Municipio: Largo Felice Armati, 1 00043 Ciampino (RM) (+39) 06.79097.1 protocollo@pec.comune.ciampino.roma.it

Categoria: salute/sanita

Covid, Oms: “In Europa un morto ogni 17 secondi” 

Un morto per coronavirus ogni 17 secondi in Europa. Questo quanto ha spiegato Hans Kluge, direttore regionale dell’Organizzazione mondiale della sanità per l’Europa, durante un incontro in cui ha aggiornato sulla situazione della pandemia di coronavirus Sars-CoV-2 nel Vecchio continente. “In Europa – ha affermato Kluge – abbiamo il 28% dei malati” di Covid-19 “del mondo” e “29 mila persone sono morte la scorsa settimana, il che vuol dire una ogni 17 secondi”. 

Quello che sta per arrivare, ha continuato, “sarà un Natale diverso, ma questo non vuol dire che non sarà felice. Come nel ramadan: le comunità” musulmane “hanno trovato modo di non assembrarsi, incluso preghiere ‘virtuali’ o cibo portato a casa per celebrazioni a distanza”, spiega Kluge, che auspica “brevi e sicuri festeggiamenti”. 

“Vediamo segni del Natale nella consegna di pacchi ai senzatetto, nelle feste virtuali e le decorazioni alle finestre. La tecnologia e la farmaceutica ci offrono una nuova speranza” per consentire “ai bambini un apprendimento sicuro e la possibilità per loro di festeggiare il Natale. Non dobbiamo mollare”.  

 

Polimeni (Sapienza): ‘Stella polare mio rettorato saranno studenti’ 

La statua della Minerva dentro la città universitaria della Sapienza a Roma sembra meno cupa, dopo 700 anni l’ateneo ha un rettore, o meglio rettrice, donna: Antonella Polimeni che guiderà la Sapienza per i prossimi 6 anni. “Mi sono candidata come rettrice dopo 25 anni in questa istituzione, avendo ricoperto molti ruoli di responsabilità, quindi direi che la mia vittoria è ‘dell’università e per l’ateneo’. C’è stato nei mesi passati e ci sarà nei prossimi uno spirito unitario, presente anche nel programma che ha avuto una grande condivisone da parte di tutti. Al centro ci sono gli studenti e le studentesse, i giovani ricercatori. La stella polare dei miei sei anni saranno loro, dobbiamo aiutarli, fare in modo che i migliori rimangano alla Sapienza e dobbiamo aver la forza e le capacità di attrarre i migliori”. A parlare all’Adnkronos Salute è Antonella Polimeni, già preside della Facoltà di Medicina e Chirurgia, che venerdì scorso ha battuto gli altri due candidati a rettore con il 60% voti. 

“Ho deciso di mettere a disposizione dell’Università il mio curriculum e la mia candidatura è emersa non solo dall’area medica, ma ha trovato sponde anche in altre facoltà – aggiunge la professoressa – Un punto importante del programma sarà la parità di genere: tra i docenti, gli studenti e il personale. Voglio mettere in campo il ‘fattore D’, ovvero lavorare per l’inclusione e una leadership femminile trasversale”.  

La Polimeni ha alle spalle una produzione scientifica di oltre 470 pubblicazioni edite su riviste internazionali e nazionali, più di 100 proceeding congressuali, nazionali e internazionali, 6 manuali, di cui uno edito in lingua inglese, 2 monografie. Ha curato inoltre l’edizione italiana di un testo atlante e di due manuali, nonché linee guida edite dal ministero della Salute. La vittoria della Polimeni, tra le poche donne (meno di 10) in Italia alla guida di università grandi e importanti, riaccende anche il dibattito sulle disparità di genere e la strada in salita per arrivare ai vertici, dove la presenza maschile è predominante. Essere alla guida oggi della Sapienza “è una grande responsabilità” e “tra la definizione di rettore o rettrice preferisco la seconda, anche la Crusca si è espressa su questa diatriba e ha detto che si deve usare il termine rettrice. Anzi ‘magnifica rettrice’ – sorride la Polimeni – come vuole la tradizione”. 

Prendere le redini della Sapienza nel momento di una emergenza sanitaria come quella che stiamo vivendo per Sars-CoV-2 significa riorganizzare la formazione di migliaia di studenti. “La ripresa della didattica in presenza di tutti gli studenti potrà esserci solo quando la curva epidemiologica ce lo permetterà – osserva Polimeni – Ad oggi solo le matricole possono frequentare i corsi perché è necessario un accompagnamento nel salto dal liceo all’università. Ma è chiaro che l’università di basa sulla frequenza, sulla socializzazione, sull’esperienza dei laboratori e dei tirocini. Poi abbiamo la necessità di garantire anche ai fuori sede di poter fruire in sicurezza degli spazi di studio. La didattica in presenza e le lezioni da vivo – avverte la rettrice – non sono sostituibili con la Dad (didattica a distanza). I miei compagni di Medicina quando studiavo sono ancora i miei migliori amici, si consolidano rapporti stretti in quegli anni e sono legami che hanno un grande valore”.  

Altro fronte su cui la Polimeni lavorerà dal primo minuto è quello del finanziamento della ricerca e delle università: “L’Italia si deve convincere a finanziarla di più”, precisa. “Dobbiamo muoverci, occorrono fondi adeguati – avverte – L’esperienza della pandemia deve essere anche una opportunità per migliorare, e su questo anche il Recovery Fund deve essere usato. Cercherò di impegnarmi perché avvenga”.  

Covid Reggio Calabria. “Miracolo fai-da-te” per nuovi posti in terapia intensiva 

Il piano Covid-19 per il potenziamento della rete ospedaliera di emergenza, che ha scoperchiato il caso Calabria ed è finito nell’occhio del ciclone con le dimissioni del commissario ad acta per la sanità Saverio Cotticelli, ne prevedeva 20. Il Grande ospedale metropolitano (Gom) Bianchi Melacrino Morelli di Reggio Calabria è riuscito nella sfida di realizzarne 12. Dodici nuovi posti letto di terapia intensiva non Covid, pronti in meno di un mese “per accogliere i pazienti più gravi già dalla prossima settimana” e permettere di riorganizzarsi per gestire meglio anche i malati Covid critici. Un “piccolo miracolo”, lo definisce all’Adnkronos Salute Massimo Caracciolo, responsabile della Terapia intensiva post operatoria. Ma un miracolo ‘fai-da-te’. 

“Siamo noi che stiamo allestendo queste postazioni. Ieri sono arrivati i letti, ancora prima i monitor. Li abbiamo comprati noi”. Il Gom ha avuto i ‘ventilatori di Arcuri’, quelli che dovevano essere forniti a livello nazionale dal commissario straordinario per l’emergenza. “Ce ne sono arrivati 16-17, alcuni non erano da terapia intensiva e li abbiamo dati ad altri reparti, Pneumologia e Pronto soccorso. Gli altri li abbiamo usati per sostituire quelli obsoleti che c’erano in Rianimazione. Ora abbiamo un numero congruo, anche per i 12 nuovi posti letto”.  

“Abbiamo affrontato una spesa di circa 200mila euro. Una spesa minima anche se è vero che non si tratta di una vera ristrutturazione. Non sono state realizzate opere murarie, ma un adeguamento del reparto ‘ex trapianti di midollo’ alle caratteristiche della terapia intensiva. I fondi usati”, fa notare, “sono quelli che erano stati messi dal Gom su un capitolato per la manutenzione e sono quindi stati sottratti ad altri reparti non di emergenza, che dovranno soffrire ancora alcuni mesi per vedere realizzati i loro lavori. Ma serviva. Ci permette di poter essere un po’ più sereni nell’affrontare l’immediato. I pazienti più gravi secondo le previsioni potrebbero aumentare nei prossimi giorni, se il contagio continua con un indice Rt così alto”. 

