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Categoria: salute/sanita

Covid Gran Bretagna, salgono contagi per variante indiana

Torna a salire la curva dei contagi da Covid-19 in Inghilterra, dove secondo l’Organizzazione nazionale di statistica (Ons) non si registravano così tanti casi positivi dalla metà di aprile. Colpa della variante indiana, identificata come Delta (o B.1.617.2), molto più trasmissibile di quella inglese (Alpha). 

Secondo l’Ons, circa una persona su 640 nelle famiglie in Inghilterra ha avuto Covid-19 nella settimana fino al 29 maggio, rispetto a una persona su 1.120 nella settimana precedente. Questo è il livello più alto dalla settimana che si conclude il 16 aprile. I dati non prendono in considerazione gli ambienti ospedalieri, le case di cura e altre istituzioni, precisa la ‘Bbc’. L’aumento nella curva dei contagi è stato anche rivelato in Galles, in Irlanda del Nord e in Scozia. ‘The Guardian’ avverte che la variante indiana, diventata dominante nel Regno Unito in quanto diagnosticata nel 75% dei positivi, potrebbe provocare un aumento dei ricoveri ospedalieri. Un nuovo rapporto pubblicato dl sistema sanitario nazionale britannico parla di 12.431 casi di variante Delta individuati, contro i 6.959 dell’ultimo bollettino diffuso una settimana fa. 

Dalle analisi emerge inoltre che la variante indiana potrebbe essere maggiormente resistente al vaccino. Ma l’epidemiologa Meaghan Kall su Twitter ha insistito sulla necessità di proseguire con le vaccinazioni, unico modo per sconfiggere il coronavirus Sars-CoV-2. Il 73% dei casi Delta riguarda persone non vaccinate e solo il 3,7% coloro che hanno ricevuto entrambe le dosi, mentre solo il 5% delle persone ricoverate con questa variante ha ricevuto le due dosi. 

Sanità, online nuovo bando bollini rosa di Fondazione Onda

È online il Bando Bollini Rosa relativo al biennio 2022-2023. Fino al 14 giugno 2021 tutti gli ospedali interessati possono compilare il questionario di auto-candidatura sul sito dedicato all’iniziativa www.bollinirosa.it. 

I Bollini Rosa sono un riconoscimento conferito dal 2007 da Fondazione Onda, Osservatorio nazionale sulla salute della donna e di genere, agli ospedali italiani che offrono servizi dedicati alla prevenzione, diagnosi e cura delle patologie in ottica di genere, riservando particolare attenzione a quelle prevalentemente femminili. Gli obiettivi principali sono incentivare gli ospedali a considerare le specifiche esigenze femminili nella programmazione dei servizi clinico-assistenziali e supportare le donne nella scelta della struttura più idonea sulla base delle proprie necessità cliniche. L’iniziativa ha ottenuto il patrocinio di 24 società scientifiche oltre all’Agenzia Nazionale per i Servizi Sanitari Regionali (Agenas) e al Centro Studi Nazionale su Salute e Medicina di Genere. Attualmente la rete dei Bollini Rosa è costituita da 335 ospedali pubblici e/o privati accreditati presenti su tutto il territorio nazionale. 

“La decima edizione del Bando Bollini Rosa rivolto agli ospedali italiani attenti in particolare alla salute delle donne”, afferma Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda, “prevede la compilazione di un questionario in 15 aree specialistiche: cardiologia, dermatologia, diabetologia, dietologia e nutrizione clinica, endocrinologia e malattie del metabolismo, ginecologia e ostetricia, medicina della riproduzione, neurologia, oncologia ginecologica, oncologia medica, pneumologia, psichiatria, reumatologia, senologia, urologia e infine sostegno alle donne e al personale ospedaliero vittime di violenza. L’assegnazione dei Bollini Rosa avviene tramite l’elaborazione matematica dei punteggi attribuiti a ciascuna domanda del questionario e la successiva valutazione e validazione dell’Advisory Board, presieduto da Walter Ricciardi. 26 sono i patrocini concessi, a testimonianza del riconoscimento istituzionale di cui gode l’iniziativa che si avvale della media partnership di Adnkronos salute, eHealth, Panorama sanità, Quotidiano sanità e Tecnica Ospedaliera”. 

“Variante Covid in 22 Paesi, aumentata trasmissibilità” 

“Il coronavirus è cambiato nel tempo. Oggi abbiamo 22 paesi che hanno registrato la nuova variante, Sars CoV-2 Variant of Concern (Voc), e questo è un dato preoccupante perché è aumentata la trasmissibilità del virus. Ma fino ad oggi sappiamo che non c’è stato nessun cambiamento significativo nella malattia prodotta da questa variante, non né più grave né meno grave”. Lo ha spiegato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) per l’Europa nella prima conferenza stampa del 2021. “Senza un controllo più stretto per rallentare la sua diffusione ci sarà una maggior impatto sugli ospedali già stressati e sotto pressione”, ha rimarcato il direttore.  

“Questa variante si diffonde in tutte le fasce d’età e i bambini non sembrano essere a rischio più elevato. La nostra valutazione è che questa variante possa, nel tempo, sostituire altri ceppi circolanti come si è visto nel Regno Unito e si sta vedendo sempre più in Danimarca”, ha concluso.  

Oms: “In Europa 26 mln di casi e 580mila morti nel 2020” 

 

Covid, vaccinazione per Burioni giovedì al San Raffaele 

Arriva il momento del vaccino anti Covid anche per il virologo Roberto Burioni. A quanto apprende l’Adnkronos Salute, il docente dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano, diventato paladino ‘social’ dell’informazione scientifica sui vaccini, farà l’iniezione scudo nel pomeriggio di giovedì 7 gennaio nell’Irccs di via Olgettina, dove da ieri sono ufficialmente partite le operazioni di immunizzazione del personale.  

