiddetta tagliola, il voto sul non passaggio all’esame degli articoli della legge, che oggi potrebbe chiudere la strada per approvare il ddl.  

Nel frattempo il Pd, al tavolo con Simona Malpezzi, capogruppo al Senato e Franco Mirabelli, prendeva tempo e si consultava con pentastellati e Leu sullo slittamento, chiedendo però alle forze di centrodestra di governo – Lega e Fi – di valutare il ritiro della ‘tagliola’. Cosa che non è avvenuta: in tarda serata, passando per una capigruppo dove i renziani per bocca del capogruppo Davide Faraone si sono fatti carico di ulteriore mediazione, si è registrata la rottura definitiva. “Ognuno si prenderà le sue responsabilità”, commentavano in coro Massimiliano Romeo e Simona Malpezzi, dopo essersi accusati a vicenda per la mancata intesa.  

“La ‘tagliola’ resta, certo che resta, e poi ci sarà la richiesta del voto segreto”, aggiungeva Romeo, che ricordava come “la Lega aveva dato disponibilità a cercare una mediazione sul testo del provvedimento, ma ci hanno detto di no”. Come previsto il testo oggi sarà in Aula, dalle 9.30. A votare a favore della ‘tagliola’, in maggioranza, anche Fi. Un rebus che si risolverà con un probabile voto segreto, nella giornata decisiva per il ddl Zan. Che arriva in Aula e potrebbe essere spedito definitivamente su un binario morto.  

(di Francesco Saita) 

Manovra 2022, pensioni: verso proroga un anno Ape e opzione donna

Pensioni, si va verso l’estensione di un anno dell’Ape social e di opzione donna nella Manovra 2022. Lo confermano fonti di governo, che parlano anche di una conferma di un fondo ad hoc per il taglio tasse, un ‘tesoretto’ di 8 miliardi il cui utilizzo verrà poi deciso nel corso dell’iter parlamentare, anche per evitare che le ‘bandierine’ dei partiti su meccanismi e modalità per ‘sforbiciare’ le tasse rallentino l’approdo della legge di bilancio in Cdm. 

La Lega è ancora al lavoro per il salva pensioni. L’obiettivo è quota 41, ovvero la possibilità di lasciare l’impiego dopo 41 anni di contributi. Lo fanno sapere fonti del partito di Matteo Salvini.
 

Pd, Letta ‘congela’ legge elettorale ma non tutti sono d’accordo

Manovra, Colle, legge elettorale. Questo il percorso delineato da Enrico Letta oggi in Direzione. Una road map che da una parte stoppa le voci su una trattativa già avviata sul Quirinale alimentate dal pranzo di ieri con Giuseppe Conte, e dall’altra rinvia il dibattito interno sulla legge elettorale. “Di Quirinale e di legge elettorale si parla dopo la legge di Bilancio. L’ultima cosa da fare è che queste cose finiscano per asciugare le energie”. Stare sui contenuti – manovra, pensioni, Pnrr ma anche i diritti con la partita all’odg sul ddl Zan – e non avvitarsi in dibattiti politicistici. Con due punti fermi: il sostegno al governo Draghi e l’esclusione del voto anticipato. Questa la cornice in cui si muove il Pd di Letta.  

Un’impostazione che non trova voci dissonanti in Direzione. La ‘pax’ lettiana, rafforzata dalla vittoria alle amministrative, al momento non si tocca. C’è Alessandro Alfieri, portavoce di Base Riformista, che prova ad accendere il dibattito sulla legge elettorale. “Ho detto che tra l’entrare nei dettagli di quale legge e non parlarne proprio, c’è una via di mezzo: si può intanto preparare il terreno per dire che l’esigenza di cambiare legge elettorale c’è”, spiega Alfieri all’Adnkronos. Intanto per correggere le storture, in termini di rappresentatività, dovute al taglio del numero dei parlamentari. 

Un intervento a cui Letta, nella replica, risponde con il passaggio più politico della giornata spiegando perché è inutile parlare di legge elettorale prima del voto per il Colle. “Berlusconi ha deciso di farsi prendere in giro da Salvini e Meloni, che gli hanno promesso i voti per il Quirinale, e di chiudersi tra questa grande finzione tra loro che bloccherà tutto fino a che non verranno chiarite le scelte politiche per il presidente della Repubblica”.  

Prosegue Letta: “Perché la legge elettorale no? Perché ha senso cambiarla se c’è l’intesa con l’altra parte politica, perché si cambia con la controparte politica e la mia analisi è che fino al Quirinale il centrodestra non si muoverà su nessun tema. Fino a che non verranno chiarite le scelte politiche per la presidenza della Repubblica la possibilità di discutere in modo serio sull’assetto delle regole è pari a zero”, è la convinzione del segretario Pd.  

Un’unico accenno a un ‘desiderata’ in merito alla legge elettorale è quello sul rapporto eletto-elettore che, dopo l’astensionismo record delle amministrative, assume ulteriore rilevanza. “L’assenza di piedi piantati nel territorio è una delle cause dei guai del passato. Qualunque sia la legge elettorale va ristabilito il legame e la sintonia tra eletto e elettore”.  

Nell’area sinistra dei dem, l’insistenza sul proporzionale di Base Riformista viene letta come strumentale: “Non avendo nulla a cui appigliarsi dopo la vittoria alle amministrative, si attaccano a questo”. Gianni Cuperlo nel suo intervento cita quanti puntano a un proporzionale scommettendo “su una scomposizione di un pezzo della destra che passerebbe di qua dando vita a qualcosa di molto simile alla maggioranza di oggi, senza la Lega. A quel punto trovando nel capo del governo il garante naturale di un’operazione in sostanziale continuità con la scena di ora”. Sottolinea Cuperlo: “E’ abbastanza evidente che in questo quadro ogni riferimento all’Ulivo e a una coalizione larga, civica, per un nuovo centrosinistra perde parecchio del suo mordente”. 

E poi Marco Furfaro: “Una delle ragioni della vittoria risiede nella capacità del segretario, anche a differenza del passato, di parlare con nettezza e senza paura di temi reali (dal ddl Zan alla dote per i giovani, dal salario minimo alla questione ambientale) anziché di leggi elettorali e alleanze. Ora, dopo questa vittoria, per conquistare anche gli astenuti e allargare il campo, dobbiamo spingere ancora di più e non fare il solito errore di tirare il freno a mano sui contenuti e tornare a parlare di politicismi vari”. Un intervento a cui Letta risponde nella replica: “Nessun freno, anzi acceleriamo”.  

Un passaggio sul Quirinale lo fa Andrea Orlando nel suo intervento. “Con il campo largo e con l’unità del partito, che hanno funzionato alle amministrative, dobbiamo provare a dare qualche occasione di sganciamento alle forze liberali che sono nel centrodestra, anche in vista dell’appuntamento per l’elezione del Presidente della Repubblica”, è il ragionamento del ministro del lavoro e capodelegazione Pd al governo, a quanto si apprende.  

Per il resto nella lunga riunione, con oltre una trentina di interventi, molti dai territori protagonisti della vittoria elettorale, il tema non viene sfiorato. “L’incontro con Conte? Letta non ne ha accennato e poi -osserva un parlamentare dem- c’è da chiedersi quanto Conte governi i gruppi parlamentari… A quanto pare, poco o niente. Sarà una partita molto complicata”. Letta, infine, ha molto insistito sulle Agorà democratiche come “strumento di costruzione dell’alleanza larga” obiettivo del segretario. “Abbiamo dimostrato che populismo e sovranismo sono battibili -rivendica Letta- adesso dobbiamo costruire le condizioni per vincere a livello nazionale”. E “le Agorà sono il percorso di popolo che sono sicuro ci porterà a vincere le politiche”.  

