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Categoria: salute/medicina

Covid, allarme interventi protesi anca rimandati: “Pazienti peggiorati” 

Con l’aumento dei contagi e lo spettro di un nuovo lockdown, torna l’allarme per lo stop agli interventi non urgenti per dare spazio all’assistenza ai malati Covid in ospedale. Un problema già vissuto ad aprile-maggio, che potrebbe ripresentarsi e che allarma i chirurghi. “La situazione creata dalla pandemia ha causato una contrazione degli interventi di protesi, perché si è dato più spazio alle operazioni salvavita. Questo, ad esempio, ha avuto delle conseguenze sui pazienti bisognosi di una protesi d’anca: si sono allungate le liste d’attesa e poi sono peggiorate le condizioni dei pazienti”. A fare il punto con l’Adnkronos Salute è Alessandro Calistri, ortopedico e traumatologo specializzato in chirurgia dell’anca e ricercatore del dipartimento di Scienze anatomiche istologiche medico legali e dell’apparato locomotore dell’Università Sapienza di Roma.  

In Italia il numero di interventi di protesi di ginocchio e di anca è in continua crescita negli ultimi anni: si è passati da 103mila nel 2001 a oltre 190mila nel 2016 (inclusi anche gli interventi per protesi di spalla e caviglia). Molto spesso si arriva alla protesi per l’artrosi all’anca, una condizione che provoca l’usura della cartilagine e dell’osso sottostante, determinando la perdita progressiva dell’autonomia deambulatoria. “C’è oggi un grossa necessità di interventi ricostruttivi all’anca e al ginocchio. L’immobilità per chi aspetta una protesi fa peggiorare le situazioni cliniche. Lo stop alle operazioni per dare priorità all’emergenza Covid ha determinato il peggioramento di tantissimi quadri clinici, molti pazienti ci hanno detto di aver avuto un tracollo fisico durante il lockdown e siamo preoccupati per quello che potrà accadere con una nuova serrata”, aggiunge Calistri, che collabora anche con il San Giuseppe Hospital di Arezzo, convenzionato con il Ssr della Toscana.  

“Oggi le liste d’attesa per una protesi d’anca arrivano, ad esempio da me, anche fino a 10 mesi – avverte Calistri – il Nord Italia assorbe la maggior parte degli interventi e proprio lì da febbraio c’è stato uno stop o comunque solo una lenta ripresa da giugno. Una situazione difficile e c’è una necessità di assorbire i pazienti in lista, i grandi centri negli ospedali pubblici ora si stanno occupando soprattutto di Sars-CoV-2”.  

Secondo Calisti la pandemia ha portato con sé anche un problema psicologico. “Oggi il paziente, magari più anziano, è preoccupato se deve pensare ad una operazione all’anca: teme il coronavirus e ha paura. Ma se non torna a camminare peggiorano altre condizioni magari già un po’ critiche. Va ricordato che oggi ci sono protocolli di sicurezza molto severi per le sale chirurgiche, con tamponi in entrata a tutti, pazienti e operatori sanitari, e il sierologico per coprire il periodo finestra che si può creare nei giorni di degenza”.  

 

Covid, l’analisi: essere stressati è nuova normalità 

“La nuova normalità è essere più stressati. A sette mesi dall’inizio dell’emergenza, tra le cose con le quali gli italiani sono obbligati convivere c’è anche un maggior livello di stress. Gli psicologi per i cittadini sono una sorta di ‘mascherina della mente’, indispensabili per affrontare questa nuova normalità: 8 cittadini su 10 ritengono che gli psicologi devono essere al loro fianco in questa fase, stessa percentuale di quanti credono necessaria la mascherina”. E’ quanto emerge dall’analisi presentata dal vicepresidente dell’Istituto Piepoli, Livio Gigliuto, nel corso del convegno sulla Giornata nazionale della psicologia 2020 organizzato dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi al Tempio di Adriano a Roma.  

“Dopo un marginale calo estivo – spiega l’esperto – i livelli di stress sono di quasi 10 punti percentuali più alti di quelli che registravamo prima dell’inizio dell’emergenza. Se all’inizio lo stress era legato quasi esclusivamente alla paura del contagio, oggi cresce sempre più l’ansia per le conseguenze economiche. Perdere il lavoro o faticare a trovarlo, vivere una nuova crisi economica: questo spaventa gli italiani e soprattutto i più giovani”. 

Per calcolare lo stress l’Istituto Piepoli utilizza uno strumento, ‘lo stressometro’ che misura il livello di stress auto-percepito. “Uno strumento che abbiamo messo a punto da oltre un anno grazie al Consiglio dell’Ordine degli psicologi – spiega Gigliuto – e funziona chiedendo ogni settimana a un campione di italiani il livello dello stress che sentono su una scala di 10 punti. In questo modo, rispetto alla domanda posta in una sola occasione, siamo in grado di ottenere una misurazione più precisa e valutarne le variazioni”, conclude sottolineando che, per quanto riguarda lo stress, gli italiani hanno attraversato tre grandi fasi, secondo i dati dello stressometro: lockdown con alte dosi di stress, fase estiva più rilassata e rientro con uno stress maggiore ma diverso rispetto a marzo, caratterizzato, appunto, da una maggiore pure delle conseguenze economiche della pandemia.  

Covid, test del sangue misura gravità infezione 

Un semplice test del sangue può indicare la gravità dell’infezione da nuovo coronavirus, misurando i livelli di alcune cellule ‘spia’ che circolano in misura maggiore quanto più grande è il danno provocato da Sars-CoV-2. I risultati preliminari di uno studio su 17 pazienti, condotto dall’ospedale Sacco-università Statale di Milano e dall’Istituto europeo di oncologia (Ieo) del capoluogo lombardo, suggeriscono infatti che le cellule endoteliali – quelle che compongono il rivestimento interno dei vasi – se danneggiate dal virus si sfaldano ed entrano nel sangue, diventando così un parametro dosabile. “Le cellule endoteliali circolanti (Cec) – ritengono gli autori – sono un potenziale nuovo marker della gravità di Covid-19”. 

I dati sono stati presentati durante l’evento digitale ‘Real-Time Monitoring of Endothelial damage during Covid-19. Why is it needed?’, organizzato dalla Fondazione Internazionale Menarini. Covid-19 – ricorda una nota – si sta dimostrando sempre più capace di colpire molti bersagli nell’organismo, non soltanto l’apparato respiratorio. Sars-CoV-2 è infatti in grado di attaccare l’apparato cardiovascolare e di distruggere le cellule dell’endotelio, il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni, di quelli linfatici e del cuore, provocando così la comparsa di numerose complicanze della malattia.  

I nuovi dati suggeriscono che Covid-19 sia “una patologia endoteliale ancor più che polmonare”, e individuano dunque nella valutazione dell’entità del danno alle Cec “un elemento per stimare la gravità della patologia più diretto delle cellule endoteliali progenitrici (Epc)”.  

“Le Cec derivano infatti dall’endotelio stesso e riflettono perciò il danno diretto del tessuto, mentre le Epc provengono dal midollo osseo in risposta al danno vascolare dovuto al virus, per riformare vasi sanguigni e ricostituire un endotelio sano”. Ecco perché l’entità di Cec ‘rotte’ dal virus, che possono essere esse stesse causa di complicanze trombotiche, può essere “una spia della gravità delle lesioni vascolari, aiutando così a valutare meglio la prognosi dei pazienti e a indirizzare le scelte terapeutiche”. 

I nuovi dati suggeriscono che Covid-19 sia “una patologia endoteliale ancor più che polmonare”, e individuano dunque nella valutazione dell’entità del danno alle Cec “un elemento per stimare la gravità della patologia più diretto delle cellule endoteliali progenitrici (Epc)”. “Le Cec derivano infatti dall’endotelio stesso e riflettono perciò il danno diretto del tessuto, mentre le Epc provengono dal midollo osseo in risposta al danno vascolare dovuto al virus, per riformare vasi sanguigni e ricostituire un endotelio sano”. Ecco perché l’entità di Cec ‘rotte’ dal virus, che possono essere esse stesse causa di complicanze trombotiche, può essere “una spia della gravità delle lesioni vascolari, aiutando così a valutare meglio la prognosi dei pazienti e a indirizzare le scelte terapeutiche”. 

Covid, lo studio: con vaccino antinfluenza meno contagi e morti 

Nel periodo del lockdown, le regioni italiane con un più alto tasso di copertura della vaccinazione anti-influenzale nella popolazione degli ultra 65enni mostravano un minor numero di contagi, un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi, così come un minor numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva e di decessi per Covid-19. Sono i risultati di uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano, secondo i quali nel periodo della ‘chiusura’, in base a una stima a posteriori, solo un piccolo aumento della copertura vaccinale avrebbe fatto risparmiare quasi duemila morti. Lo studio, pubblicato su ‘Vaccines’, supporta dunque l’ipotesi che la vaccinazione antiinfluenzale possa aiutare a prevenire la diffusione del Covid-19. “Abbiamo stimato – spiega Mauro Amato, ricercatore del Centro cardiologico Monzino e primo autore dell’articolo – che un aumento dell’1% della copertura vaccinale negli over 65, che equivale a circa 140.000 dosi a livello nazionale, avrebbe potuto evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti per Covid-19. Sarebbe pertanto importante incentivare il più possibile qualsiasi attività che possa portare ad un aumento della copertura vaccinale soprattutto fra gli ultra 65enni”.  

