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Categoria: salute/medicina

“Mad for science”, al via concorso per studenti sul tema ‘One health’

La Fondazione DiaSorin annuncia la pubblicazione del bando di partecipazione alla 6ª edizione del concorso nazionale ‘Mad for Science’, (disponibile al sito www.madforscience.fondazionediasorin.it), rivolto ai licei scientifici e classici con percorso di potenziamento di Biologia con curvatura biomedica e, a partire da questa edizione, anche agli Itis dell’intero territorio nazionale italiano (statali e paritari), già dotati di un biolaboratorio o laboratorio di Scienze. 

Nella nuova edizione del Concorso Mad for Science, la Fondazione DiaSorin invita le scuole a sviluppare progetti coerenti con il tema “One health” o “Salute sistemica”, ovvero il riconoscimento del fatto che la salute degli esseri umani è strettamente legata a quella degli animali e dell’ambiente. “Dopo aver dedicato gli ultimi tre anni del progetto alla riflessione sugli obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030 dell’Onu, che ha portato complessivamente a 375 progetti proposti e a 9 vincitori a partire dall’anno scolastico 2021-2022 abbracciamo un tema fondamentale, tornato prepotentemente di attualità in occasione dell’attuale pandemia”, spiega Francesca Pasinelli, presidente della Fondazione DiaSorin. 

“È sempre più evidente – sottolinea – che nessuna disciplina o settore della società ha, singolarmente, sufficienti conoscenze e risorse per prevenire e affrontare la comparsa di nuove malattie in un mondo globalizzato. Pertanto, è necessario che comunità scientifica, mondo educativo e società civile collaborino nell’affrontare il problema in una logica condivisa, consapevoli del fatto che la salute umana e animale e la protezione dell’ambiente sono fortemente correlati e dunque da studiare e tutelare insieme. ‘Mad for Science’ – conclude – vuole stimolare il mondo della scuola a diffondere questa sensibilità e identificare progetti di ricerca che possano portare un contributo utile”.  

Per partecipare al concorso ogni istituto scolastico – riferisce una nota – dovrà seguire le istruzioni di candidatura presenti sul sito www.madforscience.fondazionediasorin.it e inviare la propria idea progettuale entro il 3 dicembre 2021. Una Commissione di esperti in ambito scientifico valuterà le schede di progetto pervenute, selezionando i progetti più meritevoli che, attraverso successive selezioni, accederanno alla Mad for Science Challenge 2022. Durante la finalissima, che avrà luogo entro il 31 maggio 2022 a Torino, le 8 scuole finaliste presenteranno i propri progetti di fronte a una giuria, composta da professionisti del mondo scientifico, accademico e della comunicazione, che eleggerà i vincitori. 

Il montepremi complessivo del concorso è pari a 177.500 euro: il primo istituto scolastico classificato verrà premiato con l’implementazione del biolaboratorio per un valore massimo di 75mila euro, mentre il secondo classificato per un importo massimo di 37.500 euro. La giuria conferirà anche il Premio Comunicazione al team che saprà divulgare meglio il proprio progetto, dimostrando sia competenze scientifiche sia capacità di parlare in pubblico. Il premio consiste nell’assegnazione di 15mila euro per l’acquisto di materiale vario da laboratorio. La Fondazione DiaSorin ha, inoltre, istituito il Premio Finalisti, del valore di 10mila euro, destinato ai team arrivati in finale ma non vincitori dei premi sopra descritti. 

A partire dall’edizione 2021/22 e per il prossimo triennio, inoltre, ‘Mad for Science’ è riconosciuto come ‘Progetto di valorizzazione delle eccellenze’ dal ministero dell’Istruzione per gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. Un’ulteriore conferma del valore e della qualità del progetto, che finora ha coinvolto più di 1800 studenti e quasi 400 insegnanti. Mentre si delineano i confini della prossima edizione del concorso, è attualmente alle battute finali – informa la nota – la 5ª edizione del ‘Mad for Science’ che vedrà la proclamazione del vincitore nella Challenge del prossimo 7 ottobre.  

Covid, studio italiano: speranze da infusioni di albumina  

L’uso di albumina come supporto alla tradizionale terapia anticoagulante nel trattamento delle complicanze trombotiche da Covid-19 potrebbe ridurre il rischio trombotico e la mortalità. Uno studio italiano, coordinato da Francesco Violi del dipartimento di Scienze cliniche internistiche, anestesiologiche e cardiovascolari dell’Università La Sapienza di Roma, ha iniziato la sperimentazione dell’uso di albumina nei pazienti Covid. “Nei pazienti con infezione da Sars-Cov-2 è ormai accertato l’elevato rischio legato alla formazione di trombi che possono determinare conseguenze devastanti come ostruzioni polmonari (embolie), infarto cardiaco e ictus con una frequenza più elevata di quella riscontrata nella polmonite comunitaria. Per tale ragione – sottolinea Violi – la comunità scientifica ha cercato di identificare una terapia mirata, a supporto di quelle tradizionali, per far fronte alle complicanze dovute alla formazione di trombi riducendo il ricorso alla terapia intensiva”. 

Allo studio, pubblicato sulla rivista ‘Thrombosis and Haemostasis’, hanno collaborato anche Francesco Pugliese del reparto di Terapia intensiva, Claudio Maria Mastroianni e Mario Venditti, del reparto di Malattie infettive del Policlinico Umberto I, e Francesco Cipollone, dell’Università degli studi D’Annunzio di Chieti. La ricerca ha indagato se l’impiego di albumina in pazienti Covid-19 con concomitante ipoalbuminemia inibisse la coagulazione del sangue. Per una settimana, a 10 pazienti Covid-19, già in trattamento con anticoagulanti, è stata somministrata albumina endovena e si è osservata una ridotta coagulazione rispetto a quella di 20 pazienti in terapia con il solo anticoagulante.  

In un precedente lavoro, il gruppo di Violi aveva osservato che i pazienti Covid-19 presentano livelli ridotti di albumina, proteina che viene prodotta dal nostro organismo e che è tra i più potenti antinfiammatori oltre a svolgere anche un’azione anticoagulante. “Questa osservazione – afferma Violi – ha fatto supporre che i bassi livelli di albumina potessero facilitare la coagulazione e dunque contrastare anche l’efficacia della terapia anticoagulante”. Partendo da queste basi, il team di ricerca è passato alla osservazione clinica degli effetti dell’infusione di albumina, ottenendo risultati incoraggianti.  

“Oggi, dai primi dati preliminari, sembrerebbe che il trattamento determina una minor comparsa di eventi vascolari – conclude Violi – Seppure sia necessario un numero maggiore di pazienti per confermare questo dato preliminare, lo studio apre la strada all’uso dell’albumina in pazienti Covid-19 per valutare se la sua infusione, associata alla terapia anticoagulante classica, riduca il rischio trombotico e quindi la mortalità”. 

Covid, immunità dura almeno 8 mesi 

Ricercatori australiani della Monash University hanno rivelato – per la prima volta – che le persone infettate da Covid-19 hanno una memoria immunitaria protettiva rispetto alla reinfezione che resiste per almeno otto mesi. La ricerca, pubblicata su ‘Science Immunology’, è la prova più forte in favore del fatto che i vaccini contro Sars-CoV-2 funzioneranno per lunghi periodi. In precedenza, molti studi avevano dimostrato che la prima ‘ondata’ di anticorpi contro il coronavirus diminuisce dopo i primi mesi, sollevando la preoccupazione che le persone potessero perdere rapidamente l’immunità acquisita. Questo nuovo lavoro fornisce informazioni che lasciano ben sperare. 

