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Categoria: salute/sanita

Covid, Vaia: “Obbligo tamponi a chi arriva da Paesi Ue”‘ 

“Il tema del possibile ingresso del virus da Paesi nei quali l’emergenza Covid è in fase di crescita, compresi stati come la Romania e la Bulgaria, ci impone di intervenire nei porti, negli aeroporti e nelle stazioni (non solo ferroviarie ma anche di autobus) per evitare che si imbarchino positivi o sintomatici. Per questo devono essere fatti obbligatoriamente i tamponi”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute il direttore sanitario dell’Inmi Spallanzani di Roma, Francesco Vaia. 

Il direttore ricorda l’impegno dello Spallanzani “nel progetto sperimentale messo in campo nel focolaio di Nerola, la campagna di aggressione al virus con i team di medici e infermieri delle Uscar coordinate dall’istituto. Si è realizzato un prototipo della lotta al virus nel momento in cui questo si diffondeva prevalentemente nella cintura dell’area metropolitana”, ricorda Vaia. “Così anche l’intervento immediato nell’aeroporto di Fiumicino è stata la risposta efficace del nostro sistema sanitario regionale al focolaio Bangladesh”. 

Tamponi a chi arriva da paesi dove il coronavirus galoppa “ma ovviamente dovremmo essere pronti anche a valle, intervenendo con le nostre squadre, Usmaf e se necessario le Uscar – suggerisce il direttore – Noi siamo pronti anche con i test rapidi ma mi auguro che i governi cooperino per il bene comune e approvino rapidamente protocolli in tal senso, agevolando così anche il traffico aereo in grande sofferenza”. 

Covid, presidente panel scientifico Francia: “Dati inquietanti, rischio Catalogna” 

I dati sui contagi da Covid-19 in Francia sono “inquietanti” e il Paese rischia di “scivolare” in una seconda ondata di epidemia, come è avvenuto in Catalogna, avverte il presidente del Consiglio scientifico Jean-Francois Delfraissy. In una intervista a Rmc-Bfmtv, Delfraissy ricorda i diversi focolai importanti, fra cui nell’ovest del Paese. “Siamo su una cresta instabile. I dati non sono positivi, ma inquietanti, anche se nessuno degli indicatori è completamente in rosso”. L’indice di riproduzione del coronavirus in Francia è a 1,2.  

“Prepararsi all’autunno”, le lettera dei medici di Milano alla Regione 

Il timore è per quello che potrebbe succedere quando tornerà la stagione dell’influenza: stessi sintomi di Covid-19, alto numero di infezioni nella popolazione ogni anno nell’ordine di milioni, necessità di precauzioni davanti a casi sospetti. “Se permanessero gli attuali protocolli operativi con le vigenti misure restrittive di quarantena per casi clinici e contatti, le conseguenze socioeconomiche dell’epidemia influenzale sarebbero a dir poco disastrose per un Paese già molto provato dalla prima fase della pandemia”. Sono le preoccupazioni espresse dall’Ordine dei medici di Milano in una lettera indirizzata all’assessore al Welfare della Regione Lombardia, Giulio Gallera, e al direttore generale Marco Trivelli, al sindaco di Milano Giuseppe Sala, ma anche ai vertici di Ats Città metropolitana, Federazione degli Ordini medici lombardi, Anci Lombardia. 

L’appello è uno solo: prepararsi in vista dell’autunno. E vengono posti alcuni obiettivi ritenuti importanti, dalle protezioni per i camici bianchi alla vaccinazione, dai tamponi in tempi rapidi a linee guida certe. “La permanenza del rischio pandemico Covid-19 durante l’epidemia influenzale – spiegano i camici bianchi – obbligherà i sanitari a comportamenti precauzionali di tutela della salute collettiva dettati dagli stessi attuali protocolli vigenti”, verso “tutti coloro che manifesteranno sintomi anche solo suggestivi di possibile infezione” da Sars-CoV-2. “Ricordiamo però che i numeri delle forme influenzali durante le normali epidemie stagionali sono in media di molto superiori (fino a 8 milioni di italiani per le sole forme influenzali vere)”.  

“D’altra parte – prosegue Omceo Milano – l’esperienza ci ha insegnato che l’emergenza va affrontata soprattutto sul territorio, e con adeguate misure di distanziamento sociale e di isolamento dei casi sospetti”. Per affrontare la questione, si spiega nella lettera alle istituzioni, “il Consiglio dell’Ordine dei medici e degli odontoiatri di Milano, riunito il 7 luglio, ha deliberato all’unanimità di segnalare le principali criticità che a nostro avviso dovranno essere affrontate e risolte da tutte le istituzioni coinvolte nella gestione della sanità nel nostro ambito di competenza”. E per questo, chiariscono i camici bianchi meneghini, “indirizziamo la missiva anche e soprattutto al sindaco di Milano che è la prima autorità sanitaria della città”.  

I punti elencati sono: “Elaborazione (con il supporto dei maggiori esperti regionali e in stretta collaborazione con la medicina del territorio) di linee guida regionali precise, condivise, univoche e definitive sui criteri da adottare per la segnalazione di casi/contatti Covid-19 con la relativa conseguente applicazione delle misure restrittive di isolamento fiduciario e obbligatorio; programmazione e miglioramento del sistema di diagnosi precoce nei casi sospetti Covid-19, aumentando in maniera sensibile la capacità di effettuare tamponi e di fornire in tempi rapidissimi la risposta diagnostica ai fini di minimizzare le procedure di isolamento superflue; continua fornitura a tutti i medici del territorio di adeguati e completi dispositivi di protezione individuale”. 