“Nel nostro studio – spiega ancora Amato, – abbiamo confrontato, Regione per Regione, i tassi di copertura vaccinale negli over 65 con il numero di contagi e altri 3 indici di severità clinica della malattia: il numero di ospedalizzazioni per Covid-19, il numero di ricoverati in terapia intensiva e il numero di deceduti per l’infezione. Tutte le analisi hanno confermato che i tassi di diffusione e la gravità del virus Sars-CoV-2 sono inversamente proporzionali al tasso di vaccinazione antiinfluenzale: meno vaccini, più Covid-19”. 

“Anche se sono necessari ulteriori studi ad hoc per confermare l’ipotesi – spiegano i ricercatori del Centro lombardo – lo studio fornisce un’ulteriore base scientifica alle raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie, a partire dall’Organizzazione mondiale della Sanità, che esortano la popolazione a sottoporsi, soprattutto quest’anno, al vaccino antinfluenzale”. 

Il mondo della cardiologia “è stato, come gli altri, devastato dall’ondata di Covid-19 e la mancanza di vaccini e farmaci in grado di arginarla ci ha spinto a cercare delle alternative per rispondere all’attacco della pandemia”, spiega Damiano Baldassare, coordinatore dello studio, responsabile dell’Unità per lo studio della morfologia e della funzione arteriosa del Monzino. “In vista di una imminente seconda ondata virale – continua- ci siamo concentrati sull’ipotesi, avanzata da diversi scienziati, circa il ruolo del vaccino antiinfluenzale nel ridurre la diffusione di Covid-19”. Il virus dell’influenza e il Sars-CoV-2 hanno vie di trasmissione simili – si legge nel lavoro – e alcuni sintomi in comune, ma sono molto differenti in termini di gravità e mortalità in caso di infezione, e in termini di gruppi di età colpiti.  

L’influenza – ricorda una nota – contagia soprattutto bambini e adolescenti, mentre Covid-19 colpisce prevalentemente i soggetti più anziani. Una possibile spiegazione potrebbe essere che i più giovani hanno un sistema immunitario più reattivo e rafforzato dall’esposizione agli agenti virali o agli antigeni contenuti in molti vaccini pediatrici (anti morbillo, varicella, scarlattina, rosolia, epatite B, papilloma virus…) . I vaccini possono innescare meccanismi positivi di risposta immunitaria ‘non specifica’, migliorando la capacità di reazione del sistema immunitario nel suo insieme. 

Covid, un italiano su tre teme di non distinguerlo da influenza  

Riuscire a distinguere l’influenza stagionale dai sintomi della Covid-19. E’ uno dei temi più discussi in vista dell’autunno. Secondo una ricerca condotta da Assosalute, presentata oggi durante una conferenza online, “il timore più diffuso tra gli italiani è proprio quello di non essere in grado di saperle distinguere prontamente (33% degli intervistati). Seguono il timore di non poter ricevere cure adeguate (14,7%), soprattutto tra gli over 65, e la paura di un nuovo isolamento (14%), soprattutto tra i più giovani”.  

“Distinguere la normale influenza da Covid-19 non è così semplice – ha spiegato Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Irccs Istituto ortopedico Galeazzi del capoluogo lombardo – Nonostante i due virus siano diversi, i sintomi che caratterizzano l’influenza stagionale e Covid-19 sono molto simili. L’unico modo certo per fare una diagnosi differenziale è quindi quello di eseguire il tampone. E’ bene ricordare che l’influenza con cui abbiamo a che fare tutti gli anni presenta sempre le medesime caratteristiche: insorgenza brusca di febbre oltre i 38 gradi, presenza di almeno un sintomo sistemico (dolori muscolari/articolari) e di un sintomo respiratorio (tosse, naso che cola, congestione/secrezione nasale, mal di gola). La momentanea perdita (anosmia) o diminuzione dell’olfatto (iposmia), la perdita (ageusia) o alterazione del gusto (disgeusia), sono invece tipici e non legati all’influenza stagionale. Attenzione anche ai bambini: se assistiamo al verificarsi di un unico sintomo respiratorio, è verosimile che siamo di fronte a malanni di stagione; se invece se ne verifica più di uno contemporaneamente, è bene fare ulteriori accertamenti”. 

Inoltre, ha evidenziato Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg), “sarà il medico di medicina generale, qualora ravvisi un sospetto Covid-19, a far intervenire l’unità diagnostica per gli accertamenti”. 

L’atteggiamento degli italiani in caso di sintomi influenzali è cambiato rispetto allo scorso anno. Come rivelato dalla ricerca Assosalute, infatti, “se nel 2019 il 55% degli intervistati dichiarava che il primo comportamento, in caso di febbre, sarebbe stato rimanere a casa, riposare e assumere farmaci da banco, oggi lo conferma soltanto il 37,1%. Aumentano coloro che si rivolgeranno subito al parere del medico di base: il 34,5% rispetto al 12,3% del 2019”. 

“I medici di medicina generale si stanno preparando all’arrivo della prossima stagione influenzale, informando le persone in tutti i modi possibili – ha continuato Cricelli – Abbiamo recentemente distribuito una guida per il rientro sicuro a scuola, in aggiunta a informative e documenti che abbiamo prodotto in questi mesi proprio per arrivare preparati. Da aprile tutti i medici di medicina generale sono dotati di sistemi informativi all’avanguardia che permettono di avere velocemente il quadro clinico del paziente e di poter quindi fare una diagnosi precisa e contestualizzata dei sintomi che presenta, anche a distanza; questo permette una gestione sofisticata di tutte le patologie, compresa l’influenza stagionale e Covid-19”. 

Sempre dall’indagine Assosalute emerge che sono “stabili rispetto all’anno scorso le figure di riferimento in caso di febbre: il 53% degli italiani continuerà a rivolgersi al medico di base, seguito dal 28,4% che invece si affiderà alla propria esperienza, curandosi con gli usuali farmaci di automedicazione, soluzione più diffusa a cui farà ricorso, se necessario, il 60,6% degli italiani; cala invece il numero di coloro che si rivolgeranno al farmacista: sono il 14,6% degli intervistati, rispetto al 23,2% del 2019”. 

In caso di febbre, quindi, che fare? “Al principio sempre valido di automedicazione responsabile – ha raccomandato Pregliasco – si aggiunge quest’anno il comportamento responsabile. Rimanere in casa se si manifestano i sintomi e isolarsi dagli altri, non andare al Pronto soccorso né presso gli studi medici, ma chiamare al telefono il medico di famiglia, la guardia medica o i numeri verdi regionali o di pubblica utilità 1500. Rimangono validi i classici consigli come evitare gli sbalzi di temperatura, prediligere un’alimentazione corretta e cercare di non affaticare troppo il sistema immunitario, mantenendo ad esempio una sana flora intestinale con l’aiuto dei probiotici”.  

Così come confermato anche da Cricelli, che avverte come, “rispetto alle passate stagioni influenzali, l’indicazione quest’anno è di non aspettare di vedere se i sintomi influenzali passano in 3 giorni prima di sentire il proprio medico, ma di contattarlo telefonicamente quando insorgono per monitorare la situazione e concordare insieme un’automedicazione responsabile. E’ importante infatti evitare di azzerare i sintomi dell’influenza e rischiare di nascondere il vero quadro della situazione”. 

Infarto, la dieta col partner aiuta a guarire 

Quanto è importante, per un cardiopatico, avere una famiglia di supporto? Lo stile di vita sedentario, il fumo, l’alimentazione sbagliata, l’obesità, sono fattori di rischio cardiovascolare a cui bisogna porre riparo, in particolare dopo un evento l’infarto. E motivare i pazienti a cambiare le abitudini non è affatto facile. Lo sottolinea sul ‘Messaggero’ Antonio G. Rebuzzi, professore di Cardiologia Università Cattolica – Policlinico Gemelli Roma. “Lo studio Euroaspire 4 (European Action on Secondary and Primary Prevention by Intervention to Reduce Events 4) ha rilevato in 24 paesi, per conto della Società Europea di Cardiologia, i dati dei pazienti a un anno e mezzo da un evento coronarico. Se non profondamente motivati, il 49% di quelli che fumavano prima dell’infarto ha ripreso, il 60% di coloro che non facevano sport ha continuato l’inattività e l’80% degli obesi non è riuscito a perdere dopo il ritorno a casa”.  

“Come fare, dunque, ad avere successo nel convincere il paziente? All’ultimo congresso della Società Europea di Cardiologia Lotte Verwely del Dipartimento di Cardiologia dell’Academic Medical Center di Amsterdam ha dato una interessante risposta a questa domanda, dimostrando che quando la coppia si unisce nello sforzo, chi ha avuto un infarto hanno maggiori probabilità di riuscire a cambiare le abitudini. L’analisi – ricorda l’esperto – si è concentrata su 411 pazienti a cui sono stati indirizzati programmi di stile di vita per ridurre il peso o incrementare l’attività fisica o per smettere di fumare. Nella metà dei casi è stato coinvolto, oltre al paziente, anche il partner, che ha anche lui/lei volontariamente modificato le normali abitudini. Rispetto a quelli senza partner, i pazienti in cui il partner era coinvolto avevano più del doppio di probabilità di riuscire a raggiungere l’obiettivo che si erano proposti. Esaminando l’influenza benefica del partner nelle singole aree si è visto che un partner partecipante aiuta maggiormente nella perdita di peso, con un raggiungimento dell’obiettivo in quasi il triplo dei pazienti accompagnati nel sacrificio, rispetto a quelli in cui il partner non era coinvolto”.  

