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Categoria: salute

Terza dose vaccino Covid, Lancet: “Non serve per tutti”

Terza dose di vaccino anti covid, i dati attualmente disponibili sull’efficacia del vaccino non supportano la necessità di un nuovo richiamo per la popolazione generale. E’ la conclusione di una revisione condotta da un gruppo internazionale di scienziati, fra cui anche esperti dell’Organizzazione mondiale della sanità Oms e dell’Agenzia del farmaco americana Fda, pubblicata su ‘The Lancet’. Gli autori spiegano che, anche contro la variante Delta di Sars-CoV-2, l’efficacia dei vaccini Covid-19 è tale da rendere “non appropriate” dosi vaccinali di richiamo per tutti.  

I ricercatori hanno analizzato le evidenze prodotte da studi randomizzati controllati e da studi osservazionali pubblicati su riviste peer-reviewed e piattaforme pre-print. In media, la vaccinazione anti-Covid mostra un’efficacia del 95% contro la malattia grave causata sia dalla variante Delta sia dalla variante Alfa del coronavirus pandemico, nonché un’efficacia superiore all’80% nel proteggere contro qualsiasi infezione associata a queste varianti.  

Per tutti i tipi di vaccino e contro tutte le varianti considerate, l’efficacia dell’immunizzazione risulta maggiore contro la malattia grave rispetto a forme lievi. E sebbene rispetto alla protezione fornita contro la patologia grave i vaccini appaiano meno efficaci nell’evitare infezioni asintomatiche o trasmissione del contagio, “anche nelle popolazioni con un’elevata copertura vaccinale – precisano gli scienziati – la minoranza non vaccinata è ancora il principale fattore di trasmissione, oltre a essere essa stessa a maggior rischio di malattia grave”. 

Consulti gratis e supporto medico, al via il mese del benessere sessuale

Dal primo al 30 settembre, grazie al progetto “Sextember – Il Mese della Salute Sessuale”, ideato da Durex con la collaborazione medico-scientifica del Centro Medico Santagostino, chiunque potrà accedere ai servizi di supporto medico e psicologico messi in campo nell’ambito di questa iniziativa. Sul sito web www.mesedellasalutesessuale.it è a disposizione una live chat che dà accesso, in forma gratuita, a un colloquio orientativo e informativo con psicologi dedicati e formati del Santagostino. Gli esperti potranno così analizzare il bisogno dell’utente e, in caso di necessità, indirizzarlo alla prenotazione di un videoconsulto medico o di una videoconsulenza psicosessuologica con uno specialista del Santagostino.  

In particolare, il videoconsulto, della durata prevista di 15 minuti, servirà per inquadrare in maniera generale la problematica cui seguirà, se ritenuto necessario dallo specialista coinvolto, un percorso terapeutico – previa visita medica – in base al bisogno manifestato. La videoconsulenza psicosessuologica, singola o di coppia e della durata di 30 minuti, consisterà invece in un inquadramento generale del paziente, che potrà poi sfociare nella prenotazione di un primo colloquio fisico oppure virtuale.  

A Milano, inoltre, sarà possibile avere anche colloqui in presenza grazie al camper messo a disposizione da Durex e Centro Medico Santagostino. L’obiettivo è creare un punto di contatto fisico e diretto tra gli specialisti del Centro e le persone interessate ai messaggi chiave dell’iniziativa. A bordo del camper, e sempre in forma gratuita, sarà possibile ricevere materiale informativo sul sesso sicuro e richiedere un confronto di 30 minuti con uno psicosessuologo. Il camper sarà presente: sabato 4 settembre, dalle ore 16 alle ore 22 in piazza XXIV Maggio; venerdì 17 settembre, dalle ore 15 alle ore 21 in piazza Donne Partigiane; giovedì 23 settembre, dalle ore 13.30 alle ore 19.30 in via Andrea Maria Ampère (zona pedonale di fronte al Teatro Leonardo); sabato 25 settembre, dalle ore 15 alle ore 21 in via Emilio Alemagna (fronte Triennale). 

AstraZeneca, con trombosi gravi mix vaccini anche per over 60

Vaccino AstraZeneca, è possibile anche per gli over 60 fare la vaccinazione eterologa nel caso in cui abbiano avuto reazioni avverse gravi a carico della sfera coagulativa con la prima dose del vaccino anti Covid Vaxzevria. E’ quanto indica l’Agenzia italiana del farmaco Aifa rispondendo alle richieste pervenute da alcune Regioni riguardo agli interventi da adottare a seguito della comparsa di una reazione avversa grave dopo la prima dose AstraZeneca in questa fascia d’età.  