Un avvio commentato su Twitter da Burioni, con tanto di foto del magnifico rettore dell’ateneo, Enrico Gherlone, immortalato mentre gli viene inoculato il vaccino. E’ stato infatti quest’ultimo a inaugurare le somministrazioni nell’ospedale milanese, uno dei 66 hub lombardi. “Finalmente si comincia a tutta forza con le vaccinazioni al San Raffaele e in tutto il Gruppo San Donato”, ha twittato Burioni che da giorni lancia moniti sull’importanza di portare avanti la campagna vaccinale il più velocemente possibile. “Nessun ritardo”, è il suo mantra. Giovedì anche lui potrà dare il suo contributo per la causa.  

Covid Lazio, test rapidi a studenti 14-18 anni da domani 

Test rapidi per gli studenti dai 14 ai 18 anni del Lazio per la riapertura delle scuole, senza richiesta del medico curante. “In vista della ripresa dell’attività scolastica, la Regione Lazio offre ai ragazzi dai 14 ai 18 anni che il prossimo 7 gennaio torneranno in aula, la possibilità di effettuare un tampone Covid rapido da domani fino al 31 gennaio 2021”. E’ la comunicazione che la Regione ha inviato alle scuole per la campagna di screening per gli studenti delle scuole superiori, diffusa alle famiglie dagli istituti scolastici di secondo grado.  

Nella comunicazione si spiega che, per gli studenti, sarà possibile prenotare nelle strutture drive in semplicemente con codice fiscale, senza richiesta del medico curante, al link fornito dalle scuole o su portale della Regione ‘Prenota Drive’. 

Scuola 7 gennaio, Lopalco: “Bene prudenza su riapertura” 

“Apprezzo la prudenza che si sta mantenendo nella ripresa dell’attività didattica in presenza”. Lo ha detto all’Adnkronos Salute Pier Luigi Lopalco, epidemiologo e assessore alla Sanità della Regione Puglia, intervenendo nel dibattito sull’apertura delle scuole in presenza dal 7 gennaio.  

“L’intensità della circolazione virale è ancora molto alta in tutta Italia. Abbassare la guardia in questo momento, ad un passo dall’avvio della vaccinazione di massa, sarebbe un grave errore” ha avvertito Lopalco.  

“Variante covid preoccupa per impennata casi”, lo psichiatra italiano in Gb 

“C’è una forte preoccupazione qui in Gran Bretagna per la variante ‘inglese’, e questo perché stiamo vedendo un forte e rapido aumento dei casi di Covid-19 ricoverati: per avere un’idea, due settimane fa a Londra erano il 27% di tutti i pazienti in ospedale, adesso sono il 55%”. E’ la testimonianza all’Adnkronos Salute di Antonio Metastasio, psichiatra italiano del National Health Service britannico che vive a Cambridge e che, tra l’altro, ha partecipato alla sperimentazione del vaccino sviluppato da AstraZeneca in collaborazione con Università di Oxford e Irbm di Pomezia. 

“La situazione qui è abbastanza critica, la nuova variante sembra più contagiosa. I numeri stanno salendo anche da noi, e se nel mio ospedale al momento abbiamo 3 reparti con pazienti Covid, contiamo di raddoppiarli dopo Natale e Capodanno”. Quanto alla campagna di vaccinazione, partita in Gran Bretagna in tempi record, “più che altro è stato un inizio simbolico. Le dosi sono ancora poche. E tra l’altro – aggiunge Metastasio – io non so ancora se ho assunto il vaccino AstraZeneca o il placebo, perché il trial era in doppio cieco. Lo scoprirò una volta chiamato per la campagna di vaccinazione”.  

Ma i tempi potrebbero non essere brevi. “Ieri sono state offerte al nostro Trust 60 dosi di vaccino – racconta lo psichiatra – e consideri che da noi lavorano migliaia di operatori. Le dosi disponibili sono ancora poche. Spero comunque di venir chiamato il prima possibile e di scoprire se ho già fatto il vaccino”.  

A preoccupare il ricercatore italiano è l’andamento del contagio. “In ospedale vediamo un numero di pazienti peggiore di quello di marzo, e questo nonostante oggi sappiamo curare meglio la malattia. Ciò indica che il numero reale di contagiati è più alto”. Ci avviciniamo comunque alla fine di questo pesante 2021. “Il mio auspicio per il 2021 – confida Metastasio – è che l’epidemia venga finalmente posta sotto controllo, grazie alla vaccinazione. Temo che non sarà l’anno della risoluzione conclusiva della pandemia, perché dovremo tenere d’occhio tanti aspetti, fra cui quello della mutazione. Ma la speranza – conclude – è quella di ritrovare una certa normalità”.  

Covid, il matematico: “A Natale meno di 500 morti al giorno” 

“A Natale, se si mantiene la situazione di stabilità dei casi in un arco di tempo di una settimana circa, la curva della media dei decessi per Coronavirus scenderà sotto i 500 casi al giorno”. E’ la previsione del matematico Giovanni Sebastiani, dell’Istituto per le Applicazioni del Calcolo ‘Mauro Picone’ del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr-Iac). “Ovviamente – spiega Sebastiani all’Adnkronos Salute – ci potranno essere oscillazioni del dato giornaliero, più in alto o più in basso, intorno alla curva. Ciò che è importante, però, è la media settimanale”. Tutto questo, “se la situazione di circolazione del virus resterà ai livelli attuali. La curva della percentuale dei positivi sui casi testati è da metà novembre aveva cominciato a scendere, grazie alle misure di contenimento introdotte. Poi, dai primi giorni di dicembre, è in stasi. Ma se questa curva dovesse impennarsi crescerebbe anche la mortalità dopo un certo tempo. Se infatti cambia la curva di contagio, dopo una decina di giorni cambia quella delle terapie intensive e dei ricoverati. E dopo sette/dieci giorni, anche quella dei decessi. Il picco della curva della mortalità media lo abbiamo raggiunto nella prima settimana di dicembre. Poiché il picco non è pronunciato, il giorno esatto sarà possibile individuarlo quando, tra un paio di settimane, avremo tutti i dati”.  