E ancora: “Rafforzamento delle Usca (Unità speciali di continuità assistenziale, ndr) che dovranno essere in grado di affrontare l’impatto della richiesta di assistenza domiciliare che in periodo influenzale arriva a più di 3mila visite al giorno sul territorio cittadino; mantenimento e potenziamento dell’attività informatizzata senza contatto diretto con il paziente (ricette e certificazione di malattia) e deburocratizzazione”.  

Ultimo punto toccato sono i vaccini, perché Omceo Milano chiede innanzitutto di “programmare la vaccinazione antinfluenzale massiva di tutto il personale medico/sanitario” del sistema regionale, ma non solo. “In previsione di una campagna vaccinale antinfluenzale e antipneumococcica che mai come ora si rivelerà essenziale a contenere le potenziali drammatiche conseguenze della sovrapposizione tra ripresa della pandemia ed epidemia influenzale – fa notare l’Ordine – appare evidente come, data la necessità di rispettare le attuali indicazioni di evitare possibili assembramenti, gli studi medici all’interno di condomini abitativi non siano assolutamente adatti alla pratica vaccinale di massa da parte di medici di medicina generale e pediatri di libera scelta”.  

“Occorre pertanto con urgente tempestività trovare sedi alternative adatte nell’ambito del contesto urbano – conclude Omceo Milano – con personale amministrativo e sanitario di supporto indispensabile al fine di una corretta gestione dell’afflusso dei vaccinandi, e della tutela della sicurezza di medici e pazienti”.  

Coronavirus, oltre 560mila morti nel mondo 

Sono 12,5 milioni i casi di coronavirus Sars-CoV-2 registrati nel mondo e la pandemia di Covid-19 ha causato globalmente oltre 560mila morti, secondo il bilancio della Johns Hopkins University. Il Coronavirus Resource Center dell’ateneo segnala anche l’andamento nei vari Paesi del mondo e il record di casi totali è degli Usa con 3.184.722 contagi accertati, seguiti dal Brasile con 1,8 mln di casi e dall’India che è a quota 820.916.  

Il maggior numero di decessi si concentra ancora una volta negli Usa (oltre 134mila) e Brasile (oltre 70mila), seguiti dal Regno Unito, il Paese europeo più colpito in termini di perdite, contando ad oggi 44.735 morti. L’Italia è alle spalle (34.900 morti). 

Coronavirus, Pregliasco: “Bene l’ordinanza di Speranza”  

L’ordinanza del ministro della Salute Roberto Speranza, che prevede il divieto di ingresso in Italia per chi arriva da Paesi a rischio Covid, “è una misura necessaria e importante: perché abbiamo visto che i focolai che si stanno registrando nel nostro Paese spesso sono legati a casi di importazione”. A dirlo all’Adnkronos Salute è il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, che aggiunge: “Ora sarebbe bene fare un altro step: realizzare un coordinamento europeo, perché solo misure omogenee possono evitare il rischio di triangolazioni”. 

Quanto ai dati di oggi, “si naviga sempre nella stessa direzione, e l’auspicio è che il trend resti lo stesso. In questa fase è fondamentale la capacità di rilevare e contenere i cluster”, conclude Pregliasco. 

Coronavirus, Speranza: “Controllare velocemente i focolai” 

“Quando abbiamo iniziato le aperture del 4 maggio eravamo consapevoli che avremo affrontato una stagione di convivenza con il virus. Dobbiamo essere veloci, incisivi, determinati per poter ricondurre i focolai alla normalità nel più breve tempo possibile. Questa è la nostra sfida. A Mondragone questo lavoro è stato fatto”. Lo ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza, a margine di una visita a Casal di Principe (Caserta) dove ha partecipato alla cerimonia di consegna del premio dedicato alla memoria di Don Peppe Diana, ucciso dai Casalesi. Un evento organizzato da Libera. 

“Il virus – ha ribadito il ministro – non è stato sconfitto, c’è ancora e dobbiamo tenere un atteggiamento di massima cautela. Il punto è che i focolai ci sono e continueranno a esserci, e bisogna tenere alta l’attezione”, “con la massima energia”. Quanto ai messaggi talvolta apparentemente contrastanti che arrivano dagli scienziati, “io credo – ha detto Speranza – che gli scienziati del nostro Paese e della comunità internazionale dicono che bisogna continuare a mantenere alta l’attenzione. Non si troverà uno scienziato che dice che non bisogna usare le mascherine, che non bisogna lavarsi le mani e che non bisogna rispettare la distanza di un metro. Poi è chiaro che c’è un dibattito legittimo, ma su queste tre regole essenziali sono tutti d’accordo. Io sono per la prevenzione, penso che la battaglia non sia vinta e che bisogna essere ancora attenti e procedere con gradualità e accortezza, perché il Paese ha fatto sacrifici enormi e per piegare la curva”. 

Quanto al caso dell’imprenditore di Vicenza, “già oggi se una persona positiva non rispetta le norme è punibile con il carcere fino a 18 mesi. Stiamo valutando come rafforzare queste misure. Ma la mia personale opinione è che” per vincere la sfida “serve la persuasione”. In questo modo “abbiamo piegato la curva”, ha concluso. 