Ddl Zan, al via il ‘tavolo’ Ostellari in Senato

Ddl Zan, è iniziata al Senato la riunione convocata dal presidente della commissione Giustizia Andrea Ostellari in vista della ripresa del confronto domani in aula sul ddl contro l’omotransfobia. Alla riunione non partecipano i rappresentanti del M5s e Leu, sono invece presenti Pd, Iv, Lega, Fi, Fdi, il gruppo misto con Julia Unterberger. 

“Ringrazio per la disponibilità i presidenti dei gruppi d’aula che hanno risposto positivamente alla convocazione inoltrata ieri. Oggi pomeriggio alle 17.00 ci riuniremo per verificare se c’è davvero spazio, come auspico, per una mediazione responsabile. Gli accordi si fanno insieme e alla luce del sole. Il nostro obiettivo è migliorare il testo del ddl sull’omofobia. Alessandro Zan non abbia paura: la sede naturale del confronto è questa. Non vedo ostacoli alla sua partecipazione all’incontro, insieme al capogruppo al Senato del Partito Democratico”, aveva sottolineato ieri il senatore Ostellari, presidente della commissione Giustizia al Senato. 

“In questa settimana siamo impegnati anche sul fronte del ddl Zan e lo facciamo con determinazione. L’impegno che si siamo presi con la società italiana, lo vogliamo riaffermare, ha detto il segretario del Pd Enrico Letta, sottolineando: “Domani il voto sulla ‘tagliola’ chiesto da Fdi e Lega al Senato” se passasse vorrebbe dire il rinvio in commissione del ddl Zan e quindi “vorrebbe dire affossare il provvedimento, sarebbe una pietra tombale. Io faccio un appello a tutte le forze politiche per evitare questo. Sarebbe uno schiaffo alla maggioranza della società italiana che vuole una risposta sui temi del ddl Zan. Questa risposta la vuole una maggioranza larga degli italiani e soprattutto i giovani”. 

“Adesso è fondamentale, e noi siamo disponibili, capire se ci sono possibilità d’intesa su alcune parti del provvedimento che ci possano portare a superare lo scoglio di domani. Per noi questo passaggio è fondamentale e lo abbiamo gestito con un atteggiamento di grande responsabilità’ per riuscire ad arrivare al risultato”, ha detto ancora Letta. “Il Pd rappresenta il 12% del Parlamento” e quindi occorre lavorare per trovare una maggioranza che approvi lo Zan. “Potremmo anche prendere la nostra bandiera, fare un lavoro di testimonianza, ma non sarebbero contenti quei ragazzi e quelle ragazze che oggi subiscono angherie. Ecco perché dobbiamo prenderci le nostre responsabilità per arrivare al risultato finale: non una battaglia di testimonianza ma un impegno politico di concretezza per mettere in campo risultati”, ha concluso. 

“Il testo Scalfarotto per noi sarebbe un’ottima mediazione, per noi andrebbe bene”. Lo ha affermato il presidente dei senatori Iv, Davide Faraone che, insieme alla presidente dei deputati Maria Elena Boschi, ha partecipato a un incontro a palazzo Madama con la capogruppo Pd Simona Malpezzi e al relatore del ddl alla Camera, Alessandro Zan. Il confronto a 4 è servito a fare il punto in vista del tavolo. 

Faraone e Boschi escludono che, affidandosi al testo Scalfarotto (approvato in prima lettura alla Camera nel settembre del 2013, ma poi rimasto su un binario), la legge debba ripartire da zero. “L’intesa possibile – ha piegato Faraone – si fa tra le forze politiche e i gruppi parlamentari di Camera e Senato, in modo che il testo che esce fuori da Senato è identico a quello che si voterà alla Camera, senza perdere un minuto, nel dover ricominciare la discussione da capo”. 

“Verificheremo se questa volontà anche da parte del Pd di trovare una soluzione avrà affetti concreti e positivi nella riunione che faremo con il presidente della commissione Giustizia Ostellari e con il centrodestra. Apprezziamo la posizione del Pd che si è distinto dal M5s che ha deciso invece di non partecipare. In quella sede potremo cominciare a entrare nel merito anziché discutere sulla tagliola, solo in questo modo potremo trovare una soluzione, senza impantanarci in una soluzione metodologica”, ha continuato Faraone. 

Sugli articoli 1, 4 e 7 – gli ostacoli che finora hanno impedito alla legge di andare avanti al Senato – Faraone ha ricordato che “abbiamo presentato i nostri emendamenti. Ricordo che c’è un ddl Scalfarotto, firmato anche da Zan, e noi ci siamo ispirati a quel testo per elaborare i nostri emendamenti. Noi di Iv non abbiamo mai posto una pregiudiziale ideologica al testo Zan, abbiamo i nostri convincimenti, abbiamo detto e ridetto che la legge ci vuole abbiamo agito per non creare contrapposizioni”. 

Sul ddl Zan, “il Movimento 5 Stelle e il Gruppo Misto/Leu non parteciperanno al tavolo indetto per le ore 17 dal presidente Andrea Ostellari. Siamo assolutamente favorevoli e disponibili al confronto, ma il presupposto indispensabile per un serio dialogo è quello di ritirare la cosiddetta tagliola della richiesta del non passaggio agli articoli, dal momento che determinerebbe l’affossamento del provvedimento stesso”. Lo affermano in una nota il presidente del Gruppo M5S Ettore Licheri e Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto, al termine del proficuo incontro con il deputato Alessandro Zan e la capogruppo del Pd a Palazzo Madama Simona Malpezzi.
 

Ddl Zan, M5S e Leu non partecipano a tavolo Ostellari

Sul ddl Zan, “il Movimento 5 Stelle e il Gruppo Misto/Leu non parteciperanno al tavolo indetto per le ore 17 dal presidente Andrea Ostellari. Siamo assolutamente favorevoli e disponibili al confronto, ma il presupposto indispensabile per un serio dialogo è quello di ritirare la cosiddetta tagliola della richiesta del non passaggio agli articoli, dal momento che determinerebbe l’affossamento del provvedimento stesso”. Lo affermano in una nota il presidente del Gruppo M5S Ettore Licheri e Loredana De Petris, presidente del gruppo Misto, al termine del proficuo incontro con il deputato Alessandro Zan e la capogruppo del Pd a Palazzo Madama Simona Malpezzi. 

Pensioni, Salvini da Draghi: Lega al lavoro per no a ritorno Fornero

La Lega è al lavoro sul “salva pensioni”, per evitare il ritorno alla Fornero. E’ quanto si apprende dopo l’incontro del segretario, Matteo Salvini, con il presidente del Consiglio, Mario Draghi. Nel lungo e positivo colloquio, il leader della Lega -si legge in una nota- ha illustrato le sue proposte per rilanciare il Paese e difendere lavoro e pensioni. 

Questa mattina era stato Claudio Durigon, responsabile del dipartimento Lavoro della Lega, a sottolineare che, “l’obiettivo è non tornare alla Fornero”. “Contrariamente a quanto sostenuto da alcuni media – si legge in una nota – la Lega non è ‘verso il sì’ alle nuove misure sulle pensioni. Stiamo ancora lavorando alla riforma, con buonsenso e determinazione”. 