La previsione, dunque, “è che la curva scenda, ma se rimaniamo in questo regime. E’ un equilibrio delicato e dipende moltissimo dai nostri comportamenti”, conclude Sebastiani.  

Covid e immunità di gregge, ecco quando la raggiungeremo  

Mentre ancora si attende il via libera al primo vaccino anti-Covid in Europa e l’Italia punta a un V-Day unico in tutto il Vecchio Continente, ci si interroga su quanto tempo ci vorrà per arrivare all’immunità di gregge, e dunque per lasciarci la pandemia alle spalle. “E’ impossibile dirlo con precisione, ma occorreranno molti mesi. Come stima”, se tutto procede nei tempi e le persone aderiranno alla campagna vaccinale, “possiamo pensare che questo accadrà per fine anno prossimo”, spiega all’Adnkronos Salute Walter Ricciardi, consigliere del ministero della Salute e docente di Igiene all’università Cattolica di Roma. 

“Concordo con Walter Ricciardi, occorreranno mesi prima di raggiungere l’immunità di gregge. Penso che ci arriveremo per il prossimo Natale”, spiega quindi all’Adnkronos Salute è il virologo dell’Università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco. “Occorrerà pazienza e attenzione, anche se il vaccino si avvicina. Dobbiamo essere consapevoli che abbiamo di fronte ancora molti mesi prima di raggiungere l’immunità di gregge”, aggiunge il virologo. E a quanti si chiedono perché non vaccinare prima i giovanissimi, che hanno molti contatti sociali e una volta immunizzati potrebbero fornire una sorta di protezione indiretta agli anziani, Pregliasco spiega: “Non abbiamo certezza che la vaccinazione sia sterilizzante e protegga dall’infezione con Sars-Cov-2”, oltre a proteggere dalla malattia di Covid-19. “Meglio iniziare dai fragili e dagli operatori sanitari, soggetti in prima linea”. 

“L’immunità di gregge è un concetto che ha una solida base scientifica e fondamentalmente vuol dire avere un numero di persone immuni ad un’infezione sufficienti da garantire che una persona infetta non riesca a contagiarne altre. Dall’R0, ovvero dalla capacità del virus di diffondersi, dipende quante persone dovremmo vaccinare per avere l’immunità di gruppo. Nel caso del nuovo coronavirus si calcola come indice di sicurezza il 70% della popolazione. In Italia significa circa 40 milioni di persone”, spiega poi all’Adnkronos Salute Giovanni Maga, direttore del laboratorio di virologia molecolare presso l’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia. 

“E’ chiaro che per arrivare a questi numeri bisogna soddisfare tre condizioni. Innanzitutto, acquisire un numero sufficiente di dosi: il piano vaccino anti-Covid ha identificato i fornitori, il numero di dosi previste. Se manterremo quel ritmo avremo abbastanza vaccini per tutti. Poi, somministrazione efficace, con le persone che accettano di vaccinarsi e che vengano vaccinate in tempi veloci, e infine riuscire a raggiungere tra la fine del prossimo anno e l’inizio del 2022 la quota del 70%. Ci vuole tempo. E’ impensabile – sottolinea – riuscire ad arrivare a questi numeri prima della fine del prossimo anno”. Mano a mano che “vaccineremo la popolazione l’impatto del virus si ridurrà, ma dovremo continuare ad avere molte attenzioni. Non è escluso nemmeno che saranno necessarie nuove restrizioni. La mascherina ci accompagnerà a lungo. Se teniamo duro per tutta la primavera e vacciniamo come da programma, probabilmente dopo l’estate affronteremo una stagione autunno inverno più leggera”.  

 

Covid, Bassetti: “Sfida è dopo Natale, a gennaio aumento casi” 

“La vera sfida sarà dopo il Natale, quando dovremmo vedere quello che succede a gennaio dove ci sarà aumento dei casi già previsto. Dobbiamo capire se sarà una terza ondata, la scia della seconda o si mischieranno casi di Covid con l’arrivo dell’ondata influenzale”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Liguria. “Dobbiamo fare attenzione e occorre rispettare le misure ora, prima del Natale. Ci sono atteggiamenti che non vanno bene – chiosa Bassetti – c’è troppa folla nei weekend per lo shopping. Dobbiamo cercare di essere bravi cittadini”. 

“La tempistica nel contrastare un’epidemia è tutto. Mi pare di capire – continua Bassetti – che con la vaccinazione anti-Covid partiremo dopo altri Paesi Ue, ad esempio la Germania per dirne uno. Invece dei primi di gennaio, in Italia dovremmo aspettare un mese in più. E’ tantissimo, dovremmo correre invece passeggiamo. Se arriveremo a marzo-aprile 2021 con una copertura non adeguata sarà un bel problema”. 

“Avrei voluto vedere una campagna del ministero sui media e nelle scuole – aggiunge Basseti – dove si spiega il vaccino, invece non vedo nulla se non alcuni esperti che in tv ne parlano sottolineando che aspetteranno il via libera delle agenzie regolatorie. Alcune di questi colleghi li stimo, ma non bisogna parlare in questi termini del vaccino – conclude – occorre spiegare per bene e in modo trasparente il valore delle vaccinazioni”.  

