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Categoria: salute/sanita

Coronavirus, Bassetti: “I nuovi positivi non sono malati” 

“La positività al tampone non vuol dire che abbiamo un malato. E, dunque, anche il dato di oggi dei 402 positivi non vuol dire che abbiamo altrettanti nuovi malati”. Lo afferma all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore della Clinica malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova, che spiega: “Ormai sappiamo che la larga maggioranza dei casi è composta da asintomatici o paucisintomatici, quelli che hanno una forma ‘mild’ di Covid-19, come direbbero gli anglosassoni. Il dato che dobbiamo valutare, il ‘termometro’ dell’epidemia, è piuttosto quello dei ricoveri, in particolare in terapia intensiva”, rimasto stabile da qualche settimana. 

Dunque il dato di oggi “non deve allarmarci, ma spingerci a tenere alta la guardia, osservando le misure come il distanziamento sociale, l’igiene e l’uso della mascherina”. Anche perché le oscillazioni quotidiane sono legate “al numero di tamponi, e ogni settimana in genere questo numero è più alto il venerdì e più basso durante il fine settimana. Invito a guardare, piuttosto, la percentuale di positività rispetto ai tamponi, che la scorsa settimana era intorno allo 0.55%: se rimane su questi numeri non c’è motivo di particolare allarme, perché più grande è la rete, più numerosi sono i pesci” pescati. In ogni caso la ‘fotografia’ che arriva dai dati del ministero della Salute “indica che è importante continuare con le misure di distanziamento, perché il virus circola”. L’esperto si dice inoltre preoccupato per la variabilità dei criteri “di ricovero per Covid-19 nelle varie regioni: vanno unificati, perché è impossibile e scorretto ricoverare chiunque abbia solo 37,5 di febbre”. E questo potrebbe creare seri problemi alle strutture del Servizio sanitario nazionale in autunno-inverno, con “il ritorno della stagione influenzale”, aggiunge Bassetti. 

“Nel nostro Paese si fanno pochi controlli sulle persone che arrivano dall’estero, anche da Paesi dove il virus circola. E nessuno vuol fare speculazione politica: dunque penso a quanti arrivano con i barconi, ma soprattutto con aerei, auto private e pullman”. “Io stesso – racconta – nei giorni scorsi ho visto un’automobile con una targa dalla Bulgaria e delle persone che riposavano in autogrill, chi le ha controllate? E’ stato detto loro di mettersi in quarantena? Chi avvisa quanti arrivano da un Paese endemico via Europa di rispettare la quarantena? Il timore è che tanti non vengano intercettati”, conclude.  

Covid, Nas in Rsa di Como: sequestrate 363 cartelle di pazienti morti 

Il Nas di Milano, al termine di accertamenti presso 17 residenze sanitarie assistenziali e un ospedale della Provincia di Como, ha sequestrato 363 cartelle cliniche di pazienti deceduti nei mesi drammatici della pandemia, chiedendo altresì riscontro dei protocolli di prevenzione e delle procedure applicati. E’ quanto riporta il sito del ministero della Salute. 

L’indagine è stata avviata dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di Como in seguito alla ricezione di 26 esposti da parte di familiari delle vittime e del personale sanitario. L’ipotesi di reato, a carico di ignoti, consiste in omicidio ed epidemia colpose ed è compito ora dei magistrati scoprire le varie responsabilità, nonché la verità sulla gestione delle citate strutture.  

“Bene gli accertamenti nelle Rsa, serve fare luce per una sanità migliore”. Così il viceministro alla Salute Pierpaolo Sileri commenta l’operazione del Nas di Milano. “Le indagini e i controlli sono essenziali alla comprensione dei fatti, della responsabilità e soprattutto della giustizia e della verità che si devono ai parenti delle vittime”, aggiunge Sileri. 

“Sono dell’avviso – prosegue – che la magistratura e i Carabinieri del Nas stiano conducendo un lavoro straordinario in tutta Italia e che debbano essere loro il nostro riferimento per l’acquisizione di informazioni utili alla ricostruzione dei giorni più duri della pandemia. L’ho detto anche qualche mese fa: l’esperienza del Covid-19 ci ha insegnato che è fondamentale indagare, nel senso di comprendere e ricostruire ciò che è successo, ma anche imparare da ciò che è accaduto ed investire affinché non accada ancora”.  

“Indagare, ‘seguire le tracce’ – afferma il viceministro – significa ricercare con cura e individuare ogni indizio utile alla conoscenza dei fatti; imparare serve a costruire il futuro, è la base per capire le debolezze da sanare, le criticità da risolvere. Ed infine investire: vuol dire formare il personale sanitario e consentire l’acquisizione di informazioni per potenziare il nostro capitale umano. E tutto questo non deve esser fatto in vista di una seconda ondata e nella pura ricerca dei responsabili, ma deve essere il nostro paradigma per affrontare le problematiche sanitarie”, conclude.  