“Le coppie hanno spesso stili di vita simili e cambiare le abitudini è indubbiamente più difficile se chi ti è accanto continua come prima. Il miglioramento nella cessazione del fumo e nell’incremento dell’attività fisica, pur presente, è stato meno significativo. Questi campi sembrerebbero risentire in maniera minore della presenza di un partner attivo e sarebbero più soggetti a motivazioni o abitudini individuali”, conclude Rebuzzi.  

Rapimenti alieni e fantasmi in camera da letto, studio svela la ‘cura’ 

Rapimenti alieni, apparizioni misteriose in camera da letto, fantasmi, demoni e ombre paurose. A tutti è capitato di fare un incubo davvero terrificante, e l’incapacità di muoversi moltiplica la paura: ci si sente ‘paralizzati’, inchiodati al letto e prigionieri del proprio corpo. Ebbene, un team di ricercatori britannici e italiani ha messo a punto e sperimentato con successo un nuovo approccio per trattare la paralisi del sonno, una condizione che spiegherebbe molti di questi fenomeni notturni misteriosi. Si tratta di “una speciale tecnica di meditazione e rilassamento”, spiegano gli autori di uno studio pilota, pubblicato su ‘Frontiers in Neurology’ e condotto in Italia su 10 pazienti con narcolessia, afflitti da paralisi notturna. 

“Sappiamo che il 20% della popolazione sperimenta episodi di paralisi del sonno. E in queste occasioni a volte si vedono esseri misteriosi”, dice all’AdnKronos Salute Baland Jalal, ricercatore del Department of Psychiatry della Cambridge University, autore dello studio in collaborazione con il team di Giuseppe Piazzi del Dipartimento di Scienze biomediche e neuromotorie dell’Università di Bologna/Irccs Istituto delle Scienze neurologiche di Bologna. “So in prima persona quanto possa essere terrificante la paralisi del sonno, avendola sperimentata molte volte io stesso – confessa Baland Jalal – Ma per alcune persone, la paura può far sì che andare a letto, che dovrebbe essere un’esperienza rilassante, diventi un momento di terrore”.  

La paralisi del sonno comporta una sorta di ‘congelamento’ dei muscoli scheletrici e si verifica all’inizio del sonno o appena prima del risveglio. Mentre è temporaneamente immobilizzata, la ‘vittima’ è acutamente consapevole di ciò che la circonda. Le persone che sperimentano questo fenomeno spesso riferiscono di essere terrorizzate da presunti intrusi in camera da letto, spesso spiegati chiamando in causa fantasmi, demoni e persino rapimenti alieni. Fino a una persona su cinque sperimenta la paralisi del sonno, che può essere innescata dalla privazione del riposo ed è più frequente in condizioni psichiatriche come il disturbo da stress post-traumatico. E’ anche comune nella narcolessia, un disturbo del sonno che comporta un’eccessiva sonnolenza diurna e un’improvvisa perdita del controllo muscolare. 

Nonostante la condizione sia nota da tempo, ad oggi non ci sono trattamenti specifici o studi clinici pubblicati che consentono di intervenire con metodiche mirate. Il team ha testato una terapia originariamente sviluppata da Jalal, che insegna ai pazienti a seguire quattro passaggi ‘chiave’ durante un episodio di paralisi notturna: rivalutazione del significato dell’attacco (occorre ricordare a se stessi che l’esperienza è comune, benigna e temporanea e che le allucinazioni sono un tipico sottoprodotto del sogno); distanziamento psicologico ed emotivo (ricordando a se stessi che non c’è motivo di avere paura o preoccuparsi e che la paura e la preoccupazione non faranno che peggiorare l’episodio); meditazione focalizzata verso l’interno (come il ricordo di una persona cara o di un evento, un inno, una preghiera); infine rilassamento muscolare (evitando di controllare la respirazione e in nessun caso tentare di muoversi). 

I partecipanti hanno dovuto tenere un diario giornaliero per 4 settimane per valutare la comparsa, la durata e le emozioni suscitate della paralisi del sonno. Complessivamente, tra i 10 pazienti, due terzi (66%) hanno riportato allucinazioni, spesso al risveglio dal sonno (51%) e meno frequentemente dopo essersi addormentati (14%), come valutato durante le prime 4 settimane. 

A questo punto, 6 partecipanti hanno completato questionari su umore/ansia e sono state insegnate loro le tecniche di terapia, provate (come una sorta di allenamento) 2 volte a settimana per 15 minuti. Il trattamento è durato 8 settimane. Nelle prime 4 settimane dello studio, i partecipanti al gruppo meditazione-rilassamento hanno sperimentato la paralisi del sonno in media 14 volte in 11 giorni. Il disturbo causato dalle loro allucinazioni è stato valutato 7,3 su una scala di 10 punti. Nell’ultimo mese di terapia, il numero di giorni con paralisi del sonno è sceso a 5,5 (-50%) e il numero totale di episodi è sceso a 6,5 ​​(-54%). Si segnala anche una notevole tendenza alla riduzione del disturbo causato da allucinazioni, con le valutazioni di gravità scese da 7,3 a 4,8. Un gruppo di controllo di 4 partecipanti ha seguito la stessa procedura, praticando però la respirazione profonda invece della terapia. 

Nel gruppo di controllo, il numero di giorni con paralisi del sonno (4,3 al mese all’inizio) è rimasto invariato, così come il numero totale di episodi (4,5 al mese inizialmente). Anche il disturbo causato dalle allucinazioni è rimasto invariato (valutato 4 durante le prime 4 settimane). “Sebbene il nostro studio abbia coinvolto solo un piccolo numero di pazienti, possiamo essere cautamente ottimisti sul suo successo”, ha affermato Jalal. “La terapia di meditazione-rilassamento ha portato a un drastico calo delle volte in cui i pazienti hanno sperimentato la paralisi del sonno, inoltre tendevano a trovare le allucinazioni meno inquietanti. E’ un passo nella giusta direzione”, dice l’esperto. Se i ricercatori saranno in grado di replicare i loro risultati in un numero maggiore di persone, potrebbe finalmente essere disponibile una terapia relativamente semplice per aiutare le persone afflitte da questo problema.  

(di Margherita Lopes) 

Sla, ricercatori italiani identificano possibile bersaglio terapeutico  

Identificato un nuovo potenziale bersaglio terapeutico per il trattamento della Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), la più grave e conosciuta fra le malattie degenerative che colpiscono i motoneuroni, ossia i neuroni responsabili del movimento, localizzati a livello della corteccia cerebrale e del midollo spinale. La scoperta è opera di un gruppo di ricercatori guidati dall’Irccs ospedale San Raffaele, in collaborazione con Università degli studi di Milano e Istituto di biofisica del Cnr. I risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica ‘Nature Communication’. 

L’equipe ha osservato in laboratorio – in colture cellulari di motoneuroni e in modelli sperimentali di malattia – una riduzione del complesso molecolare del Retromer, un meccanismo che media il trasporto intracellulare delle proteine che stanno per essere riciclate o distrutte e che già da diversi anni è associato a malattie neurodegenerative, quali Parkinson e Alzheimer, ma mai alla Sla. I ricercatori hanno poi sviluppato una serie di molecole in grado di stabilizzare questo complesso molecolare, riducendo efficacemente nei modelli sperimentali il processo degenerativo dei motoneuroni. E rallentando, così, la progressione della malattia. 

“Il lavoro è di natura strettamente pre-clinica – precisa Gianvito Martino, neurologo e direttore scientifico dell’Irccs ospedale San Raffaele, tra i coordinatori dello studio insieme al professor Pierfausto Seneci dell’Università degli Studi di Milano e al dottor Mario Milani dell’Istituto di Biofisica del Cnr di Milano – e si basa su osservazioni fatte in modelli sperimentali della malattia. Ma, con debita cautela, pensiamo che questo approccio possa essere ulteriormente sviluppato sino alla sperimentazione sui pazienti – sottolinea – Sebbene al momento non esista una terapia in grado di guarire la Sla, negli ultimi anni le ricerche in questa direzione si sono moltiplicate e la speranza di trovare presto un rimedio definitivo si fa sempre più concreta”. 

Covid, lo studio: raffreddore genera anticorpi utili contro virus 

‘Effetto raffreddore’. Gli anticorpi sviluppati dopo essere stati infettati dal coronavirus del raffreddore sembrerebbero reagire anche contro il virus pandemico Sars-Cov-2. E’ quanto emerge da uno studio pubblicato su ‘Science’ dal team de La Jolla Institute for Immunology. “Un lavoro interessante, che potrebbe spiegare alcuni elementi rimasti finora nell’ombra, come ad esempio la diversità della risposta alla malattia fra i pazienti”, commenta all’Adnkronos Salute il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco.  