 

Covid Italia, Ciccozzi: “Due o tre settimane per un calo dei morti” 

Dovremo aspettare ancora per veder calare davvero il numero dei decessi per Covid-19 in Italia, ancora oggi elevato. “Sono d’accordo con Andrea Crisanti: il numero dei morti che vediamo oggi è una funzione ritardata dei casi positivi”. Lo afferma all’Adnkronos Salute Massimo Ciccozzi responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus BioMedico. “Insomma, ci raccontano l’intensità dei contagi delle scorse settimane. Se il valore di Rt è il primo indice a scendere, e ora vediamo una riduzione anche dei positivi e dei ricoveri, il dato dei decessi è l’ultimo a cambiare. Penso che dovremo aspettare 2-3 settimane per registrare un calo nei decessi”. “Inoltre è vero che i nuovi positivi sono in calo, ma – conclude Ciccozzi – per riprendere seriamente il tracciamento e tirare un sospiro di sollievo penso che dovremo arrivare a 5.000-10.000 nuovi casi al giorno”. “Se in tanti stanno prenotando il tampone rapido in vista del Natale – aggiunge -, magari per sentirsi più sicuri prima di vedere i genitori anziani ai quali non vogliono rinunciare, devo dire che questa è una scelta che lascia il tempo che trova”. “Questo soprattutto per una questione di tempi: quando fai questo tampone? Prima del 20 dicembre, immagino, perché dal 21 non ci si può più spostare. Ma il tampone antigenico rapido ci dice solo se abbiamo avuto un contatto con un positivo almeno 5 giorni prima. Dunque se il risultato è negativo è probabile che anche tu lo sia, ma la ‘fotografia’ risale a 5 giorni prima”. Tutti i contatti successivi sfuggono.”Ecco perché – continua l’epidemiologo – dico che fare il tampone rapido così, di propria sponte, lascia il tempo che trova. Piuttosto, in caso di dubbi è bene consultare il medico, che in base a quanto gli riferiamo potrà capire se abbiamo avuto davvero un contatto a rischio, e se dobbiamo fare un tampone, ma anche che tipo di test fare e quando”, aggiunge Ciccozzi. Indicazioni che il medico può dare “sulla base delle informazioni che gli forniamo. Posso capire che chi vuole andare dai genitori sia preoccupato, ma allora il test dovrebbe prenotarlo in modo di farlo all’arrivo. Inoltre dovrebbe fare quello molecolare e isolarsi fino al risultato. Dopodiché questo esame non esclude che, una volta usciti per fare la spesa al genitore, non entriamo in contatto con un positivo. Dunque mi sento di raccomandare, più che la corsa al tampone, di rispettare sempre le misure: indossare la mascherina, curare l’igiene delle mani e fare attenzione al distanziamento. Sono le uniche armi che abbiamo in attesa del vaccino, ma la buona notizia è che funzionano”. 

Disabilità, la storia di Roberta in un libro che finanzia l’infermiere di sera 

“Te lo avevo promesso. Ora non ti resta che crescere e magari leggere queste pagine insieme al papà”. Roberta vive a Milano, ha 4 anni e una dolce responsabilità: essere la musa ispiratrice del primo libro scritto dal padre Fortunato. Racconta le avventure di tre “ragazzi straordinari” – perché Roberta, affetta da una patologia genetica rarissima, ha due fratelli più grandi, Andrea e Francesca – di una famiglia che ha come granitico punto di riferimento la mamma Maria, e di una promessa fra padre e figlia, appunto: “Che se, nonostante le prognosi pessimistiche, fosse cresciuta fino all’età per imparare a leggere, la sua storia l’avrebbe potuta conoscere attraverso le righe scritte da me”, racconta all’Adnkronos Salute Fortunato Nicoletti, 46 anni, vigile del fuoco.  

Quel libro, preceduto da un blog, è diventato realtà: si intitola ‘Nessuno è escluso’ (edito da Lfa Publisher) e porta lo stesso nome dell’organizzazione di volontariato (Odv) nata dall’esperienza di questa famiglia, per “dare un senso concreto alla parola inclusione, mettendosi al servizio delle categorie più fragili”. Dietro l’opera letteraria, si nasconde anche un’importante missione: i proventi verranno destinati alla fornitura di servizi di assistenza domiciliare infermieristica serale.  

E’ uno dei progetti dell’Odv Nessuno è escluso, “uno dei più importanti”, assicura Nicoletti oggi alla vigilia della Giornata internazionale delle persone con disabilità (3 dicembre). ‘Un respiro in più’ – questo il nome – vuole offrire sollievo alle famiglie che assistono una persona con disabilità “concedendo la possibilità di potersi prendere un momento di svago, necessario per non raggiungere quel tanto temuto e pericoloso ‘burnout'”. C’è infatti “un pesante vuoto che lascia scoperto questo bisogno”, ragiona il papà di Roberta. 

Le famiglie con bambini gravemente disabili, continua, “al tramonto restano sole. Non ci sono compleanni, una pizza fuori, un cinema. Eppure sono importanti anche questi momenti per recuperare le forze e proseguire le proprie battaglie quotidiane con più vigore e serenità”. Il sogno è di poter ampliare il progetto ‘Un respiro in più’ per destinarlo a un numero sempre più alto di utenti.  

Ma la speranza è anche che “le istituzioni politiche che si occupano del tema della disabilità e dell’inclusione, si accorgano di questi bisogni e si avvicinino sempre di più alle necessità quotidiane delle persone con disabilità e di chi se ne prende cura”, incalza l’autore del libro. Fortunato e Maria, insegnante part-time, sanno di cosa parlano. Hanno una bimba che “non può essere lasciata sola mai”. Su Roberta pesa una diagnosi: displasia campomelica acampomelica, una variante di una malattia già rara. “Siamo fortunati perché la quasi totalità dei neonati affetti non nasce neppure o non arriva all’anno di vita”, racconta il papà. 

La malattia colpisce tutta la parte scheletrica. Roberta non può stare in piedi senza corsetto e le serve un girello per spostarsi, ha una serie di problemi con cui si confronta ogni giorno, ma dalla sua “ha una forza incredibile”, e ha “bisogni assistenziali che meritano una risposta”. Nel libro si parla di questo e molto altro, anche della vita della famiglia Nicoletti e di tante altre come loro ai tempi di Covid-19, con tutte le difficoltà che ha comportato (i rischi e le drammatiche interruzioni dei servizi).  