“E’ stato un miracolo – ribadisce Caracciolo – che si è compiuto grazie al Direttore dell’ufficio tecnico Carmelo Fera, al commissario straordinario Iole Fantozzi e ai direttori sanitari Salvatore Costarella e Antonino Verduci che hanno sostenuto e voluto questa iniziativa. In questo momento abbiamo 14 posti letto: 5 occupati da malati Covid (e possiamo arrivare fino a 9) e 5 occupati da pazienti non Covid (e possiamo arrivare a 7). Con l’apertura a breve dei nuovi posti, possiamo di conseguenza arrivare a quota 18 letti per i casi Covid”. 

La realizzazione “si è resa necessaria, perché dobbiamo continuare a dare risposta a tutte quelle persone colpite da patologie non Covid, che continuano ad esserci. Non sono certo sparite le emorragie cerebrali, le sepsi, i problemi vascolari, purtroppo. Avere questi posti ci rende più tranquilli – assicura lo specialista – Se i numeri dei contagi crescono diventerà complesso. In questo momento abbiamo un centinaio di pazienti fra Malattie infettive e Pneumologia. L’Asp non ha dato disponibilità per i paucisintomatici o asintomatici che devono proseguire l’isolamento. Noi abbiamo persone che potremmo trasferire, ma non riusciamo, in strutture d’intesità di cura più bassa per decongestionare i reparti”. 

C’è poi un problema di personale: “Abbiamo accorpato reparti chirurgici che hanno ridotto l’attività elettiva e alcuni medici e infermieri stanno dando una mano per esempio a Pneumologia. Sollecitiamo la struttura commissariale affinché ci permetta di assumere personale da un concorso per anestesisti e rianimatori fatto a maggio scorso e che ha ancora la graduatoria attiva. Il reclutamento a tempo indeterminato di colleghi risolverebbe anche per il futuro”, osserva Caracciolo. “Per terapia intensiva abbiamo bisogno di 14 medici e una ventina di infermieri per essere a regime, se ce ne danno anche 10-12 cominciamo a respirare. Attualmente siamo una trentina, ma alcuni hanno limitazioni funzionali e non possono fare i turni”. Il problema è che “l’allora commissario Cotticelli aveva ritenuto che il fabbisogno di personale per il Gom fosse zero, nella valutazione fatta a giugno”.  

Quanto al Piano Covid, osserva Caracciolo, “se non c’è il finanziamento, non si individuano gli enti attuatori, si demanda alle Regioni e poi le Regioni alle aziende ospedaliere, il tutto a ottobre, allora significa non volerlo realizzare. Forse si sperava che la seconda ondata non arrivasse. I 20 posti letto con padiglione dedicato identificati per il Gom, tra finanziamento, progettazione, affidamento ed esecuzione dei lavori e collaudo, avrebbero richiesto almeno 8 mesi e ciò significava andare oltre il momento grave della pandemia”. 

L’ospedale si è dunque organizzato. “Abbiamo pensato: facciamo da noi e ci siamo rimboccati le maniche. Hanno collaborato tutti, dall’operaio all’imbianchino che hanno lavorato sempre in questi 25 giorni, fino al direttore sanitario. Oggi si comincia con le rifiniture, la pulizia e la sanificazione dei locali. Entro la fine della settimana collochiamo i letti e ci auguriamo di essere operativi a inizio settimana prossima”. Resta il fatto, sottolinea Caracciolo, “che abbiamo necessità di una dotazione organica adeguata anche in Pneumologia e malattie infettive e altri reparti. Altrimenti diventa difficile”.  

“In questo momento – prosegue Caracciolo – sarà necessario usare colleghi e fare noi straordinari per coprire sia la terapia intensiva Covid che non Covid. A meno a che non si prenda coscienza e si facciano al più presto assunzioni. L’incremento dei contagi è stato importante. Si sta verificando quello che da un punto di vista statistico era stato previsto. Noi medici non abbiamo mai avuto dubbi sulla zona rossa, è una cosa buona che speriamo ci aiuterà a evitare il disastro. Non ce la fai fisicamente a rimanere 8 ore con tuta e casco, per mesi e mesi. Gli infermieri e i colleghi sono affaticati, quanto prima non ce la faranno. Se vengono rispettate le regole c’è la possibilità di ridurre l’Rt sotto 1. L’incidenza di positivi su 100mila abitanti del resto è più bassa per esempio della Lombardia e questo ci fa ben sperare”. 

Covid, allarme medici e infermieri: “Ospedali vicini al collasso” 

Gli ospedali italiani “sono ormai vicini al collasso a causa di due fattori concomitanti: carenza di personale sanitario e mancanza dei posti letto, a fronte dell’abnorme afflusso di malati per la rapida e vertiginosa diffusione dell’infezione virale”. Lo segnalano in una lettera aperta le società scientifiche degli internisti, Fadoi e Simi, dei geriatri, Sigg e Sigot, e l’associazione degli infermieri di Medicina interna, Animo, denunciando la “drammatica situazione ospedaliera” dovuta alla pandemia da Covid-19. 

“E’ corretto e logico monitorare la crescente saturazione dei posti letto nelle terapie intensive – scrivono i presidenti delle società – ma in tante regioni i tassi di occupazione dei reparti di Area medica sono ormai superiori al 100%, considerando anche la presenza dei malati non Covid che continuiamo ad assistere, ma le cui possibilità di accesso agli ospedali si stanno riducendo. Una conseguenza probabile, se non certa – avvertono – sarà l’incapacità di garantire gli standard qualitativi per le cure a tutti i malati cronici e ai malati acuti non Covid, oltre a ulteriori criticità e ritardi nel campo della prevenzione”. 

“La situazione sanitaria è drammatica – ripetono gli specialisti – e noi medici e infermieri di Area medica, sia nei nostri reparti sia in altri reparti ultra-specialistici rapidamente riconvertiti in Unità Covid, ci prendiamo cura di oltre il 70% dei malati Covid ricoverati in ospedale, garantendo tutte le cure, compresa l’ossigenoterapia e la ventilazione non invasiva, cercando di strappare il paziente all’intubazione o alla morte”. Per questo “sentiamo il dovere di sensibilizzare l’opinione pubblica sulla reale situazione che viviamo ogni giorno negli ospedali”. 

“Siamo ora passati dalla discussione pubblica, oziosa e inutile sulle caratteristiche del virus – proseguono – a una analisi continua dei dati che indirizza l’opinione pubblica verso fallaci rassicurazioni, portando a sottostimare il reale grado di saturazione dei posti letto che va ben oltre il 30 o 40% che viene usualmente comunicato. Infatti la realtà non è quella rappresentata e tutti noi viviamo ogni giorno grandi difficoltà ad accogliere, curare e trasferire i tanti malati che giungono ai pronto soccorso in numero superiore alla capacità ricettiva delle nostre strutture”. 

“Non è di aiuto per nessuno sottovalutare, sminuire, fingere che la situazione sia quasi normale o che a breve si possa normalizzare – ammoniscono i vertici delle sigle firmatarie – Pertanto chiediamo un maggiore impegno verso la diffusione di una informazione che accresca la consapevolezza dei cittadini sulla realtà che stiamo vivendo. Come società scientifiche dell’Area medica, pensiamo che serva una posizione chiara e univoca di fronte alla circolazione di notizie contraddittorie che rischiano soltanto di alimentare dissensi, confusione e malumore nella popolazione”. 