A Durigon ha fatto eco il sottosegretario al Mef della Lega, Federico Freni: “L’obiettivo della Lega è evitare un ritorno alla Fornero: la discussione per una riforma ragionevole è in corso. Inutile soffermarsi ora su numeri e quote: dobbiamo dare risposte concrete alle lavoratrici ed ai lavoratori che attendono di poter andare in pensione”, afferma. 

Tra 102 e 104 sul tavolo anche ‘quota’ Tridico: come funziona
 

Tra le candidate a sostituire quota 100 – nell’ambito della Manovra 2022 – c’è una proposta sul tavolo del confronto in corso, assieme a quota 102 e 104 e a quella molto più flessibile dei sindacati. E’ quella illustrata a più riprese in parlamento dal presidente Inps, Pasquale Tridico, che ancora la settimana scorsa la presentava come l’unica soluzione “davvero flessibile e finanziariamente compatibile” nei costi e dalla platea molto più consistente di quanto abbia mai portato a casa la sperimentazione leghista. Parliamo della cosiddetta pensione in due tempi: l’ipotesi è di anticipare, per chi abbia compiuto 63-64 anni e volesse lasciare il lavoro, solo la quota contributiva della pensione rinviando l’assegno totale, comprensivo anche della parte retributiva, al compimento dei 67 anni. Una volta raggiunta la pensione di vecchiaia invece al lavoratore spetterà l’assegno pieno, completo di quota retributiva e quota contributiva. 

Nessuna ‘gabbia’ rigida dunque entro cui contenere i futuri pensionati solo l’opportunità della scelta con costi per le casse dello Stato, nel medio periodo, sostanzialmente azzerati. A conti fatti, stimava ancora l’Inps, sarebbero circa 203mila le pensioni aggiuntive attivabili tra il 2022 e il 2024 cui sommarne altre 129mila dal 2025 al 2027 per un totale complessivo di 332mila pensioni dal 2022 al 2027. E anche i costi si aggirerebbero intorno ai 4,2 mln di euro tra il 2022 e il 2027 che sarebbero poi recuperati da risparmi di spesa che dal 2027 al 2031 potrebbero ammontare a circa 2 mld di euro complessivamente. 

Per accedere al pensionamento in due tempi, ricordava ancora Tridico, oltre al requisito di età, almeno 63-64 anni occorre essere in possesso di almeno 20 anni di contribuzione e aver maturato al momento della scelta una quota contributiva di pensione di importo pari o superiore a 1,2 volte l’assegno sociale. Questo per circoscrivere la platea che potrà accedere al pensionamento anticipato ed evitare assegni poveri. La proposta prevede inoltre la cumulabilità della mini-pensione con i redditi da lavoro dipendente, autonomo e la possibilità di ancorare la prestazione a futuri meccanismi di staffetta generazionale, legati al part time mentre esclude categoricamente la possibilità di convivenza con il Rdc , l’ape sociale e l’indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale. 

La proposta aveva raccolto le critiche di Cgil, Cisl e Uil e su questa il governo non si è di fatto espresso. La “decisione è politica”, commentava ancora Tridico nei giorni scorsi. Intanto il governo è al lavoro per trovare la quadra su una proposta che possa essere accolta anche dalla Lega di Salvini. Intanto, è arrivata l’attesa convocazione dei sindacati da parte del Governo sulla manovra 2022, dove le nuove misure per il superamento di quota 100 rappresentano uno dei capitoli più attesi. 

 

 

Giustizia, sindaca Crema: “Mio caso clamoroso? Su abuso ufficio finalmente passo avanti”

“Finalmente un po’ d’interesse sull’abuso d’ufficio. Come Decaro sono soddisfatta. Abbiamo bisogno di rendere la carica di sindaco appetibile, in modo da attirare i talenti e le energie migliori”. A parlare con l’Adnkronos dell’avviamento dell’iter abbinato di tre proposte di legge delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato destinate a limitare di fatto i confini delle responsabilità penali e amministrative dei sindaci, è la sindaca di Crema, Stefania Bonaldi (Pd
), vittima di un caso paradossale: aver ricevuto un avviso di garanzia in relazione all’infortunio di un bimbo che si era chiuso due dita in una porta tagliafuoco dell’asilo nido comunale.  

“Anche se nel mio caso non si è trattato di abuso d’ufficio, che per i sindaci è una vera spada di Damocle sulla testa qualunque cosa si faccia o non si faccia – commenta – è un grande passo avanti verso una serie di interventi che abbiamo chiesto in quanto sono necessari a salvaguardare la dignità dei sindaci”, ricorda la prima cittadina. “Penso alle indennità e ai contributi previdenziali – prosegue – Oggi i contributi vengono pagati solo ai dipendenti pubblici in aspettativa, non di certo ai professionisti; e poi c’è anche il tema di tutta una serie di limitazioni come l’incandidabilità al Parlamento, che è molto sentita dai sindaci ma non altrettanto dai parlamentari; o le attività vietate dalle leggi Severino a chi ha svolto la funzione di primo cittadino”.  

“I talenti vanno incoraggiati o chi ha un mestiere e delle doti eviterà di mettersi in gioco nella pubblica amministrazione – conclude la sindaca di Crema – Con il risultato che la cosa pubblica, a cui dovremmo tenere di più, finisce nelle mani di persone con meno competenze e capacità”.  

(di Roberta Lanzara) 

Ddl Zan, trattative febbrili: cosa sta succedendo

“Un passo alla volta”, dice la senatrice del Pd Monica Cirinnà. Certo è che, dopo l’apertura di Enrico Letta, per il Ddl Zan sono davvero ore decisive. Il segretario del Pd ha rimescolato le carte, tirando fuori dal mazzo l”asso’ della nomina dell’autore del Ddl sull’omotransfobia a mediatore per la ricerca di una via che porti all’approvazione della legge. 

Nel palazzo, e in particolare al Senato, sono partite le trattative febbrili. Ma anche i grandi sospetti e le accuse incrociate. “Adesso si arriva a fare quello che avevamo detto noi”, dice il presidente di Iv Ettore Rosato. “Italia viva ha problemi di coerenza”, fa eco la Cirinnà. Il tutto mentre il senatore della Lega Andrea Ostellari annuncia: “Il Ddl Zan ha bisogno di modifiche migliorative, chiedo la convocazione del tavolo con i capigruppo già a partire da domani”. E, ancora nel Pd, è il vice capogruppo Franco Mirabelli a dare la linea: “Modifiche non sostanziali sì, stravolgimenti no”. Mentre i parlamentari del M5s mettono in guardia: “Nessuna mediazione al ribasso”. 

Una discussione molto accesa, tanto che un esponente di lungo corso del centrosinistra scuote la testa: “Così non si va da nessuna parte. E la legge rischia di venire affossata”. In questo contesto il Ddl si appresta ad affrontare il primo vero scoglio, mercoledì a palazzo Madama: l’aula dovrà esprimersi sulle due richieste di Lega e FdI di non affrontare l’esame degli articoli. Un voto segreto, un passaggio fondamentale per il provvedimento. 

“Chi voterà a favore del non passaggio agli articoli vuole affossare la legge. Chi vuole approvarla, magari con modifiche, voterà contro la richiesta della destra”, chiarisce Mirabelli. Per il centrosinistra, si tratta di un passaggio chiave: “Iniziamo a portare a casa quello, poi eventualmente si discute del resto”, sottolineano fonti di palazzo Madama. E’ un voto ‘in o out’, dagli effetti molteplici. Può sbarrare le porte dell’aula (e far ‘morire’) il Ddl Zan o metterlo sul treno che porta all’approvazione. Ma può anche dire definitivamente chi è pro o contro il provvedimento e dare un importante segnale politico. 