Lo studio è il risultato di una collaborazione multicentrica guidata da Menno van Zelm, del Dipartimento di Immunologia e Patologia della Monash University. La pubblicazione rivela che alcune cellule specifiche all’interno del sistema immunitario, chiamate cellule B della memoria, “ricordano” l’infezione da parte del virus e, se sfidate nuovamente attraverso una nuova esposizione, innescano una risposta immunitaria protettiva attraverso la rapida produzione di anticorpi ‘scudo’. I ricercatori hanno reclutato una coorte di 25 pazienti Covid-19 e hanno prelevato da loro 36 campioni di sangue da 4 giorni dopo l’infezione al giorno 242. 

Ebbene, gli scienziati hanno scoperto che gli anticorpi contro il virus hanno iniziato a diminuire dopo 20 giorni dall’infezione. Ma tutti i pazienti hanno continuato ad avere cellule B della memoria che riconoscevano uno dei due componenti del virus Sars-CoV-2, proteina ​​Spike e nucleocapside. Queste cellule B della memoria specifiche per il nuovo coronavirus erano presenti stabilmente fino a otto mesi dopo l’infezione. 

Secondo van Zelm, i risultati alimentano la speranza di efficacia dei vaccini contro il virus e spiegano anche perché ci sono stati così pochi esempi di vera reinfezione tra i milioni e milioni di infettati a livello globale. “Questi risultati sono importanti perché mostrano, in modo definitivo, che i pazienti infettati dal virus di Covid-19 conservano in realtà l’immunità contro il virus e la malattia”, ha detto lo studioso. 

“Questa è stata una nuvola nera che incombeva sulla potenziale protezione fornita da qualsiasi vaccino, e ci dà la speranza reale che, una volta sviluppati uno o più vaccini, questi forniranno una protezione a lungo termine”. 

Coronavirus, geni chiave per nuove cure: lo studio  

E’ stato pubblicato oggi su ‘Nature’ uno studio internazionale che identifica cinque geni associati alle manifestazioni cliniche più gravi del Covid-19. Al lavoro partecipa l’Università di Siena con il gruppo guidato dalla professoressa Alessandra Renieri, docente del dipartimento di Biotecnologie mediche e responsabile della Uoc Genetica Medica dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese. Lo studio, coordinato dall’Università di Edimburgo, individua i geni coinvolti in due processi molecolari: immunità antivirale innata e infiammazione polmonare secondaria. 

“I risultati – spiega la professoressa Renieri – aiuteranno a capire come il Covid-19 danneggia i polmoni a livello molecolare e quali dei farmaci già esistenti possano essere efficacemente utilizzati per il trattamento della malattia”. 

I dati analizzati dall’Università di Edimburgo sul Dna di 2.700 pazienti in 208 unità di terapia intensiva nel Regno Unito sono stati incrociati con quelli del consorzio Genomicc, collaborazione internazionale per studiare la genetica nelle malattie critiche, su campioni forniti da volontari sani di altri studi, e di Hgi a cui partecipa Gen-Covid, lo studio multicentrico l’italiano coordinato dalla professoressa Renieri. 

“Sono state individuate – prosegue la professoressa Renieri – differenze chiave in cinque geni dei pazienti in terapia intensiva rispetto ai campioni forniti dai volontari sani, IFNAR2, TYK2, OAS1, DPP9 e CCR2, che spiegherebbero in parte perché alcuni individui si ammalano gravemente mentre altri non presentano sintomatologia. Lo studio ha permesso inoltre di prevedere l’effetto dei trattamenti farmacologici sui pazienti, perché alcune varianti genetiche rispondono in modo simile a particolari farmaci. Ad esempio, una riduzione dell’attività del gene TYK2 protegge dal Covid-19 e una classe di farmaci antinfiammatori chiamati Inibitori di JAK, che include il farmaco baricitinib, produce questo effetto. I risultati evidenziano immediatamente quali farmaci dovrebbero essere in cima alla lista per i trial clinici”. 

La professoressa Renieri è coordinatrice del progetto multicentrico Gen-Covid, a cui collaborano oltre a tantissimi professionisti dell’Azienda Ospedaliera Universitaria Senese e dell’Asl sud est, 40 ospedali italiani. 

Lo studio è stato condotto con metodi di analisi tradizionali del Dna chiamati Gwas. “Prossimamente – continua la professoressa Renieri – saranno pubblicati ulteriori risultati derivanti da analisi più avanzate di intelligenza artificiale in collaborazione con Simone Furini del dipartimento di Biotecnologie mediche e Marco Gori del dipartimento di Ingegneria dell’informazione e Scienze matematiche dell’Università di Siena, che metteranno in evidenza le complesse interazioni tra geni nel determinismo della malattia”. 

Covid, lo studio: ‘spia’ nel sangue può predire gravità 

Una ‘spia’ nel sangue potrebbe aiutare a predire se un paziente con infezione da Sars-CoV-2 rischia di sviluppare una forma grave di Covid-19. A identificarla un team di scienziati in uno studio condotto a Milano, una delle città italiane più colpite dalla pandemia, nella sua seconda ondata. Gli scienziati hanno messo sotto la lente una molecola, la sfingosina-1-fosfato, che mostra un ruolo chiave nell’infezione e che, misurata attraverso un prelievo ematico già ai primi sintomi, potrebbe fornire informazioni preziose sull’evoluzione del quadro clinico. 

La ricerca, i cui risultati sono pubblicati sulla rivista ‘Embo Molecular Medicine’ è frutto di una stabile collaborazione tra l’università degli Studi di Milano, il Policlinico del capoluogo lombardo e l’Aeronautica militare con l’Istituto di medicina aerospaziale di Milano. A portarla avanti un team multidisciplinare di esperti, guidato da Giovanni Marfia e coordinato da Stefano Centanni e Laura Riboni. Lo studio è stato condotto su 111 pazienti e ha rivelato la presenza di questo biomarcatore associato all’aggressività di Covid, descrivendo uno dei “potenziali meccanismi responsabili della sua morbidità e mortalità”. 

“Bassi livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato – spiega Giovanni Marfia, del Laboratorio di neurochirurgia sperimentale e terapia cellulare del Policlinico di Milano e medico del Corpo sanitario aeronautico – sono indicativi di un’aumentata probabilità che s’instauri un grave quadro clinico, che richieda il ricovero in terapia intensiva del paziente, oltre a indicare un’aumentata probabilità di esito sfavorevole e quindi di decesso”.  

I dati analizzati, prosegue Marfia, “ci hanno consentito di determinare un valore soglia di sfingosina-1-fosfato, misurabile dopo un prelievo ematico già al momento della manifestazione dei primi sintomi, sotto al quale aumenta l’incidenza di complicanze e danno severo a diversi organi tra cui polmoni, fegato e rene”. Lo studio dimostra come il dosaggio di questo marcatore al momento della rilevata positività o all’accesso in pronto soccorso, attraverso un semplice prelievo di sangue, ematico possa consentire di stratificare i pazienti in funzione del rischio individuale e introdurre interventi terapeutici tempestivi. 

“La sfingosina-1-fosfato – descrive Laura Riboni, professore ordinario di Biochimica dell’Università degli Studi di Milano – è un biomodulatore chiave in molti processi cellulari vitali, tra cui lo sviluppo e l’integrità vascolare, il traffico linfocitario ed i processi infiammatori. Quando i livelli circolanti di sfingosina-1-fosfato diminuiscono, s’instaura un danno vascolare e un’alterata risposta del sistema immunitario che determina un eccessivo e persistente stato infiammatorio. Il ripristino dei livelli fisiologici di sfingosina-1-fosfato può rappresentare una strategia utile a ridurre il rischio di progressione infausta del quadro clinico in pazienti con Covid ed anche ad indurre un’efficace risposta immunitaria dopo vaccinazione”. 