“Facciamo appello alle altre società scientifiche per condividere queste nostre preoccupazioni, e alle Istituzioni per aiutarci ad affrontare in tutto il Paese la gravissima emergenza sanitaria, sostenendo il lavoro di tutti gli operatori del servizio sanitario”, concludono i firmatari della lettera aperta: i presidenti di Fadoi Dario Manfellotto, di Simi Antonello Pietrangelo, di Sigg Raffaele Antonelli Incalzi, di Sigot Alberto Pilotto, di Animo Gabriella Bordin. 

Covid Italia, 16 farmacisti morti: l’ultimo nel napoletano 

Farmacisti e Coronavirus, altra categoria sotto attacco. “Si è spento oggi, a soli 52 anni, il nostro collega Pacifico Dubbioso,sedicesimo farmacista colpito dalla Covid-19 dall’inizio della pandemia” annuncia Andrea Mandelli, presidente della Federazione degli Ordini dei farmacisti italiani (Fofi), che insieme al presidente di Federfarma, Marco Cossolo, esprimendo il cordoglio della categoria.  

“Avevamo sperato di non dover più scrivere altri nomi nella lista dei farmacisti colpiti dalla pandemia, mentre operavano al servizio dei cittadini, ma purtroppo non è così – sottolinea Mandelli – Pacifico esercitava con il fratello Antonio nella loro farmacia di Somma Vesuviana, nell’hinterland di Napoli. Era giovane e non aveva altre malattie, e questa è una ben triste conferma della pericolosità del nemico che il Paese sta fronteggiando. Tutti i farmacisti italiani si stringono ai famigliari e agli amici di Pacifico Dubbioso, che ricorderemo come un esempio dei valori che reggono la nostra professione”. 

“Esprimo, a nome di tutta la categoria, le più sentite condoglianze alla famiglia del collega Pacifico per la sua scomparsa prematura – dichiara Cossolo – Purtroppo questa seconda ondata di Covid si sta rivelando molto insidiosa. Il virus colpisce in maniera dura e, come in questo caso, mortale, anche persone nel pieno delle forze e senza patologie pregresse. Vorrei ringraziare tutte le farmacie che continuano, con coraggio e determinazione, a offrire quotidianamente supporto ed assistenza ai cittadini, superando le difficoltà legate a questa grave emergenza sanitaria”. 

Coronavirus Italia, “senza lockdown 10mila morti in un mese” 

“Se dovessimo avviare oggi un’iniziativa più drastica, cioè un lockdown del Paese, io credo che potremmo arrivare al Natale con una fase discendete del picco che probabilmente si stabilizzerà all’Immacolata”. Lo ha sottolineato il presidente della Fnomceo (Federazione nazionale Ordini dei medici chirurghi e odontoiatri), Filippo Anelli, ospite di ‘RaiNews24′, parlando dell’emergenza coronavirus in Italia.  

“Se invece i numeri dovessero crescere come viene previsto ora, senza quindi ulteriori azioni, penso che all’Immacolata avremo altri 10mila decessi e avremo quei 5mila posti occupati in terapia intensiva che ci spaventano”, aggiunge.  

“Ormai abbiamo raggiunto livelli abbastanza critici, ci sono file di ambulanze fuori dai pronto soccorso un po’ dappertutto nelle varie Regioni, nelle terapie intensive si cominciano ad avere numeri importanti e se si continua così avremmo a fine mese raggiunto i 5mila posti occupati”, è la denuncia di Anelli. “E’ evidente il dramma che si vive all’interno degli ospedali con il sovraccarico di lavoro”, avverte. 

Ordine medici chiede lockdown totale 

“Quello dei medici delle Ong è un dato trascurabile, sono troppo pochi”, ha detto ancora Anellia proposito della proposta avanzata da alcune Regioni di attingere, per quanto riguarda i camici bianchi, a tutte le risorse disponibili quindi anche di reclutare i dottori delle Ong. 

“Noi abbiamo più volte sollecitato il Governo, e abbiamo ottenuto anche una risposta, nel considerare anche la disponibilità dei medici specializzandi degli ultimi due anni, sono circa 12mila medici. A questi – ricorda – si aggiungono i 23mila medici oggi laureati che hanno fatto il corso di specializzazione, e questi oggi possono essere molto utili sbloccando il concorso”. 

 

Speranza: “Ieri dati record, abbiamo fatto bene ad accelerare con misure” 

“In questi mesi difficili, più volte ho relazionato e interloquito con il Parlamento sia in Aula che nelle commissioni competenti. L’ho sempre fatto con la serietà e il rispetto che si deve ad una assemblea elettiva che rappresenta il cuore della nostra democrazia in uno dei momenti più difficili della nostra storia recente. I numeri che rappresentano persone in carne ed ossa continuano ogni giorno drammaticamente a crescere: nel mondo siamo arrivati ad un contagiato ogni 164 persone; sono 47 milioni i casi confermati dall’inizio della pandemia; e 1,2 mln i deceduti. Sono cifre che parlano da sole e danno il senso della gravità della situazione”. Lo ha sottolineato il ministro della Salute, Roberto Speranza, nell’informativa alla Camera sui dati e sui criteri seguiti per la collocazione delle Regioni italiane nelle aree rossa, arancione e gialla, previste dal Dpcm. 

“Prima di entrare nel merito tecnico dell’ordinanza firmata mercoledì sera mi preme sottolineare che questo provvedimento è in piena continuità con i principi ispiratori di quelli già adottati e dell’azione che il governo ha tenuto fino ad oggi – ha proseguito il ministro – Dalle prime misure di febbraio fino al lockdown e poi fino a questa ordinanza c’è sempre stato un filo comune che tiene insieme ogni scelta che abbiamo compiuto fin dai primissimi giorni dell’epidemia”.  

“Questo filo che unisce tutti i nostri provvedimenti è il primato della tutela della salute e l’idea di difendere le persone e la loro vita, un principio di massima precauzione per difendere il Ssn evitando che venga travolto lasciando i cittadini indifesi e dovendo nuovamente contare un numero di vittime inaccettabile tra le persone e, purtroppo, anche tra i nostri medici e infermieri che non finirò mai di ringraziare per il contributo che danno ogni giorno al nostro Paese”.  

“MASSIMA PRECAUZIONE VIA OBBLIGATA” – “Voglio essere molto chiaro, non c’è una altra strada, la massima precauzione è una via obbligata per arginare la diffusione della pandemia” ha detto Speranza, sottolineando che il numero di casi Covid-19 registrati ieri è stato il più alto di sempre. “Abbiamo fatto bene ad accelerare con le misure” per appiattire la curva epidemiologica, ha affermato il ministro della Salute.  

“In questi mesi ho ripetuto mille volte che sarebbe stato un grave errore abbassare la guardia, perdere la memoria delle giornate terribili che abbiamo passato. Ecco perché in quest’aula – ha ricordato – quando l’Italia aveva il numero più basso di casi in Europa, ho detto senza incertezza e mezze parole non facciamoci illusioni, è irragionevole pensare che la tempesta che colpisce l’Europa non arrivi in Italia. Ho sempre pensato e continuo a farlo che la salute viene prima di tutto e che non ci potrà essere reale ripartenza senza sconfiggere questo maledetto virus”.  

“IERI DATI RECORD”- “Anche i dati di ieri nel nostro Paese ci confermano che abbiamo fatto bene ad imprimere un’accelerazione alle nostre scelte: 34.505 casi in 24 ore è il valore più alto di contagiati in Italia dall’inizio dell’epidemia, al quale si aggiungono oltre 400 persone che hanno purtroppo perso la vita” ha sottolineato. 