Coronavirus più buono? Oms: “Non ci sono prove” 

“Il virus sta cambiando, muta. Ma non abbiamo indicazioni che le mutazioni rilevate indichino cambiamenti nella gravità e nella contagiosità di Sars-Cov-2”. Lo ha sottolineato Maria Van Kerkhove, a capo del gruppo tecnico per il coronavirus dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel corso di una conferenza stampa a Ginevra. “Si tratta di una questione che indagheremo attentamente”, ha aggiunto l’esperta.  

“Da gennaio sono state pubblicate almeno 60mila sequenze genetiche di Sars-Cov-2. Informazioni condivise fondamentali per capire la rilevanza delle mutazioni, ma anche per sperimentare farmaci mirati e vaccini”, ha evidenziato Soumya Swaminathan, Chief Scientist dell’Oms. 

Coronavirus, Oms: “Asintomatici trasmettono ma capire quanto” 

“Alcune persone colpite da Sars-Cov-2 non sviluppano sintomi: le chiamiamo asintomatiche. Ora sappiamo che alcuni asintomatici possono trasmettere il virus ad altri. Ma dobbiamo capire come questo accade e quanto spesso”. Lo ha ribadito Maria Van Kerkhove, a capo del gruppo tecnico per il coronavirus dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), nel corso di una conferenza stampa a Ginevra. Si tratta della stessa esperta finita qualche settimana fa nell’occhio del ciclone proprio per delle dichiarazioni sugli asintomatici. 

Quanto alla presenza di tracce del virus nelle acque reflue, “riteniamo che queste analisi siano una sentinella per rilevare precocemente e per monitorare la presenza del virus”, ha detto Van Kerkhove. 

Coronavirus, Pregliasco: “Meno di mille ricoverati, Italia sempre meglio” 

“Meno di mille ricoverati in Italia: andiamo sempre meglio”. A dirlo all’Adnkronos Salute è il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, che commentando i dati di oggi della pandemia di Covid-19 sottolinea come “sia molto positivo anche il dato dei ricoveri in terapia intensiva, che sono 82”.  

“Resta il caso Lombardia, ma soprattutto il nodo dei focolai, un elemento con cui convivere. Dobbiamo essere pronti a intercettarli e spegnerli, per poter vivere un’estate e un autunno tranquilli. Insomma, il mio messaggio è quello di essere sereni ma vigili”, conclude Pregliasco. 

Covid, Silvestri: “La scienza non ha la verità in tasca” 

“Il virus si è indebolito? Non lo sappiamo. Tornerà in autunno? Non lo sappiamo. Quanto servono le mascherine per uso ‘universale’? Non lo sappiamo. Quando ci sarà un vaccino efficace per uso di massa? Non lo sappiamo. Quanto sono veramente servite le chiusure? Non lo sappiamo”. Sono alcuni dei quesiti ancora aperti nella pandemia di Covid-19, elencati dal virologo della Emory University di Atlanta, Guido Silvestri, sulla pagina Facebook ‘Pillole di ottimismo’ che ha lanciato con la collaborazione di una squadra di colleghi. “Il mio pubblico è chi vuole studiare e imparare con me – chiarisce lo scienziato italiano, docente negli Usa – Quelli che hanno già la verità in tasca fanno meglio a rivolgersi altrove”. 

“Mi rendo conto – spiega Silvestri in un intervento dal titolo esplicito ‘Il peso dell’incertezza’ – di come molte persone, in questa pandemia, facciano fatica ad accettare le incertezze intellettuali e scientifiche di un quadro conoscitivo in continua evoluzione. Pensano che ci sia la risposta a tutto, e magari si irritano se segnaliamo incongruenze o limitazioni nella conoscenza”. Silvestri riconosce che “vedersi cambiare l’evidenza sotto gli occhi è difficile per tutti, e ancora di più per chi non è uso al metodo e alle sfide della scienza. Per cui in tanti si rifugiano in ‘opinioni’ di tipo dogmatico dalle quali, evidentemente, traggono un qualche conforto psicologico (negazionismo, ‘chiusurismo’, eccetera)”. “Io, nel mio piccolo – promette – cercherò di spiegare ciò che invece sappiamo, giorno dopo giorno, guidato da scienza e coscienza, con pazienza e onestà intellettuale”. 

Appello società scientifiche: “Rischio epidemico non è finito” 

“Affermare che il ‘rischio epidemico’ sia cessato di esistere non ha nessuna base scientifica, può essere causa di disorientamento e indurre una parte della popolazione a non rispettare le indicazioni di contenimento che invece devono essere mantenute”. Lo sottolineano congiuntamente i presidenti di Simit (infettivologi), Siaarti (anestesisti rianimatori), Simg (medici di famiglia), Sid (diabetologi) e Sigot (geriatri). Gli infettivologi della Simit (Società italiana malattie infettive e tropicali) e i colleghi delle altre società scientifiche illustrano le proprie argomentazioni in una lettera aperta che risponde al Manifesto dei 10 colleghi dello scorso 20 giugno.  