 

Crisanti: “Cruciale non passare da mini focolai a trasmissione diffusa” 

Non è tanto il numero dei nuovi contagi da Covid-19 a cui occorre guardare oggi, quanto la ‘forma’ con cui si manifestano. “L’obiettivo è non passare da piccoli focolai che si riescono a contenere a una trasmissione diffusa” sul territorio nazionale “che non si riesce a controllare”. Parola del virologo Andrea Crisanti.  

“Il problema, come ho già detto, è che tutto dipende dall’equilibrio tra la capacità del virus di trasmettersi e la nostra di circoscriverlo. Equilibrio destinato a spostarsi verso l’alto, sia per i comportamenti che si tengono durante l’estate, sia perché molti operatori delle strutture sanitarie sono in ferie e non si può pensare che queste realtà operino al massimo come tre mesi fa” in piena emergenza. “Sarebbe inconcepibile”, spiega all’Adnkronos Salute il responsabile del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova, commentando i numeri giornalieri dei nuovi positivi registrati in Italia, da un paio di giorni più vicini a quota 400.  

Quello che è importante notare, aggiunge Crisanti, “è che siamo ancora in una situazione in cui i focolai è possibile circoscriverli e controllarli. Se rimangono ristretti e sotto controllo è ancora una situazione accettabile. Devo dire che sono soddisfatto di quello che vedo e di come si stanno finalmente identificando e circoscrivendo questi focolai. Era un po’ quello che predicavamo fin da marzo”. Ora, “per evitare che la situazione sfugga di mano – conclude il virologo – il comportamento individuale è fondamentale. Ci vuole senso di responsabilità”. 

Quanto al fatto che tra i nuovi positivi si riscontri un numero elevato di giovani e che molti siano casi importati, Crisanti puntualizza che “questo dipende da cosa si misura. Durante l’emergenza avevamo visto una faccia dell’epidemia, ora vediamo anche l’altra. All’inizio avevamo come strumento solo il tampone e facevamo test alle persone malate. Ora che usiamo finalmente gli strumenti di sorveglianza attiva facendo test ai contatti familiari e ai colleghi di lavoro scopriamo un sacco di giovani positivi”. 

Questo, dice, “non è sorprendente. Il virus sfrutta la componente sociale umana per sopravvivere: più contatti, più infetti. Quindi giovani e che lavorano” sono il bersaglio ideale. “Oggi la nostra attenzione ha cambiato focus. Ecco perché li vediamo”.  

MIGRANTI – “In Veneto ci sono focolai relativi in particolare a strutture per richiedenti asilo. Queste realtà sono state un po’ trascurate” nel clou dell’epidemia di Covid-19 “non per colpa della Regione ma per difficoltà oggettive, in particolare burocratiche. Varrebbe la pena di dedicare un piano di attenzione verso queste strutture, oltre a testare in ogni caso chi arriva giorno per giorno”. E’ l’analisi del virologo Andrea Crisanti. “Questo discorso – spiega all’Adnkronos Salute il responsabile del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova – lo avevamo iniziato. Ma sono strutture difficili su cui agire, anche da un punto di vista burocratico, perché controllate direttamente dal Viminale. Avevamo posto la necessità di verifiche su queste strutture con la Regione Veneto già a fine marzo. Del resto, sono tutte persone giovani e se si infettano sono per lo più asintomatiche, come si sta dimostrando adesso. Sarebbe utile una ricognizione sistematica per capire il livello di circolazione del virus e se ancora ci sono persone infette. E’ una parte della società che è stata finora trascurata”.  

BILL GATES – “Bill Gates dice che i test negli Stati Uniti sono inutili perché i risultati arrivano troppo tardi? Ha ragione. Servono test attendibili e rapidi”. Lo sottolinea il virologo Andrea Crisanti, spiegando all’Adnkronos Salute che l’imprenditore e filantropo tocca un nervo scoperto. “Fare la diagnosi subito nel caso di Covid-19 è importante e ha impatto non tanto sulla cura del paziente quanto sulle misure per circoscrivere i focolai”. E’ dunque evidente per l’esperto quanto il fattore tempo sia cruciale. “Se il test arriva un giorno prima o dopo può essere indifferente per il paziente, ma non lo è per le misure di sorveglianza, nella prospettiva di controllare la trasmissione del virus – ragiona il responsabile del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’università di Padova – Gates ha messo in evidenza un vero e proprio collo di bottiglia tecnologico. Il tampone è un’analisi sicuramente molto valida, funziona, ma purtroppo eseguirla non è alla portata di tutti i laboratori e ci vuole del tempo per farla. Quindi” il padre di Microsoft “ha identificato un vero problema – conclude – Ha evidenziato una necessità di sviluppo tecnologico. Servono test attendibili quanto il tampone, se non di più, eseguibili in poco tempo e senza bisogno di macchinari complessi. E il vero problema in questo momento è la sostenibilità”. 