“Lo studio, tutto italiano – sottolinea Stefano Centanni, direttore del Dipartimento di scienze della salute e della Uoc di Pneumologia dell’Asst Santi Paolo e Carlo – potrebbe avere risvolti importanti, in quanto la sfingosina-1-fosfato può essere utilizzata come marcatore prognostico e di monitoraggio per l’andamento della malattia, permettendo una più precisa classificazione dei pazienti e la concretizzazione di interventi precoci”.  

Un altro risvolto importante di questo studio, prosegue, “è che la sfingosina-1-fosfato può essere considerata un nuovo bersaglio terapeutico, sia in termini di ripristino dei normali livelli circolanti, sia nel potenziamento dei protocolli terapeutici in quei pazienti a più alto rischio, consentendo anche una migliore allocazione delle risorse sanitarie”. 

“Siamo orgogliosi del team di ricerca che si è creato e che ha portato a questo importante traguardo”, spiega Giuseppe Ciniglio Appiani, attuale Capo del servizio sanitario dell’Aeronautica Militare. “Come rappresentanti delle Forze armate abbiamo partecipato attivamente a servizio del Paese per la gestione dei focolai Covid durante le fasi più critiche dell’emergenza in Lombardia. Ci fa onore essere riusciti a contribuire a questo importante studio scientifico che potrà sicuramente avere un impatto rilevante nella gestione dei pazienti.  

Aids, Bassetti: “Hiv oscurato da Covid, sarà 1 dicembre nero” 

“Sarà un 1 dicembre ‘nero’, il primo da quando è stata istituita la Giornata mondiale dell’Aids. Purtroppo negli ultimi nove mesi si è parlato di Covid-19 ma delle altre malattie infettive davvero molto poco. C’è chi ha detto che per avere rapporti sessuali durante l’emergenza Covid mi devo mettere la mascherina, dimenticando che l’unico modo per difendersi dall’Hiv o dalle malattie sessualmente trasmesse è il preservativo. E’ bene parlare di Hiv: continuiamo ad avere molti casi”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, in vista della Giornata mondiale dell’Aids che si celebra domani.  

Bassetti rimarca anche l’importanza “di fare il test per l’Hiv” a prescindere “dal fatto di considerarsi un soggetto a rischio. Fare il test deve essere come fare un controllo per la glicemia o il colesterolo. Dobbiamo tornare a parlare di questa infezione che ormai grazie alla ricerca è diventata gestibile, oggi abbiamo oltre 30 farmaci antiretrovirali attivi per l’Hiv – evidenzia l’infettivologo – e praticamente si può dire se c’è una diagnosi precoce e si è seguiti, di Hiv non si muore. Questo grazie ai progressi della ricerca. Dobbiamo però continuare ad interessarci di Aids – conclude – ricordando cosa è stato fatto dalla ricerca sull’Hiv in 30 anni. La Covid è una zoonosi, una delle tante, ma ci sono altre malattie altrettanto importanti”. 

Covid, da Alzheimer a ictus: con virus peggiorano malattie neurologiche 

Peggiorate e aumentate le patologie neurologiche in epoca Covid: sono oltre 1.200.000 le persone con demenza, di cui 720.000 quelle colpite da Alzheimer, alle quali il lockdown ha provocato un aggravamento dei sintomi e del decadimento cognitivo. Circa 800.000 sono i pazienti con conseguenze invalidanti dell’ictus, che ogni anno fa registrare 150.000 nuovi casi e che ha mostrato una maggiore incidenza e gravità nei pazienti con coronavirus. E ci sono anche i disturbi del sonno, che riguardano in media 12 milioni di italiani, ma durante la pandemia sono diventati circa 24 milioni. Sono alcuni numeri al centro della 51° edizione del Congresso nazionale della Società italiana di neurologia,che si terrà dal 28 al 30 novembre in versione totalmente virtuale, con il coinvolgimento di circa 2.500 specialisti di tutta Italia. 

“In considerazione di questi numeri, aggravati proprio dalla pandemia in corso – ha affermato Gioacchino Tedeschi, presidente Sin e direttore Clinica neurologica e neurofisiopatologia, Università ‘Luigi Vanvitelli’ di Napoli – la sfida della neurologia italiana per il futuro si presenta davvero impegnativa e sarà necessario uno sforzo comune per mantenerne i livelli scientifici e migliorarne quelli assistenziali”.  

Fra i temi che saranno trattati durante il congresso anche la neurologia digitale. “Possiamo affermare con certezza – ha detto Tedeschi – che siamo ormai entrati nella fase Neurologia 3.0: la nostra attenzione nell’assistenza ai pazienti, le nostre idee per la ricerca scientifica, i nostri sforzi per insegnare ai più giovani come essere sempre all’altezza di affrontare sintomi e segni di una malattia neurologica, non possono prescindere dell’era digitale in cui viviamo”. 

Covid, “quercetina, esperidina e butirrati molecole naturali promettenti” 

“Quercetina, ma anche esperidina, eugenolo e butirrati: sono solo alcune delle molecole bioattive che sfruttano un meccanismo d’azione identificato grazie al nostro studio per contrastare il coronavirus Sars-Cov-2”. A spiegarlo all’Adnkronos Salute è Laura Teodori del Laboratorio Diagnostiche e Metrologia Enea, primo autore di uno studio realizzato in collaborazione con le Università di Urbino e Singapore, che ha permesso di individuare in alcuni farmaci già in uso nella pratica clinica proprietà che contrastano i meccanismi cellulari e molecolari dell’infezione da virus Sars-CoV-2 e la progressione di Covid-19.  

“La nostra ricerca è stata realizzata grazie ai Big Data, ovvero a una serie di piattaforme che raccolgono una grande mole di informazioni”, precisa Teodori. Il lavoro è stato pubblicata sulla piattaforma ‘Research Square’ e a breve apparirà anche sulla rivista internazionale peer-reviewed ‘Frontiers in Pharmacology’. “Abbiamo indagato sul meccanismo molecolare usato dal virus per entrare nelle cellule, in particolare sulla via metabolica. Così abbiamo identificato la proteina Hdac (istone deacetilasi), una tra le più importanti molecole che regola l’espressione dei nostri geni, come utile bersaglio terapeutico per contrastare il virus. I risultati, validati dal confronto con i dati clinici di uno studio cinese su 1096 pazienti di Covid-19, aprono la strada a nuovi studi nel settore del drugrepurposing e drug-discovery”, aggiunge Teodori. 

“Successivamente anche altri gruppi di ricerca hanno evidenziato l’Hdac come utile bersaglio per contrastare il virus Sars-CoV-2. Si tratta di un risultato di notevole impatto clinico, in quanto esiste già un discreto numero di farmaci e anche composti bioattivi di origine naturale come la quercitina, un flavonoide presente in alcuni alimenti, con comprovata attività Hdac inibitrice, attualmente utilizzati per altre patologie che potrebbero essere reclutati per contrastare la malattia Covid-19. Fra questi appunto i butirrati, sostanze che derivano dalla fermentazione nell’intestino delle fibre alimentari. L’acido butirrico è già studiato per contrastare le malattie degenerative”. 

Ma anche “l’esperidina, presente nella parte bianca degli agrumi, o l’eugenolo presente nei chiodi di garofano. Le ricerche sulle potenzialità di queste sostanze – assicura Teodori – vanno avanti in tutto il mondo. Ma voglio sottolineare l’importanza di non assumerle sotto forma di integratori alimentari: gli integratori infatti non vanno mai presi senza una indicazione del medico. Piuttosto, si può prediligere un’alimentazione a base di cibi naturalmente ricchi di questi principi attivi, che può essere utile all’organismo”. 