Le prime firme sono di Marcello Tavio (presidente Simit), Massimo Andreoni (direttore scientifico Simit), Giovanni Di Perri (consigliere Simit), Massimo Galli (past president Simit,), Claudio Maria Mastroianni (vice presidente Simit) e Carlo Federico Perno (Niguarda Milano). Dopo la pubblicazione di questa lettera hanno aderito alla posizione della Simit le altre società scientifiche. Nella lettera, gli infettivologi sottolineano che “è solo grazie alle misure di contenimento adottate con il lockdown che è stato possibile arrestare la progressione dell’ondata epidemica”. Non esistono diverse tipologie del virus: il ceppo virale implicato tanto nei casi mortali quanto in quelli di modesto significato clinico è stato sostanzialmente lo stesso, con le variazioni nel genoma che sono attese in un virus a Rna, ma che non sono tali da giustificare una differente virulenza di un ceppo rispetto agli altri. Inoltre, dagli studi attuati e in corso non emergono differenze significative nei ceppi virali presenti e studiati in Italia. 

Tutte le evidenze scientifiche attualmente disponibili indicano nella risposta immunitaria individuale l’elemento determinante nel condizionare il decorso della malattia. In altre parole, non è il virus ad essere più o meno aggressivo, secondo gli esperti, ma è il singolo ospite umano più o meno in grado di difendersi. E’ inoltre verosimile che il virus responsabile della disastrosa epidemia in corso in Brasile sia lo stesso che si è diffuso nel nostro Paese. I recenti focolai a Roma, a Palmi, a Mondragone e in Emilia dimostrano che il virus attualmente circolante è attivo e contagiante; quando incontra contesti in cui possono essere coinvolti anziani o pazienti a rischio, come è accaduto al San Raffaele Pisana di Roma, è in grado di causare casi di estrema gravità come all’inizio dell’epidemia.  

“Affermare che il rischio epidemico sia cessato di esistere non ha nessuna base scientifica e può essere causa di disorientamento e indurre una parte della popolazione a non rispettare le indicazioni di contenimento che invece devono essere mantenute – sottolinea Tavio – Il fatto che altre società scientifiche condividano la stessa interpretazione dei dati fino a questo momento disponibili è importante, perché permette di costituire un fronte più ampio di risposta a una eventuale seconda ondata epidemica; seconda ondata che è tanto più probabile quanto più abbassiamo il nostro livello di attenzione e protezione, individuale e collettiva”. 

“La Simg condivide il Manifesto di Simit e sottoscrive tutti i concetti chiave espressi nella lettera. I numeri fanno pensare a una conclusione della pandemia: in realtà è in atto un secondo ciclo endemico, caratterizzato da modalità di manifestazione differenti da prima”, evidenzia Claudio Cricelli, presidente della Società italiana di medicina generale. “Non vi è alcuna evidenza scientifica che vi sia stato un cambiamento nella natura del virus. Noi oggi vediamo una minore incidenza di contagi e un numero più basso di persone così gravi da ricorrere all’ospedale grazie a tutte le misure prese in questi mesi. Il pericolo non è ancora passato, è necessario continuare a mantenere le misure di contenimento del contagio, specialmente in previsione della maggiore mobilità estiva”, commenta Filippo Fimognari, presidente Sigot. 

“Credo che sia dovere di tutta la comunità medica attenersi alle prove scientifiche e utilizzare le ipotesi solo per disegnare studi sperimentali. Fino all’ottenimento di solidi risultati, diffondere ipotesi al grande pubblico attraverso i media crea disorientamento e alimenta comportamenti pericolosi”, dice Francesco Purrello, presidente Sid. “Le misure di distanziamento sociale e di contenimento dei contagi hanno determinato il controllo di una pandemia che si era presentata in vaste aree del paese in modo devastante. Non ci sono evidenze scientifiche che indichino una riduzione della carica virale o una minore aggressività del virus. Il fatto che la presentazione clinica della malattia in questi ultimi mesi sia stata modificata è un buon motivo per convincerci a continuare nella sorveglianza, nel distanziamento e nell’atteggiamento prudenziale”, conclude Flavia Petrini, presidente Siaarti. 

Coronavirus, epidemie più lievi in Paesi con uso precoce di mascherine 

Mascherina sì, mascherina no. Nel dilemma sull’utilità reale di questo dispositivo anti-Covid si inserisce un nuovo studio pubblicato sull’American Journal of Respiratory and Critical Care Medicine. Nei Paesi e nelle aree geografiche che hanno adottato precocemente le mascherine, sono state registrate epidemie di Covid-19 più lievi, secondo una lettera al direttore firmata dai ricercatori della Chinese University of Hong Kong. Insomma, se ancora oggi virologi e medici dibattono sull’efficacia delle mascherine contro Sars-Cov-2, gli studiosi cinesi non hanno dubbi. 

I ricercatori dell’Università cinese di Hong Kong condividono i risultati delle loro analisi sul fatto che l’inclinazione del pubblico a ricorrere alle mascherine potrebbe aver influenzato la gravità delle epidemie di Covid-19 e potenzialmente aver contribuito a contenere i focolai in 42 Paesi di 6 continenti. “In molti Paesi asiatici come la Cina e il Giappone – scrivono gli autori – l’uso di mascherine in questa pandemia è onnipresente ed è considerato una regola di igiene, mentre in molti Paesi occidentali l’utilizzo da parte del pubblico è meno comune”. Ebbene, secondo gli autori c’è una chiara correlazione negativa tra la consapevolezza o l’accettazione generale dell’importanza di indossare le mascherine e i tassi di infezione. “Un esempio classico è quello di Hong Kong”, ha affermato Sunny Wong, professore associato del Dipartimento di Medicina e terapia dell’Università cinese di Hong Kong. 