“Come è del tutto evidente il virus non ci dà tempo, non aspetta le conclusioni delle nostre discussioni. Se non lo contrastiamo adeguatamente dilaga. Questa è la verità. In sole 3 settimane ad ottobre siamo passati da circa 2.500 contagiati a 20mila, raddoppiando il dato ogni settimana per tre settimane di fila. Non possiamo stare fermi, avere incertezze. Dobbiamo muoverci con determinazione per evitare danni ancora più seri. Nessuno a nessun livello avendo responsabilità di governo può sottrarsi a questa incontrovertibile necessità”, ha ammonito il ministro.  

Speranza ha sottolineato l’importanza di cambiare abitudini: “Tutti dobbiamo trarre una lezione tanto evidente quanto amara da queste ultime settimane. Se guardiamo a quello che sta accadendo in Europa appare ancora più chiaro che senza consistenti limitazioni dei movimenti, senza un cambio sostanziale delle nostre abitudini di vita, senza un rigoroso rispetto delle regole di sicurezza la convivenza con il virus fino al vaccino è destinata a un clamoroso fallimento. Questo è il punto che è di fronte a noi. In società fortemente sviluppate in cui le relazioni interpersonali sono fortissime, senza ridurre gli spostamenti e le occasioni di contagio la convivenza con il virus è difficilmente realizzabile, corre il rischio di trasformarsi in pericolosa illusione”.  

“E’ sufficiente non tenere gli occhi chiusi per guardare quel che sta succedendo fuori dai nostri confini. La Francia e l’Inghilterra, due grandi super potenze mondiali, sono travolte e costrette al lockdown nazionale. La Germania è colpita. Anche Belgio, Austria, Portogallo e Grecia sono nuovamente in lockdown. In Europa la triste e dolorosa conta degli uomini e delle donne che non ce l’hanno fatta a sconfiggere il virus è giunta a 294.622”. In Europa, “i casi confermati sono 11.863.793, un contagiato ogni 37 persone, un dato impressionante. Sono i numeri che nella loro forza non hanno neanche bisogno di essere commentati o interpretati” ha affermato. 

“SE NON FERMIAMO CURVA PERSONALE SANITARIO NON REGGERÀ” – “Se non fermiamo la curva” di Covid-19 “il nostro personale sanitario non ce la farà a reggere l’onda d’urto” ha ammonito Speranza, sottolineando come in Italia “paghiamo il prezzo di aver tenuto per troppi anni una norma che ha bloccato la spesa del personale sanitario a quella del 2004 meno l’1,4%. Per me quello del personale è il problema più serio col quale fare i conti. Un respiratore, una mascherina si possono comprare. Un medico, un anestesista, un infermiere non si comprano al mercato e non si possono improvvisare. Ci vogliono anni di formazione e investimento e dobbiamo avere il coraggio di dire questa verità”. 

Se continua ad alzarsi il numero di contagiati, ha avvertito, “inevitabilmente aumenta in proporzione la quota di anziani, di soggetti fragili, affetti da una o più patologie” contagiati, e “aumenteranno i ricoveri, i posti occupati in terapia intensiva ed è inevitabile anche che più persone perderanno la vita. In questi mesi abbiamo fatto dei passi in avanti: dalla produzione delle mascherine su cui oggi siamo autosufficienti all’aumento delle terapie intensive, all’assunzione di circa 37mila nuovi professionisti sanitari. Facevamo 27mila tamponi a marzo, ieri ne abbiamo fatti poco meno di 220mila e nelle prossime settimane saliremo ancora, grazie ai test antigenici e alla collaborazione dei medici di medicina generale e dei pediatri di libera scelta che considero un pezzo essenziale del nostro Ssn”. “Non c’è dubbio – ha osservato – che paghiamo il prezzo per un sistema sanitario nazionale che merita di ricevere ancora molti più investimenti e di vedere chiusa definitivamente la stagione dei tagli. Il primo punto su cui investire deve essere il territorio che in molte aree del Paese è invece purtroppo punto di debolezza”.  

CRITERI E PARAMETRI DELL’ORDINANZA – Nell’informativa alla Camera il ministro della Salute ha evidenziato che “l’ordinanza è figlia di un lavoro lungo e i parametri sono stati condivisi con le Regioni in 2 sedute ad aprile. Da 24 settimane svolgiamo un lavoro proficuo e comune con le Regioni, nessuna ha eccepito né ha mostrato dissenso sui parametri”. 

“Non può essere questo il terreno dello scontro politico, non possiamo avere incertezze, ma dobbiamo muoverci con determinazione. Nessuno avendo responsabilità di governo può sottrarsi a questa necessità. Il governo si è assunto fino in fondo la sua responsabilità”, e l’ordinanza del 4 novembre, con le 3 fasce di rischio per le Regioni, “per me non è un merito, ma un atto dovuto”, ha affermato Speranza.  

Il ministro ha precisato inoltre che “il documento da cui derivano le scelte di fondo poste alla base del Dpcm è stato redatto da un gruppo di lavoro con Iss e la stessa Conferenza delle Regioni. I dati alla base delle rilevazioni vengono dalle Regioni e vengono caricati sul database dell’Iss. La fonte dei dati sono quindi le Regioni”. 

“In tutte le fasi del nostro lavoro c’è stato il pieno coinvolgimento delle istituzioni scientifiche così come delle Regioni. I criteri di monitoraggio su 21 parametri sono stati condivisi con le Regioni in due incontri, e da 24 settimane i parametri di riferimento vengono utilizzati senza che mai le Regioni abbiano portato obiezioni”, ha detto il ministro. 

“Lo spirito con cui ci muoviamo è l’esatto opposto di uno spirito punitivo nei confronti delle Regioni – ha poi messo in chiaro Speranza – La mia ordinanza è conseguenza automatica dei dati elaborati. Non ci sono trattative, ma semplicemente scambi di dati e informazioni. E’ finalmente possibile intervenire proporzionalmente alla reale condizione delle Regioni, senza stressare con misure uguali territori che si trovano in condizioni differenti. Si dà certezza al Paese con misure predefinite a seconda dell’indice di rischio e dello scenario Rt. Avendo una radiografia puntuale delle condizioni di ciascuna area, si offre un utile strumento di analisi alle Regioni per monitorare il loro lavoro”.  

“Noi ci assumiamo la responsabilità di adottare provvedimenti per aiutare le Regioni ad appiattire la curva del contagio ed evitare l’esplodere di nuovi focolai – ha assicurato il ministro della Salute – Sappiamo bene che le misure comportano sacrifici, ma non abbiamo alternative se vogliamo superare questa fase. Questo è il nostro assillo. Sono colpite tutte le Regioni e quindi è molto più difficile la gestione di questa ondata”.  

Quindi il richiamo a “lavorare insieme, lavorare insieme, lavorare insieme. Il nostro unico nemico è il virus, come ci ha ricordato giorni fa il presidente della Repubblica Mattarella, ci aspettano mesi non facili, ma abbiamo le energie, le risorse, la forza per piegare la curva. Dimostriamo ancora di essere un grande Paese”.  

“Si possono avere opinioni differenti sulle scelte che abbiamo compiuto, ma per favore non capovolgiamo la realtà – ha chiesto Speranza – Io da ministro della Salute mi sono assunto senza esitazioni le mie responsabilità, in piena sintonia con il presidente del Consiglio e con tutti i ministri del governo”.  