Immunologo Minelli: “Da batteri intestino segreto per mitigare Covid-19” 

Dal microbiota intestinale “potrebbero arrivare delle risposte per mitigare la malattia Covid-19”. Lo spiega all’Adnkronos Salute Mauro Minelli, specialista in Immunologia clinica e Allergologia e co-coordinatore della Scuola di specializzazione medica in Scienze dalla nutrizione Dipartimento di Studi europei Jean Monnet.  

“Fin dagli esordi della pandemia, sul versante squisitamente clinico (quindi non epidemiologico né strettamente virologico) – ricorda – è subito risultata evidente la valenza ‘sistemica’ della malattia. E allora, pensando alle notevoli differenze che, a livello cellulare e molecolare, caratterizzano le singole patologie, la domanda emergente è diventata: si conoscono vie metaboliche alterate dopo l’infezione da Sars-CoV-2? E se sì, esistono e quali sono le eventuali componenti bioattive, magari derivanti da alimenti, in grado di riaggiustare quelle vie metaboliche?”. 

“Dal microbiota – precisa l’esperto – arrivano delle risposte per una nuova credibile opzione terapeutica o, almeno, una scelta terapeutica adiuvante per mitigare, sulla base di robuste evidenze scientifiche, la malattia”. L’ipotesi è che ci possano essere alimenti o strumenti integrativi (prebiotici, probiotici o post-biotici) in grado di riequilibrare la composizione dei batteri intestinali e ‘infastidire’ il coronavirus.  

“E’ opportuno però riesaminare il processo attraverso il quale il nuovo coronavirus infetta le cellule dell’ospite – evidenzia l’immunoloogo – E’ ben noto, oramai, che la cosiddetta proteina Spike, presente sulla superficie esterna del Sars-CoV-2, è l’arma con cui quest’ultimo attacca la cellula. Ma per entrare nella cellula il virus deve trovare una via di ingresso, un ‘attracco’ che, nella fattispecie, viene fornito da uno specifico recettore rappresentato dalla proteina Ace-2, presente appunto sulle cellule dell’ospite. Dunque, Ace-2 è la ‘serratura’ attraverso la quale il Sars-CoV-2 ‘inganna’ la cellula umana, penetra al suo interno, la infetta e, conseguentemente, innesca tutto il processo patologico che caratterizza il quadro clinico della Covid-19”. 

“Ma le strategie del ‘piano di invasione’ elaborato dal Sars-CoV-2 a danno delle cellule umane, oltre che del recettore Ace-2 che è ‘serratura esterna’, sembrano avvalersi, una volta che il virus è entrato nella cellula, anche del supporto inconsapevole (ma utilissimo al virus) di alcune vie metaboliche dell’uomo, e cioè di una catena di reazioni chimiche attivate e modulate, nello specifico, dall’enzima istone deacetilasi (Hdac) – sottolinea l’immunologo – Ne consegue che il blocco di questo enzima può rappresentare un interessante approccio terapeutico mirato proprio contro l’infezione da Sars-CoV-2. Ne è prova, indiretta ma credibile, il proliferare di studi sperimentali al momento già avviati e finalizzati a individuare farmaci anti Covid-19 orientati ad agire proprio sulla via metabolica modulata da Hdac”.  

Secondo lo specialista “è qui che si inserisce un ulteriore elemento di grande interesse, in realtà già considerato dalla Commissione nazionale per la salute cinese e dalla National Administration of Traditional Chinese Medicine che già nel febbraio 2020, emanando delle raccomandazioni specifiche, riconoscevano ufficialmente l’importanza del ruolo del microbiota intestinale nell’infezione Covid-19”. 

“In effetti, esiste una precisa e potente correlazione tra il microbiota e l’enzima Hdac di cui si è detto in precedenza – riferisce Minelli – E’ oramai ampiamente dimostrato come i batteri del tratto gastrointestinale siano un importante fattore biotico che interviene nella regolazione di diversi processi metabolici dell’uomo. Molto di questo accade per il tramite dei cosiddetti Scfas (Short-chain fatty acids, ovvero acidi grassi a catena corta) che sono composti assai rilevanti per la salute umana prodotti nelle giuste proporzioni da un microbiota intestinale in equilibrio e, dunque, metabolicamente efficiente. Fra gli Scfas prodotti da alcune specie di batteri intestinali c’è l’acido butirrico che, tra gli altri effetti, ha pure quello di inibire, bloccandolo, l’enzima Hdac. Sicché, oltre a svolgere tutta una serie di funzioni vitali per il buon funzionamento dell’organismo ospite, l’acido butirrico prodotto dai batteri della microflora intestinale acquisisce una significativa rilevanza proprio perché, inibendo l’Hdac, può interferire sull’aggancio e, dunque, sulla penetrazione del Sar-CoV-2 nella cellula umana”.  

“Scaturisce da tutto questo – conclude l’immunologo – la necessità di individuare alimenti o strumenti integrativi (prebiotici, probiotici e, semmai, gli emergenti post-biotici) opportunamente selezionati (evitando la somministrazione di ‘fermenti lattici’ a caso) e, dunque, capaci di bilanciare correttamente la composizione del microbiota intestinale, considerando che il suo targeting può, di fatto, rappresentare una nuova credibile opzione terapeutica o, almeno, una scelta terapeutica adiuvante per mitigare, sulla base di robuste evidenze scientifiche, la malattia Covid-19”.  

Sla, proteina potrebbe frenare progressione: studio italiano  

Una proteina potrebbe frenare il peggioramento della Sla. Apre a una nuova speranza contro la sclerosi laterale amiotrofica uno studio condotto dal Laboratorio di Neurobiologia molecolare dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri Irccs, pubblicato online su ‘EBioMedicine’. Dal lavoro emerge “per la prima volta – sottolineano dall’Istituto fondato e presieduto da Silvio Garattini – che la proteina Cxcl13, della famiglia delle chemochine, è attivata dai neuroni che comandano i movimenti muscolari volontari (motoneuroni) e che la sua presenza ha effetti benefici nel contrasto della progressione della Sla in un modello animale”.  

Cxcl13 – spiegano gli esperti – è una proteina fisiologicamente coinvolta nell’organizzazione degli organi linfoidi dove maturano le cellule immunitarie. La sua presenza nel sistema nervoso centrale è strettamente associata alla neuroinfiammazione, una caratteristica patologica di diverse malattie neurodegenerative tra cui la Sla. Le evidenze preliminari avevano messo in luce un significativo incremento di Cxcl13 nei topi affetti da Sla. Questo dato poteva suggerire una correlazione diretta tra l’attivazione della chemochina e una progressione della malattia più rapida. Inaspettatamente, la neutralizzazione della chemochina in topi Sla ha invece portato a un peggioramento della malattia esacerbando il danno motoneuronale e l’atrofia dei muscoli scheletrici. Suggerendo, di contro, un effetto benefico della presenza di Cxcl13 nella Sla. 

“L’aspetto rilevante – afferma Maria Chiara Trolese, co-investigatore e primo autore del lavoro – è che durante la malattia i motoneuroni esprimono alti livelli di questa chemochina, sia a livello centrale sia periferico. La specifica soppressione di Cxcl13 ha quindi privato le cellule di un processo di protezione precedentemente ignoto. Infatti abbiamo osservato che il silenziamento di Cxcl13 induce una perdita di motoneuroni e un incremento dell’infiammazione, mentre la sua somministrazione preserva i motoneuroni dalla degenerazione”.  