“Nonostante la vicinanza” di Hong Kong “alla Cina continentale, il tasso di infezione da Covid-19 è stato generalmente modesto con solo 1.110 casi fino ad oggi. Ciò è correlato a un uso quasi onnipresente delle mascherine in città (fino al 98,8% delle persone intervistate in un sondaggio). Modelli simili sono stati osservati in altre aree asiatiche, come Taiwan, Thailandia e Malesia”, testimoniano i ricercatori. Ad oggi, ci sono più di due milioni di casi negli Stati Uniti e più di un milione in Brasile. 

Se gli autori riconoscono che le mascherine sono considerate importanti nel rallentare l’insorgenza delle infezioni da Covid-19, ammettono che è difficile valutare se sia più efficace del lavaggio delle mani o del solo distanziamento sociale. Per Wong, l’uso delle mascherine dovrebbe essere incoraggiato: questi dispositivi “possono aiutare a rallentare la diffusione di Covid-19 e avere un costo relativamente basso rispetto alle risorse sanitarie e bilancio delle vittime associati alla pandemia. Riteniamo che l’uso della mascherine, il lavaggio delle mani e il distanziamento sociale siano tutti elementi importanti fra le misure non farmacologiche contro Covid-19”. 

Coronavirus, “senza sintomi clinici 69% positivi under 60 in Lombardia” 

di Margherita Lopes 

Qual è la probabilità di sviluppare sintomi più o meno gravi in seguito all’infezione da Sars-CoV-2? A rispondere ora sono i ricercatori della Fondazione Bruno Kessler (Fbk) di Trento che, in collaborazione con istituzioni sanitarie lombarde e atenei milanesi e Usa, l’hanno calcolata tramite uno studio condotto su 4.326 persone in Lombardia. Dall’analisi, disponibile online nell’archivio arXiv, in attesa di pubblicazione su una rivista scientifica, è emerso che il 69,1% di tutti i soggetti con meno di 60 anni che hanno contratto l’infezione non ha sviluppato sintomi clinici, definiti in questa analisi come sintomi respiratori o febbre sopra i 37,5 gradi.  

Il 6,9% degli infetti con più di 60 anni ha invece avuto sintomi critici, tali cioè da richiedere cure intensive o da poter causare il decesso. In generale, il rischio di avere sintomi cresce con l’età mentre è sostanzialmente uguale negli uomini e nelle donne. In queste ultime è inferiore però, di ben il 53,5%, il rischio di avere sintomi critici. Lo studio è importante per evidenziare la percentuale degli infetti sintomatici nelle diverse fasce d’età, e cioè individui infetti dal virus Sars-CoV-2 che mostrano sintomi clinici. Ad esempio, i soggetti sotto i 20 anni nell’81,4% dei casi appaiono senza sintomi clinici anche se hanno sviluppato l’infezione. Le infezioni senza sintomi clinici negli individui con più di 80 anni scendono al 33,1%. 

“Questo lavoro – sottolinea Stefano Merler, epidemiologo Fbk e autore dello studio – ci permette di dimostrare chiaramente le difficoltà di individuare le infezioni con la sorveglianza, visto che la maggioranza di queste non sono associate a sintomi respiratori o febbre. L’indagine rappresenta inoltre un utile tassello per capire meglio il ruolo dei bambini nell’epidemiologia di Covid-19, cosa su cui si sa obiettivamente ancora poco. E’ noto a tutti che sono stati identificati pochi bambini positivi durante la pandemia, ma questo studio permette di distinguere il contributo di una possibile minor suscettibilità all’infezione dei bambini, che avevamo identificato in un precedente studio condotto in Cina, rispetto appunto alla probabilità di sviluppare sintomi clinici una volta infetti”. 

“Si aprono infine altre interessanti questioni di ricerca – prosegue Merler – Abbiamo stimato la probabilità di sviluppo di malattia critica a seguito dell’infezione, trovando che è particolarmente alta nelle fasce di età più anziane (il 18,6% negli infetti con più di 80 anni), e questo ce lo aspettavamo. Ma abbiamo anche visto che le donne hanno un rischio minore e il perché, anche in attesa di altri studi che confermino questi risultati, resta ancora tutto da chiarire”, conclude. 

 

Tifosi Napoli in piazza, Pregliasco: “Questo non aiuta” 

Nel trend in calo dell’epidemia di Covid-19 oggi “è arrivata qualche onda, legata all’emersione dei casi. Si rimesta sul fondo, e dunque abbiamo qualche colpo di coda”. A leggere così i dati diffusi oggi dalla Protezione civile è il virologo dell’Università di Milano Fabrizio Pregliasco, che all’Adnkronos Salute spiega: “Grazie ai tamponi e ai test sierologici stanno emergendo casi che un tempo non si sarebbero individuati. I dati dei ricoveri in terapia intensiva restano comunque bassi e dunque quello che dobbiamo ricordare è che il virus circola ancora: non dobbiamo abbassare la guardia”, spiega.  