Ricerche recenti avevano evidenziato la presenza di risposte delle cellule T specifiche a Sars-CoV-2 in persone non esposte al virus. Un aspetto che aveva incuriosito i ricercatori. Ora gli immunologi Usa mostrano che queste risposte derivano in parte dalla memoria sviluppata dalle cellule T contro i coronavirus del comune raffreddore. “Un meccanismo non dissimile da quello che si verifica nel caso dell’influenza, una cross-reattività che potrebbe spiegare – dice Pregliasco – anche perché ci sono risposte molto diverse alla malattia nei pazienti con Covid-19”. 

All’inizio di quest’anno, i ricercatori che hanno studiato la risposta immunitaria adattiva a Sars-CoV-2 in diverse coorti di pazienti, avevano rilevato cellule T CD4 + reattive al Sars-CoV-2 nel 50% delle persone del campione studiato che non erano state esposte al virus. L’ipotesi era che questa immunità preesistente fosse dovuta alla memoria delle cellule T rispetto ai coronavirus del raffreddore umano comune (HCoVs), che condividono una sequenza parziale con Sars-CoV-2. Per dimostrarlo, il team di Jose Mateus ha studiato campioni di sangue umano raccolti prima del 2019, quando è emerso il virus pandemico, sottoponendoli a speciali indagini.  

Gli autori hanno scoperto così una gamma di cellule T cross-reattive sia per Sars-CoV-2 che per i comuni coronavirus del raffreddore (HCoV-OC43, HcoV-229E, HCoV-NL63 e HcoV-HKU1). Sulla base del loro lavoro, i ricercatori suggeriscono che è plausibile ipotizzare che un’esposizione preesistente ai virus del raffreddore possa contribuire alle variazioni della gravità della malattia nei pazienti con Covid-19. 

Covid, studio rivela velocità trasmissione sui treni 

Tempo di vacanze e spostamenti. Ma quale sarà il mezzo di trasporto più sicuro? Uno studio condotto da scienziati dell’Università di Southampton ha esaminato le possibilità di contrarre Covid-19 in una carrozza ferroviaria con a bordo una persona infetta. Sulla base delle tratte ad alta velocità in Cina, i ricercatori hanno scoperto che nel caso dei passeggeri dei treni seduti entro tre file (in larghezza) e cinque colonne (in lunghezza) da una persona infetta (paziente indice), tra lo zero e il 10% (10,3) ha contratto la malattia. Il tasso medio di trasmissione per questi viaggiatori “a stretto contatto” era dello 0,32%. Ebbene, per i ricercatori i risultati evidenziano l’importanza del distanziamento anche a bordo (pari ad almeno un metro per un’ora di viaggio), ma anche dell’uso delle mascherine e del controllo della temperatura prima di salire in carrozza. 

Lo studio, pubblicato su ‘Clinical Infectious Diseases’ in collaborazione con l’Accademia cinese delle scienze, la China Academy of Electronics and Information Technology e il Chinese Centre for Disease Control and Prevention, ha anche mostrato che i passeggeri che viaggiano in posti direttamente adiacenti a un paziente indice hanno il più alto livello di trasmissione, con una media del 3,5% di contrarre la malattia. Per quelli seduti sulla stessa fila, il dato è dell’1,5%.  

Inoltre per i ricercatori il rischio aumenta per ogni ora di permanenza. È interessante notare che gli studiosi hanno scoperto che solo lo 0,075% delle persone che utilizzavano un posto precedentemente occupato da un paziente indice ha contratto la malattia. Il team ha realizzato un modello che tiene conto dei dati relativi a un periodo compreso tra il 19 dicembre 2019 e il 6 marzo 2020, su 2.334 pazienti indice e 72.093 contatti stretti. I tempi di viaggio variavano da meno di un’ora a otto ore. 

“Il nostro studio – commenta Shengjie Lai – mostra che sebbene vi sia un rischio aumentato di trasmissione Covid-19 sui treni, la posizione del sedile di una persona e la durata del viaggio vicino ad una persona infetta possono fare una grande differenza. I risultati suggeriscono che durante l’epidemia di Covid-19 è importante ridurre la densità dei passeggeri e promuovere misure di igiene personale, l’uso di mascherine e possibilmente effettuare controlli di temperatura prima di salire a bordo”. I ricercatori concludono che, sulla base dei risultati ottenuti, è necessaria una distanza sociale sicura di oltre un metro per un’ora di viaggio insieme. Dopo due ore di contatto, un distanziamento inferiore a 2,5 metri potrebbe essere insufficiente per impedire la trasmissione. 

Secondo il direttore dell’organizzazione WorldPop, Andy Tatem, “la nostra ricerca dimostra che il rischio di trasmissione non riguarda solo la distanza da una persona infetta, ma anche il tempo passato in sua presenza. Speriamo che possa essere utile per le autorità alle prese a livello globale con le misure necessarie per proteggersi dal virus e ridurne la sua diffusione”. 

Covid, Pasini: “Viaggiatori internazionali possono causare seconda ondata” 

L’andamento della pandemia a livello mondiale “ci dimostra che nell’analisi di Covid-19 non esiste alcun elemento di comparazione con l’influenza stagionale. Al contrario dei virus influenzali, che non circolano affatto durante i mesi primaverili ed estivi, Sars-Cov-2 continua a circolare nel mondo indipendente dal clima, raggiungendo numeri drammatici nelle Americhe, in India e ora in Africa. Un’eventuale seconda ondata in Italia potrebbe esser legata all’aumento esponenziale dei casi” nei viaggiatori internazionali, “qualora questi non vengano identificati ed isolati e non se ne traccino i contatti”. A puntare il dito sui viaggiatori internazionali è Walter Pasini, esperto in medicina dei viaggi e presidente della Società internazionale di medicina del turismo, con sede a Venezia. “Le Asl italiane – sottolinea – devono porre grande attenzione nel controllo dei cluster”. 

“Desta preoccupazione – continua Pasini – da un lato il comportamento del principale leader d’opposizione che rifiuta la mascherina in Senato e dall’altro l’attuale gestione della pandemia da parte del Governo. Da un lato il presidente Conte prolunga lo stato di emergenza nazionale fino al 15 ottobre, dall’altro consente un’immigrazione selvaggia estremamente pericolosa ed effettua pochissimi controlli sui viaggiatori che provengono dall’Est Europa (Romania, Bulgaria, ma anche Pakistan ed altri paesi medio-orientali). Purtroppo non si è capaci di leggere correttamente ciò che sta succedendo. Se i casi in Italia sono scesi ed il virus circola meno, lo si deve solo agli effetti del lockdown, al sequestro domiciliare di un intero Paese, misura straordinaria, mai adottata in passato, che ha impedito la propagazione del contagio al centro-sud, ha provocato una drastica riduzione dei casi e della mortalità, ma anche enormi danni sul piano economico e sociale”. 

“Ci troviamo oggi – afferma – in una situazione simile a quella in cui presumibilmente eravamo in dicembre-gennaio, quando il virus circolava sottotraccia ed il contagio si estendeva comunque attraverso gli asintomatici. Se le Rianimazioni oggi sono vuote, non vuol dire che non esiste più rischio. I numeri del nostro Paese, seppur minori rispetto alla Germania, alla Spagna, al Regno Unito non devono tranquillizzare. I 100-200 nuovi positivi devono destare molta attenzione. Nelle epidemie gli aumenti dei casi sono esponenziali e possono moltiplicarsi nel in poco tempo, se i casi positivi non vengono identificati, isolati, se non si tracciano i contatti e si utilizza la quarantena”. 

Quando si analizza la pandemia non si deve limitare lo sguardo alla sola situazione nazionale, ma alla situazione internazionale, perché il virus responsabile del Covid-19 “è lo stesso e la popolazione mondiale è in grandissima parte ancora suscettibile di contrarre l’infezione. Bisogna guardare i numeri, per esempio quelli degli Usa che registrano nelle ultime 24 ore 1600 morti e 60.000 nuovi casi”. E’ fondamentale, secondo Pasini, “impedire con ogni mezzo l’immigrazione incontrollata dall’Africa attraverso barconi o barchette. Ogni positivo che sfugge può accendere nuovi focolai e provocare stragi. La storia delle epidemie insegna che nel passato esse venivano controllate utilizzando forze di polizia ed esercito. Indipendentemente da qualsiasi valutazione di carattere ideologico e da sentimenti di pietà cristiana, l’immigrazione in questo periodo di pandemia va fermata”.  

Così come “deve diventare obbligatorio – insiste – effettuare i test che ricercano il virus nei viaggiatori che provengono dai paesi a rischio. La quarantena in tutti questi casi deve diventare obbligatoria e forzata, non fiduciaria”. Occorre dunque richiamare le autorità politiche e sanitarie del nostro Paese ad una vigilanza maggiore “e a un impegno più serio nel controllo dei viaggiatori internazionali, siano questi migranti, lavoratori, turisti”, conclude Pasini. 

Scoperta nuova sindrome, colpiti 7 bambini nel mondo 

Individuata una nuova, rarissima, sindrome del neurosviluppo causata dalla mutazione di un gene denominato MAPK1, riscontrata ad oggi solo in 7 bambini nel mondo. La patologia fa parte delle RASopatie, un gruppo di malattie rare di origine genetica, caratterizzate da un quadro clinico che include bassa statura, dismorfismi facciali, deficit cognitivo variabile, un ampio spettro di difetti cardiaci, anomalie a carico dell’apparato scheletrico e anche una predisposizione all’insorgenza di tumori in età pediatrica. La scoperta, effettuata da clinici e ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù, dell’Istituto Superiore di Sanità e di altri centri europei e statunitensi, è stata pubblicata sull”American Journal of Human Genetics”.  