Coerentemente con l’azione protettiva di Cxcl13 nel modello animale – evidenziano gli scienziati – i livelli della proteina sono stati osservati aumentati anche nei motoneuroni spinali rimasti dei pazienti Sla, mentre sono significativamente ridotti nel liquido cerebrospinale rispetto ai pazienti con sintomi non neurologici o affetti da sclerosi multipla. “I livelli ridotti di Cxcl13 nel liquido cerebrospinale dei pazienti di Sla – commenta Caterina Bendotti, capo del laboratorio di Neurobiologia molecolare – potrebbero essere un indice della degenerazione dei motoneuroni, mettendo in luce questa chemochina come marcatore clinico per la discriminazione precoce della malattia rispetto a disturbi neurologici con elevata componente infiammatoria come la polineuropatia cronica demielinizzante e la sclerosi multipla”.  

Il nuovo lavoro si concentra su “un aspetto interessante e sottovalutato dei disturbi neurodegenerativi, in cui i processi immunitari sono attivati in diversi distretti e da diversi tipi di cellule con effetti che si discostano da quelli classicamente noti”, fa notare Giovanni Nardo, principale ricercatore dello studio, ricordando che “la Sla è il disturbo neuromuscolare più comune che coinvolge principalmente le cellule dei motoneuroni. Il rilevamento rapido nella Sla è fondamentale per un trattamento efficace”. 

Il team – si legge in una nota del ‘Mario Negri’ – sta attualmente lavorando allo sviluppo di una corretta validazione multicentrica su larga scala per avvalorare Cxcl13 come biomarcatore nella pratica clinica. In parallelo, verrà eseguita un’analisi più estesa dei processi alla base dell’attivazione motoneuronale di Cxcl13 nella Sla per definire i meccanismi implicati nell’inibizione dell’infiammazione nel sistema nervoso centrale. 

Covid, dal visone all’uomo: perché la mutazione preoccupa 

Fanno impressione le immagini degli abbattimenti di visoni in Danimarca. Ma a parlare di una mutazione che avrebbe permesso al Coronavirus di passare da questi mammiferi all’uomo è stato il primo ministro danese Mette Frederiksen, secondo la quale il virus mutato rappresenta un “rischio per l’efficacia” di un futuro vaccino contro Covid-19. La Danimarca, ricorda la Bbc online, è il più grande produttore mondiale di pellicce di visone e i suoi principali mercati di esportazione sono Cina e Hong Kong.  

L’abbattimento è iniziato alla fine del mese scorso, dopo che sono stati rilevati molti casi di visoni infetti. Dall’inizio della pandemia in Europa sono stati rilevati casi di coronavirus anche nei visoni d’allevamento di Paesi Bassi e Spagna. Ma i casi si stanno diffondendo rapidamente in Danimarca, dove sarebbero stati trovati almeno cinque casi del nuovo ceppo virale. Dodici persone ne sono state infettate, hanno detto le autorità. Frederiksen ha citato un report del governo secondo il quale si è scoperto che il virus mutato indebolisce la capacità dell’organismo di formare anticorpi, rendendo potenzialmente inefficaci i vaccini in fase di sviluppo per Covid-19. “Abbiamo una grande responsabilità nei confronti della nostra stessa popolazione, ma con questa mutazione abbiamo una responsabilità ancora maggiore anche verso il resto del mondo”, ha detto in una conferenza stampa. 

Covid, Oms: “Virus appare mutato, infezione da visoni in Danimarca”  

Più di 50 milioni di visoni all’anno vengono allevati per la loro pelliccia, principalmente in Cina, Danimarca, Paesi Bassi e Polonia. Sono stati segnalati focolai negli allevamenti di animali da pelliccia in Paesi Bassi, Danimarca, Spagna, Svezia e Stati Uniti, e milioni di animali sono stati abbattuti. I visoni, come i loro parenti stretti furetti, sono noti per essere suscettibili al coronavirus e, come gli esseri umani, possono mostrare una serie di sintomi, fra cui anche la polmonite. 

Covid, “virus mutato e Danimarca abbatte 17 milioni di visoni” 

Il visone si infetta dagli esseri umani. Ma il lavoro di indagine genetica avrebbe mostrato che in un piccolo numero di casi, nei Paesi Bassi e ora in Danimarca, il virus avrebbe compiuto il percorso inverso: dal visone all’uomo. La grande preoccupazione per la salute pubblica è che qualsiasi mutazione possa insidiare l’efficacia dei vaccini, tanto che alcuni scienziati chiedono ora un divieto totale della produzione di visoni. Al momento, però, sono in corso studi per scoprire come e perché i visoni siano stati in grado di diffondere l’infezione. 

Covid, la scoperta: cosa provoca il danno polmonare 

I molti misteri di Covid-19 iniziano a essere rivelati. Uno studio di un gruppo di ricercatori del King’s College London, dell’Università di Trieste e del Centro di Ingegneria Genetica e Biotecnologie (Icgeb) di Trieste, pubblicato oggi su ‘Lancet eBioMedicine’ ha portato alla luce una possibile causa del danno polmonare causato dal virus Sars-Cov-2. Grazie ai risultati delle autopsie su un vasto numero di pazienti morti a causa della malattia, sono emerse le caratteristiche che contraddistinguono la polmonite da Covid e che potrebbero essere responsabili della difficoltà che molti dei pazienti guariti sperimentano nel ritorno alla normalità (la cosiddetta ‘sindrome del Covid lungo’). 

Lo studio ha tratto vantaggio dall’esperienza dell’Istituto di anatomia patologica dell’Università di Trieste nell’eseguire l’esame autoptico dei pazienti che muoiono nel capoluogo giuliano, che non si è fermato nemmeno durante il lockdown della scorsa primavera. Il team di ricercatori guidato da Mauro Giacca ha analizzato i polmoni di 41 pazienti morti per Covid-19 da febbraio ad aprile scorsi. I reperti autoptici – spiegano – hanno mostrato un danno polmonare molto esteso nella maggior parte dei casi, con diversi pazienti che mostravano una vera e propria sostituzione del tessuto respiratorio del polmone con un tessuto cicatriziale e fibroso. 

“Eseguo almeno 600 autopsie ogni anno da 25 anni, di cui più di 100 di pazienti deceduti per vari tipi di polmoniti, ma non ho mai visto finora un danno così esteso e con queste caratteristiche” ha affermato Rossana Bussani, docente di anatomia patologica dell’Università di Trieste, prima firmataria dello studio che ha eseguito gran parte delle analisi. 

Due gli altri aspetti inattesi e specifici dei polmoni dei pazienti con Covid-19: il primo è rappresentato da una vasta presenza di trombi nelle grandi e piccole arterie e vene polmonari, trovati in quasi il 90% dei pazienti e causati dall’attivazione anomala del sistema della coagulazione nei polmoni. Il secondo reperto è la stata la presenza di una serie di cellule anormali, molto grandi e con molti nuclei, infettate dal virus anche dopo 30-40 giorni dal ricovero in ospedale. Queste cellule derivano dalla capacità della proteina Spike del virus (quella che conferisce alle particelle virali la caratteristica forma a corona) di stimolare la fusione delle cellule infettate con le cellule vicine.  

“Siamo molto stimolati da queste osservazioni – afferma Mauro Giacca, docente di Cardiovascular Sciences al King’s College di Londra – perché la persistenza del virus per tempi molto lunghi dopo l’infezione e la presenza di queste cellule fuse, che in medicina chiamiamo sincizi, possono spiegare perché il virus causi tanta infiammazione e trombosi”.  