I numeri di oggi, secondo Pregliasco, non sono legati all’effetto delle riaperture di due settimane fa. “Anche se quello che abbiamo visto ieri non aiuta”, conclude l’esperto alludendo all’esultanza dei tifosi del Napoli per le vie del capoluogo campano di ieri notte dopo la conquista della Coppa Italia. 

Coronavirus, Oms: “Possibile seconda ondata in autunno” 

“Non siamo fuori dall’oscurità. I lockdown ci hanno permesso di guadagnare tempo. Laddove ne abbiamo l’opportunità, dobbiamo coglierla per rafforzare la nostra preparazione. Ciò significa sperare nel meglio, ma prepararsi al peggio: un probabile ritorno di Covid-19, attraverso Paesi, regioni, città e comunità. La nostra priorità è prepararci per l’autunno”. A sottolinearlo in un briefing con la stampa russa è Hans Kluge, direttore regionale per l’Europa dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms). 

“Covid-19 – ribadisce – è ancora in una fase attiva in molti Paesi. E’ fondamentale che continuiamo a recuperare e ricostruire la vita normale dopo il lockdown, ma è anche molto importante che le autorità investano nell’avere un sistema aggressivo di monitoraggio, test e tracciabilità per evitare misure aggiuntivi nelle settimane e nei mesi a venire in caso di ritorno del virus”.  

“Nell’ultimo mese il numero di Paesi europei che hanno mostrato aumenti significativi nell’incidenza cumulativa è più che triplicato, da 6 a 21. Covid-19 è ancora in una fase attiva in molti Paesi”. “Il virus – ricorda – ha causato la morte di quasi mezzo milione di persone in tutto il mondo, e ognuna è una tragedia. Il numero di casi confermati in tutto il mondo ha superato gli 8 milioni. La Regione europea rappresenta il 31% dei casi e il 43% dei decessi a livello globale. Dopo alcune settimane di casi in calo in alcuni Paesi, il numero di nuovi casi si è ora stabilizzato in media tra i 17.000 e i 20.000 casi al giorno in tutta la Regione europea”. 

“E’ stato sparato una sorta di colpo di avvertimento: la riapertura della scuola in alcuni Paesi ha provocato aumenti locali nel numero di casi – conclude -. Dobbiamo essere diligenti e allentare le restrizioni con cura”.  

Covid, è rischio toilette: tirare lo sciacquone può veicolarlo 

Il rischio contagio da Covid-19 può nascondersi anche dietro la porta di una toilette. Dopo che studi recenti hanno confermato la capacità di Sars-CoV-2 di sopravvivere nel tratto digerente umano, e quindi la presenza del coronavirus nelle feci dei pazienti, un nuovo lavoro mette in guardia dal pericolo sciacquone: secondo gli scienziati, tirare l’acqua del wc a coperchio sollevato può nebulizzare particelle in grado di veicolare l’agente infettivo. Una ‘nuvola virale’ che dunque, almeno in teoria, potrebbe insidiare chi entra in bagno subito dopo una persona Covid-positiva. Nello studio – pubblicato sulla rivista ‘Physics of Fluids’ dell’Aip (American Institute of Physics) – i ricercatori hanno utilizzato precisi modelli computerizzati per simulare i flussi di acqua e aria che si producono tirando lo sciacquone. In particolare, hanno usato una serie standard di formule fluidodinamiche denominate equazioni di Navier-Stokes per capire cosa succede con due tipi diversi di servizi igienici, a singolo ingresso d’acqua o a ingresso doppio. Inoltre, per valutare il movimento delle goccioline che partendo dalla ‘tazza’ vengono espulse in aria, hanno impiegato un modello simile a quello applicato anche all’analisi di droplet prodotto con la tosse.  

I risultati sono stati “sorprendenti”, riferiscono gli scienziati che avvertono: il vortice che si crea tirando l’acqua può spingere le goccioline fino a un’altezza di 3 piedi (oltre 90 centimetri), dove potrebbero venire inalate o depositarsi su varie superfici. Non solo: le gocce sono talmente piccole da restare in sospensione nell’aria per più di 1 minuto. E la potenza di espulsione sarebbe ancora maggiore se il wc ha uno scarico a doppio ingresso, per il quale gli studiosi calcolano che quasi il 60% delle particelle sviluppate possa alzarsi verso l’alto. “Si può prevedere una velocità” di movimento del ‘droplet da toilette’ “ancora maggiore quando un bagno viene utilizzato di frequente, come accede in famiglia” nelle ore ‘di punta’ o “nei servizi pubblici di un’area densamente popolata”, commenta Ji-Xiang Wang della Yangzhou University, co-autore del lavoro. 

La soluzione al problema potrebbe anche essere semplice, ossia abbassare sempre il coperchio prima di tirare l’acqua in modo da contenere la diffusione dell’aerosol potenzialmente infetto. I ricercatori fanno però notare che in molti Paesi, Stati Uniti compresi, nei servizi igienici dei bagni pubblici spesso il coperchio manca. Per questo gli studiosi propongono di intervenire a monte sul design dei wc, progettando tazze con il coperchio che si chiude automaticamente prima di azionare lo sciacquone.  

La App Immuni è utile contro Covid? 9 esperti rispondono all’Adnkronos Salute 

Da oggi è possibile scaricare in tutta Italia la App Immuni per il contact tracing, ritenuto uno dei pilastri di questa fase dell’emergenza coronavirus. Ma l’applicazione serve? L’Adnkronos Salute l’ha chiesto a 9 esperti in prima linea nella lotta a Covid-19.  