La nuova malattia identificata nello studio è causata dalle mutazioni di MAPK1 (noto anche come ERK2), che regola l’attività di numerose proteine presenti nella cellula. Le mutazioni di questo gene sono la causa della condizione osservata in 7 giovanissimi pazienti, seguiti dai diversi Centri internazionali, che condividevano un disordine del neurosviluppo associato a bassa statura, malformazioni cardiache e caratteristiche craniofacciali riconducibili alla sindrome di Noonan, una delle RASopatie più comuni.  

La causa molecolare della malattia è stata identificata grazie all’uso delle nuove tecnologie di sequenziamento genomico, nell’ambito di uno studio condotto all’interno del programma di ricerca Vite Coraggiose dell’Ospedale Bambino Gesù. Il programma è dedicato ai pazienti senza diagnosi ed è finanziato dalla Fondazione Bambino Gesù. L’utilizzo di diversi approcci sperimentali basati su studi in vitro e in vivo, condotti grazie ai finanziamenti della Fondazione Airc per la Ricerca sul Cancro, ha permesso di dimostrare come le mutazioni identificate siano alla base di una iperattivazione della proteina MAPK1 e dell’intera ‘cascata’ MAPK, cioè delle reazioni chimiche attivate dai segnali ricevuti dalle cellule. Lo studio ha anche permesso di formulare delle prime ipotesi sul perché queste specifiche mutazioni abbiano meno impatto nello sviluppo di tumori rispetto a quelle che colpiscono altre proteine della stessa cascata. Il lavoro è stato condotto da ricercatori e clinici del Bambino Gesù, dell’Iss e di altri centri in Europa (Olanda, Spagna, Germania) e negli Stati Uniti (Indianapolis, New York, Missouri, Ohio, Maryland). 

Sono passati 20 anni da quando è stato identificato il primo gene coinvolto nella più frequente tra le RASopatie, la sindrome di Noonan. Si trattava del gene PTPN11, alla cui scoperta contribuì Marco Tartaglia, responsabile dell’area di ricerca Genetica e malattie rare del Bambino Gesù. Da allora, anche grazie all’importante contributo della rete italiana per le RASopatie e della rete europea NSEuroNet, da diversi anni finanziata dall’Unione Europea nell’ambito dei finanziamenti dedicati alle malattie rare, sono stati identificati numerosi altri geni responsabili della stessa sindrome di Noonan e delle altre RASopatie correlate.  

“Il gene MAPK1 – spiega Tartaglia – era l’ultima proteina di questa importante via di comunicazione cellulare a non essere stata associata a una malattia genetica, quando mutata. Oggi si unisce alla famiglia dei geni implicati in una delle più frequenti famiglie di malattie genetiche che colpiscono lo sviluppo e la crescita dei bambini. Siamo contenti di poter aver potuto offrire un nuovo contributo nel campo delle malattie rare e nella comprensione dei meccanismi molecolari attraverso cui il malfunzionamento di questa proteina e della cascata RAS-MAPK altera i processi dello sviluppo e contribuisce all’oncogenesi”, conclude. 

ITALIANO UN PICCOLO PAZIENTE – E’ italiano uno dei 7 bimbi. A quanto apprende l’Adnkronos Salute, il piccolo è stato seguito al Bambino Gesù per tutta la parte genetica. 

La patologia fa parte delle RASopatie, un gruppo di malattie rare di origine genetica, caratterizzate da un quadro clinico che include bassa statura, dismorfismi facciali, deficit cognitivo variabile, un ampio spettro di difetti cardiaci, anomalie a carico dell’apparato scheletrico e anche una predisposizione all’insorgenza di tumori in età pediatrica.  

 

Coronavirus: nel Lazio test a chi arriva in bus da Bulgaria, Romania e Ucraina 

Test sierologico, nei terminal di arrivo dei bus, per le persone provenienti da Bulgaria, Romania, Ucraina e, in caso di positività, il test molecolare con tampone nasofaringeo. Lo prevede l’ordinanza con nuove misure per fermare i contagi di importazione, firmata dal presidente della Regione Lazio, Nicola Zingaretti. In caso di rilevazione della temperatura superiore a 37,5 gradi, i viaggiatori sono sottoposti al test molecolare, a cura delle aziende sanitarie con la collaborazione delle Uscar. Ne dà notizia l’unita di crisi Covid-19 della Regione Lazio. 

Il provvedimento dispone, per le persone in arrivo nel Lazio e che nei quattordici giorni precedenti hanno soggiornato o transitato in Bulgaria e Romania, anche se asintomatiche, che siano sottoposte alla sorveglianza sanitaria e all’isolamento fiduciario per un periodo di quattordici giorni a casa o nella dimora preventivamente indicata all’atto dell’imbarco.  

L’ordinanza prevede inoltre che i vettori del trasporto di linea aereo, ferroviario o terrestre acquisiscano dai viaggiatori una specifica dichiarazione sostitutiva che attesti di non aver soggiornato o transitato nei quattordici giorni antecedenti nei Paesi indicati; di non aver avuto contatti stretti con persone affette da Covid-19 negli ultimi due giorni prima dell’insorgenza dei sintomi e fino a 14 giorni dopo l’insorgenza dei medesimi; l’indirizzo dell’abitazione o dimora dove verrà trascorso il periodo di sorveglianza sanitaria e isolamento fiduciario, nonché il riferimento telefonico, anche mobile, per ogni eventuale contatto da parte dell’autorità sanitaria.  

Per quanto riguarda i vettori di trasporto su terra – prevede l’ordinanza -per i passeggeri provenienti dai territori di Bulgaria, Romania, Ucraina devono trasmettere la dichiarazione acquisita prima dell’imbarco, unitamente agli orari di arrivo dei mezzi e al numero dei passeggeri all’azienda sanitaria locale Roma 1, per consentire la programmazione delle attività di esecuzione dei test e il coordinamento e per assicurare la presa in carico della sorveglianza.  

Viene predisposta la misurazione della temperatura corporea prima dell’imbarco, vietandolo in caso di stato febbrile superiore a 37,5 gradi e la misurazione della temperatura allo sbarco. 

L’ordinanza della Regione Lazio che prevede un test sierologico nei terminal di arrivo dei bus, per le persone provenienti da Bulgaria, Romania, Ucraina e, in caso di positività, il test molecolare con tampone nasofaringeo “è ottima” e rappresenta “una prima, concreta, risposta alle nostre preoccupazioni circa l’esigenza di fare test a coloro che vengono da Paesi nei quali il virus in grande crescita. Così il direttore sanitario dell’Istituto nazionale per le malattie infettive Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, commenta la firma dell’ordinanza, comunicata dall’Unita di crisi Covid-19 della Regione Lazio. “Ora ci attendiamo che vengano fatti a monte accordi perché cittadini positivi non vengano imbarcati negli aerei, nei porti e nelle stazioni di autobus”. 

Coronavirus: virologo Perno, ‘vedere i morti da Covid mi ha sconvolto come l’Aids’ 

Quando il mondo iniziava a scontrarsi con il dramma dell’Hiv, il virologo Carlo Federico Perno si trovava negli Usa “in un reparto in cui tutte le sere si andava via e la mattina dopo si trovavano un paio di letti vuoti, e non perché i pazienti erano usciti con le loro gambe. E’ un’esperienza che ti tocca profondamente. Devo dire però che è la stessa esperienza che ho vissuto con il Covid: vedere tutti questi morti è stato per me ancora più sconvolgente forse dell’Aids”. E’ la dura testimonianza resa dall’esperto in una video-intervista nell’ambito del progetto Janssen ‘AWay Together’.  

Quella di Perno, direttore di Microbiologia dell’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma, è l’ultima storia raccontata attraverso l’iniziativa che ha coinvolto tre eccellenze del settore, chiamate a immaginare insieme una strada comune per affrontare le sfide della sanità che verrà. Dopo il primo video dell’infettivologo Massimo Galli (ospedale Sacco-università Statale di Milano), è seguito quello di Massimo Andreoni (università di Roma Tor Vergata) e ora quello di Perno che spiega come, dall’emergenza coronavirus, lui ha “imparato tantissimo”.  

“La prima cosa – dice – è non dare mai per scontato di sapere le cose giuste perché tutti noi all’inizio, a gennaio e febbraio, avevamo la percezione di qualche cosa che sarebbe passata e andata. E’ inutile negarlo, era così”, riflette l’esperto. Subito però “è stato necessario avere il coraggio di fare un passo indietro, di dire ‘qui stiamo parlando di qualcosa di nuovo e di sconvolgente’ che in effetti poi ha sconvolto la nostra vita. Spero veramente di non rivivere mai più un’esperienza come quella degli scorsi mesi”. 

“Quello che adesso abbiamo chiarito è che questo è un virus – avverte Perno – che ha le caratteristiche per restare tra noi, al contrario di tanti che sono passati. Dobbiamo combattere per far sì che non si ri-espanda”, ammonisce lo specialista. Sars-CoV-2 “è un virus tra i più infettivi che abbia mai visto – assicura – forse il più infettivo. Ecco, quello su cui siamo perfettamente d’accordo”, al di là del dibattito fra camici bianchi al quale si è assistito in questi mesi, “è che se non lavoriamo bene questo virus continuerà a generare problemi a noi e a tutti quelli che ci circondano”. 