ZAIA – “Apprezzo le manifestazioni di apprezzamento di Zaia” usa poi un gioco di parole il virologo Andrea Crisanti per commentare all’Adnkronos Salute le dichiarazioni, rilasciate oggi dal governatore del Veneto, Luca Zaia, riguardo al rapporto con lo scienziato. Rapporto descritto con un parallelismo che ha fatto sorridere il responsabile del Laboratorio di microbiologia e virologia dell’Azienda ospedaliera di Padova: Zaia come Cornelia e Crisanti come il figlio Tiberio Gracco, uno dei “suoi gioielli”. “Ma non finiva ammazzato? – chiede il virologo – dovrò dirlo a Zaia quando lo vedo”. “Scherzi a parte – conclude – io ho lavorato bene con il presidente. E’ che sono sempre stato geloso delle mie scoperte”.  

Covid, nel Lazio 18 casi: 6 sono importati 

“Oggi registriamo 18 casi e un decesso. Di questi 6 sono casi di importazione: due casi da Capoverde, uno dalla Moldavia, uno dall’India, uno dalla Turchia e uno dal Belgio”. Lo comunica l’assessore alla Sanità della Regione Lazio, Alessio D’Amato, precisando che “un caso è stato individuato grazie al Numero Verde 800.118.800” e ricordando che “prosegue l’attività” di screening “presso il Terminal bus di Tiburtina”. 

In dettaglio – riferisce ancora l’assessore – nella Asl Roma 1 sono quattro i nuovi casi nelle ultime 24h e di questi uno riguarda una ragazza in fase di pre-ospedalizzazione, mentre i restanti tre casi riguardano un cluster familiare a Cesano già isolato e in ricovero ed è in corso l’indagine epidemiologica. Nella Asl Roma 2 sono cinque i nuovi casi nelle ultime 24h e di questi due persone sono conviventi già isolate ed è in corso l’indagine epidemiologica. Due casi hanno un link con un caso di rientro da Capoverde nei giorni scorsi e un caso riguarda una donna di nazionalità moldava individuata al drive-in ed è in corso l’indagine epidemiologica.  

Nella Asl Roma 3 sono quattro i nuovi casi nelle ultime 24h e uno di questi riguarda un uomo di rientro da Bruxelles per il quale è stato avviato il contact tracing internazionale. Un caso di un uomo in fase di pre-ospedalizzazione. Nella Asl Roma 6 dei due nuovi casi nelle ultime 24h uno riguarda una donna di Marino individuata su segnalazione del Numero Verde 800.118.800. Un secondo caso riguarda una donna di Ciampino su segnalazione del medico di medicina generale.  

Infine per quanto riguarda le province, sono tre i nuovi casi nelle ultime 24h e uno riguarda la Asl di Rieti e si tratta di un uomo di nazionalità turca con link ad un caso già noto e isolato. Due casi riguardano la Asl di Latina e si tratta di un uomo di nazionalità indiana con link ad un caso già noto e isolato e una donna per la quale è in corso l’indagine epidemiologica. 

Nel Lazio attualmente sono 937 i positivi a Covid-19, di cui 188 ricoverati e 9 in terapia intensiva, mentre 740 sono in isolamento a casa. I deceduti sono 863, i guariti salgono a 6.829 e il totale dei casi esaminati è pari a 8.629. Questo il bollettino quotidiano dell’assessorato regionale alla Sanità. 

 

Pregliasco: “Mascherina? Non se ne può ancora fare a meno” 

Dobbiamo ancora usare la mascherina? “Sì, non se ne può ancora fare a meno: penso che debba diventare un po’ come gli occhiali da sole, da portare con noi e usare quando serve. Ovvero nei luoghi chiusi, affollati, e all’aperto quando non si può rispettare il distanziamento”. A dirlo all’Adnkronos Salute è il virologo dell’Università di Milano, Fabrizio Pregliasco, nel giorno delle polemiche per il rifiuto della mascherina, oggi in Senato, da parte del leader della Lega Matteo Salvini. 

“Usiamola quando serve – continua il virologo – perché non ha senso prendere la tintarella con la mascherina, ma questo dispositivo è utile e deve essere utilizzato nei casi in cui non sia possibile rispettare il distanziamento e nei luoghi chiusi e affollati”. 

“I dati relativi a Covid-19 oggi in Italia sono buoni, anche se i tamponi non sono stati tantissimi. Specie se li confrontiamo con quanto sta accadendo in Francia e Spagna. Ecco, la situazione nei Paesi europei vicini preoccupa, e ci dice che non è ancora arrivato il momento di abbassare la guardia. Le autorità devono mantenere alta l’attenzione, e noi cittadini dobbiamo comportarci con buonsenso e attenzione”. “Non vanifichiamo i risultati ottenuti con un durissimo lockdown: rispettiamo il distanziamento sociale, l’igiene e quando serve usiamo la mascherina”, conclude. 

Covid, Vaia: “Obbligo tamponi a chi arriva da Paesi Ue”‘ 

“Il tema del possibile ingresso del virus da Paesi nei quali l’emergenza Covid è in fase di crescita, compresi stati come la Romania e la Bulgaria, ci impone di intervenire nei porti, negli aeroporti e nelle stazioni (non solo ferroviarie ma anche di autobus) per evitare che si imbarchino positivi o sintomatici. Per questo devono essere fatti obbligatoriamente i tamponi”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute il direttore sanitario dell’Inmi Spallanzani di Roma, Francesco Vaia. 