 

 

Covid, “mi credevo immune ed eccomi qui”: diario di un primario malato 

“Mi ero salvato dalla prima ondata, ne avevo curati e gestiti 1.281, pensavo di essere immune e invece eccomi qui”. Primario internista “ricoverato nel reparto che dirigo, ormai reparto Covid” ancora una volta, così com’era stato “per tutto il periodo di emergenza da marzo a maggio”. Antonino Mazzone, direttore del Dipartimento Area medica dell’Asst Ovest Milanese, descrive all’Adnkronos Salute l’esperienza che “per la legge del contrappasso” sta vivendo mentre il coronavirus è tornato a colpire duro: la testimonianza di un medico che un mattino si sveglia malato. Da camice a pigiama, diagnosi polmonite da Sars-CoV-2.  

Mazzone, classe 1956, messinese con studi a Pavia, del ‘Civile’ di Legnano è un pilastro. La ‘vecchia guardia’ di un ospedale di provincia che in tante specialità ha contribuito a scrivere la storia della medicina. Nino ciclone di energia positiva, sguardo azzurro sempre pronto al sorriso, spiazza chi lo conosce raccontandosi con un filo di voce dal suo “letto con la finestra che fa intravedere il Pronto soccorso, la coda delle ambulanze e tante persone malate sicuramente più di me. Sono sfebbrato e sto meglio”, rassicura. Le cure funzionano perché adesso, rispetto a marzo, tante cose sul nemico invisibile sono state capite. 

Malato ti ci scopri all’improvviso. “Il tampone l’avevo fatto 4 giorni prima ed era negativo. Lo facevo sempre per non rischiare di trasmettere l’infezione alle persone più care”, spiega Mazzone, però a un medico “di quelli di una volta” basta un attimo: “La febbre, la tosse, e quando dopo una notte così ti svegli, fai colazione e lo yogurt ti sembra calce, capisci che è arrivato. Chiamo il mio amico Paolo, infettivologo, e gli dico ‘stavolta ci siamo’. Lui mi dice ‘su, l’hai fatto 4 giorni fa ed era negativo’, ma io gli rispondo che per noi clinici di vecchio stampo i sintomi sono più importanti della tecnologia. Mi sorride, faccio il tampone ed eccomi qui. Ricoverato a fare il paziente e a gestire nello stesso tempo qualcosa per gli altri”. 

 

Anche un dottore può avere paura. Dopo la diagnosi “mi viene in mente Roberto Stella, grande medico e amico, presidente dell’Ordine dei medici di Varese e della società scientifica Snamid: si era ammalato un venerdì dei primi di marzo e il martedì dopo non c’era più – ricorda Mazzone – il primo medico vittima di Covid”, quello che apre l”elenco dei caduti’ aggiornato online dalla Federazione nazionale Ordini dei medici. “Era stato un grande sostenitore nella mia elezione alla vicepresidenza Fism, la Federazione italiana delle società medico scientifiche”, e pensando a lui “conto i giorni per sapere se peggioro o no”. 

Intanto “sono qui nella mia stanza di ricovero. Giustamente non si può uscire, ricevo tante telefonate e messaggi, cerco di tranquillizzare dicendo che sto bene ed effettivamente sto meglio”, ripete il medico. Quando il tempo sembra non voler passare “accendo la Tv, ma è inguardabile. Ognuno dice quello che vuole e poi ci sono i negazionisti: ma chi sono?”, si chiede l’uomo di scienza. “Vedo gente che dice che non è vero, che non esiste nessuna epidemia, ma io giro lo sguardo alla finestra e vedo le ambulanze che continuano a portare ammalati” in ospedale. 

“Forse bisogna dire delle cose forti per risvegliare la coscienza civile di tutti”, osserva Mazzone. Per esempio “l’altra sera ho ammirato l’intensivista di Rivoli”, nel Torinese, “che offriva tour gratuiti dentro il reparto ai negazionisti per far vedere la sofferenza. E ho apprezzato molto il direttore della ‘Stampa’ Massimo Giannini che è riuscito a raccontare la sua esperienza” di paziente Covid, “la pronazione e la sofferenza. Penso che se esistono i negazionisti, i no vax, probabilmente la nostra scuola non è stata così efficace nell’insegnare a ognuno di noi che nell’interpretazione dei fatti ci vuole un ragionamento, e che serve fiducia in chi ha qualità, etica e competenza”.  

“Questo è un Paese dove ci sono ancora i ‘guaritori'”, riflette l’internista, ma se c’è una lezione che la pandemia ci ha insegnato è il valore dei professionisti sanitari e di quello che fanno. “Quando si passa dall’altra parte si capisce molto di più di questa professione. Essere responsabile della salute di una persona vuol dire accontentare e guidare i suoi desideri le sue speranze, anche quando la prognosi non è favorevole”, riflette il primario che nemmeno dal letto smette di fare il suo mestiere. 

“Sento bussare alla porta, aprono bardati, sono Lorenza grande internista e Arianna coordinatore infermieristico. Mi dicono ‘prof, il paziente D.A. con il casco Cpap sta male. Ha fatto la Tac e oltre alla polmonite ha la paralisi delle corde vocali, dobbiamo fare una tracheostomia d’urgenza, cosa ci consiglia per età e comorbidità?’. Rispondo che non ha importanza, ‘se è consapevole procedete’. L’intervento è stato fatto, D.A. respira bene e con il casco guarirà. Ha 82 anni, ma dobbiamo curare tutti sempre”. Mazzone il medico è fatto così: “Spero di guarire presto – dice – e di aiutare gli altri fin che posso”. 

“TURNI MASSACRANTI E I MIEI RAGAZZI SORRIDONO” – “Questa pandemia ha evidenziato in maniera straordinaria quanto ancora sia importante il rapporto medico-paziente nei veri rapporti umani, nella sofferenza. Molti dei nostri concittadini non ci sono più e i gesti di calore non li hanno potuti avere dai propri congiunti, ma da infermieri e medici che stanno dando tutto”, testimonia Mazzone. “I miei medici vengono a cercarmi per consolarmi ed essere consolati”, spiega Mazzone, per tutti “il grande Nino”. Si dice “davvero orgoglioso, sia dei medici che del personale infermieristico. Nonostante gli sforzi e i turni massacranti ripetono sempre che stanno bene, che ce la faremo. Sorridono” anche adesso che la seconda ondata li ha travolti ancora una volta. Un sorriso che immagini “anche se non si può vedere sotto gli strati della vestizione”. Ma dietro la mascherina “gli occhi parlano, sono tutti bellissimi e ti trasmettono gioia”. 

“Da sempre ricordo tutti i nomi delle persone che lavorano con me”, sottolinea il primario. “Ora sono tutti bardati”, dopo la “fatica enorme del vestirsi e rivestirsi” sembrano tutti uguali “e devo chiedere ‘chi sei?”, ma di ognuno di loro Mazzone va fiero. Adesso ancora di più. “Da paziente – insiste – sento la necessità di riconoscere ai medici internisti e agli infermieri quello che fanno ogni giorno”. Li hanno chiamati eroi, ma per il medico-paziente “sono quelli che hanno appena bussato alla mia porta per vedere come sto, quelli che in assoluto silenzio hanno contribuito al benessere dei pazienti Covid e all’efficienza del nostro sistema sanitario”. Loro come lui, che anche dal letto continua a lavorare.  