Ancora, al Senato, viene spiegato: “La proposta Lega-Iv non interessa a nessuno. La Lega e anche FdI quel testo non lo vogliono. Se poi cambiano idea, più siamo e meglio stiamo”. La Cirinnà lo dice apertamente: “Se qualcuno vorrà dialogare dovrà tornare a quello che ha fatto alla Camera”. Si tratta, in sostanza, di un appello a Forza Italia e Italia viva e alle posizioni emerse già a Montecitorio. Si tratta della ‘maggioranza Ursula’, che potrebbe battere un colpo in questo finale di legislatura che porta all’elezione del nuovo capo dello Stato. “Con tutto quello che comporta in casa del centrodestra”, sottolinea ancora un senatore del Pd di lungo corso. 

Ancora la Cirinnà aggiunge: “Gli emendamenti di Forza Italia possono essere guardati con attenzione. In particolare quelli della Bernini, che votò a favore della legge sulle unioni civili…”. Ad una soluzione, comunque, proverà a lavorare la delegazione dem guidata da Zan che in queste ore avrà una serie di incontri con le altre forze politiche a partire da quella di maggioranza. In parallelo, poi, potrebbe lavorare il “tavolo politico per il Ddl Zan” con i capigruppo che, ha annunciato Italia viva, si riunirà domani alle 17. Prima, però, c’è da rispondere all”appello’ di mercoledì sul futuro del provvedimento in Senato. 

Giustizia, Caiazza (Penalisti): “Abolire abuso d’ufficio e assurdo reato traffico influenze illecite”

“Siamo lieti che il Parlamento cominci a rendersi conto dei disastri che sono stati determinati in questo paese dal consegnarsi della politica ai controlli delle procure della Repubblica”. Ad intervenire sull’avviamento dell’iter abbinato di tre proposte di legge delle commissioni Affari costituzionali e Giustizia del Senato destinate a limitare di fatto i confini delle responsabilità penali dei sindaci, è Gian Domenico Caiazza, presidente dell’Unione delle camere penali italiane (Ucpi) che attraverso l’Adnkronos sollecita: “Va abolito l’abuso d’ufficio, che per noi è già sanzionato quando è parte di reati più gravi, ma anche l’assurdo reato di Traffico di influenze illecite. Sono norme indeterminate che hanno l’unico risultato di sottoporre il potere politico ed amministrativo all’indebito controllo preventivo dell’autorità giudiziaria penale”.  

“Noi siamo per una posizione di eliminazione delle ipotesi di abuso d’ufficio. Le condotte giustamente punibili sono già implicite e comprese in quelle di corruzione concussione, peculato, malversazione, per cui non c’è alcun bisogno di prevedere una norma residuale”, che potrebbe rappresentare la strada attraverso cui un giudice penale opera il controllo sulla attività amministrativa e dunque politica. Secondo Caiazza, lo stesso criterio va applicato anche ad un altro reato che “ha le medesime conseguenze devastanti: il Traffico d’influenze illecite”, istituito nel 2012 e punito dall’art. 346-bis del codice penale con reclusione da 1 anno a 4 anni e 6 mesi, “dunque con pene modestissime, che non si traducono mai in una sanzione vera, ma consentono alle procure di iscrivere nel registro degli indagati”.  

“Nessuno ha ben capito cosa significhi Traffico di influenze illecite – prosegue il penalista – Ma è certamente una norma frutto ancora una volta di un suicida mandato di controllo che la politica ha dato alla magistratura. Significa ‘raccomandazione’? Se sì, non possiamo ricondurre alla sfera penale qualunque condotta eticamente censurabile – constata – Se per raccomandare pago o sono costretto a pagare, allora interverrà il giudice penale. Ma se la violazione è amministrativa – rileva – sarà sanzionata da un giudice amministrativo”. Nel traffico d’influenze invece interviene il giudice penale “perché con questa previsione di reato le procure possono indagare su qualunque indeterminata ipotesi. Sono norme in bianco – rimarca Caiazza – messe nelle mani della magistratura per controllare la politica; vanno entrambe abrogate e restituite ai controlli amministrativi, non penali”.  

(di Roberta Lanzara)  

 

 

Pensioni, Bellanova: “Quota 100 punto più alto di populismo”

Pensioni in Italia con Quota 100? “Il punto più alto di un populismo che nulla ha avuto da offrire ai cittadini”, “merce di scambio tra alleati di governo” insieme al Reddito di cittadinanza fra Lega e M5S al tempo del governo Conte 1. A puntare il dito su Facebook è Teresa Bellanova, esponente di Italia Viva e viceministra alle Infrastrutture. “Quando, tra l’euforia generalizzata di chi credeva in Quota100, noi ravvedevamo il pericolo che a pagare fossero i più giovani e le donne, non sbagliavamo. Si è creduto, cadendo clamorosamente in errore, di poter costruire un pezzo di occupazione tramite sostituzione automatica con chi fuoriusciva grazie a quota 100. Oggi sappiamo che non è andata così”, scrive l’ex ministra. “Di fatto – continua Bellanova -, si è scaricato, ancora una volta sui meno garantiti il peso di una politica che ha pensato al consenso del momento. Io stessa denunciai che il rischio concreto era quello di tagliare fuori dalla misura le donne e di non dare il giusto peso e le giuste opportunità di godere delle strumento ai lavori usuranti. E i dati, oggi, dimostrano tutti gli errori compiuti con la norma del governo Conte 1”.  

“Dei tre giovani assunti per ogni pensionamento – denuncia – neanche l’ombra. Sono stati i lavoratori pubblici i maggiori beneficiari della misura giallo-verde. E ad usufruire di Quota 100 si registra una percentuale maschile di gran lunga superiore a quella femminile: il 69,3 per cento contro il 30,7 per cento.Ciò peraltro ha comportato un impegno di spesa consistente che avremmo potuto sfruttare diversamente, tutelando chi ha svolto lavori usuranti, i giovani, le donne. Un fallimento preannunciato che di fatto ha non solo sancito un principio iniquo, ma piegato l’interesse collettivo a quello elettorale. Evitare che accada di nuovo e che ad essere penalizzate siano soprattutto le donne è il minimo che le forze politiche riformiste possano fare”.  

“Non si può chiedere al governo Draghi – avverte – di perpetrare misure inique e ciò che a memoria comune fu merce di scambio tra alleati di governo. Quota 100 e reddito di cittadinanza, la prima a timbro verde e la seconda a timbro giallo, hanno rappresentato il punto più alto di un populismo che nulla ha avuto da offrire ai cittadini. Salvo promesse a vuoto, dalle sale stampa o dai balconi. I posti di lavoro non si creano per magia, senza un impianto serio di politiche attive, e la povertà ha tanta più dignità di tante promesse politiche fatte solo per raccogliere qualche voto”, conclude Bellanova. 