Secondo Giorgio Palù, past president della Società europea di virologia e professore emerito di Microbiologia dell’università di Padova, Immuni “ha una serie di limitazioni: non sappiamo quanto vicina deve essere una persona per essere captata, il sistema operativo deve essere aggiornato, l’hotspot sempre acceso, ci deve essere la volontarietà dell’individuo e dovrebbero averla scaricata almeno il 70% degli italiani. Secondo me sono molte limitazioni – osserva – Questo progetto è un ‘wishful thinking’: se copro il 30-40% della popolazione è come non coprire nulla”.  

Dell’applicazione il virologo dell’università degli Studi di Milano Fabrizio Pregliasco evidenzia “il limite della volontarietà”, ma anche quello “della voglia di far sapere di essere soggetti che magari hanno avuto un contatto stretto” con una persona Covid-positiva, “per il conseguente isolamento forzoso”.  

E se non sembra interessato allo strumento Alberto Zangrillo, direttore delle Unità di anestesia e rianimazione generale e cardio-toraco-vascolare dell’ospedale San Raffaele di Milano, secondo cui “l’osservazione clinica è la base di ogni ragionamento”, esprime perplessità su due diversi fronti il virologo Andrea Crisanti, direttore del Dipartimento di medicina molecolare dell’università di Padova e direttore dell’Unità operativa complessa di microbiologia e virologia dell’azienda ospedaliera patavina.  

“Primo – elenca Crisanti – non sono convinto che se il 60% degli italiani scarica l’App, questa sia in grado di funzionare. La probabilità che due persone che ce l’hanno sul telefonino si incontrino sarebbe così del 36% e quindi è più o meno inutile. L’altro aspetto che onestamente a me dà abbastanza fastidio è relativo alla governance dell’App Immuni: non sono contento che chi l’ha sviluppata la gestisca anche. Perché poi come utente mi trovo in una situazione totalmente asimmetrica in termini di potere e di controllo”.  

“Io voglio – aggiunge Crisanti – che l’App sia gestita da un organismo totalmente indipendente e terzo rispetto a chi l’ha sviluppata. In questo momento non è così e questo secondo me non va bene. C’è un problema serissimo di governance. E se lo sviluppatore è anche il gestore, se cambia un codice in un sistema complicatissimo chi lo controlla? Chi gestisce l’App deve essere diverso da chi l’ha sviluppata perché non c’è una legge che la regola, è basata sulla buona fede delle persone e non capisco perché le persone non debbano essere tutelate. Sono anzi sorpreso che questo problema non sia stato sollevato”.  

“La App potrebbe essere uno strumento utile solo se scaricata dalla maggioranza dei cittadini – evidenzia dal canto suo l’immunologa Antonella Viola – e accompagnata da un servizio che, in caso di contatto con un positivo, accompagni il cittadino verso il percorso giusto”, raccomanda la direttrice scientifica dell’Irp (Istituto di ricerca pediatrica)-Città della speranza di Padova. 

Possibilista sull’efficacia di Immuni Massimo Ciccozzi, responsabile dell’Unità di statistica medica ed epidemiologia molecolare dell’Università Campus Bio-Medico di Roma: “E’ una App sul modello coreano molto utile nel rintracciare i contatti di un soggetto positivo a Covid-19, che può certamente aiutare in questo senso anche se, personalmente, troverei più utile e vantaggiosa una epidemiologia di territorio che può fare questo lavoro. Vediamo che risultati ci può dare”. 

Secondo Pierluigi Lopalco, epidemiologo dell’università di Pisa, l’applicazione “può essere un ottimo supporto alle attività di tracciamento”.  

“La tecnologia, se serve a far del bene, usiamola”, è anche l’invito del genetista dell’Università di Tor Vergata Giuseppe Novelli. 

Favorevole in generale alle applicazioni come valido strumento per il ‘tracing’ si è detto anche il virologo Roberto Burioni. In un intervento a ‘Che tempo che fa’ su Rai2, in vista delle riaperture ha esortato: “Serve fare tamponi, tantissimi test, perché questa malattia può durare anche un mese. E poi servono le App per tracciare tutti i contatti”, ha aggiunto il docente dell’università Vita-Salute San Raffaele di Milano. 

Report Covid: “Epidemia in Italia non è finita”  

“In quasi tutta la Penisola sono stati diagnosticati nuovi casi di infezione nella settimana di monitoraggio. Tale riscontro, che in gran parte è dovuto alla intensa attività di screening e indagine dei casi con identificazione e monitoraggio dei contatti stretti, evidenzia tuttavia come l’epidemia in Italia di Covid-19 non sia conclusa”. Lo si legge nell’aggiornamento del monitoraggio Iss-ministero della Salute per la settimana dall’1 al 7 giugno. 

“È essenziale – segnalano Iss e ministero – mantenere elevata l’attenzione e continuare a rafforzare le attività di testing-tracing-tracking in modo da identificare precocemente tutti i potenziali focolai di trasmissione e continuare a controllare l’epidemia. È anche fondamentale mantenere elevata la consapevolezza della popolazione generale sulla fluidità della situazione epidemiologica e sull’importanza di continuare a rispettare in modo rigoroso tutte le misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione quali l’igiene individuale e il distanziamento fisico”. 