Mazzone ragiona sulla lezione che il virus ci sta dando: “Siamo un grande Paese – osserva – Diamo il meglio nell’emergenza però abbiamo difficoltà a gestire la routine. Siamo arrivati preparati, ma il numero” dei contagi “oggi era imprevedibile e si fa fatica”. E poi c’è “la tristezza” che ti prende quando sfogli un giornale, apri Internet o accendi la Tv: la considerazione amara che il mondo dei media “non è stato capace di fare un’analisi serena di quello che si sta facendo e di cosa succede nei grandi ospedali. Non si riflette sui fatti, si parla per partito preso. Non va bene”, avverte lo specialista. “Bisogna tornare al ragionamento di Galileo: competenze, osservazione, sperimentazione, validazione e replicabilità, il resto conta poco”. 

“INTERNISTI DIMENTICATI MA CURIAMO 8 RICOVERATI SU 10” – I medici ‘al fronte’ nella guerra al coronaviurs sono come giocatori su un campo di calcio: “Abbiamo bisogno dei centravanti che fanno gol e che sono gli intensivisti. Servono i portieri che parano anche i rigori e sono gli infettivologi e gli pneumologi. Ma per vincere ci vuole la squadra, compresi i mediani che siamo noi internisti”. Camici bianchi dimenticati dalle cronache, anche se “8 ricoverati Covid su 10 vengono accolti nei nostri reparti”. Mazzone ci tiene molto a farlo sapere e chiede “ma lo sapete dove sono i malati? Se senti i telegiornali, su tutte le reti, si parla di Terapie intensive e va bene. Ma lì arriva meno del 10% dei pazienti e non si capisce che per ridurre il numero di chi finisce in rianimazione bisogna intervenire prima, nei reparti. Purtroppo però la Pneumologia e le Malattie infettive sono in grado di ricoverare al massimo il 10% dei malati, quindi dove sta l’80% che rimane? E’ qui, nelle Medicine interne”. Eppure “nessuno – osserva Mazzone – né la Protezione civile, né l’Istituto superiore di sanità, né assessori o ministri hanno citato mai la Medicina interna. Anche solo per un forma di riconoscimento a chi gestisce l’80% dei pazienti Covid”.  

“Per fare un esempio comprensibile”, il medico spiega che “oggi nel Dipartimento che dirigo ci sono oltre 300 ricoverati Covid: uno sono io, e siamo di più che in tutto il prestigioso ospedale Spallanzani di Roma. Immaginate la diversità delle risorse disponibili”. 

“Nessuno parla di come questi reparti si sono reinventati”, incalza l’internista. Mentre spesso “gli altri hanno continuato a fare il loro lavoro, medici e infermieri della Medicina interna si sono messi a disposizione. D’altronde hanno sempre curato le polmoniti e hanno sempre messo i caschi Cpap, perché nella normalità – se mai alla normalità torneremo – Cpap si usa nella terapia dell’insufficienza cardiaca che è la prima patologia di ricovero nei nostri reparti secondo i dati del ministero della Salute”. 

“Oggi tra i miei ricoverati i caschi sono 67: vuol dire che sono letti semi-intensivi veri, che meritano riconoscimento in termini di risorse umane ed economiche”, rivendica Mazzone. “Perché se riusciamo a migliorare il lavoro che già facciamo oggi, non abbiamo bisogno di mandare tanti pazienti in rianimazione e risparmiamo posti di Terapia intensiva utilissimi” anche per i malati non Covid. Il medico-paziente vuole “esprimere un ultimo desiderio: chiedo a tutti, Istituzioni nazionali e regionali, di dire la verità” e cioè che “la Medicina interna gestisce oggi l’80% dei ricoverati Covid”. 

“La cura in Medicina interna è fondamentale”, evidenzia il primario. “Le competenze e la visione olistica nella gestione del paziente complesso polipatologico e politrattato ne fanno il pilastro del Servizio sanitario nazionale”, e ancor più in tempi di pandemia “chi ci lavora contribuisce a fare qualche vittima in meno”. Tornando alla metafora calcistica, anticipa Mazzone, “nel prossimo numero dell”Italian Journal of Medicine’ sarà pubblicata una mia lettera che descrive come l’internista in questa fase epidemica sia ‘il mediano’ della canzone di Ligabue: una vita da mediano a recuper palloni per far funzionare i polmoni”, sorride il camice in pigiama che assicura: “Nelle squadre di calcio i mediani non compaiono, ma fanno vincere i campionati mondiali”. 

Sanità, lunedì sciopero infermieri 

Gli infermieri incroceranno le braccia lunedì per 24 ore, dalle ore 7 fino alle ore 7 di martedì 3 novembre. “Siamo logorati e stanchi di essere presi in giro, gli infermieri sono pronti a fermarsi per 24 ore. E sono davvero tanti i colleghi che da tutta Italia ci hanno chiamato confermando la loro volontà di aderire. Prevediamo perciò una massiccia partecipazione, ma soprattutto vogliamo lanciare un messaggio al Governo ed alle regioni che, nei fatti, ci stanno ancora una volta voltando le spalle, con accompagnamento di inutili elogi e lodi sdolcinate”. Lo denuncia Antonio De Palma, presidente nazionale del Nursing Up, il sindacato infermieri Italiani. Oggi in Italia “c’è una carenza di infermieri che ad inizio pandemia era di almeno 53mila unità”, rimarca il sindacato.  

“Il simbolo della protesta,scelto dagli infermieri è un garofano bianco, per ricordare i 44 colleghi che hanno perso la vita, e per sottolineare il rispetto dei principi e dei valori ai quali si ispira la nostra professione. Siamo stati costretti dal silenzio del Governo, ma i cittadini lo sanno, sono dalla nostra parte. Perché da martedì saremo ancora una volta noi e solo noi, a rischio della nostra vita, a tentare di tirarli fuori dalle sabbie mobili in cui tutti siamo finiti”, avverte De Palma che precisa come “quasi tutte le aziende sanitarie hanno pubblicamente informato dei possibili disagi dovuti al rinvio delle prestazioni ordinarie. Purtroppo saranno centinaia di migliaia le prestazioni infermieristiche che verranno meno in Italia”.  

“E’ emblematico – prosegue il sindacato – che in un frangente così delicato per la storia della sanità pubblica del nostro Paese, siano gli infermieri, perno indiscutibile di un sistema deficitario che si regge a galla grazie al loro impegno e alla loro dedizione per la strenua difesa della salute della società civile, a decidere volontariamente di non recarsi sul posto di lavoro e di aderire all’azione promossa dal nostro sindacato, con tutte quelle che possono essere le conseguenze del loro gesto, garantendo beninteso, come la legge vuole e come vogliono gli stessi infermieri a beneficio dei cittadini, i servizi minimi”.  

“A chi ci chiede di tirarci indietro rispondiamo che se non lo abbiamo fatto è perché troppo importanti sono le istanze in gioco, troppo lunga è l’attesa di una svolta che non è mai arrivata – evidenzia De Palma – Il gioco delle promesse mancate è finito”. Il sindacato rilancia le necessità e le richieste “di un adeguamento di stipendio con la snervante attesa di un aumento in busta paga, la creazione di un alveo contrattuale autonomo che valorizzi economicamente e professionalmente il nostro ruolo e provvedimenti concreti, che ci consentano di svolgere il nostro lavoro in sicurezza, non come accade oggi: sono queste e molte altre le ragioni per le quali abbiamo deciso di fermarci”.  

“Insomma, dove sono le nuove assunzioni? Che fine hanno fatto le promesse dei contratti a tempo indeterminato? – chiede il Nursing Up – Gli infermieri, precari con contratti a termine fino a dicembre, e con gli stipendi tra i più bassi d’Europa. Sino ad oggi abbiamo conosciuto solo il dovere, abbiamo lavorato con la cenere in testa durante tutta la pandemia senza nulla chiedere, anche in questa giornata di sciopero continuiamo a lottare contro la morte assumendoci comunque la responsabilità di garantire i servizi minimi alla cittadinanza, e certo non ci arrendiamo”.  