Riassunto nel sottotitolo: “Come pensare di essere in paradiso stando all’inferno”, che è anche il nome del blog tenuto da Fortunato e Maria. “Abbiamo cominciato a scrivere le nostre emozioni e ci siamo accorti che poteva servire anche ad altre persone che ci seguivano – dice Fortunato – Il nostro messaggio è: non isolatevi, accettate la disabilità trasformandola da problema in risorsa e opportunità, non passivamente. Vogliamo inclusione, non commiserazione, non società civile e istituzioni indifferenti. Vogliamo che tutti conoscano questo mondo straordinario e questi ragazzi che hanno tanto da dare. E da insegnare”. 

Vaccino covid, Silvestri: “Evitare esternazioni insensate” 

“In questa fase sarà importante evitare, da parte di tutti, esternazioni insensate contro i vaccini che possono essere usate dai movimenti anti-vax per la loro propaganda pseudo-scientifica”. Lo sottolinea il virologo Guido Silvestri, professore alla Emory University di Atlanta.  

“Sul fronte vaccini, qui da noi la Fda deciderà la Emergency Use Authorization per quelli di Pfizer e Moderna (efficaci entrambi al 95%) – spiega l’esperto facendo in punto in un post su Facebook – al meeting dell’8-10 dicembre prossimo. Se, come pensiamo, questa autorizzazione dovesse arrivare, l’idea è di partire subito con la vaccinazione del personale sanitario (tra cui il sottoscritto) e dei soggetti a rischio”. Quanto all’Italia “non posso commentare sulla tempistica – prosegue – infatti per quanto ne sappia non è chiaro quale vaccino sarà usato, visto che quello Oxford/Astra Zeneca/Pomezia sembra essere meno efficace dei due vaccini americani”. Negli Usa, inoltre, “i due primi anticorpi (quelli prodotti da Lilly e Regeneron) sono stati approvati da Fda nelle scorse settimane, e sono ora in uso nei maggiori centri sanitari. Spero che lo stesso si possa presto dire anche per l’Italia”.  

Insomma, ribadisce Silvestri, “come previsto già dal marzo scorso, stiamo vincendo questa difficile guerra grazie alla scienza. Se non fosse per la scienza che ci porta anticorpi e vaccini a tempo di record, dovremmo andare avanti per anni ed anni a combattere questo virus con chiusure e quarantene, probabilmente arrivando in questo modo a distruggere l’intero tessuto umano e sociale della nostra civiltà. Quello sì che sarebbe un messaggio davvero pessimista”. 

Calabria, Emergency gestirà ospedale da campo a Crotone 

Sarà l’associazione Emergency a gestire l’ospedale da campo che nei prossimi giorni verrà allestito nel comune di Crotone. E’ quanto emerso questa mattina nel corso di una riunione operativa presieduta dal capo Dipartimento della Protezione civile, Angelo Borrelli, e a cui hanno preso parte Gino Strada, direttore esecutivo e fondatore di Emergency, e Fortunato Varone, direttore della Protezione civile della Regione Calabria. Il personale di Emergency, attraverso il coordinamento del Dipartimento della Protezione civile, supporterà dunque la Regione nella gestione dell’emergenza Covid-19. 

Prosegue pertanto, sottolinea una nota, l’impegno del Servizio nazionale della Protezione civile a supporto della sanità regionale. Il Comitato operativo, infatti, ha già disposto, con il prezioso supporto delle donne e degli uomini del ministero della Difesa e della Croce Rossa, l’istallazione di 8 strutture medico campali in Campania, Liguria e Umbria. A queste si aggiungeranno a breve le strutture di Cosenza, Barletta e Torino, i cui lavori sono prossimi alla conclusione. Un’attività in continua evoluzione e che sta proseguendo in queste ore con i sopralluoghi nelle Regioni che hanno richiesto strutture medico campali per alleggerire la pressione sulle aziende ospedaliere.  

Covid, “allarme posti letto: 3 regioni al collasso” 

Posti letto saturi negli ospedali italiani. A lanciare l’allarme è un report dell’Anaao Assomed, il sindacato dei medici Ssn, che ha analizzato, regione per regione, i posti letto di medicina interna, pneumologia e malattie infettive al 2018, quelli attivati nel 2020 e il rapporto con il numero di abitanti, poi li ha confrontati con il numero dei ricoveri Covid, mettendo in risalto regioni virtuose e regioni da ‘bocciare’. Alcune regioni evidenziano infatti “una situazione drammatica” nelle strutture sanitarie: Lombardia satura al 129%, Liguria al 118%, Lazio al 91%, Campania 87%, Piemonte al 191%”. Vanno meglio “il Veneto, con un tasso di saturazione del 64,3%; Emilia-Romagna 65,9%; Puglia 70,8%; Toscana 65,5%; Sardegna; 44%”.  

In era pre-Covid (2017) – spiega il report – l’indice di occupazione dei posti letto in ospedale per i casi acuti (rapporto percentuale tra le giornate effettivamente utilizzate dai pazienti ricoverati e le giornate teoricamente disponibili in base alla portata del servizio sanitario) era del 78,9%, contro una media Ocse del 75,2%, ma la continua carenza di personale medico nelle corsie ospedaliere, alimentata da blocco del turnover perpetrato negli anni precedenti, ha fatto sì che i colleghi, molto spesso, avessero già un gravoso carico di lavoro, stimabile al 115% delle loro capacità lavorative.  