Secondo Serena Zacchigna, docente di biologia molecolare dell’Università di Trieste e dell’Icgeb, “queste osservazioni indicano che Covid-19 non è soltanto una malattia causata dalla morte delle cellule infettate dal virus, come per altre polmoniti, ma anche dalla persistenza di queste cellule anormali infettate nei polmoni”. La caccia a una nuova classe di farmaci, in grado di impedire la formazione di questi sincizi indotti dalla proteina Spike e quindi di stimolare l’eliminazione del virus e bloccare la trombosi, è già iniziata nei laboratori del King’s College a Londra diretti da Giacca. 

Chirurgia, avambraccio ricostruito e riattaccato con super robot  

Ricostruito e riattaccato un avambraccio a un 79enne di Varese, vittima di un grave incidente di caccia, grazie a un intervento di chirurgia, utilizzando una tecnologia robotica altamente innovativa. E’ accaduto all’ospedale di Circolo di Varese, dove con un’operazione, durata in totale 14 ore, realizzata in due fasi, con il coinvolgimento di un team di sette medici, è stato utilizzato “per la prima volta al mondo – riferiscono da Varese – in un intervento di chirurgia plastica ricostruttiva” un macchinario innovativo comandato dal chirurgo attraverso i movimenti della testa, che muovono il braccio robotico con assoluta precisione, lasciando le mani libere a chi sta operando. Non solo: tramite i visori oculari viene ricostruita un’immagine tridimensionale direttamente negli occhi del chirurgo. 

Il sofisticato intervento è stato eseguito dall’equipe guidata da Mario Cherubino, direttore della Struttura di Chirurgia della mano e microchirurgia e professore associato di Chirurgia plastica ricostruttiva ed estetica all’Università dell’Insubria. “L’arto – riferisce Cherubino – era completamente staccato poco sotto il gomito, i proiettili avevano distrutto tutti i vasi e le due ossa che collegano gomito a polso ovvero l’ulna e il radio”.  

Innanzitutto si è “provveduto a riconnettere i vasi sanguigni per evitare la necrosi della mano. Dopo qualche giorno, escluso il pericolo di infezioni e confermata la vitalità della mano reimpiantata, il gruppo dei microchirurghi specialisti in chirurgia plastica e in ortopedia ha prelevato il perone (osso della gamba non essenziale alla deambulazione), lo ha sezionato e collocato al posto delle due ossa mancanti del braccio. Poi si è proceduto a ricostruire i tessuti muscolari e la pelle con l’utilizzo della cute artificiale”.  

Un’impresa davvero eccezionale – commenta la nota dell’ospedale – resa possibile non solo dalla perizia del team di chirurghi, ma dal contributo di una nuova macchina chiamata RoboticScope, di fabbricazione austriaca e del costo di 350.000 dollari che l’Asst Sette Laghi ha ottenuto in prova per testarne l’efficacia. “Grazie a questa meraviglia tecnologica – precisa Cherubino – riusciamo a gestire in maniera molto più fluida e veloce l’intervento”.  

“RoboticScope unisce infatti le caratteristiche del classico microscopio da tavolo operatorio a quelle della realtà virtuale riproducendo digitalmente su uno schermo posto davanti al chirurgo la sezione su cui si sta intervenendo. Senza questa apparecchiatura – conclude – non so se l’intervento sarebbe stato possibile, certamente avrebbe comportato un numero di ore molto superiore con conseguente stress per il paziente e per il team operatorio”. L’uomo – fanno sapere dall’ospedale – sta bene, è stato dimesso al proprio domicilio e ha riacquistato una discreta funzionalità dell’arto.  

Silvestri: “Immunità da Covid persiste per mesi” 

“Gli anticorpi neutralizzanti contro Sars-Cov2 persistono per mesi nella grande maggioranza delle persone che sono guarite da Covid-19”. E’ la buona notizia evidenziata da Guido Silvestri, virologo all’Emory University di Atlanta, che posta su Facebook “i risultati di uno studio imponente pubblicato oggi sulla rivista ‘Science’ con casistica di oltre 30.000 soggetti, la più grande in assoluto finora”.  

“Si tratta di una conferma estremamente importante – commenta – di risultati simili ottenuti da altri gruppi in casistiche più piccole. Soprattutto, lo studio conferma l’osservazione che re-infezioni con Sars-Cov-2 sono molto rare e supporta l’ipotesi secondo cui si stia formando una robusta immunità di gregge verso il virus nelle aree più colpite dalla prima ondata di pandemia”, sottolinea Silvestri esortando a “diffondere come dovuto questa importante ricerca”. 

Coronavirus, “dall’estate in Ue circola variante ‘spagnola'” 

Dall’estate sta circolando in Europa, arrivata dalla Spagna dove è stata osservata per la prima volta, una variante del Sars-CoV-2. Lo ha rilevato un team internazionale di scienziati che ha seguito il virus e scoperto la variante, denominata ’20A.EU1′. Lo studio è in fase di pubblicazione ma una parte è stata resa pubblica su ‘medRxiv’. A guidare la ricerca è stata Emma Hodcroft dell’Università di Basilea. Al di fuori della Spagna, la frequenza di questa variante è aumentata, da valori molto bassi registrati il 15 luglio, al 40-70% registrato a settembre in Svizzera, Irlanda e Regno Unito. 

“Al momento non è chiaro se questa variante si stia diffondendo a causa di un vantaggio che può avere nella trasmissione del virus – osservano i ricercatori – o se l’alta incidenza di casi registrati in Spagna, a seguito dalla diffusione estiva tra i turisti, sia sufficiente per spiegare il rapido aumento di questa variante in più Paesi”. Il team internazionale sta lavorando con i laboratori di virologia per verificare se ’20A.EU1′ porta una particolare mutazione nella proteina ‘spike’ che il virus usa per entrare nelle cellule umane e che potrebbe alterarne il comportamento. 

Covid, allarme interventi protesi anca rimandati: “Pazienti peggiorati” 

Con l’aumento dei contagi e lo spettro di un nuovo lockdown, torna l’allarme per lo stop agli interventi non urgenti per dare spazio all’assistenza ai malati Covid in ospedale. Un problema già vissuto ad aprile-maggio, che potrebbe ripresentarsi e che allarma i chirurghi. “La situazione creata dalla pandemia ha causato una contrazione degli interventi di protesi, perché si è dato più spazio alle operazioni salvavita. Questo, ad esempio, ha avuto delle conseguenze sui pazienti bisognosi di una protesi d’anca: si sono allungate le liste d’attesa e poi sono peggiorate le condizioni dei pazienti”. A fare il punto con l’Adnkronos Salute è Alessandro Calistri, ortopedico e traumatologo specializzato in chirurgia dell’anca e ricercatore del dipartimento di Scienze anatomiche istologiche medico legali e dell’apparato locomotore dell’Università Sapienza di Roma.  

In Italia il numero di interventi di protesi di ginocchio e di anca è in continua crescita negli ultimi anni: si è passati da 103mila nel 2001 a oltre 190mila nel 2016 (inclusi anche gli interventi per protesi di spalla e caviglia). Molto spesso si arriva alla protesi per l’artrosi all’anca, una condizione che provoca l’usura della cartilagine e dell’osso sottostante, determinando la perdita progressiva dell’autonomia deambulatoria. “C’è oggi un grossa necessità di interventi ricostruttivi all’anca e al ginocchio. L’immobilità per chi aspetta una protesi fa peggiorare le situazioni cliniche. Lo stop alle operazioni per dare priorità all’emergenza Covid ha determinato il peggioramento di tantissimi quadri clinici, molti pazienti ci hanno detto di aver avuto un tracollo fisico durante il lockdown e siamo preoccupati per quello che potrà accadere con una nuova serrata”, aggiunge Calistri, che collabora anche con il San Giuseppe Hospital di Arezzo, convenzionato con il Ssr della Toscana.  