Sala: “Lockdown Milano sarebbe sbagliato” 

“Prepotentemente è tornato il tema del lockdown, ma per quello che osservo ad oggi ritengo che sia una scelta sbagliata. Dirlo è nelle mie responsabilità e io ragiono con testa e cuore”. Lo afferma il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, ribadendo un concetto già espresso ieri a proposito della possibile chiusura di Milano.  

“Oggi noi abbiamo meno di 300 persone in terapia intensiva, ne abbiamo avuti 1.700. Sono in crescita, ma stiamo già facendo i sacrifici e vediamo cosa succederà”, aggiunge. E ancora: “Non credo sia giusto fare il lockdown, e lo dico sapendo che ci sono due partiti tra i cittadini. C’è chi dice ‘chiudere tutto’ e chi dice ‘non si può’, ma noi siamo qui per prenderci delle responsabilità”.  

Covid, allarme medici: “182 colleghi morti e positivi in aumento” 

Torna a crescere la lista dei medici morti per Covid-19. L’elenco postato a lutto sul sito della Federazione degli Ordini dei medici (Fnomceo) riporta 182 nomi, e le ultime vittime risalgono ai giorni scorsi. “Siamo molto preoccupati – afferma all’Adnkronos Salute il presidente della Fnomceo Filippo Anelli – perché dai primi dati che arrivano dagli Ordini provinciali sono in aumento i colleghi positivi al virus, e speriamo che non tornino a crescere i morti: nella prima fase abbiamo pagato un prezzo durissimo”. Negli ultimi 30 giorni l’Istituto superiore di sanità segnala 4.682 contagi fra gli operatori sanitari. “Si avvicinano tempi durissimi”, ammonisce il presidente. 

“Siamo preoccupati ma non solo per noi – sottolinea Anelli – Si ricomincia a chiudere le prestazioni dei reparti ordinari, ma accanto ai malati Covid ci sono anche gli altri pazienti”, persone che “non potranno avere cure per le loro patologie”. Il problema oggi “è legato al fatto che soggetti positivi, magari asintomatici, vanno in giro e diffondono il contagio. Noi siamo in prima linea, ma i cittadini possono aiutarci a curare anche i casi non Covid: è davvero importante in questo periodo – dice il presidente dei medici in un appello agli italiani – ridurre il più possibile i contatti con gli altri. Limitare il più possibile gli spostamenti e gli incontri: solo così riusciremo ad abbassare la curva. Aiutateci a curare tutti i malati, non solo quelli con Covid-19”. 

Covid, Fontana: “O riduciamo chi va al lavoro o chi va a scuola” 

“Noi dobbiamo ridurre la pressione in un piccolo spazio, in un orario di 2 ore del trasporto pubblico locale. Nell’ora di punta c’è un grande affollamento nelle metropolitane e sui bus. Quindi dobbiamo cercare di ridurre questo affollamento e le ipotesi sono che o riduciamo la gente che va al lavoro o riduciamo la gente che va a scuola”. Così il governatore della Lombardia, Attilio Fontana a Sky Tg24 interviene sulle divergenze con il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina sull’ordinanza che prevede la didattica a distanza per contenere i contagi da Covid-19.  

“Se impennata continua possibile lockdown” 

“Io – spiega – sono sempre stato a favore della scuola in presenza e contrario alla scuola a distanza, ma in una situazione di necessità bisogna fare delle scelte anche dolorose. Oltretutto il provvedimento è temporaneo, abbiamo 13-14 giorni di tempo durante i quali cercare di studiare una modalità di diluizione dell’orario di ingresso degli studenti con l’organizzazione del trasporto pubblico locale che potremmo utilizzare per evitare la didattica a distanza. E’ da giugno che stiamo chiedendo un’intervento al Governo, sia economico sia in merito alla diluizione degli orari e non abbiamo avuto risposte. Abbiamo 2 settimane speriamo che il Governo ci senta”. 

Quanto al fatto che il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, non fosse stato informato delle intenzioni della Regione, Fontana dice che “forse si è trattato di un misunderstanding da parte loro. Questa cosa è stata esplicitata il lunedì e poi c’è stato soltanto un diverso modo di esprimere la stessa cosa in burocratese, ma le due espressioni diventano esattamente la stessa cosa. Oggi con Sala ci dobbiamo incontrare. E’ fuori di dubbio che di fronte al peggioramento dei numeri qualcosa si debba fare”.  

Covid, Lopalco: “Lockdown locali? Se gestiamo i focolai non serviranno” 

“Finché riusciamo a gestire i focolai in maniera efficiente, ovvero se riusciamo, nel momento in cui troviamo dei casi, a circoscrivere un primo anello di contatti e metterli in isolamento, noi possiamo evitare dei lockdown locali”. Ne è convinto Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’Università di Pisa e assessore alla Sanità della Regione Puglia, secondo il quale “tutto, in questa delicata fase, dipende dai nostri comportamenti”. E per quanto riguarda i numeri, in lenta salita, della pandemia “‘è una crescita che possiamo fermare, che per ora non sta mettendo in crisi il sistema ospedaliero. Se riusciamo a mantenere i numeri a questo livello, senza avere un’esplosione, riusciremo a gestire questa fase senza misure drastiche”, ribadisce.  

L’attività di contact tracing, spiega Lopalco all’Adnkronos Salute, “in fondo si basa micro-lockdown: famiglie, condomini, aziende. Se il numero di focolai resta gestibile non saranno necessari provvedimenti più estesi a quartieri, Comuni, Regioni. Finché i reparti ospedalieri non sono in affanno e le terapie intensive non si riempiono, abbiamo il controllo. Ma dobbiamo monitorare attentamente”. Le cose possono cambiare solo “nel momento in cui la circolazione del virus a livello comunitario dovesse essere tale da far divenire insufficienti le persone deputate a fare i controlli. In pratica si deve rimanere nei limiti delle forze che abbiamo”.  

Covid, Speranza: “Situazione seria, siamo ancora in battaglia” 

“Siamo dentro una stagione che nessuno di noi poteva immaginare. I numeri ci dicono che siamo dentro una sfida enorme, che è arrivata a tutto il mondo e che dobbiamo ancora ragionare insieme su come vincerla. Nel Consiglio dei ministri di oggi abbiamo prorogato lo stato di emergenza con un cambio di tendenza nelle misure. Dal 4 di maggio le misure nel Paese tendevano ad allargare le possibilità di movimento, oggi le ordinanze dicono: attenzione la situazione è seria e delicata, siamo ancora in battaglia”. Lo ha affermato il ministro della Salute Roberto Speranza, nel suo intervento al 77esimo congresso Fimmg (Federazione italiana medici di medicina generale) in corso a Villasimius, Cagliari. Il ministro è stato accolto da un lungo applauso e ha ringraziato i medici di famiglia per il lavoro svolto durante la pandemia. 

“Dobbiamo avere consapevolezza e la politica deve dire sempre come stanno le cose. I contagi crescono e serve alzare il livello di attenzione. La fotografia è chiara non siamo ancora fuori pericolo”, ha detto ancora Speranza.  

Boom nuovi casi in Italia: sono oltre 3600 

“Il Paese ha retto nei mesi più difficili, oggi dobbiamo reggere rispetto alla sfida dell’epidemia in fase crescente ma anche capire, imparare da quella lezione e costruire un Ssn nuovo – ha ricordato il ministro -. Serve un grande patto perché il Ssn è la cosa più preziosa che abbiamo”, ha ammonito. “L’Italia sta un po’ meglio rispetto ma da 9 settimane i numeri sono in crescita in tutta Europa: in Francia 17 mila casi in un solo giorno, la Spagna è quasi costantemente sopra i 13 mila, oggi l’Olanda che ha 18 mln di abitanti oggi ha 4500 casi”.  