Il direttore ricorda l’impegno dello Spallanzani “nel progetto sperimentale messo in campo nel focolaio di Nerola, la campagna di aggressione al virus con i team di medici e infermieri delle Uscar coordinate dall’istituto. Si è realizzato un prototipo della lotta al virus nel momento in cui questo si diffondeva prevalentemente nella cintura dell’area metropolitana”, ricorda Vaia. “Così anche l’intervento immediato nell’aeroporto di Fiumicino è stata la risposta efficace del nostro sistema sanitario regionale al focolaio Bangladesh”. 

Tamponi a chi arriva da paesi dove il coronavirus galoppa “ma ovviamente dovremmo essere pronti anche a valle, intervenendo con le nostre squadre, Usmaf e se necessario le Uscar – suggerisce il direttore – Noi siamo pronti anche con i test rapidi ma mi auguro che i governi cooperino per il bene comune e approvino rapidamente protocolli in tal senso, agevolando così anche il traffico aereo in grande sofferenza”. 

Covid, presidente panel scientifico Francia: “Dati inquietanti, rischio Catalogna” 

I dati sui contagi da Covid-19 in Francia sono “inquietanti” e il Paese rischia di “scivolare” in una seconda ondata di epidemia, come è avvenuto in Catalogna, avverte il presidente del Consiglio scientifico Jean-Francois Delfraissy. In una intervista a Rmc-Bfmtv, Delfraissy ricorda i diversi focolai importanti, fra cui nell’ovest del Paese. “Siamo su una cresta instabile. I dati non sono positivi, ma inquietanti, anche se nessuno degli indicatori è completamente in rosso”. L’indice di riproduzione del coronavirus in Francia è a 1,2.  

“Prepararsi all’autunno”, le lettera dei medici di Milano alla Regione 

Il timore è per quello che potrebbe succedere quando tornerà la stagione dell’influenza: stessi sintomi di Covid-19, alto numero di infezioni nella popolazione ogni anno nell’ordine di milioni, necessità di precauzioni davanti a casi sospetti. “Se permanessero gli attuali protocolli operativi con le vigenti misure restrittive di quarantena per casi clinici e contatti, le conseguenze socioeconomiche dell’epidemia influenzale sarebbero a dir poco disastrose per un Paese già molto provato dalla prima fase della pandemia”. Sono le preoccupazioni espresse dall’Ordine dei medici di Milano in una lettera indirizzata all’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, e al direttore generale Marco Trivelli, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, ma anche ai vertici di Ats Città metropolitana, Federazione degli Ordini medici lombardi, Anci Lombardia. 

L’appello è uno solo: prepararsi in vista dell’autunno. E vengono posti alcuni obiettivi ritenuti importanti, dalle protezioni per i camici bianchi alla vaccinazione, dai tamponi in tempi rapidi a linee guida certe. “La permanenza del rischio pandemico Covid-19 durante l’epidemia influenzale – spiegano i camici bianchi – obbligherà i sanitari a comportamenti precauzionali di tutela della salute collettiva dettati dagli stessi attuali protocolli vigenti”, verso “tutti coloro che manifesteranno sintomi anche solo suggestivi di possibile infezione” da Sars-CoV-2. “Ricordiamo però che i numeri delle forme influenzali durante le normali epidemie stagionali sono in media di molto superiori (fino a 8 milioni di italiani per le sole forme influenzali vere)”.  

“D’altra parte – prosegue Omceo Milano – l’esperienza ci ha insegnato che l’emergenza va affrontata soprattutto sul territorio, e con adeguate misure di distanziamento sociale e di isolamento dei casi sospetti”. Per affrontare la questione, si spiega nella lettera alle istituzioni, “il Consiglio dell’Ordine dei medici e degli odontoiatri di Milano, riunito il 7 luglio, ha deliberato all’unanimità di segnalare le principali criticità che a nostro avviso dovranno essere affrontate e risolte da tutte le istituzioni coinvolte nella gestione della sanità nel nostro ambito di competenza”. E per questo, chiariscono i camici bianchi meneghini, “indirizziamo la missiva anche e soprattutto al sindaco di Milano che è la prima autorità sanitaria della città”.  

I punti elencati sono: “Elaborazione (con il supporto dei maggiori esperti regionali e in stretta collaborazione con la medicina del territorio) di linee guida regionali precise, condivise, univoche e definitive sui criteri da adottare per la segnalazione di casi/contatti Covid-19 con la relativa conseguente applicazione delle misure restrittive di isolamento fiduciario e obbligatorio; programmazione e miglioramento del sistema di diagnosi precoce nei casi sospetti Covid-19, aumentando in maniera sensibile la capacità di effettuare tamponi e di fornire in tempi rapidissimi la risposta diagnostica ai fini di minimizzare le procedure di isolamento superflue; continua fornitura a tutti i medici del territorio di adeguati e completi dispositivi di protezione individuale”. 