Letta: “Voto anticipato? Potrebbe venire voglia ma avanti su questa strada”

C’è la tentazione di elezioni anticipate dopo il risultato delle amministrative? “No. Ci sarebbe, perché è andata talmente bene che a me potrebbe venire voglia” dice il segretario del Pd Enrico Letta, ospite di ‘Che tempo che fa’. “Noi siamo il 12% del Parlamento, perché tra la sconfitta del ’18 e le scissioni successive siamo una forza piccola in Parlamento. In questo momento bisogna ancora uscire dalla pandemia, tenere la barra dritta. Io penso che l’Italia abbia dato il giusto esempio, ma penso che l’Italia debba perseguire su questa strada” afferma il leader dem. 

Bisogna “continuare con un governo che sta facendo bene – ribadisce – che sta impostando una legge di bilancio importante e deve dare segnali significativi su grandi temi: salute, istruzione, beni di cui ci siamo resi conto doppiamente durante la pandemia”.  

“Gli italiani guardano oggi a questo governo come al governo della ripartenza – sottolinea ancora – E’ fondamentale che questa fase sia una fase in cui ci si concentri sulle cose concrete”. 

Quanto al futuro, “non posso immaginare che il nostro Paese dopo il governo Draghi generi un governo a guida Meloni e Salvini. Quei due partiti, Fdi e Lega, sono i due partiti italiani legati, in Europa, a tutti gli altri antieuropeisti”. Questa prospettiva “deve spingere tutte le forze europeiste, democratiche e progressiste a mettere da parte gli aspetti personali. Ho una responsabilità: quella di federare e mettere insieme”, rimarca l’ex premier. 

Su Green Pass e vaccini “non possono esserci ambiguità – avverte poi – Le ambiguità che hanno avuto Meloni e Salvini in questi mesi dimostrano che c’è una differenza rispetto al resto del sistema. Il nostro Paese ha bisogno che tutti si vaccinino. Se riparte un’emergenza come è ripartita in Inghilterra, o come rischia di ripartire in Austria, succede che le terapie intensive tornano piene”. 

Sul tema del lavoro Letta dice che il governo deve dare “un forte messaggio, noi vogliamo ridurre le tasse sul lavoro in modo tale che i lavoratori abbiano in busta paga più soldi”.  

Per il segretario dem occorre anche “una riforma dell’apprendistato”. “Stiamo creando una generazione di precari – avverte – e non va per niente bene”. 

Inoltre, “va riformato il reddito di cittadinanza: deve rimanere come lotta alla povertà. Ma per il lavoro ci devono essere altri strumenti”. 

Riguardo alle pensioni, per il leader dem “è sbagliato il metodo della quota. Quota 100 è stato un errore, è ovvio che chi ne ha usufruito è contento” ma si tratta di “uno strumento diseguale, che discrimina le donne per come è organizzato il mercato del lavoro nel nostro Paese. La prima cosa da fare è la flessibilità a seconda dei lavoratori gravosi… E poi c’è la questione delle donne: ‘Opzione donna’ è un messaggio importante per dire che bisogna riconoscere qualche cosa rispetto a questa penalizzazione” nei confronti delle donne.  

Quanto a Mps, “ho l’impressione che Unicredit pensasse di partecipare a una svendita e invece il Mef è stato assolutamente corretto nel modo col quale ha portato avanti questa vicenda: aveva preso degli impegni di valorizzazione, non soltanto del grande patrimonio di esperienza e del legame col territorio, e poi stiamo parlando del più antico marchio di banca nel mondo. Non si poteva arrivare a una svendita. Adesso ovviamente c’è bisogno di avere più tempo nel rapporto con l’Europa per avere altre opzioni sul tavolo, e che queste opzioni riescano ad applicare quei punti che il ministro Franco aveva messo in evidenza a fine luglio in Parlamento”. 

Parlando del ddl Zan, il segretario del Pd spiega: “Chiederò in questi giorni ad Alessandro Zan, al padre di questa legge, di fare un’esplorazione con le altre forze politiche per cercare di capire le condizioni che possano portare a un’approvazione rapida del testo”. “Io non voglio lasciare nulla di intentato, perché la legge possa essere veramente approvata e che tutti i capisaldi della legge possano diventare realtà – prosegue – Quella norma deve diventare norma per il bene del nostro Paese e della nostra società”.
 

“Lanceremo le agorà democratiche” per “dare la possibilità a ogni cittadino, anche chi non ha votato il Pd, di discutere e mettere in campo le sue idee” dice poi Letta. “E’ il tentativo di allargamento del campo, discuteremo dei temi e lo faremo con sei personaggi esterni: Carlo Cottarelli, Andrea Riccardi, Elly Schlein, Monica Frassoni, Gianrico Carofiglio, che farà da coordinatore, e Anna Maria Furlan”. 

“Rdc e quota 100, i nodi vengono al pettine”

“Sventolano ancora, un po’ sdrucite e impolverate, le due grandi bandiere del populismo: reddito di cittadinanza e quota 100. Un po’ più in basso di prima, però, quasi mestamente. A quelle due bandiere era stato affidato l’annuncio, invero un po’ troppo immaginifico, che l’Italia stava cambiando il suo destino. Finalmente capace di prendersi cura dei deboli e di aprire una strada luminosa per i più giovani. Se non addirittura di “abolire la povertà”. 

Vasto programma che non è stato realizzato. Abbiamo speso fin qui circa 20 miliardi per il reddito (bandiera grillina) e più di 11 miliardi per quota 100 (bandiera leghista). E ora sulla prima misura pende la parola d’ordine del “ripensamento”, se non anche la minaccia di un referendum. E sulla seconda pende la scadenza di fine anno, quando sarà esaurito il finanziamento generosamente concesso ai tempi del Conte uno e si dovrà decidere il da farsi. 

Argomenti che a questo punto si incrociano con l’agenda governativa di Mario Draghi costringendolo per forza di cose a barcamenarsi tra le sue convinzioni di economista e i suoi doveri di primo ministro. 

Fin qui, per l’appunto, il premier ha evitato di prendere posizioni troppo nette. Ha concesso a Salvini qualche speranza sulla possibilità di andare in pensione un po’ prima del tempo (magari quota 102 in luogo della mitica quota 100) e ha dichiarato di essere favorevole, almeno in linea di principio, a un intervento a sostegno di chi si trova ai margini del mercato del lavoro. Pronunciamenti recitati senza troppa enfasi, e forse anche con un briciolo di scetticismo. Assai ben dissimulato, peraltro. 

Ora, con l’avvicinarsi della legge di bilancio, i due nodi stanno venendo al pettine, e Draghi dovrà avere una cura particolare nel dosare, insieme, le cifre e gli argomenti in ballo. Egli si viene infatti a trovare nel bel mezzo di due opposte pressioni. Con il leader leghista pronto ad andare contro quel reddito di cittadinanza che a suo tempo votò allegramente. Reddito che il Pd a suo tempo non condivise e che ora invece ha fatto proprio in nome dell’alleanza con il M5S. Schema che potrebbe capovolgersi dal lato delle pensioni, dove è appunto Salvini che insiste per tenere in vita la dissennata eredità del Conte 1, spalleggiato anche dai sindacati, mentre i suoi alleati rimirano la sua difficoltà con malcelata soddisfazione.  

Il fatto è che all’inizio di questa storia i due rami del populismo avevano fatto ricorso -insieme- ai più vecchi trucchi della tanto detestata politica d’antan: più spesa pubblica per ingraziarsi i cittadini (e soprattutto gli elettori). Con due aggravanti però. La prima: di elargire denaro con troppa disinvoltura proprio mentre il mondo che conta -e che fa di conto- è pronto a farci pagare ogni eccesso di disinvoltura. La seconda: di accompagnare quelle elargizioni con una campagna d’opinione velenosa attraverso cui si voleva celebrare la propria nuova virtù e condannare con adeguata severità gli antichi vizi dei vituperati predecessori. Il tutto accompagnato da una cura meticolosa della propaganda e da una cura assai più distratta dei conti pubblici. 