“Complessivamente il quadro generale della trasmissione e dell’impatto dell’infezione da Sars-Cov-2 in Italia rimane a bassa criticità. Si osserva una generale diminuzione nel numero di casi ed una assenza di segnali di sovraccarico dei servizi assistenziali” si legge nell’aggiornamento del monitoraggio Iss-ministero della Salute. 

Tuttavia “persistono, in alcune realtà regionali, un numero di nuovi casi segnalati ogni settimana elevato, seppur in diminuzione. Questo deve invitare alla cautela in quanto denota che in alcune parti del Paese la circolazione di Sars-Cov-2 è ancora rilevante”. 

La relazione riporta una analisi dei dati relativi al periodo successivo alla seconda fase di riapertura avvenuta il 18 maggio 2020: “Per i tempi che intercorrono tra l’esposizione al patogeno e lo sviluppo di sintomi e tra questo e la diagnosi e successiva notifica, verosimilmente molti dei casi notificati in questa settimana hanno contratto l’infezione 2-3 settimane prima, ovvero tra la prima e la seconda fase di riapertura (tra l’11 e il 25 maggio 2020)”. 

In generale, “la situazione descritta in questo report, relativa prevalentemente al periodo tra la prima e la seconda fase di transizione, è complessivamente positiva” conferma il report. “Le misure di lockdown in Italia – si legge – hanno effettivamente permesso un controllo dell’infezione da Sars-CoV-2 sul territorio nazionale pur in un contesto di persistente trasmissione diffusa del virus con incidenza molto diversa nelle 21 Regioni/Province autonome”.  

“Permangono segnali di trasmissione con nuovi casi diagnosticato nella settimana di monitoraggio e con possibile insorgenza di focolai”, avverte però il report. “Questo descrive una situazione ancora epidemiologicamente fluida che richiede il rispetto rigoroso delle misure necessarie a ridurre il rischio di trasmissione – si sottolinea – quali l’igiene individuale e il distanziamento fisico. È necessario mantenere elevata la resilienza dei servizi territoriali per continuare a favorire la consapevolezza e la compliance della popolazione, realizzare la ricerca attiva e accertamento diagnostico di potenziali casi, l’isolamento dei casi confermati, la quarantena dei loro contatti stretti. Queste azioni sono fondamentali per controllare la trasmissione ed eventualmente identificare rapidamente e fronteggiare recrudescenze epidemiche”. 

“La situazione epidemiologica in Italia continua a migliorare e l’incidenza di Covid è in diminuzione in tutte le Regioni – dice il direttore generale della Prevenzione del ministero della Salute, Gianni Rezza – Il valore Rt è al di sotto 1 in tutte le aree del Paese. Naturalmente il virus continua circolare, anche se con bassa intensità per cui non si può escludere l’occorrenza di possibili focolai. Le autorità devono intervenire prontamente per contenere questi focolai. Soprattutto è bene che si mantengano comportamenti adeguati come il distanziamento sociale per ridurre al minimo la velocità di circolazione del virus”.  

Silvestri: “Ritirata del virus ripresa a buon ritmo” 

“Triplo zero. Oggi è la giornata che in tanti aspettavamo da mesi: nelle Marche 0 morti, 0 nuovi casi e 0 pazienti in terapia intensiva. Una notizia davvero splendida. Ed è bello vedere che, in tutta Italia, dopo due giorni di calo un po’ più lento del solito, oggi è ripresa a buon ritmo la ritirata del virus, con il numero totale dei ricoverati in terapia intensiva che scende da 282 a 263 (siamo ormai al 6.4% del picco), quello dei ricoveri ospedalieri che scende da 4.729 a 4.581 (quindi di altre 148 unità), e quello dei casi attivi totali scende da 34.730 a 32.872 (quindi addirittura di 1.858 unità). Bene, anzi, benissimo”. Lo afferma il virologo Guido Silvestri, marchigiano e docente negli Usa alla Emory University di Atlanta, nella sua rubrica social ‘Pillole di ottimismo’, commentando i dati diffusi ieri sull’epidemia di Covid-19.  

“Approfitto di questi ottimi numeri – continua l’esperto – per ‘tendere la mano’ ai miei tanti amici modellisti, matematici, epidemiologici, etc, a cui va tutto il mio rispetto scientifico e personale. Mai ho dubitato dell’utilità del loro lavoro, e come potrei, visto che io stesso sono autore di ben 13 lavori scientifici originali che si basano sull’uso di modelli matematici complessi? Le mie critiche, che cercherò di mantenere fattuali nei contenuti e moderate nei toni – promette, riferendosi a modelli matematici che avevano previsto per giugno in Italia centinaia di migliaia di pazienti in terapia intensiva come conseguenza delle riaperture – si riferiscono all’importanza di tener conto di fattori come la stagionalità dei coronavirus, la migliorata capacità di gestire Covid-19 dal punto di vista medico/epidemiologico, e la herd immunity, a cui potrebbero contribuire cross-reactivities. Alle volte sui social ci si scalda un po’, si dicono cose più forti del dovuto, ma poi tra persone intelligenti ci si chiarisce, spesso in privato, sapendo che siamo tutti membri della stessa squadra: fratelli nella scienza, e uniti dallo stesso scopo: sconfiggere Covid-19”, conclude Silvestri.