E ancora: “Rafforzamento delle Usca (Unità speciali di continuità assistenziale, ndr) che dovranno essere in grado di affrontare l’impatto della richiesta di assistenza domiciliare che in periodo influenzale arriva a più di 3mila visite al giorno sul territorio cittadino; mantenimento e potenziamento dell’attività informatizzata senza contatto diretto con il paziente (ricette e certificazione di malattia) e deburocratizzazione”.  

Ultimo punto toccato sono i vaccini, perché Omceo Milano chiede innanzitutto di “programmare la vaccinazione antinfluenzale massiva di tutto il personale medico/sanitario” del sistema regionale, ma non solo. “In previsione di una campagna vaccinale antinfluenzale e antipneumococcica che mai come ora si rivelerà essenziale a contenere le potenziali drammatiche conseguenze della sovrapposizione tra ripresa della pandemia ed epidemia influenzale – fa notare l’Ordine – appare evidente come, data la necessità di rispettare le attuali indicazioni di evitare possibili assembramenti, gli studi medici all’interno di condomini abitativi non siano assolutamente adatti alla pratica vaccinale di massa da parte di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta”.  

“Occorre pertanto con urgente tempestività trovare sedi alternative adatte nell’ambito del contesto urbano – conclude Omceo Milano – con personale amministrativo e sanitario di supporto indispensabile al fine di una corretta gestione dell’afflusso dei vaccinandi, e della tutela della sicurezza di medici e pazienti”.  

Coronavirus, oltre 560mila morti nel mondo 

Sono 12,5 milioni i casi di coronavirus Sars-CoV-2 registrati nel mondo e la pandemia di Covid-19 ha causato globalmente oltre 560mila morti, secondo il bilancio della Johns Hopkins University. Il Coronavirus Resource Center dell’ateneo segnala anche l’andamento nei vari Paesi del mondo e il record di casi totali è degli Usa con 3.184.722 contagi accertati, seguiti dal Brasile con 1,8 mln di casi e dall’India che è a quota 820.916.  

Il maggior numero di decessi si concentra ancora una volta negli Usa (oltre 134mila) e Brasile (oltre 70mila), seguiti dal Regno Unito, il Paese europeo più colpito in termini di perdite, contando ad oggi 44.735 morti. L’Italia è alle spalle (34.900 morti). 

Coronavirus, Pregliasco: “Bene l’ordinanza di Speranza”  

L’ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza, che prevede il divieto di ingresso in Italia per chi arriva da Paesi a rischio Covid, “è una misura necessaria e importante: perché abbiamo visto che i focolai che si stanno registrando nel nostro Paese spesso sono legati a casi di importazione”. A dirlo all’Adnkronos Salute è il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, che aggiunge: “Ora sarebbe bene fare un altro step: realizzare un coordinamento europeo, perché solo misure omogenee possono evitare il rischio di triangolazioni”. 

Quanto ai dati di oggi, “si naviga sempre nella stessa direzione, e l’auspicio è che il trend resti lo stesso. In questa fase è fondamentale la capacità di rilevare e contenere i cluster”, conclude Pregliasco. 

Coronavirus, Speranza: “Controllare velocemente i focolai” 

“Quando abbiamo iniziato le aperture del 4 maggio eravamo consapevoli che avremo affrontato una stagione di convivenza con il virus. Dobbiamo essere veloci, incisivi, determinati per poter ricondurre i focolai alla normalità nel più breve tempo possibile. Questa è la nostra sfida. A Mondragone questo lavoro è stato fatto”. Lo ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza, a margine di una visita a Casal di Principe (Caserta) dove ha partecipato alla cerimonia di consegna del premio dedicato alla memoria di Don Peppe Diana, ucciso dai Casalesi. Un evento organizzato da Libera. 

“Il virus – ha ribadito il ministro – non è stato sconfitto, c’è ancora e dobbiamo tenere un atteggiamento di massima cautela. Il punto è che i focolai ci sono e continueranno a esserci, e bisogna tenere alta l’attezione”, “con la massima energia”. Quanto ai messaggi talvolta apparentemente contrastanti che arrivano dagli scienziati, “io credo – ha detto Speranza – che gli scienziati del nostro Paese e della comunità internazionale dicono che bisogna continuare a mantenere alta l’attenzione. Non si troverà uno scienziato che dice che non bisogna usare le mascherine, che non bisogna lavarsi le mani e che non bisogna rispettare la distanza di un metro. Poi è chiaro che c’è un dibattito legittimo, ma su queste tre regole essenziali sono tutti d’accordo. Io sono per la prevenzione, penso che la battaglia non sia vinta e che bisogna essere ancora attenti e procedere con gradualità e accortezza, perché il Paese ha fatto sacrifici enormi e per piegare la curva”. 