Tornando a quello che spesso è sembrato uno scontro fra scienziati, Perno chiarisce che “la mia è la posizione di una persona che si è sempre occupata di virologia. Il problema – ragiona l’esperto – sta nella parola ‘specialisti’: purtroppo è stata una definizione data un pochino a tutti. Nell’ambito del Covid si sono susseguite varie persone che hanno lavorato e hanno presentato su questo, qualcuno specialista, qualcuno un po’ meno. Quello che ho imparato”, però, “è che gli specialisti veri erano tutti d’accordo; qualche non specialista lo era un po’ meno”.  

Nella video-testimonianza il virologo ripercorre una carriera che, dopo la laurea all’università Sapienza di Roma, lo ha portato ad affrontare sfide sempre nuove in luoghi via via diversi: “Sono tutte esperienze che servono – precisa – perché il rischio è che crescere sempre nello stesso ambiente significa in sostanza adattarsi all’ambiente stesso, e il rischio è grande. Invece questa sfida continua ti costringe a tirare fuori il meglio di te”.  

Perno ha cominciato a farlo presto, quando “sono partito per gli Stati Uniti convinto di avere una buona conoscenza dell’inglese e mi sono scontrato con la realtà. Uno in quei casi o si mette a piangere o impara”. Il messaggio ai giovani è l’importanza di “farsi sfidare e avere il coraggio di combattere, perché così uno tira fuori risorse incredibili”. Nei suoi anni americani, il virologo ha dovuto farlo anche per superare l’impatto con l’Aids. “Sono arrivato in America nel gennaio dell”86 – rammenta – quando il virus era stato scoperto da 2-3 anni. Non c’era nessuna terapia, i pazienti morivano a grappoli”. Quasi come per Covid, nelle settimane più difficili dello tsunami coronavirus.  

Protagonista di un ‘caso’ su Instagram, dopo che un’intervista pubblicata dalla figlia Maria Stella ha calamitato in poche ore oltre 200mila visualizzazioni, Perno riflette sul ruolo dei social come mezzo di informazione usato soprattutto dai giovani.  

“Da un lato – afferma il virologo – i social troppo spesso semplificano e di conseguenza non permettono di capire la complessità delle cose”, mentre “certe volte è indispensabile andare a fondo per capire come vanno le cose. Ma dall’altro è inevitabile che stiamo andando verso una società che è fatta di spot, di pillole, e allora è necessario avere la capacità di esprimere un concetto e saper essere convincenti in tempi brevi in una società che non ha più la capacità di approfondire”.  

La conclusione dell’esperto chiama in causa ancora una volta il concetto di sfida: “Tutti noi dobbiamo avere il coraggio di farci sfidare dai social – esorta Perno – essere capaci di esprimere concetti e saperli esprimere semplicemente e in maniera convincente”. 

Covid, scienziati: “Così i raggi Uv lo uccidono in pochi secondi” 

Dal sole alle lampade artificiali, i raggi Uv sono in grado di uccidere il coronavirus Sars-CoV-2. A provare “l’alto potere germicida” della luce ultravioletta sono stati scienziati italiani. Con più ricerche: due lavori in attesa di pubblicazione su riviste internazionali, i cui risultati sono al momento visibili in due preprint dell’archivio internazionale Medrxiv, nella sezione speciale dedicata a Covid-19. In particolare, lo studio sperimentale multidisciplinare condotto da un gruppo di ricercatori con diverse competenze dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), dell’università Statale di Milano, dell’Istituto nazionale tumori (Int) del capoluogo lombardo e dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi, risponde a un tema molto dibattuto, e tanto caro anche a capi di Stato come il presidente Usa Donald Trump.  

Secondo gli autori, la luce ultravioletta a lunghezza d’onda corta, o radiazione Uv-C, “quella tipicamente prodotta da lampade a basso costo al mercurio (usate ad esempio negli acquari per mantenere l’acqua igienizzata), ha un’ottima efficacia nel neutralizzare” il nuovo coronavirus. La luce Uv-C ha tipicamente una lunghezza d’onda di 254 nanometri, ovvero 254 miliardesimi di metro, ed è noto il suo potere germicida su batteri e virus, una proprietà dovuta alla sua capacità di rompere i legami molecolari di Dna e Rna che costituiscono questi microorganismi. Diversi sistemi basati su luce Uv-C sono già utilizzati per la disinfezione di ambienti e superfici in ospedali e luoghi pubblici. 

Tuttavia, spiegano gli esperti, nell’ambito della pandemia di Covid-19, una misura diretta della dose di raggi Uv necessaria per rendere innocuo il virus non era stata ancora effettuata e finora erano state considerate dosi con valori tra loro molto contraddittori, derivati da altri lavori scientifici riguardanti precedenti esperimenti su altri virus. 

“Abbiamo illuminato con luce Uv soluzioni a diverse concentrazioni di virus, dopo una calibrazione molto attenta effettuata con i colleghi di Inaf e Int – illustra Mara Biasin, docente di Biologia applicata dell’università degli Studi di Milano – e abbiamo trovato che è sufficiente una dose molto piccola (3.7 mJ/cm2), equivalente a quella erogata per qualche secondo da una lampada Uv-C posta a qualche centimetro dal bersaglio, per inattivare e inibire la riproduzione del virus di un fattore 1.000, indipendentemente dalla sua concentrazione”. 

“Con dosi così piccole – conferma Andrea Bianco, Tecnologo Inaf – è possibile attuare un’efficace strategia di disinfezione contro il coronavirus. Questo dato sarà utile a imprenditori e operatori pubblici per sviluppare sistemi e attuare protocolli ad hoc utili a contrastare lo sviluppo della pandemia”.  

E il sole? Il risultato di questo lavoro è servito anche al fine di validare uno studio parallelo, coordinato da Inaf e Statale di Milano, per comprendere come gli ultravioletti prodotti dal sole, al variare delle stagioni, possano incidere sulla pandemia inattivando in ambienti aperti il virus presente in aerosol, contenuto ad esempio nelle piccolissime bollicine prodotte dalle persone quando si parla o, peggio, con tosse e starnuti. “Il nostro studio – osserva Fabrizio Nicastro, Ricercatore Inaf – sembra spiegare molto bene come la pandemia Covid-19 si sia sviluppata con più potenza nell’emisfero nord della Terra durante i primi mesi dell’anno e ora stia spostando il proprio picco nei Paesi dell’emisfero sud, dove sta già iniziando l’inverno, attenuandosi invece nell’emisfero nord”. 

Per quanto riguarda il sole ad agire non sono i raggi ultravioletti corti Uv-C (anch’essi prodotti dal sole, ma assorbiti dallo strato di ozono della nostra atmosfera), bensì i raggi Uv-B e Uv-A, con lunghezza d’onda tra circa 290 e 400 nanometri, quindi maggiore degli Uv-C. Come dimostrato da una recente misura in luce Uv-A e Uv-B dal Laboratorio di biodifesa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in estate – in particolare nelle ore intorno a mezzogiorno – bastano pochi minuti perché la luce ultravioletta del sole riesca a rendere inefficace il virus. 

Tali risultati sono in buon accordo anche con quelli del primo articolo firmato dal team italiano, se opportunamente rapportati alle lunghezze d’onda più lunghe degli Uv-B e Uv-A. Lo studio di Inaf e università degli Studi di Milano è in linea con il modello del laboratorio di biodifesa delle forze armate americane, originariamente proposto nel 2005 da Lytle e Sagripanti, per spiegare l’andamento stagionale di certi virus, come ad esempio quelli influenzali.  

Sebbene altri fattori possano avere influenzato l’attenuazione del contagio che si registra nel nostro Paese da alcune settimane (distanziamento sociale, mutazione del virus, e così via), per gli scienziati “potrebbe essere istruttivo verificare nei mesi autunnali se una eventuale seconda ondata di contagi possa essere collegata alla minore efficacia del sole nel neutralizzare il virus e quindi capire se il ruolo della radiazione emessa dal Sole sia stato determinante” per l’attenuazione dei contagi, o abbia avuto solo un ruolo coadiuvante, e in che misura. 

“Gli studi effettuati sono di grande rilievo nell’ambito del contrasto alla pandemia Covid-19 e dimostrano come l’approccio multidisciplinare condotto da ricercatori di istituti diversi possa portare a eccellenti risultati”, ragiona Mario Clerici, docente di Patologia generale alla Statale e direttore scientifico dell’Irccs di Milano della Fondazione Don Gnocchi.  

Quanto all’Istituto nazionale di astrofisica, “le attività intraprese contro la pandemia sono iniziate nello scorso marzo su specifico impulso diretto dal ministero di Università e Ricerca a tutte le università ed enti di ricerca. Le tecnologie e le competenze sviluppate in ambito astrofisico – osserva Giovanni Pareschi dell’Inaf – trovano ora applicazione e grande utilità per la società civile e sono utili al mondo imprenditoriale”.  