“Poi arriva il virus a sconvolgere tutto, come uno tsunami su un sistema già fragile. Tutto a un tratto, i medici specialisti si trovano a gestire una marea montante di pazienti che non sarebbero mai entrati in ospedale se non fosse esistito il virus. E così, il loro carico di lavoro raggiunge percentuali impensabili, ben oltre il 150%: ricordiamoci, infatti, che i pazienti con altre patologie sono gli stessi identici di prima e rappresentano circa il 115% del carico di lavoro del medico – puntualizza l’analisi dell’Anaao – Il problema si risolverebbe assumendo altri specialisti, ma gravissimi errori di programmazione del personale medico degli ultimi 10 anni hanno fatto sì che ci sia una carenza di queste figure su tutto il territorio nazionale. Adesso bisogna fare con quello che si ha, ma il carico di lavoro è veramente insostenibile. 

Fanno bene le Regioni ad aumentare i posti letto di degenza ordinaria e di terapia intensiva, ma ricordiamoci che il personale medico è praticamente quello di sempre e più posti letto significa non solo carico di lavoro più gravoso ma anche riduzione della sicurezza e qualità delle cure, rimarca il report.  

Si può parlare a lungo di indice Rt e non ne si vuole screditare l’importanza, ma se i posti letto standard di una regione sono occupati solo da pazienti Covid – avverte il sindacato – è necessario prendere decisioni politiche anche dolorose, per non piangere successivamente migliaia di morti evitabili per il collasso totale dei sistemi sanitari regionali. Superata l’emergenza, sarà necessario superare un paradigma sanitario che si è rivelato fallimentare nella elargizione, divisione ed organizzazione delle risorse – avverte l’Anaao – confidando che le criticità emerse abbiano chiarito anche ai governatori meno lungimiranti, che la cura dei pazienti richiede posti letto, personale sanitario, risorse economiche ed una organizzazione capillare. 

Sileri: “Covid non rispetta Natale, no passi affrettati” 

“Si parla tanto del Natale che però è una data fissa, ma il virus non è fisso, non è che rispetta il Natale. In base ai dati alcune regioni potranno tornare gialle, altre potranno rimanere rosse, ma parlare oggi di quello che accadrà il 24-25 dicembre non è possibile. Ci saranno delle differenze tra regione e regione. Ogni volta che penso al Natale in questo momento, ricordo a quante volte ho dovuto festeggiare con un pezzo di panettone o pandoro in ospedale perché lavoravo. Pensiamo ai nostri sanitari che sono sul campo e che nella loro vita di Natali, Capodanni e Ferragosti ne hanno saltati tanti per servire lo Stato. Rispettiamo loro per primi”. E’ l’invito alla prudenza del viceministro della Salute Pierpaolo Sileri, intervenuto ai microfoni della trasmissione ‘L’Italia s’è desta’, su Radio Cusano Campus. 

“La morsa potrà essere allentata laddove i numeri lo consentiranno, questo però non significa che dobbiamo fare dei passi affrettati”, ha sottolineato. Quanto al nodo dei dati sulla base dei quali si prendono le decisioni, Sileri ha precisato: “I dati ovviamente provengono dalle Regioni. Se vi sono difficoltà di organizzazione nelle Regioni, ci possono essere difficoltà e ritardi nella comunicazione dei dati. Si sta migliorando sempre di più il flusso, ma è chiaro che un margine di errore esiste sempre”. 

“Era chiaro che bisognava attendere 2 settimane dall’ultimo Dpcm per vedere i primi risultati” in termini di contagi da Covid-19. “E’ ovviamente ancora presto per dire che ce l’abbiamo fatta, perché bisogna alleggerire il carico su ospedali e terapie intensive. Prima di procedere alle riaperture dovremo avere dei dati ancor migliori rispetto a quelli che vediamo. Dunque questa modalità di stop and go, di chiudere e riaprire, andrà avanti ancora per molto”, ha precisato Sileri. 

“Le riaperture – ha evidenziato – devono avvenire con protocolli. La scuola ad esempio sappiamo che è un luogo sicuro, per riaprire bisognerà correggere i momenti fuori dalla scuola”. 

Sileri riflette anche su quanto fatto in estate. Siamo arrivati impreparati alla seconda ondata di Covid-19? “Sicuramente con il senno del poi è sempre facile parlare. Di rigore ve n’è stato, poteva forse esserci maggiore rispetto delle regole. Si è parlato tanto di discoteche, di trasporti e sicuramente qualche effetto sulla ripresa del contagio l’avranno avuto, ma guardiamo quello che è accaduto anche negli altri Paesi europei”. In definitiva, “è stato fatto il massimo, forse qualche restrizione in più poteva rimanere, più controlli, forse un maggiore uso della diagnostica, però è stato fatto il meglio secondo le nostre possibilità”. 

Sul vaccino contro il coronavirus Sars-CoV-2 “ci si può fidare perché si tratta di più aziende che stanno lavorando a diversi tipi di vaccino, con un iter che è più rapido, ma le regole delle procedure sono state le stesse”. “Quando immetti un farmaco e devi avere una certificazione devi fare una fase clinica. A volte serve tempo per il reclutamento dei volontari, invece in questo caso il reclutamento è stato molto più rapido. Poi ci sarà tutta la vigilanza successiva. I tempi sono stati più concentrati, ma le regole sono sempre le stesse”, ha ribadito. E poi, ha aggiunto, “ci sono state molte più risorse stanziate. Gli enti regolatori hanno una storia importante di vigilanza accurata, faccio davvero fatica a pensare all’insicurezza. Quando sento dire ‘io aspetterei per farlo’ non sono per niente d’accordo. Io pregherei di essere tra i primi selezionati, se fossi una persona con fragilità”. 

Per quanto riguarda i vaccini in arrivo, “3,4 milioni di dosi di quello Pfizer copriranno 1,7 mln di persone – ha riepilogato nel giorno in cui sono stati resi noti anche i dati del vaccino di Oxford-Irbm, prodotto da AstraZeneca – La stessa cosa sarà fatta con gli altri, vi sarà disponibilità per tutta Europa, ma aspettiamo le certificazioni”. 