Quanto al caso dell’imprenditore di Vicenza, “già oggi se una persona positiva non rispetta le norme è punibile con il carcere fino a 18 mesi. Stiamo valutando come rafforzare queste misure. Ma la mia personale opinione è che” per vincere la sfida “serve la persuasione”. In questo modo “abbiamo piegato la curva”, ha concluso. 

Coronavirus più buono? Oms: “Non ci sono prove” 

“Il virus sta cambiando, muta. Ma non abbiamo indicazioni che le mutazioni rilevate indichino cambiamenti nella gravità e nella contagiosità di Sars-Cov-2”. Lo ha sottolineato Maria Van Kerkhove, a capo del gruppo tecnico per il coronavirus dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel corso di una conferenza stampa a Ginevra. “Si tratta di una questione che indagheremo attentamente”, ha aggiunto l’esperta.  

“Da gennaio sono state pubblicate almeno 60mila sequenze genetiche di Sars-Cov-2. Informazioni condivise fondamentali per capire la rilevanza delle mutazioni, ma anche per sperimentare farmaci mirati e vaccini”, ha evidenziato Soumya Swaminathan, Chief Scientist dell’Oms. 

Coronavirus, Oms: “Asintomatici trasmettono ma capire quanto” 

“Alcune persone colpite da Sars-Cov-2 non sviluppano sintomi: le chiamiamo asintomatiche. Ora sappiamo che alcuni asintomatici possono trasmettere il virus ad altri. Ma dobbiamo capire come questo accade e quanto spesso”. Lo ha ribadito Maria Van Kerkhove, a capo del gruppo tecnico per il coronavirus dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel corso di una conferenza stampa a Ginevra. Si tratta della stessa esperta finita qualche settimana fa nell’occhio del ciclone proprio per delle dichiarazioni sugli asintomatici. 

Quanto alla presenza di tracce del virus nelle acque reflue, “riteniamo che queste analisi siano una sentinella per rilevare precocemente e per monitorare la presenza del virus”, ha detto Van Kerkhove. 

Coronavirus, Pregliasco: “Meno di mille ricoverati, Italia sempre meglio” 

“Meno di mille ricoverati in Italia: andiamo sempre meglio”. A dirlo all’Adnkronos Salute è il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, che commentando i dati di oggi della pandemia di Covid-19 sottolinea come “sia molto positivo anche il dato dei ricoveri in terapia intensiva, che sono 82”.  

“Resta il caso Lombardia, ma soprattutto il nodo dei focolai, un elemento con cui convivere. Dobbiamo essere pronti a intercettarli e spegnerli, per poter vivere un’estate e un autunno tranquilli. Insomma, il mio messaggio è quello di essere sereni ma vigili”, conclude Pregliasco. 

Covid, Silvestri: “La scienza non ha la verità in tasca” 

“Il virus si è indebolito? Non lo sappiamo. Tornerà in autunno? Non lo sappiamo. Quanto servono le mascherine per uso ‘universale’? Non lo sappiamo. Quando ci sarà un vaccino efficace per uso di massa? Non lo sappiamo. Quanto sono veramente servite le chiusure? Non lo sappiamo”. Sono alcuni dei quesiti ancora aperti nella pandemia di Covid-19, elencati dal virologo della Emory University di Atlanta, Guido Silvestri, sulla pagina Facebook ‘Pillole di ottimismo’ che ha lanciato con la collaborazione di una squadra di colleghi. “Il mio pubblico è chi vuole studiare e imparare con me – chiarisce lo scienziato italiano, docente negli Usa – Quelli che hanno già la verità in tasca fanno meglio a rivolgersi altrove”. 

“Mi rendo conto – spiega Silvestri in un intervento dal titolo esplicito ‘Il peso dell’incertezza’ – di come molte persone, in questa pandemia, facciano fatica ad accettare le incertezze intellettuali e scientifiche di un quadro conoscitivo in continua evoluzione. Pensano che ci sia la risposta a tutto, e magari si irritano se segnaliamo incongruenze o limitazioni nella conoscenza”. Silvestri riconosce che “vedersi cambiare l’evidenza sotto gli occhi è difficile per tutti, e ancora di più per chi non è uso al metodo e alle sfide della scienza. Per cui in tanti si rifugiano in ‘opinioni’ di tipo dogmatico dalle quali, evidentemente, traggono un qualche conforto psicologico (negazionismo, ‘chiusurismo’, eccetera)”. “Io, nel mio piccolo – promette – cercherò di spiegare ciò che invece sappiamo, giorno dopo giorno, guidato da scienza e coscienza, con pazienza e onestà intellettuale”. 

Appello società scientifiche: “Rischio epidemico non è finito” 

“Affermare che il ‘rischio epidemico’ sia cessato di esistere non ha nessuna base scientifica, può essere causa di disorientamento e indurre una parte della popolazione a non rispettare le indicazioni di contenimento che invece devono essere mantenute”. Lo sottolineano congiuntamente i presidenti di Simit (infettivologi), Siaarti (anestesisti rianimatori), Simg (medici di famiglia), Sid (diabetologi) e Sigot (geriatri). Gli infettivologi della Simit (Società italiana malattie infettive e tropicali) e i colleghi delle altre società scientifiche illustrano le proprie argomentazioni in una lettera aperta che risponde al Manifesto dei 10 colleghi dello scorso 20 giugno.  