Il contributo dell’Istituto “va oltre le specifiche competenze tecnologiche nel trattare la radiazione – fa notare il presidente dell’Inaf Nichi D’Amico – C’è un altro aspetto più profondo, connesso a una delle principali tematiche dell’astrofisica moderna e cioè la ricerca di forme di vita nell’universo, che con l’astrobiologia vede proprio lo sviluppo di conoscenze e tecnologie avanzate per la ricerca di potenziali forme di vita primordiale nell’universo, dalle molecole organiche ai batteri, ai virus, e per la comprensione del potere incentivante o disincentivante della radiazione, e in generale dei fattori ambientali, nello sviluppo della vita in altri mondi”.  

Covid, scienziati: “Così i raggi Uv lo uccidono in pochi secondi” 

Dal sole alle lampade artificiali, i raggi Uv sono in grado di uccidere il coronavirus Sars-CoV-2. A provare “l’alto potere germicida” della luce ultravioletta sono stati scienziati italiani. Con più ricerche: due lavori in attesa di pubblicazione su riviste internazionali, i cui risultati sono al momento visibili in due preprint dell’archivio internazionale Medrxiv, nella sezione speciale dedicata a Covid-19. In particolare, lo studio sperimentale multidisciplinare condotto da un gruppo di ricercatori con diverse competenze dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), dell’università Statale di Milano, dell’Istituto nazionale tumori (Int) del capoluogo lombardo e dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi, risponde a un tema molto dibattuto, e tanto caro anche a capi di Stato come il presidente Usa Donald Trump.  

Secondo gli autori, la luce ultravioletta a lunghezza d’onda corta, o radiazione Uv-C, “quella tipicamente prodotta da lampade a basso costo al mercurio (usate ad esempio negli acquari per mantenere l’acqua igienizzata), ha un’ottima efficacia nel neutralizzare” il nuovo coronavirus. La luce Uv-C ha tipicamente una lunghezza d’onda di 254 nanometri, ovvero 254 miliardesimi di metro, ed è noto il suo potere germicida su batteri e virus, una proprietà dovuta alla sua capacità di rompere i legami molecolari di Dna e Rna che costituiscono questi microorganismi. Diversi sistemi basati su luce Uv-C sono già utilizzati per la disinfezione di ambienti e superfici in ospedali e luoghi pubblici. 

Tuttavia, spiegano gli esperti, nell’ambito della pandemia di Covid-19, una misura diretta della dose di raggi Uv necessaria per rendere innocuo il virus non era stata ancora effettuata e finora erano state considerate dosi con valori tra loro molto contraddittori, derivati da altri lavori scientifici riguardanti precedenti esperimenti su altri virus. 

“Abbiamo illuminato con luce Uv soluzioni a diverse concentrazioni di virus, dopo una calibrazione molto attenta effettuata con i colleghi di Inaf e Int – illustra Mara Biasin, docente di Biologia applicata dell’università degli Studi di Milano – e abbiamo trovato che è sufficiente una dose molto piccola (3.7 mJ/cm2), equivalente a quella erogata per qualche secondo da una lampada Uv-C posta a qualche centimetro dal bersaglio, per inattivare e inibire la riproduzione del virus di un fattore 1.000, indipendentemente dalla sua concentrazione”. 

“Con dosi così piccole – conferma Andrea Bianco, Tecnologo Inaf – è possibile attuare un’efficace strategia di disinfezione contro il coronavirus. Questo dato sarà utile a imprenditori e operatori pubblici per sviluppare sistemi e attuare protocolli ad hoc utili a contrastare lo sviluppo della pandemia”.  

E il sole? Il risultato di questo lavoro è servito anche al fine di validare uno studio parallelo, coordinato da Inaf e Statale di Milano, per comprendere come gli ultravioletti prodotti dal sole, al variare delle stagioni, possano incidere sulla pandemia inattivando in ambienti aperti il virus presente in aerosol, contenuto ad esempio nelle piccolissime bollicine prodotte dalle persone quando si parla o, peggio, con tosse e starnuti. “Il nostro studio – osserva Fabrizio Nicastro, Ricercatore Inaf – sembra spiegare molto bene come la pandemia Covid-19 si sia sviluppata con più potenza nell’emisfero nord della Terra durante i primi mesi dell’anno e ora stia spostando il proprio picco nei Paesi dell’emisfero sud, dove sta già iniziando l’inverno, attenuandosi invece nell’emisfero nord”. 

Per quanto riguarda il sole ad agire non sono i raggi ultravioletti corti Uv-C (anch’essi prodotti dal sole, ma assorbiti dallo strato di ozono della nostra atmosfera), bensì i raggi Uv-B e Uv-A, con lunghezza d’onda tra circa 290 e 400 nanometri, quindi maggiore degli Uv-C. Come dimostrato da una recente misura in luce Uv-A e Uv-B dal Laboratorio di biodifesa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in estate – in particolare nelle ore intorno a mezzogiorno – bastano pochi minuti perché la luce ultravioletta del sole riesca a rendere inefficace il virus. 

Tali risultati sono in buon accordo anche con quelli del primo articolo firmato dal team italiano, se opportunamente rapportati alle lunghezze d’onda più lunghe degli Uv-B e Uv-A. Lo studio di Inaf e università degli Studi di Milano è in linea con il modello del laboratorio di biodifesa delle forze armate americane, originariamente proposto nel 2005 da Lytle e Sagripanti, per spiegare l’andamento stagionale di certi virus, come ad esempio quelli influenzali.  

Sebbene altri fattori possano avere influenzato l’attenuazione del contagio che si registra nel nostro Paese da alcune settimane (distanziamento sociale, mutazione del virus, e così via), per gli scienziati “potrebbe essere istruttivo verificare nei mesi autunnali se una eventuale seconda ondata di contagi possa essere collegata alla minore efficacia del sole nel neutralizzare il virus e quindi capire se il ruolo della radiazione emessa dal Sole sia stato determinante” per l’attenuazione dei contagi, o abbia avuto solo un ruolo coadiuvante, e in che misura. 

“Gli studi effettuati sono di grande rilievo nell’ambito del contrasto alla pandemia Covid-19 e dimostrano come l’approccio multidisciplinare condotto da ricercatori di istituti diversi possa portare a eccellenti risultati”, ragiona Mario Clerici, docente di Patologia generale alla Statale e direttore scientifico dell’Irccs di Milano della Fondazione Don Gnocchi.  

Quanto all’Istituto nazionale di astrofisica, “le attività intraprese contro la pandemia sono iniziate nello scorso marzo su specifico impulso diretto dal ministero di Università e Ricerca a tutte le università ed enti di ricerca. Le tecnologie e le competenze sviluppate in ambito astrofisico – osserva Giovanni Pareschi dell’Inaf – trovano ora applicazione e grande utilità per la società civile e sono utili al mondo imprenditoriale”.  

Il contributo dell’Istituto “va oltre le specifiche competenze tecnologiche nel trattare la radiazione – fa notare il presidente dell’Inaf Nichi D’Amico – C’è un altro aspetto più profondo, connesso a una delle principali tematiche dell’astrofisica moderna e cioè la ricerca di forme di vita nell’universo, che con l’astrobiologia vede proprio lo sviluppo di conoscenze e tecnologie avanzate per la ricerca di potenziali forme di vita primordiale nell’universo, dalle molecole organiche ai batteri, ai virus, e per la comprensione del potere incentivante o disincentivante della radiazione, e in generale dei fattori ambientali, nello sviluppo della vita in altri mondi”.  

Coronavirus, scienziati italiani: dal sole alle lampade così raggi Uv lo uccidono in pochi secondi 

Dal sole alle lampade artificiali, i raggi Uv sono in grado di uccidere il coronavirus Sars-CoV-2. A provare “l’alto potere germicida” della luce ultravioletta sono stati scienziati italiani. Con più ricerche: due lavori in attesa di pubblicazione su riviste internazionali, i cui risultati sono al momento visibili in due preprint dell’archivio internazionale Medrxiv, nella sezione speciale dedicata a Covid-19. In particolare, lo studio sperimentale multidisciplinare condotto da un gruppo di ricercatori con diverse competenze dell’Istituto nazionale di astrofisica (Inaf), dell’università Statale di Milano, dell’Istituto nazionale tumori (Int) del capoluogo lombardo e dell’Irccs Fondazione Don Gnocchi, risponde a un tema molto dibattuto, e tanto caro anche a capi di Stato come il presidente Usa Donald Trump.  

Secondo gli autori, la luce ultravioletta a lunghezza d’onda corta, o radiazione Uv-C, “quella tipicamente prodotta da lampade a basso costo al mercurio (usate ad esempio negli acquari per mantenere l’acqua igienizzata), ha un’ottima efficacia nel neutralizzare” il nuovo coronavirus. La luce Uv-C ha tipicamente una lunghezza d’onda di 254 nanometri, ovvero 254 miliardesimi di metro, ed è noto il suo potere germicida su batteri e virus, una proprietà dovuta alla sua capacità di rompere i legami molecolari di Dna e Rna che costituiscono questi microorganismi. Diversi sistemi basati su luce Uv-C sono già utilizzati per la disinfezione di ambienti e superfici in ospedali e luoghi pubblici. 

Tuttavia, spiegano gli esperti, nell’ambito della pandemia di Covid-19, una misura diretta della dose di raggi Uv necessaria per rendere innocuo il virus non era stata ancora effettuata e finora erano state considerate dosi con valori tra loro molto contraddittori, derivati da altri lavori scientifici riguardanti precedenti esperimenti su altri virus. 