 

“Una voce amica mi ha salvato dal buio del Covid”, storia di Margherita’ 

“Ho avuto momenti di panico, ho temuto per mio marito, mi sono sentita un’appestata, isolata dal mondo e lontana dai miei affetti. Ma ho avuto angeli intorno a me, vicini in un altro modo: c’era sempre una voce amica che mi riportava alla realtà quando mi sentivo in un altro mondo, in un posto senza via d’uscita. E’ stata una guida nella tempesta”. A parlare è Margherita, 60 anni. Ha sperimentato Covid-19 sulla sua pelle e il marito Pierluigi, 66, è uno dei pazienti lombardi che è stato curato a casa, sotto ‘l’occhio’ del telemonitoraggio avviato da una delle cooperative di medici di famiglia che si sono attivate su questo fronte, Iml (Iniziativa medica lombarda).  

Una storia a lieto fine, nonostante momenti difficili. Margherita li racconta all’Adnkronos Salute e tiene subito a sottolineare: “Probabilmente non ci si rende conto. Mio marito che è stato colpito più gravemente di me dalla malattia ha avuto 18 giorni di febbre anche a 40 e una saturimetria che è scesa fino a 86. E’ stato tremendo. E’ vero che è giusto non ingolfare gli ospedali, ma ci si può riuscire solo se hai qualcuno che ti può seguire così come è successo a noi”.  

Tutto comincia con Margherita che sperimenta per prima la febbre altissima, dolori spaccaossa dappertutto, la perdita dell’olfatto e del gusto. Si isola subito ma anche il marito dopo qualche giorno comincia a stare male. Lei si rimette in piedi perché vuole occuparsi di Pierluigi che intanto si sente sempre peggio. “La stanchezza è difficile da descrivere, mio marito oggi è in ripresa, ma anche solo spostarsi da una stanza all’altra lo abbatte. Durante la malattia senti il peso dell’isolamento, nessuno può entrare”.  

E qui entra in gioco la macchina messa in piedi per monitorare i pazienti. Tecnologia, ma con l’anima. “Perché non basta un termometro o un saturimetro. La differenza la fanno certo le persone – dice la paziente – Un giorno mio marito è collassato. Era bianchissimo, debole. Il mio dottore è corso da noi, senza neanche il giubbotto. Ha indossato le protezioni necessarie e lo ha visitato. Ho sentito la sua vicinanza, un supporto pazzesco. Il resto lo hanno fatto quelle voci amiche che mi hanno accompagnato fuori dall’incubo. Ricevevo telefonate continue, comunicavo i parametri di mio marito e ricevevo consigli, potevo confrontarmi con una persona, sentirmi rassicurata”. 

“Tutti gli operatori che si sono alternati all’altro capo del telefono – continua – hanno avuto una pazienza e una dolcezza infinite. Quando qualche valore poteva essere preoccupante ricevevo prontamente la chiamata del dottore”. Margherita e Pierluigi ora hanno superato la parte più difficile, “anche se la ripresa è lentissima e mio marito dovrà fare una tac per valutare eventuali danni. Questo virus è un animale, siamo arrivati a tanto così dall’ospedale per lui. In quel momento la preghiera ci ha salvato. Quando stavo per gettare la spugna, ho avuto il supporto a distanza dei miei figli, che mi portavano la spesa davanti al portone. Ma sentirsi dire ‘forza, non mollare’ ha fatto la differenza. Mi sono fidata delle voci che mi hanno guidato”.  

Una di queste è la voce di Nancy Cremaschi, infermiera, case manager e referente del centro servizi. “Il nostro sistema funziona così – spiega – il medico individua il paziente che ha bisogno di telemonitoraggio. Può essere un sospetto caso di Covid-19, avere già un tampone positivo, essere stato dimesso dall’ospedale con l’indicazione di essere monitorato fino alla negativizzazione, oppure ancora un paziente anziano o fragile con malattie croniche, quindi a rischio”. 

Il medico stende un piano di monitoraggio a seconda delle caratteristiche del paziente e la frequenza dei contatti con la centrale varia da più volte al giorno a giorni alterni in una settimana. “Stiamo attenti a segni e sintomi, chiediamo i valori, che il paziente misura con i device che gli vengono messi a disposizione” come il saturimetro e la macchina per la pressione sanguigna, illustra Cremaschi. “Se gli operatori rilevano qualcosa di anomalo lo segnalano ai case manager. Noi risentiamo telefonicamente il paziente, se rileviamo qualcosa di rilevante lo diciamo al medico. Se necessario si chiama il 112. C’è anche l’App che può mandare alert, ma spesso, in particolare le persone con età più avanzata, preferiscono il contatto umano”. 

Il lavoro è tanto, “copriamo una fascia oraria dalle 8 alle 20, anche il sabato e la domenica. A ottobre abbiamo visto correre i numeri. Da giorni viaggiamo adesso al ritmo di 30 attivazioni di telemonitoraggi al giorno. Avvertiamo un lieve calo, ma vediamo interi nuclei familiari che si ammalano, uno dietro l’altro. Noi siamo a supporto del medico, rinforziamo il suo messaggio, il nostro contributo rasserena il paziente. A volte – assicura – basta veramente poco, ascoltarli quando sono spaventati. A volte invece è necessario verificare i parametri. Magari facciamo fare al paziente il ‘test del cammino’ per capire se va in affanno per dispnea”. Il ricordo di marzo per Nancy non è sbiadito. “La sera andavo a vedere dei pazienti che erano coscienti, pur respirando male e il giorno dopo non c’erano più. E’ stato drammatico”.  