“Oggi le liste d’attesa per una protesi d’anca arrivano, ad esempio da me, anche fino a 10 mesi – avverte Calistri – il Nord Italia assorbe la maggior parte degli interventi e proprio lì da febbraio c’è stato uno stop o comunque solo una lenta ripresa da giugno. Una situazione difficile e c’è una necessità di assorbire i pazienti in lista, i grandi centri negli ospedali pubblici ora si stanno occupando soprattutto di Sars-CoV-2”.  

Secondo Calisti la pandemia ha portato con sé anche un problema psicologico. “Oggi il paziente, magari più anziano, è preoccupato se deve pensare ad una operazione all’anca: teme il coronavirus e ha paura. Ma se non torna a camminare peggiorano altre condizioni magari già un po’ critiche. Va ricordato che oggi ci sono protocolli di sicurezza molto severi per le sale chirurgiche, con tamponi in entrata a tutti, pazienti e operatori sanitari, e il sierologico per coprire il periodo finestra che si può creare nei giorni di degenza”.  

 

Covid, l’analisi: essere stressati è nuova normalità 

“La nuova normalità è essere più stressati. A sette mesi dall’inizio dell’emergenza, tra le cose con le quali gli italiani sono obbligati convivere c’è anche un maggior livello di stress. Gli psicologi per i cittadini sono una sorta di ‘mascherina della mente’, indispensabili per affrontare questa nuova normalità: 8 cittadini su 10 ritengono che gli psicologi devono essere al loro fianco in questa fase, stessa percentuale di quanti credono necessaria la mascherina”. E’ quanto emerge dall’analisi presentata dal vicepresidente dell’Istituto Piepoli, Livio Gigliuto, nel corso del convegno sulla Giornata nazionale della psicologia 2020 organizzato dal Consiglio nazionale dell’Ordine degli psicologi al Tempio di Adriano a Roma.  

“Dopo un marginale calo estivo – spiega l’esperto – i livelli di stress sono di quasi 10 punti percentuali più alti di quelli che registravamo prima dell’inizio dell’emergenza. Se all’inizio lo stress era legato quasi esclusivamente alla paura del contagio, oggi cresce sempre più l’ansia per le conseguenze economiche. Perdere il lavoro o faticare a trovarlo, vivere una nuova crisi economica: questo spaventa gli italiani e soprattutto i più giovani”. 

Per calcolare lo stress l’Istituto Piepoli utilizza uno strumento, ‘lo stressometro’ che misura il livello di stress auto-percepito. “Uno strumento che abbiamo messo a punto da oltre un anno grazie al Consiglio dell’Ordine degli psicologi – spiega Gigliuto – e funziona chiedendo ogni settimana a un campione di italiani il livello dello stress che sentono su una scala di 10 punti. In questo modo, rispetto alla domanda posta in una sola occasione, siamo in grado di ottenere una misurazione più precisa e valutarne le variazioni”, conclude sottolineando che, per quanto riguarda lo stress, gli italiani hanno attraversato tre grandi fasi, secondo i dati dello stressometro: lockdown con alte dosi di stress, fase estiva più rilassata e rientro con uno stress maggiore ma diverso rispetto a marzo, caratterizzato, appunto, da una maggiore pure delle conseguenze economiche della pandemia.  

Covid, test del sangue misura gravità infezione 

Un semplice test del sangue può indicare la gravità dell’infezione da nuovo coronavirus, misurando i livelli di alcune cellule ‘spia’ che circolano in misura maggiore quanto più grande è il danno provocato da Sars-CoV-2. I risultati preliminari di uno studio su 17 pazienti, condotto dall’ospedale Sacco-università Statale di Milano e dall’Istituto europeo di oncologia (Ieo) del capoluogo lombardo, suggeriscono infatti che le cellule endoteliali – quelle che compongono il rivestimento interno dei vasi – se danneggiate dal virus si sfaldano ed entrano nel sangue, diventando così un parametro dosabile. “Le cellule endoteliali circolanti (Cec) – ritengono gli autori – sono un potenziale nuovo marker della gravità di Covid-19”. 

I dati sono stati presentati durante l’evento digitale ‘Real-Time Monitoring of Endothelial damage during Covid-19. Why is it needed?’, organizzato dalla Fondazione Internazionale Menarini. Covid-19 – ricorda una nota – si sta dimostrando sempre più capace di colpire molti bersagli nell’organismo, non soltanto l’apparato respiratorio. Sars-CoV-2 è infatti in grado di attaccare l’apparato cardiovascolare e di distruggere le cellule dell’endotelio, il tessuto che riveste l’interno dei vasi sanguigni, di quelli linfatici e del cuore, provocando così la comparsa di numerose complicanze della malattia.  

I nuovi dati suggeriscono che Covid-19 sia “una patologia endoteliale ancor più che polmonare”, e individuano dunque nella valutazione dell’entità del danno alle Cec “un elemento per stimare la gravità della patologia più diretto delle cellule endoteliali progenitrici (Epc)”.  

“Le Cec derivano infatti dall’endotelio stesso e riflettono perciò il danno diretto del tessuto, mentre le Epc provengono dal midollo osseo in risposta al danno vascolare dovuto al virus, per riformare vasi sanguigni e ricostituire un endotelio sano”. Ecco perché l’entità di Cec ‘rotte’ dal virus, che possono essere esse stesse causa di complicanze trombotiche, può essere “una spia della gravità delle lesioni vascolari, aiutando così a valutare meglio la prognosi dei pazienti e a indirizzare le scelte terapeutiche”. 

I nuovi dati suggeriscono che Covid-19 sia “una patologia endoteliale ancor più che polmonare”, e individuano dunque nella valutazione dell’entità del danno alle Cec “un elemento per stimare la gravità della patologia più diretto delle cellule endoteliali progenitrici (Epc)”. “Le Cec derivano infatti dall’endotelio stesso e riflettono perciò il danno diretto del tessuto, mentre le Epc provengono dal midollo osseo in risposta al danno vascolare dovuto al virus, per riformare vasi sanguigni e ricostituire un endotelio sano”. Ecco perché l’entità di Cec ‘rotte’ dal virus, che possono essere esse stesse causa di complicanze trombotiche, può essere “una spia della gravità delle lesioni vascolari, aiutando così a valutare meglio la prognosi dei pazienti e a indirizzare le scelte terapeutiche”. 

Covid, lo studio: con vaccino antinfluenza meno contagi e morti 

Nel periodo del lockdown, le regioni italiane con un più alto tasso di copertura della vaccinazione anti-influenzale nella popolazione degli ultra 65enni mostravano un minor numero di contagi, un minor numero di pazienti ricoverati con sintomi, così come un minor numero di pazienti ricoverati in terapia intensiva e di decessi per Covid-19. Sono i risultati di uno studio del Centro cardiologico Monzino di Milano, secondo i quali nel periodo della ‘chiusura’, in base a una stima a posteriori, solo un piccolo aumento della copertura vaccinale avrebbe fatto risparmiare quasi duemila morti. Lo studio, pubblicato su ‘Vaccines’, supporta dunque l’ipotesi che la vaccinazione antiinfluenzale possa aiutare a prevenire la diffusione del Covid-19. “Abbiamo stimato – spiega Mauro Amato, ricercatore del Centro cardiologico Monzino e primo autore dell’articolo – che un aumento dell’1% della copertura vaccinale negli over 65, che equivale a circa 140.000 dosi a livello nazionale, avrebbe potuto evitare 78.560 contagi, 2.512 ospedalizzazioni, 353 ricoveri in terapie intensive e 1.989 morti per Covid-19. Sarebbe pertanto importante incentivare il più possibile qualsiasi attività che possa portare ad un aumento della copertura vaccinale soprattutto fra gli ultra 65enni”.  