Staremo a vedere come Draghi cercherà di risolvere questo rompicapo nei prossimi giorni. Dalle prime anticipazioni si capisce come egli non voglia ingaggiare battaglie troppo sanguinose. E come però intenda almeno correggere alcuni degli eccessi che si è trovato ad ereditare. Soprattutto quelli sul fronte previdenziale. Cosa che gli richiederà per l’appunto una felpata e diplomatica accortezza.  

Se così fosse, vorrebbe dire che ancora una volta si pensa di uscire dagli eccessi del populismo con molta misura. Senza anatemi, senza umiliazioni, senza svolte troppo brusche. Come a dire che mentre l’ascesa dei populismi avviene quasi sempre con un certo fragore, il loro declino si compie semmai con una sorta di grazia nei loro confronti. Confidando che loro ricambino tanta grazia votando un governo che ha un profilo quasi -quasi- tecnocratico e accomodandosi accanto a quei partiti contro cui avevano lungamente rivolto il loro sdegno”. 

(di Marco Follini)  

Covid oggi Italia, Zaia: “La fine dello stato d’emergenza è vicina”

“Se l’andamento dei contagi e dei ricoveri resterà così, potremo chiudere questa pagina”, dice il presidente del Veneto Luca Zaia, in una intervista a La Stampa in cui afferma di essere “un difensore della vaccinazione volontaria”. Sulla Lega afferma che “abbiamo un elettorato di riferimento, dobbiamo portare avanti un’azione di lotta insieme a quella di governo. Per noi sono due componenti inscindibili, come due gemelli siamesi, uno non vive senza l’altro”. Sul green pass dice il governatore del Veneto che “per ora si è riusciti a gestire la situazione, anche se qualche problema sui tamponi c’è stato, visto che in Veneto abbiamo triplicato i test. Si tratta di capire se riusciremo a tenere questa velocità di crociera dalla prossima settimana. Resto convinto che i tamponi nasali fai da te siano una semplificazione importante, tanto più ora che sono stati riconosciuti dalle autorità regolatorie europee”. 

Il rialzo dei contagi è legato all’aumento dei tamponi effettuati? “È chiaro – spiega Zaia – che, se passo da 40mila tamponi a 120mila tamponi al giorno, come avvenuto nella nostra Regione, è inevitabile trovare più positivi. Quello che conta è che non abbiamo un aumento dei ricoveri in ospedale e, da quel punto di vista, la situazione è sotto controllo. Detto ciò, non si deve abbassare la guardia, perché non si può escludere un colpo di coda del virus”.  

Se non ci sarà, potremo chiudere lo stato di emergenza il 31 dicembre? “Dipenderà dall’andamento dei contagi e della campagna di vaccinazione: se il 31 dicembre fosse oggi, potremmo affrontare questo tema con serenità e chiudere definitivamente questa pagina. Poi, certo, avremo una fase di convivenza con un virus endemico, dovremo organizzare i richiami del vaccino, ma saremo fuori dall’emergenza”.  

Sui vaccini afferma: “Premesso che io le mie 2500 prenotazioni al giorno ce le ho, va detto che non c’è posto al mondo in cui i cittadini vengono vaccinati al 100%. E ricordo che, quando abbiamo avviato la campagna, si parlava di un obiettivo del 70% della popolazione. Bisogna guardare in faccia la realtà: arriva il momento in cui si deve prendere atto che oltre una certa percentuale non si va”.  

Continuano a esserci proteste contro il Green pass, da Trieste a Torino fino a Roma, la preoccupano? “Il diritto di manifestare va sempre garantito, ma non deve ledere la libertà altrui o trasformarsi in violenza. Credo che non possiamo uscire dal Covid con un conflitto sociale che si radicalizza. Serve un’azione pacificatoria, uno sforzo per abbassare i toni”. 

Renzi: “Servono i soldi del Mes”

“Servono i soldi del Mes”. Lo ha detto Matteo Renzi durante la presentazione di ‘Controcorrente’ a Nuoro. “Ci sono tanti denari in arrivo, che servono per fare tante cose, fra cui le infrastrutture” spiega. “Nuoro per esempio è l’unica provincia sarda che ha la ferrovia a scartamento ridotto e non ordinario – conclude -. Ma accanto a ciò servono soldi per la sanità, perché il punto centrale è che sulla sanità ci sarà da spendere molto nei prossimo anni”.  

 

Regeni, Fico: “Egitto non ha collaborato, grave ferita nei rapporti con l’Italia”

“L’Egitto finora non ha collaborato per appurare la verità sul sequestro, le torture e l’uccisione di Giulio Regeni, questa è una grave ferita nei rapporti fra i nostri Paesi”. Lo ha detto il presidente della Camera, Roberto Fico, in un’intervista ad Arab News.  

“E’ per questo che la Camera italiana ha interrotto i rapporti parlamentari con il Parlamento egiziano. Noi ci aspettiamo – come Paese – che lo Stato egiziano dia gli indirizzi degli appartenenti alla National security indagati dai magistrati italiani. Questo sarebbe un segnale di collaborazione, che noi ci aspettiamo senza dubbio” ha sottolineato Fico. 

Camera, tutto pronto per riapertura Transatlantico: buvette compresa

I questori della Camera hanno ultimato il loro lavoro e la prossima settimana, apprende l’Adnkronos, la conferenza dei capigruppo con il presidente Roberto Fico definiranno gli ultimi dettagli. Ci siamo, il Transatlantico dopo quasi un anno e mezzo di chiusura – l’unica nella storia di Montecitorio – tornerà ad essere il ‘salotto’ più famoso della politica italiana. Un ritorno in grande stile visto che è prossimo l’appuntamente più importante della legislatura: l’elezione del presidente della Repubblica, a inizio del nuovo anno.  

La data precisa di riapertura verrà stabilita nella capigruppo della prossima settimana. “Noi siamo pronti. Ora dipende dalla capigruppo e dal presidente”, spiega il questore Edmondo Cirielli di Fdi. La settimana cerchiata in rosso è la prima novembre. Fermi restando i tempi tecnici per smontare le postazioni dei deputati, visto che in questi mesi di pandemia il Transatlantico è diventato un’estensione dell’aula per permettere un maggiore distanziamento tra i parlamentari.  

Anche quando il Transatlantico verrà restituito alla sua funzione resteranno ovviamente in vigore le misure anti-Covid: distanziamento, mascherine e divieto di assembramenti. E per la gioia di deputati e addetti ai lavori riaprirà finalmente anche la buvette. “Ovviamente -puntualizza il questore Francesco D’Uva dei 5 Stelle- con presenze contingentate”.  

Riforma pensioni 2022, Draghi ‘chiude’ Quota 100. Salvini: “Troveremo soluzione”

Quota 100 non verrà rinnovata, per le pensioni nella Manovra 2022 ci sarà un graduale ritorno alla normalità. Parola del premier Mario Draghi, mentre la Lega di Matteo Salvini cerca una “mediazione ragionevole” per quota 102, con attenzione particolare ad alcune categorie di lavoratori come i precoci o coloro che lavorano in aziende con meno di 15 dipendenti. Il quadro è in evoluzione dalla scorsa settimana, quando il Consiglio dei ministri ha dato il via libera al Documento programmatico di bilancio. 