Le prime firme sono di Marcello Tavio (presidente Simit), Massimo Andreoni (direttore scientifico Simit), Giovanni Di Perri (consigliere Simit), Massimo Galli (past president Simit,), Claudio Maria Mastroianni (vice presidente Simit) e Carlo Federico Perno (Niguarda Milano). Dopo la pubblicazione di questa lettera hanno aderito alla posizione della Simit le altre società scientifiche. Nella lettera, gli infettivologi sottolineano che “è solo grazie alle misure di contenimento adottate con il lockdown che è stato possibile arrestare la progressione dell’ondata epidemica”. Non esistono diverse tipologie del virus: il ceppo virale implicato tanto nei casi mortali quanto in quelli di modesto significato clinico è stato sostanzialmente lo stesso, con le variazioni nel genoma che sono attese in un virus a Rna, ma che non sono tali da giustificare una differente virulenza di un ceppo rispetto agli altri. Inoltre, dagli studi attuati e in corso non emergono differenze significative nei ceppi virali presenti e studiati in Italia. 

Tutte le evidenze scientifiche attualmente disponibili indicano nella risposta immunitaria individuale l’elemento determinante nel condizionare il decorso della malattia. In altre parole, non è il virus ad essere più o meno aggressivo, secondo gli esperti, ma è il singolo ospite umano più o meno in grado di difendersi. E’ inoltre verosimile che il virus responsabile della disastrosa epidemia in corso in Brasile sia lo stesso che si è diffuso nel nostro Paese. I recenti focolai a Roma, a Palmi, a Mondragone e in Emilia dimostrano che il virus attualmente circolante è attivo e contagiante; quando incontra contesti in cui possono essere coinvolti anziani o pazienti a rischio, come è accaduto al San Raffaele Pisana di Roma, è in grado di causare casi di estrema gravità come all’inizio dell’epidemia.  

“Affermare che il rischio epidemico sia cessato di esistere non ha nessuna base scientifica e può essere causa di disorientamento e indurre una parte della popolazione a non rispettare le indicazioni di contenimento che invece devono essere mantenute – sottolinea Tavio – Il fatto che altre società scientifiche condividano la stessa interpretazione dei dati fino a questo momento disponibili è importante, perché permette di costituire un fronte più ampio di risposta a una eventuale seconda ondata epidemica; seconda ondata che è tanto più probabile quanto più abbassiamo il nostro livello di attenzione e protezione, individuale e collettiva”. 

“La Simg condivide il Manifesto di Simit e sottoscrive tutti i concetti chiave espressi nella lettera. I numeri fanno pensare a una conclusione della pandemia: in realtà è in atto un secondo ciclo endemico, caratterizzato da modalità di manifestazione differenti da prima”, evidenzia Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale. “Non vi è alcuna evidenza scientifica che vi sia stato un cambiamento nella natura del virus. Noi oggi vediamo una minore incidenza di contagi e un numero più basso di persone così gravi da ricorrere all’ospedale grazie a tutte le misure prese in questi mesi. Il pericolo non è ancora passato, è necessario continuare a mantenere le misure di contenimento del contagio, specialmente in previsione della maggiore mobilità estiva”, commenta Filippo Fimognari, presidente Sigot. 

“Credo che sia dovere di tutta la comunità medica attenersi alle prove scientifiche e utilizzare le ipotesi solo per disegnare studi sperimentali. Fino all’ottenimento di solidi risultati, diffondere ipotesi al grande pubblico attraverso i media crea disorientamento e alimenta comportamenti pericolosi”, dice Francesco Purrello, presidente Sid. “Le misure di distanziamento sociale e di contenimento dei contagi hanno determinato il controllo di una pandemia che si era presentata in vaste aree del paese in modo devastante. Non ci sono evidenze scientifiche che indichino una riduzione della carica virale o una minore aggressività del virus. Il fatto che la presentazione clinica della malattia in questi ultimi mesi sia stata modificata è un buon motivo per convincerci a continuare nella sorveglianza, nel distanziamento e nell’atteggiamento prudenziale”, conclude Flavia Petrini, presidente Siaarti. 

Coronavirus, epidemie più lievi in Paesi con uso precoce di mascherine 

Mascherina sì, mascherina no. Nel dilemma sull’utilità reale di questo dispositivo anti-Covid si inserisce un nuovo studio pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine. Nei Paesi e nelle aree geografiche che hanno adottato precocemente le mascherine, sono state registrate epidemie di Covid-19 più lievi, secondo una lettera al direttore firmata dai ricercatori della Chinese University of Hong Kong. Insomma, se ancora oggi virologi e medici dibattono sull’efficacia delle mascherine contro Sars-Cov-2, gli studiosi cinesi non hanno dubbi. 