Ora “c’è qualche terapia che si può fare tempestivamente, mi sembra che la malattia duri molto di più. C’è gente a casa da tre settimane, a volte si trascina a lungo una febbricola che sfinisce. Noi stiamo loro accanto, diamo consigli persino alimentari per spronarli. Ci presentiamo sempre per nome, se serve chiamiamo una volta in più. E quello che colpisce è che ringraziano. Sempre. E tu ti senti utile”. “Le cure a domicilio – conclude Fiorenzo Corti, medico di famiglia in prima linea con il telemonitoraggio dei suoi pazienti e vice segretario nazionale della Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) – sono un aspetto di assoluta importanza se si vuole sviluppare l’organizzazione della medicina del territorio, i cui limiti sono stati purtroppo evidenziati dalla pandemia: devono saper coniugare il potenziamento del rapporto di fiducia del paziente col proprio medico di famiglia, l’uso della tecnologia e la diffusione dei modelli associativi della medicina generale”.  

Covid, Oms: “In Europa un morto ogni 17 secondi” 

Un morto per coronavirus ogni 17 secondi in Europa. Questo quanto ha spiegato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa, durante un incontro in cui ha aggiornato sulla situazione della pandemia di coronavirus Sars-CoV-2 nel Vecchio continente. “In Europa – ha affermato Kluge – abbiamo il 28% dei malati” di Covid-19 “del mondo” e “29 mila persone sono morte la scorsa settimana, il che vuol dire una ogni 17 secondi”. 

Quello che sta per arrivare, ha continuato, “sarà un Natale diverso, ma questo non vuol dire che non sarà felice. Come nel ramadan: le comunità” musulmane “hanno trovato modo di non assembrarsi, incluso preghiere ‘virtuali’ o cibo portato a casa per celebrazioni a distanza”, spiega Kluge, che auspica “brevi e sicuri festeggiamenti”. 

“Vediamo segni del Natale nella consegna di pacchi ai senzatetto, nelle feste virtuali e le decorazioni alle finestre. La tecnologia e la farmaceutica ci offrono una nuova speranza” per consentire “ai bambini un apprendimento sicuro e la possibilità per loro di festeggiare il Natale. Non dobbiamo mollare”.  

 

Polimeni (Sapienza): ‘Stella polare mio rettorato saranno studenti’ 

La statua della Minerva dentro la città universitaria della Sapienza a Roma sembra meno cupa, dopo 700 anni l’ateneo ha un rettore, o meglio rettrice, donna: Antonella Polimeni che guiderà la Sapienza per i prossimi 6 anni. “Mi sono candidata come rettrice dopo 25 anni in questa istituzione, avendo ricoperto molti ruoli di responsabilità, quindi direi che la mia vittoria è ‘dell’università e per l’ateneo’. C’è stato nei mesi passati e ci sarà nei prossimi uno spirito unitario, presente anche nel programma che ha avuto una grande condivisone da parte di tutti. Al centro ci sono gli studenti e le studentesse, i giovani ricercatori. La stella polare dei miei sei anni saranno loro, dobbiamo aiutarli, fare in modo che i migliori rimangano alla Sapienza e dobbiamo aver la forza e le capacità di attrarre i migliori”. A parlare all’Adnkronos Salute è Antonella Polimeni, già preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, che venerdì scorso ha battuto gli altri due candidati a rettore con il 60% voti. 

“Ho deciso di mettere a disposizione dell’Università il mio curriculum e la mia candidatura è emersa non solo dall’area medica, ma ha trovato sponde anche in altre facoltà – aggiunge la professoressa – Un punto importante del programma sarà la parità di genere: tra i docenti, gli studenti e il personale. Voglio mettere in campo il ‘fattore D’, ovvero lavorare per l’inclusione e una leadership femminile trasversale”.  

La Polimeni ha alle spalle una produzione scientifica di oltre 470 pubblicazioni edite su riviste internazionali e nazionali, più di 100 proceeding congressuali, nazionali e internazionali, 6 manuali, di cui uno edito in lingua inglese, 2 monografie. Ha curato inoltre l’edizione italiana di un testo atlante e di due manuali, nonché linee guida edite dal ministero della Salute. La vittoria della Polimeni, tra le poche donne (meno di 10) in Italia alla guida di università grandi e importanti, riaccende anche il dibattito sulle disparità di genere e la strada in salita per arrivare ai vertici, dove la presenza maschile è predominante. Essere alla guida oggi della Sapienza “è una grande responsabilità” e “tra la definizione di rettore o rettrice preferisco la seconda, anche la Crusca si è espressa su questa diatriba e ha detto che si deve usare il termine rettrice. Anzi ‘magnifica rettrice’ – sorride la Polimeni – come vuole la tradizione”. 

Prendere le redini della Sapienza nel momento di una emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo per Sars-CoV-2 significa riorganizzare la formazione di migliaia di studenti. “La ripresa della didattica in presenza di tutti gli studenti potrà esserci solo quando la curva epidemiologica ce lo permetterà – osserva Polimeni – Ad oggi solo le matricole possono frequentare i corsi perché è necessario un accompagnamento nel salto dal liceo all’università. Ma è chiaro che l’università di basa sulla frequenza, sulla socializzazione, sull’esperienza dei laboratori e dei tirocini. Poi abbiamo la necessità di garantire anche ai fuori sede di poter fruire in sicurezza degli spazi di studio. La didattica in presenza e le lezioni da vivo – avverte la rettrice – non sono sostituibili con la Dad (didattica a distanza). I miei compagni di Medicina quando studiavo sono ancora i miei migliori amici, si consolidano rapporti stretti in quegli anni e sono legami che hanno un grande valore”.  

Altro fronte su cui la Polimeni lavorerà dal primo minuto è quello del finanziamento della ricerca e delle università: “L’Italia si deve convincere a finanziarla di più”, precisa. “Dobbiamo muoverci, occorrono fondi adeguati – avverte – L’esperienza della pandemia deve essere anche una opportunità per migliorare, e su questo anche il Recovery Fund deve essere usato. Cercherò di impegnarmi perché avvenga”.