“Nel nostro studio – spiega ancora Amato, – abbiamo confrontato, Regione per Regione, i tassi di copertura vaccinale negli over 65 con il numero di contagi e altri 3 indici di severità clinica della malattia: il numero di ospedalizzazioni per Covid-19, il numero di ricoverati in terapia intensiva e il numero di deceduti per l’infezione. Tutte le analisi hanno confermato che i tassi di diffusione e la gravità del virus Sars-CoV-2 sono inversamente proporzionali al tasso di vaccinazione antiinfluenzale: meno vaccini, più Covid-19”. 

“Anche se sono necessari ulteriori studi ad hoc per confermare l’ipotesi – spiegano i ricercatori del Centro lombardo – lo studio fornisce un’ulteriore base scientifica alle raccomandazioni di tutte le autorità sanitarie, a partire dall’Organizzazione mondiale della Sanità, che esortano la popolazione a sottoporsi, soprattutto quest’anno, al vaccino antinfluenzale”. 

Il mondo della cardiologia “è stato, come gli altri, devastato dall’ondata di Covid-19 e la mancanza di vaccini e farmaci in grado di arginarla ci ha spinto a cercare delle alternative per rispondere all’attacco della pandemia”, spiega Damiano Baldassare, coordinatore dello studio, responsabile dell’Unità per lo studio della morfologia e della funzione arteriosa del Monzino. “In vista di una imminente seconda ondata virale – continua- ci siamo concentrati sull’ipotesi, avanzata da diversi scienziati, circa il ruolo del vaccino antiinfluenzale nel ridurre la diffusione di Covid-19”. Il virus dell’influenza e il Sars-CoV-2 hanno vie di trasmissione simili – si legge nel lavoro – e alcuni sintomi in comune, ma sono molto differenti in termini di gravità e mortalità in caso di infezione, e in termini di gruppi di età colpiti.  

L’influenza – ricorda una nota – contagia soprattutto bambini e adolescenti, mentre Covid-19 colpisce prevalentemente i soggetti più anziani. Una possibile spiegazione potrebbe essere che i più giovani hanno un sistema immunitario più reattivo e rafforzato dall’esposizione agli agenti virali o agli antigeni contenuti in molti vaccini pediatrici (anti morbillo, varicella, scarlattina, rosolia, epatite B, papilloma virus…) . I vaccini possono innescare meccanismi positivi di risposta immunitaria ‘non specifica’, migliorando la capacità di reazione del sistema immunitario nel suo insieme. 

Covid, un italiano su tre teme di non distinguerlo da influenza  

Riuscire a distinguere l’influenza stagionale dai sintomi della Covid-19. E’ uno dei temi più discussi in vista dell’autunno. Secondo una ricerca condotta da Assosalute, presentata oggi durante una conferenza online, “il timore più diffuso tra gli italiani è proprio quello di non essere in grado di saperle distinguere prontamente (33% degli intervistati). Seguono il timore di non poter ricevere cure adeguate (14,7%), soprattutto tra gli over 65, e la paura di un nuovo isolamento (14%), soprattutto tra i più giovani”.  

“Distinguere la normale influenza da Covid-19 non è così semplice – ha spiegato Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano e direttore sanitario dell’Irccs Istituto ortopedico Galeazzi del capoluogo lombardo – Nonostante i due virus siano diversi, i sintomi che caratterizzano l’influenza stagionale e Covid-19 sono molto simili. L’unico modo certo per fare una diagnosi differenziale è quindi quello di eseguire il tampone. E’ bene ricordare che l’influenza con cui abbiamo a che fare tutti gli anni presenta sempre le medesime caratteristiche: insorgenza brusca di febbre oltre i 38 gradi, presenza di almeno un sintomo sistemico (dolori muscolari/articolari) e di un sintomo respiratorio (tosse, naso che cola, congestione/secrezione nasale, mal di gola). La momentanea perdita (anosmia) o diminuzione dell’olfatto (iposmia), la perdita (ageusia) o alterazione del gusto (disgeusia), sono invece tipici e non legati all’influenza stagionale. Attenzione anche ai bambini: se assistiamo al verificarsi di un unico sintomo respiratorio, è verosimile che siamo di fronte a malanni di stagione; se invece se ne verifica più di uno contemporaneamente, è bene fare ulteriori accertamenti”. 

Inoltre, ha evidenziato Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale e delle cure primarie (Simg), “sarà il medico di medicina generale, qualora ravvisi un sospetto Covid-19, a far intervenire l’unità diagnostica per gli accertamenti”. 

L’atteggiamento degli italiani in caso di sintomi influenzali è cambiato rispetto allo scorso anno. Come rivelato dalla ricerca Assosalute, infatti, “se nel 2019 il 55% degli intervistati dichiarava che il primo comportamento, in caso di febbre, sarebbe stato rimanere a casa, riposare e assumere farmaci da banco, oggi lo conferma soltanto il 37,1%. Aumentano coloro che si rivolgeranno subito al parere del medico di base: il 34,5% rispetto al 12,3% del 2019”. 

“I medici di medicina generale si stanno preparando all’arrivo della prossima stagione influenzale, informando le persone in tutti i modi possibili – ha continuato Cricelli – Abbiamo recentemente distribuito una guida per il rientro sicuro a scuola, in aggiunta a informative e documenti che abbiamo prodotto in questi mesi proprio per arrivare preparati. Da aprile tutti i medici di medicina generale sono dotati di sistemi informativi all’avanguardia che permettono di avere velocemente il quadro clinico del paziente e di poter quindi fare una diagnosi precisa e contestualizzata dei sintomi che presenta, anche a distanza; questo permette una gestione sofisticata di tutte le patologie, compresa l’influenza stagionale e Covid-19”. 

Sempre dall’indagine Assosalute emerge che sono “stabili rispetto all’anno scorso le figure di riferimento in caso di febbre: il 53% degli italiani continuerà a rivolgersi al medico di base, seguito dal 28,4% che invece si affiderà alla propria esperienza, curandosi con gli usuali farmaci di automedicazione, soluzione più diffusa a cui farà ricorso, se necessario, il 60,6% degli italiani; cala invece il numero di coloro che si rivolgeranno al farmacista: sono il 14,6% degli intervistati, rispetto al 23,2% del 2019”. 

In caso di febbre, quindi, che fare? “Al principio sempre valido di automedicazione responsabile – ha raccomandato Pregliasco – si aggiunge quest’anno il comportamento responsabile. Rimanere in casa se si manifestano i sintomi e isolarsi dagli altri, non andare al Pronto soccorso né presso gli studi medici, ma chiamare al telefono il medico di famiglia, la guardia medica o i numeri verdi regionali o di pubblica utilità 1500. Rimangono validi i classici consigli come evitare gli sbalzi di temperatura, prediligere un’alimentazione corretta e cercare di non affaticare troppo il sistema immunitario, mantenendo ad esempio una sana flora intestinale con l’aiuto dei probiotici”.  

Così come confermato anche da Cricelli, che avverte come, “rispetto alle passate stagioni influenzali, l’indicazione quest’anno è di non aspettare di vedere se i sintomi influenzali passano in 3 giorni prima di sentire il proprio medico, ma di contattarlo telefonicamente quando insorgono per monitorare la situazione e concordare insieme un’automedicazione responsabile. E’ importante infatti evitare di azzerare i sintomi dell’influenza e rischiare di nascondere il vero quadro della situazione”.