Il destino di Quota 100 “è oggetto di discussione della legge di bilancio, che presenteremo la settimana prossima. Io ho sempre detto che non condividevo Quota 100: ha una durata triennale e non verrà rinnovata”, ha detto il presidente del Consiglio rispondendo ad una domanda a Bruxelles, nella conferenza stampa successiva al Consiglio europeo. “Quello che occorre fare -ha aggiunto- ora è assicurare gradualità nel passaggio alla normalità. E’ questo l’oggetto della discussione oggi. Occorre essere graduali. I dettagli verranno resi noti nel corso della legge di bilancio”. 

“Mi pare che il presidente del Consiglio abbia già risposto, quota 100 si tocca e io credo che sia anche un bene che si tocchi perché penso che i numeri ci dicano che al suo interno aveva delle distorsioni che andavano affrontate”, ha fatto eco da Napoli il ministro del Lavoro Andrea Orlando. Le “distorsioni” citate da Orlando sono “il trattamento uguale a situazioni diverse, sono andate in pensioni prevalentemente i dipendenti di grandi imprese e pubblico impiego, e il fatto che il 70% degli utilizzatori sono stati uomini. Queste due cose vanno corrette, accettando una graduale uscita che quota 100 ha rappresentato”. 

La Lega, nel Consiglio dei ministri di martedì, ha espresso una “riserva politica” sul nodo pensioni. La proposta del governo -trasformare quota 100 in quota 102 nel 2022 e quota 104 nel 2023- non ha convinto i leghisti. Nel Documento programmatico di bilancio, per gli interventi sulle pensioni, figuravano un miliardo e mezzo di euro per tre anni: la cifra avrebbe lasciato poco spazio all’immaginazione riguardo alle vie d’uscita percorribili, non ultima quella di virare su quota 103 per i due anni interessati, soluzione caldeggiata nelle ultime 24 ore. 

Ma, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti di governo, proprio per evitare incidenti e non scontentare una Lega ‘nervosa’, l’esecutivo starebbe cercando risorse aggiuntive da inserire in manovra. Un miliardo in più che, aggiunto all’1,5 mld già nel Dpb, consentirebbe soluzioni più digeribili per il Carroccio. Tra queste, quella sulla quale spingerebbero i leghisti nelle ultime ore potrebbe prevedere il ricorso a quota 102 per il 2022 e 2023, con l’aggiunta di un potenziamento degli ‘scivoli’ per i lavoratori delle pmi. 

“La Lega lavora ad una mediazione ragionevole, che potrebbe essere quota 102 con strumenti per consentire la pensione ad alcune categorie specifiche come i lavoratori precoci o per quelli di imprese sotto i 15 dipendenti”, hanno fatto sapere fonti del partito guidato da Matteo Salvini. “La Lega è tendenzialmente favorevole a fondi da destinare direttamente ai lavoratori per consentire loro e non all’azienda una libera scelta sulla propria pensione”.  

Salvini in maniera esplicita ha ribadito che “il ritorno alle legge Fornero è incompatibile con la realtà. Io e il presidente Draghi stiamo lavorando per tutelare il diritto al lavoro e alla pensione, l’importante è non tornare alla legge Fornero. Chiamarla Quota 100 o Quota y non importa, quello che conta è che dal 1 gennaio tu non porti via 6-7 anni di vita ai lavoratori”, ha detto. “Io non sono affezionato ai nomi, mi interessa che nei contenuti dal 1 gennaio i lavoratori vedano tutelati i loro diritti. Ci stiamo lavorando con Draghi, partendo dalla tutela dei lavoratori precoci e dei dipendenti delle piccole imprese, troveremo sicuramente una soluzione positiva”, ha affermato. 

 

 

 

Superlega, Governo si schiera con Uefa

L’italia si schiera con la Uefa, impegnata nel braccio di ferro con Juventus, Barcellona e Real Madrid, i 3 club rimasti fedeli al progetto della Superlega. Il Governo ha infatti deciso di costituirsi a difesa dell’Uefa nel giudizio sulla Superlega incardinato presso la Corte di Giustizia Europea. Prima della decisione annunciata dal governo erano stati il presidente del Coni Giovanni Malagó e quello della Figc ad auspicare il passo di palazzo Chigi. 

“Per il tramite del Sottosegratario allo Sport Valentina Vezzali, ho rappresentato al Governo la posizione della Figc in merito alla costituzione dell’Italia nel giudizio sulla Superlega incardinato presso la Corte di Giustizia Europea, evidenziandone rischi e criticità”, aveva annunciato il presidente della Federcalcio, Gabriele Gravina. “Auspico che avvenga entro oggi per non porre il nostro Paese al di fuori di un consesso molto ampio di Stati che supportano la Uefa in quella che riteniamo sia una battaglia di principio a difesa di un sistema calcistico aperto e meritocratico”, aggiunge Gravina. 

“Stamattina ho letto i giornali facendo il punto con Gravina che era assolutamente dispiaciuto e amareggiato che non fosse stata fatta ancora presentata la Costituzione del nostro governo che in maniera poderosa si era schierato. Mi sembrerebbe un controsenso non farlo”, le parole di Malagò, a margine della Giunta. 

 

 

Pensioni, Draghi: “Quota 100 non verrà rinnovata”

Il destino di Quota 100 “è oggetto di discussione della legge di bilancio, che presenteremo la settimana prossima. Io ho sempre detto che non condividevo Quota 100: ha una durata triennale e non verrà rinnovata”. Lo dice il presidente del Consiglio Mario Draghi, rispondendo ad una domanda a Bruxelles. “Quello che occorre fare – aggiunge – ora è assicurare gradualità nel passaggio alla normalità. E’ questo l’oggetto della discussione oggi. Occorre essere graduali. I dettagli verranno resi noti nel corso della legge di bilancio”, conclude. 

GOVERNO – Nel Consiglio Europeo “nessuno” dubita dell’europeismo del governo italiano, di cui fa parte la Lega, e “nessuno” ha chiesto lumi sulla presenza del Carroccio nell’esecutivo, dice poi Draghi. E a chi gli chiede se qualcuno gli abbia chiesto del ruolo della Lega nel governo, alla luce del suo orientamento ‘sovranista’, risponde che “veramente non me lo ha chiesto nessuno. Nessuno ha dei dubbi sul fatto che questo governo sia europeista. L’adesione della Lega al governo è stata decisa sulla base del mio discorso in Parlamento”. “Ho detto – ricorda – che ‘chi farà parte di questo governo deve rispettare il diritto dell’Unione, deve considerare il percorso che ci ha portato all’euro un grande successo. E tutto quello che è successo dopo, con tutti i momenti di crisi e di difficoltà, anch’esso un grande successo dell’Unione’. Quello che dobbiamo fare è cercare di riparare le debolezze della costruzione, non distruggerla. E credo che nessuno lo voglia fare”, conclude. 

ENERGIA – Nella discussione in Consiglio Europeo sui prezzi dell’energia “noi siamo stati molto espliciti, con la necessità di preparare subito l’ipotesi di uno stoccaggio integrato” del gas naturale, “per quanto riguarda le scorte strategiche, e di cominciare a fare una specie di inventario delle riserve che sono disponibili oggi nei vari Paesi”. “Questo perché – continua Draghi – dobbiamo arrivare ad un sistema che protegga tutti i Paesi Ue in egual misura. E prevenendo quelli che stiamo vedendo e che possono essere movimenti di mercato, dove alcuni Paesi stanno acquistando capacità di stoccaggio in altri Paesi. Certe volte – conclude – questi movimenti di mercato non vanno esattamente nella direzione di garantire a tutti i Paesi una protezione”.  