 

Covid, Zampa: “Mascherina all’aperto se vicini ad altri non se si è soli”  

“Le mascherine non sono previste quando si è lontano dagli altri, per esempio se va in campagna, in giardino, nel proprio orto, a camminare nei boschi, in spazi desolati, se sì è in bici, in moto e in auto da soli o con i propri congiunti. Se invece si è in luoghi chiusi, in palestra, in auto con gli amici, per strada con persone vicine e all’aperto insieme ad altre persone, allora le mascherine vanno indossate”. Lo ha precisato la sottosegretaria alla Salute Sandra Zampa, intervenuta a ‘Radio anch’io’ su Rai Radio 1. 

“Serve un comportamento uniforme in tutto il Paese e un messaggio semplice”, ha sottolineato l’esponente del Pd. “Non siamo diventati pazzi – ha precisato – La mascherina va indossata sempre dove ci sono altre persone vicine”. 

“Le sanzioni sono pesanti, ma non più di prima. Adesso ci sarà una grande stretta nei controlli” per il rispetto delle misure anti-Covid, perché “un Paese che mette delle regole deve avere dei controlli. C’è anche la possibilità di mettere in campo l’esercito e si rischiano sanzioni da 400 a 3mila euro”, ha spiegato poi Zampa. 

 

Covid, allo Spallanzani pronto piano per seconda ondata 

L’aumento dei casi a Roma e nel Lazio ha fatto scattare all’Inmi Spallanzani un piano per fronteggiare l’eventuale piccolo di contagi che potrebbe arrivare con la seconda ondata dell’epidemia. Il piano prevede la possibilità, se necessario, di arrivare a 281 posti letto totali, con 55 posti letto di terapia intensiva e semi-intensiva.  

“I posti attualmente attivi sono 192 di degenza ordinaria e 35 di area critica, per un totale di 224”, riporta un documento che l’Adnkronos Salute ha avuto modo di leggere. Come previsto dalle azioni di ‘fase V’ del documento regionale “i posti attivi nel mese di settembre erano 180 di degenza ordinaria e 35 di area critica per un totale di 215″.”Con la rimodulazione prevista dalle azioni di ‘fase VI’ del recente documento regionale i posti di degenza ordinaria saranno 206 concentrati in una vasta area omogenea in aggiunta a 20 posti letto concentrati in un’area funzionale allocata in un padiglione ‘Covid free’ – riporta il documento – per un totale di 261 posti letto (226 di degenza ordinaria +35 di area critica, ovvero terapia intensiva e semi-intensiva), incrementabili a 281 (226 di degenza ordinaria + 55 di area critica ) con l’attivazione, se necessario, di ulteriori 20 posti di area critica già allestiti e prontamente riconvertibili”.  

Il decano dei rianimatori: “Basta dividerci fra negazionisti e catastrofisti” 

“Oggi, sfortunatamente, per come si è messa la comunicazione su Covid-19, qualsiasi cosa uno dica viene arruolato o nella squadra dei catastrofisti o in quella dei negazionisti. A me non va di essere né nell’una né nell’altra squadra. Si vuole tutto o bianco o nero. Il grigio non viene contemplato, in Tv non lo vogliono. Ma a volte la realtà è nel grigio. Per cui poi, per come vengono gestite le dichiarazioni dei vari esperti, viene fuori solo tanta confusione”. Non ci sta a rischiare di essere etichettato Luciano Gattinoni, decano dei rianimatori italiani, oggi in forze all’università di Gottinga in Germania. L’esperto cita il caso Alberto Zangrillo, primario di anestesia e rianimazione dell’ospedale San Raffaele di Milano e prorettore dell’università Vita-Salute. 

“Zangrillo è finito in mezzo a tutto questo – dice all’Adnkronos Salute – E’ stato definito negazionista, è stato ormai ‘arruolato’ dai negazionisti anche se non lo è affatto. Se si va a vedere quello che ha detto realmente e lo si inserisce anche nel contesto e nel momento in cui lo ha detto – puntualizza l’esperto – si può capire che non è né un negazionista né un catastrofista. E’ uno che i malati li ha vissuti sul serio. Ha il suo carattere, esprime opinioni a volte in modo brusco. Ma di sicuro ha una sensibilità superiore rispetto ad alcuni ‘soloni’ che so per certo non hanno mai assistito un paziente Covid”.  

Per Gattinoni il problema è “nella comunicazione polarizzata. Manca solo qualcuno che dica che il virus è di destra o di sinistra, o sovranista o non so che altro. Io direi che piuttosto questo virus è internazionale, allora, visto che non rispetta i confini e le patrie nazionali”.  

L’analisi dello specialista è dura: “Vedo beghe da cortile. Ho letto un’intervista in cui si chiede: lei è per Zangrillo o per Galli? Ma che vuol dire? Qui non è Maradona contro Lodetti. Non si può trattare il dibattito sul virus come una partita di calcio. E’ molto semplice. A chi parla di scienza e punta il dito, io dico che la scienza ha un percorso molto preciso: si parte da una tesi, in base all’osservazione si formula una legge. Poi si fa un esperimento e si va a vedere se un’ipotesi è confermata oppure no. Se si segue questa semplice procedura e la si applica al virus ci guadagniamo tutti”. Gattinoni preferisce restare defilato, assicura. “Se uno deve per forza indossare una maglietta, io mi rifiuto. Non vado in Tv perché non voglio essere arruolato. E non voglio finire in una trasmissione di Crozza”, sorride riferendosi all’imitazione che il comico fa di Zangrillo.  

Covid, in Russia altri 6431 casi: mai così tanti da metà luglio 

La Russia conferma 6.431 nuovi casi di Covid-19, e i contagi non erano mai stati così tanti in 24 ore dallo scorso 13 luglio. Lo riporta l’agenzia Tass, precisando che la maggior parte dei nuovi casi si registra a Mosca (970) e San Pietroburgo (208). I dati ufficiali parlano di un totale di 1.122.241 casi e anche di 923.699 pazienti guariti dall’inizio dell’emergenza sanitaria. Il bilancio delle vittime è di 19.799 morti, 150 decessi in più rispetto al bollettino di ieri. 

Coronavirus, Oms: 2 milioni di nuovi casi in una settimana, è record 

In una sola settimana, dal 14 al 20 settembre, ci sono stati quasi 2 milioni di nuovi casi di Covid-19: un aumento del 6% rispetto alla settimana precedente, ma soprattutto si tratta del maggior numero di contagi segnalati in una sola settimana dall’inizio dell’epidemia. Lo sottolinea l’Organizzazione mondiale della sanità nell’aggiornamento epidemiologico settimanale. Nello stesso periodo, c’è stata una diminuzione del 10% nel numero di decessi, con 37.700 morti segnalati negli ultimi sette giorni. In totale, secondo l’Oms, sono oltre 30,6 milioni i casi di Covid-19 e 950mila le vittime.  

Ad eccezione della regione africana, l’aumento dei contagi riportato la scorsa settimana riguarda tutte le regioni dell’Oms. Le Americhe si confermano le più colpite da Covid-19 a livello globale, rappresentando oltre il 38% di tutti i nuovi casi segnalati negli ultimi sette giorni, anche se si registra un calo del 22% dei nuovi decessi. La regione europea ha invece il triste primato del maggior aumento dei morti, +27% rispetto alla settimana precedente.