“Abbiamo illuminato con luce Uv soluzioni a diverse concentrazioni di virus, dopo una calibrazione molto attenta effettuata con i colleghi di Inaf e Int – illustra Mara Biasin, docente di Biologia applicata dell’università degli Studi di Milano – e abbiamo trovato che è sufficiente una dose molto piccola (3.7 mJ/cm2), equivalente a quella erogata per qualche secondo da una lampada Uv-C posta a qualche centimetro dal bersaglio, per inattivare e inibire la riproduzione del virus di un fattore 1.000, indipendentemente dalla sua concentrazione”. 

“Con dosi così piccole – conferma Andrea Bianco, Tecnologo Inaf – è possibile attuare un’efficace strategia di disinfezione contro il coronavirus. Questo dato sarà utile a imprenditori e operatori pubblici per sviluppare sistemi e attuare protocolli ad hoc utili a contrastare lo sviluppo della pandemia”.  

E il sole? Il risultato di questo lavoro è servito anche al fine di validare uno studio parallelo, coordinato da Inaf e Statale di Milano, per comprendere come gli ultravioletti prodotti dal sole, al variare delle stagioni, possano incidere sulla pandemia inattivando in ambienti aperti il virus presente in aerosol, contenuto ad esempio nelle piccolissime bollicine prodotte dalle persone quando si parla o, peggio, con tosse e starnuti. “Il nostro studio – osserva Fabrizio Nicastro, Ricercatore Inaf – sembra spiegare molto bene come la pandemia Covid-19 si sia sviluppata con più potenza nell’emisfero nord della Terra durante i primi mesi dell’anno e ora stia spostando il proprio picco nei Paesi dell’emisfero sud, dove sta già iniziando l’inverno, attenuandosi invece nell’emisfero nord”. 

Per quanto riguarda il sole ad agire non sono i raggi ultravioletti corti Uv-C (anch’essi prodotti dal sole, ma assorbiti dallo strato di ozono della nostra atmosfera), bensì i raggi Uv-B e Uv-A, con lunghezza d’onda tra circa 290 e 400 nanometri, quindi maggiore degli Uv-C. Come dimostrato da una recente misura in luce Uv-A e Uv-B dal Laboratorio di biodifesa del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, in estate – in particolare nelle ore intorno a mezzogiorno – bastano pochi minuti perché la luce ultravioletta del sole riesca a rendere inefficace il virus. 

Tali risultati sono in buon accordo anche con quelli del primo articolo firmato dal team italiano, se opportunamente rapportati alle lunghezze d’onda più lunghe degli Uv-B e Uv-A. Lo studio di Inaf e università degli Studi di Milano è in linea con il modello del laboratorio di biodifesa delle forze armate americane, originariamente proposto nel 2005 da Lytle e Sagripanti, per spiegare l’andamento stagionale di certi virus, come ad esempio quelli influenzali.  

Sebbene altri fattori possano avere influenzato l’attenuazione del contagio che si registra nel nostro Paese da alcune settimane (distanziamento sociale, mutazione del virus, e così via), per gli scienziati “potrebbe essere istruttivo verificare nei mesi autunnali se una eventuale seconda ondata di contagi possa essere collegata alla minore efficacia del sole nel neutralizzare il virus e quindi capire se il ruolo della radiazione emessa dal Sole sia stato determinante” per l’attenuazione dei contagi, o abbia avuto solo un ruolo coadiuvante, e in che misura. 

“Gli studi effettuati sono di grande rilievo nell’ambito del contrasto alla pandemia Covid-19 e dimostrano come l’approccio multidisciplinare condotto da ricercatori di istituti diversi possa portare a eccellenti risultati”, ragiona Mario Clerici, docente di Patologia generale alla Statale e direttore scientifico dell’Irccs di Milano della Fondazione Don Gnocchi.  

Quanto all’Istituto nazionale di astrofisica, “le attività intraprese contro la pandemia sono iniziate nello scorso marzo su specifico impulso diretto dal ministero di Università e Ricerca a tutte le università ed enti di ricerca. Le tecnologie e le competenze sviluppate in ambito astrofisico – osserva Giovanni Pareschi dell’Inaf – trovano ora applicazione e grande utilità per la società civile e sono utili al mondo imprenditoriale”.  

Il contributo dell’Istituto “va oltre le specifiche competenze tecnologiche nel trattare la radiazione – fa notare il presidente dell’Inaf Nichi D’Amico – C’è un altro aspetto più profondo, connesso a una delle principali tematiche dell’astrofisica moderna e cioè la ricerca di forme di vita nell’universo, che con l’astrobiologia vede proprio lo sviluppo di conoscenze e tecnologie avanzate per la ricerca di potenziali forme di vita primordiale nell’universo, dalle molecole organiche ai batteri, ai virus, e per la comprensione del potere incentivante o disincentivante della radiazione, e in generale dei fattori ambientali, nello sviluppo della vita in altri mondi”.  

Covid, Iss: bimbi colpiti sono 1,8% dei casi in Italia 

I casi pediatrici di Covid-19 in Italia sono l’1,8% del totale, con un’età media di 11 anni. Piccoli pazienti che nel 13,3% dei casi sono stati ricoverati in ospedale. La fotografia è stata scattata da uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica ‘Pediatrics’ intitolato ‘Covid-19 Disease Severity Risk Factors for Pediatric Patients in Italy’, a cura del Reparto di epidemiologia, biostatistica e modelli matematici, del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, da cui emerge che un rischio maggiore (più del doppio) risulta associato a patologie preesistenti. 

 

Covid, Iss: bimbi colpiti sono 1,8% dei casi in Italia 

I casi pediatrici di Covid-19 in Italia sono l’1,8% del totale, con un’età media di 11 anni. Piccoli pazienti che nel 13,3% dei casi sono stati ricoverati in ospedale. La fotografia è stata scattata da uno studio appena pubblicato sulla rivista scientifica ‘Pediatrics’ intitolato ‘Covid-19 Disease Severity Risk Factors for Pediatric Patients in Italy’, a cura del Reparto di epidemiologia, biostatistica e modelli matematici, del Dipartimento malattie infettive dell’Istituto superiore di sanità, da cui emerge che un rischio maggiore (più del doppio) risulta associato a patologie preesistenti. 

 

Covid può colpire il midollo, caso ‘da letteratura’ al Niguarda 

Che Covid 19 possa colpire anche il sistema nervoso centrale non è cosa nuova. Ma è destinata a ‘fare letteratura’ la vicenda di un 59enne che all’ospedale Niguarda di Milano ha ricevuto una diagnosi di mieloradicolopatia parainfettiva associata a coronavirus Sars-CoV-2. “La complessità del caso, uno dei primi report” di questa patologia neurologica che coinvolge il midollo spinale, “è oggetto di uno studio di prossima pubblicazione”, annunciano dal Cardiocenter dell’Asst Grande ospedale metropolitano Niguarda, sostenuto dalla Fondazione De Gasperis. 

Il coronavirus – ricordano gli esperti – può colpire tanti organi, fra cui il sistema nervoso centrale, e in alcuni casi anche i malati dell’ospedale Niguarda hanno presentato “sintomatologie eccezionali, oggi al centro di ricerche scientifiche”. Ma suscitare l’interesse del Cardiocenter è stato in particolare “il caso di un uomo di 59 anni senza precedenti anamnestici di rilievo, che a marzo 2020 si è presentato al Pronto soccorso lamentando debolezza agli arti inferiori e dolore lombare”. Il paziente, riferisce il cardiologo Enzo Grasso, “era stato dimesso qualche settimana prima da un altro Pronto soccorso della regione con diagnosi di infezione delle vie urinarie”. La Tac eseguita in quell’occasione documentava la presenza di lesioni polmonari dette “ground glass, compatibili con Sars-CoV-2, ma un primo tampone nasofaringeo era risultato negativo”. 

“A Niguarda il paziente è stato sottoposto a un nuovo tampone, risultato positivo”, prosegue lo specialista, e a una seconda Tac del torace che documentava “un quadro di polmonite interstiziale bilaterale a evoluzione consolidativa. L’esame neurologico ha evidenziato però anche la presenza di debolezza degli arti inferiori con maggiore compromissione dei muscoli prossimali rispetto ai muscoli distali, iporeflessia diffusa, segno di Babinski bilaterale e parestesie degli arti inferiori”.  

E’ emerso così il sospetto di essere di fronte a una sindrome di Guillain-Barré, una malattia neurologica che viene segnalata in numerosi studi sull’argomento, ricostruiscono ancora dal Cardiocenter di Niguarda. Il paziente è stato quindi sottoposto a Risonanza magnetica spinale, che ha mostrato intensificazione del contrasto del cono midollare posteriore e di alcune radici della cauda equina, nonché a elettromiografia, che ha documentato alterazioni compatibili con una radicolopatia demielinizzante acuta. Da qui la diagnosi di “mieloradicolopatia parainfettiva associata a Sars-CoV-2”. 

“Il trattamento proposto dai nostri neurologi – conclude Grasso – ha compreso la somministrazione di immunoglobuline in combinazione alla terapia antivirale/immunomodulante specifica per l’infezione da nuovo coronavirus”. Un caso divenuto dunque oggetto di studio per la sua particolarità.