“Per molti Paesi il gas continuerà ad accompagnare, sia pure diminuendo” gradualmente “la propria importanza, la transizione ecologica. Ma chiaro che il punto di arrivo è quello delle rinnovabili”. “L’ipotesi più probabile – continua – è che l’aumento dei prezzi dell’energia” che si verifica in questo periodo “sia per una parte strutturale e per una parte destinato a sparire. Ma questo episodio mostra la necessità di avere una strategia che punti all’autonomia strategica dell’Unione. E su questo che la Commissione lavorerà nel lungo periodo, lavorando sull’integrazione dei mercati, sulle interconnessioni. Molti problemi nascono dall’infrastruttura di distribuzione del gas. Occorrono poi accordi di lungo periodo” con i Paesi fornitori. “Molti di noi – prosegue – hanno detto che la vera autonomia strategica si raggiunge nel lungo periodo soltanto non dipendendo dal gas, che noi importiamo per l’85-90%. Nel lungo periodo bisogna puntare sulle rinnovabili. Quello che però è evidente che, se i prezzi del gas salgono, a partire dal 2026 c’è un gap di finanziamento di circa 470 mld di dollari all’anno, fino al 2030. Quindi si pone un problema di finanziare il percorso verso le rinnovabili. Il senso della discussione di ieri, specie da parte di molti Paesi, è stato che è difficile rinunciare al gas immediatamente”, conclude. 

POLONIA – Con la sentenza del Tribunale Costituzionale polacco sull’incompatibilità del trattato Ue con la Costituzione del Paese “è stata messa in discussione la base dell’Ue. E’ chiaro che la Commissione non può fare altro che andare avanti”. A dirlo è il presidente del Consiglio Mario Draghi, in conferenza stampa a Bruxelles al termine del Consiglio Europeo. “Detto questo – continua Draghi – è importantissimo mantenere il dialogo e una strada politica aperta con la Polonia. Sono questi due aspetti che dovranno riconciliarsi. Estrema chiarezza sulla difesa dei principi dell’Unione, grande disponibilità a continuare il dialogo. E’ molto importante il linguaggio, il rispetto di posizioni che non condividiamo, ma che dobbiamo rispettare. Così come pretendiamo il rispetto delle nostre posizioni”, conclude. 

MIGRANTI – L’Ue non apre ai muri contro i migranti. Le conclusioni del Consiglio Europeo, nel passaggio che pare aprire al finanziamento Ue dei “muri”, in realtà, per una “strana eterogenesi dei fini”, apre invece uno “spiraglio” alla ripresa della discussione sul nuovo patto per le migrazioni e l’asilo. A dirlo è il presidente del Consiglio Mario Draghi, in conferenza stampa a Bruxelles al termine del Consiglio Europeo. “La frase – spiega – si è girata in una maniera completamente diversa. L’inclusione dei diritti fondamentali e il riferimento agli obblighi internazionali già restringe il senso dell’ipotesi. Ma la prima parte, anche se letta così sembra un’apertura al finanziamento” delle barriere ai confini da parte dell’Ue, “non è assolutamente così, perché tutto questo dovrà essere proposto dalla Commissione, che è contraria, e approvato dal Consiglio Europeo, dove non siamo d’accordo in tanti, a cominciare da noi”. “Ma c’è anche – aggiunge – un secondo modo per leggere questo invito a cambiare la struttura legale dell’Ue, per ciò che riguarda l’immigrazione. Ed è stata posta in luce dalla presidente della Commissione Europea, Ursula von der Leyen, che ha detto che con questo linguaggio si può riaprire la discussione sul patto per l’asilo e la migrazione, che era fermo da oltre un anno. Quindi, per una strana eterogenesi dei fini, quello che doveva essere un passaggio sul finanziamento dei muri, non contiene di fatto questa possibilità e in realtà ha aperto uno spiraglio su una discussione che era chiusa da un anno”, conclude. 

Covid – I contagi da coronavirus Sars-CoV-2 “in Italia sono in salita”, anche se “molto” meno rispetto ad altri Paesi. Però “sono maggiori di pochi giorni fa. Dobbiamo capire se sono maggiori perché il numero di tamponi è molto più elevato di prima, visto che siamo passati da 300mila a più di mezzo milione regolarmente. Tra qualche giorno sapremo se è dovuto a questo o se è il prodotto di una diffusione” maggiore del Sars-CoV-2 nel nostro Paese. In Italia, continua Draghi, “abbiamo vaccinato di più rispetto ad altri Paesi europei e, rispetto all’Inghilterra, abbiamo mantenuto quelle cautele, come mascherine e distanziamento, che in Inghilterra sono state abolite. Abbiamo fatto del nostro meglio e i cittadini soprattutto hanno fatto del loro meglio. Una volta di più voglio ringraziare tutti i cittadini, che con grande senso di responsabilità si sono vaccinati” contro la Covid-19. “E soprattutto quelli che hanno saputo superare le loro esitazioni, le loro paure, assolutamente normali. E ciò nonostante si sono vaccinati”. Quanto alla terza dose, “sarà necessaria, specialmente per certe categorie. Come al solito si procederà in ordine di importanza di fragilità, di vulnerabilità, di età, per differenti categorie”. 

Manovra, si tratta su nodo quota 100: governo cerca 1 mld in più

“Io non concordavo con Quota 100 e non verrà rinnovata, ora occorre assicurare una gradualità nel passaggio a quella che era una normalità”. Diretto, come è sua abitudine, il premier Mario Draghi lo dice con estrema chiarezza in conferenza stampa a Bruxelles: una delle bandiere della Lega, in scadenza a fine anno – la riforma delle pensioni varata dal governo gialloverde per superare la legge Fornero, da sempre nel mirino di Matteo Salvini – verrà smantellata. Ora bisogna solo capire come fare, senza incidere su equilibri di maggioranza innegabilmente precari.  

Già nella riunione del Consiglio dei ministri di martedì scorso, che ha dato il via libera al Documento programmatico di bilancio, la Lega aveva frenato, esprimendo una “riserva politica” sul nodo pensioni che era stato così messo in stand-by. La proposta del governo -trasformare quota 100 in quota 102 nel 2022 e quota 104 nel 2023- non aveva convinto affatto i leghisti, che avevano preso tempo. Ma nel Dpb, per gli interventi sulle pensioni, figuravano un miliardo e mezzo di euro per tre anni, il che lasciava poco spazio all’immaginazione riguardo alle vie d’uscita percorribili, non ultima quella di virare su quota 103 per i due anni interessati, soluzione caldeggiata nelle ultime 24 ore.  

Ma, a quanto apprende l’Adnkronos da fonti di governo, proprio per evitare incidenti e non scontentare una Lega ‘nervosa’, l’esecutivo starebbe cercando risorse aggiuntive da inserire in manovra. Un miliardo in più che, aggiunto all’1,5 mld già nel Dpb, consentirebbe soluzioni più digeribili per il Carroccio. Tra queste, quella sulla quale spingerebbero i leghisti nelle ultime ore prevedrebbe il ricorso a quota 102 per il 2022 e 2023, con l’aggiunta di un potenziamento degli ‘scivoli’ per i lavoratori delle pmi.  

(di Ileana Sciarra)