I ricercatori dell’Università cinese di Hong Kong condividono i risultati delle loro analisi sul fatto che l’inclinazione del pubblico a ricorrere alle mascherine potrebbe aver influenzato la gravità delle epidemie di Covid-19 e potenzialmente aver contribuito a contenere i focolai in 42 Paesi di 6 continenti. “In molti Paesi asiatici come la Cina e il Giappone – scrivono gli autori – l’uso di mascherine in questa pandemia è onnipresente ed è considerato una regola di igiene, mentre in molti Paesi occidentali l’utilizzo da parte del pubblico è meno comune”. Ebbene, secondo gli autori c’è una chiara correlazione negativa tra la consapevolezza o l’accettazione generale dell’importanza di indossare le mascherine e i tassi di infezione. “Un esempio classico è quello di Hong Kong”, ha affermato Sunny Wong, professore associato del Dipartimento di Medicina e terapia dell’Università cinese di Hong Kong. 

“Nonostante la vicinanza” di Hong Kong “alla Cina continentale, il tasso di infezione da Covid-19 è stato generalmente modesto con solo 1.110 casi fino ad oggi. Ciò è correlato a un uso quasi onnipresente delle mascherine in città (fino al 98,8% delle persone intervistate in un sondaggio). Modelli simili sono stati osservati in altre aree asiatiche, come Taiwan, Thailandia e Malesia”, testimoniano i ricercatori. Ad oggi, ci sono più di due milioni di casi negli Stati Uniti e più di un milione in Brasile. 

Se gli autori riconoscono che le mascherine sono considerate importanti nel rallentare l’insorgenza delle infezioni da Covid-19, ammettono che è difficile valutare se sia più efficace del lavaggio delle mani o del solo distanziamento sociale. Per Wong, l’uso delle mascherine dovrebbe essere incoraggiato: questi dispositivi “possono aiutare a rallentare la diffusione di Covid-19 e avere un costo relativamente basso rispetto alle risorse sanitarie e bilancio delle vittime associati alla pandemia. Riteniamo che l’uso della mascherine, il lavaggio delle mani e il distanziamento sociale siano tutti elementi importanti fra le misure non farmacologiche contro Covid-19”. 

Coronavirus, “senza sintomi clinici 69% positivi under 60 in Lombardia” 

di Margherita Lopes 

Qual è la probabilità di sviluppare sintomi più o meno gravi in seguito all’infezione da Sars-CoV-2? A rispondere ora sono i ricercatori della Fondazione Bruno Kessler (Fbk) di Trento che, in collaborazione con istituzioni sanitarie lombarde e atenei milanesi e Usa, l’hanno calcolata tramite uno studio condotto su 4.326 persone in Lombardia. Dall’analisi, disponibile online nell’archivio arXiv, in attesa di pubblicazione su una rivista scientifica, è emerso che il 69,1% di tutti i soggetti con meno di 60 anni che hanno contratto l’infezione non ha sviluppato sintomi clinici, definiti in questa analisi come sintomi respiratori o febbre sopra i 37,5 gradi.  

Il 6,9% degli infetti con più di 60 anni ha invece avuto sintomi critici, tali cioè da richiedere cure intensive o da poter causare il decesso. In generale, il rischio di avere sintomi cresce con l’età mentre è sostanzialmente uguale negli uomini e nelle donne. In queste ultime è inferiore però, di ben il 53,5%, il rischio di avere sintomi critici. Lo studio è importante per evidenziare la percentuale degli infetti sintomatici nelle diverse fasce d’età, e cioè individui infetti dal virus Sars-CoV-2 che mostrano sintomi clinici. Ad esempio, i soggetti sotto i 20 anni nell’81,4% dei casi appaiono senza sintomi clinici anche se hanno sviluppato l’infezione. Le infezioni senza sintomi clinici negli individui con più di 80 anni scendono al 33,1%. 

“Questo lavoro – sottolinea Stefano Merler, epidemiologo Fbk e autore dello studio – ci permette di dimostrare chiaramente le difficoltà di individuare le infezioni con la sorveglianza, visto che la maggioranza di queste non sono associate a sintomi respiratori o febbre. L’indagine rappresenta inoltre un utile tassello per capire meglio il ruolo dei bambini nell’epidemiologia di Covid-19, cosa su cui si sa obiettivamente ancora poco. E’ noto a tutti che sono stati identificati pochi bambini positivi durante la pandemia, ma questo studio permette di distinguere il contributo di una possibile minor suscettibilità all’infezione dei bambini, che avevamo identificato in un precedente studio condotto in Cina, rispetto appunto alla probabilità di sviluppare sintomi clinici una volta infetti”. 

“Si aprono infine altre interessanti questioni di ricerca – prosegue Merler – Abbiamo stimato la probabilità di sviluppo di malattia critica a seguito dell’infezione, trovando che è particolarmente alta nelle fasce di età più anziane (il 18,6% negli infetti con più di 80 anni), e questo ce lo aspettavamo. Ma abbiamo anche visto che le donne hanno un rischio minore e il perché, anche in attesa di altri studi che confermino questi risultati, resta ancora tutto da chiarire”, conclude.