L’Aifa, acquisito il parere della sua Commissione Tecnico-Scientifica (Cts), precisa che “non è possibile fornire raccomandazioni generali a fronte dell’eterogeneità delle casistiche che necessitano di specifica valutazione clinica. Tuttavia, analogamente a quanto già deciso per i soggetti di età inferiore ai 60 anni” per i quali è stato dato via libera al mix, “applicando il principio di massima precauzione, l’Agenzia specifica che, nei soggetti che abbiano presentato reazioni avverse gravi di tipo trombotico o comunque a carico della sfera coagulativa dopo la somministrazione di Vaxzevria, si può procedere al richiamo con un vaccino a mRna”, informa l’Aifa. 

Per le altre casistiche di reazioni avverse, invece “si ritiene che, in assenza di dati derivanti da studi ad hoc, non sia possibile esprimere raccomandazioni di carattere generale che prescindano dall’esame delle specifiche” reazioni “e dalla valutazione clinica dei singoli casi”. 

Covid Italia, Ricciardi: “Vaccino per molti o pandemia fino al 2024”

“Questa pandemia è destinata a durare anni. Se noi vacciniamo molto abbiamo la possibilità di vedere la luce nel 2022. Se invece non vacciniamo abbastanza questa situazione va avanti fino al 2024. E’ pensabile vivere così fino a quella data? No. Perché oltre che a conseguenze sulla salute ci saranno anche conseguenze sull’economia”. A dirlo all’Adnkronos Salute Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute Roberto Speranza e docente di Igiene all’università Cattolica di Roma. 

Si discute in queste ore sulla proroga del green pass fino a 12 mesi. “Visto che abbiamo costatato che la protezione data dalla vaccinazione anti-Covid dura più dei sei mesi inizialmente osservati, arrivando ai 9 e anche ai 12 mesi, è chiaro che è opportuno prendere in considerazione il prolungamento della validità del Green pass. Questo non vuol dire, però, che non dobbiamo prevedere una dose di richiamo, prima, per le persone più fragili. I due interventi non sono in contraddizione tra di loro ma sono da considerarsi sinergici”, dice. 

“E’ giusto – ribadisce Ricciardi – prendere in considerazione l’estensione del Green pass, nella certezza che le persone rimangano protette, perché pian piano stiamo accumulando dati secondo i quali la protezione è più prolungata di quanto pensassimo inizialmente. Ma non è pensabile che questo sia vero nelle persone più vulnerabili. Per questo è importante considerare, contemporaneamente, strategie diverse per le persone sane che hanno una risposta anticorpale protettiva anche a distanza di tempo e per le persone che hanno una protezione minore”. 

Variante Delta, Bassetti: “Molto contagiosa, ricorda la varicella”

“La variante Delta” di Sars-CoV-2 “si diffonde come la varicella, quindi è molto contagiosa. Abbiamo visto che ha un R0 di 7, quindi è davvero molto pericolosa, e anche i vaccinati sembra abbiano la possibilità di contagiarsi e di trasmettere il virus. Ma c’è una variabile: chi è vaccinato e si contagia non va in ospedale e non sviluppa una malattia grave”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, primario di Malattie infettive all’ospedale San Martino di Genova. 

“La quarta ondata dei contagi” Covid-19 “è sicuramente partita, quella dei ricoveri ospedalieri non è assolutamente partita. Credo che, stante la situazione nazionale attuale, non parlerei quindi ancora di quarta ondata” proprio perché “gli ospedali sono ad oggi abbastanza scarichi. E’ chiaro” però “che, se non vaccineremo, questo aumento dei casi porterà ad aumento dell’ospedalizzazione. Lo scorso anno, con lo stesso numero di contagi, avremmo avuto 7-8 volte il numero di accessi in ospedale e anche di decessi. I vaccini funzionano e proteggono”, continua Bassetti. 

Secondo Bassetti “serve cautela. Al chiuso – raccomanda – serve stimolare l’uso della mascherina: nei supermercati, in farmacia, dal medico di famiglia, sui mezzi pubblici, in aereo. All’aperto abbiamo già detto che se ne può fare a meno, ma solo se non ci sono assembramenti”. 

Covid, la proposta di Minelli: “Non vaccinati paghino in caso di ricovero”

I non vaccinati contro il coronavirus “che non hanno alcuna legittima controindicazione all’inoculo del vaccino dovrebbe essere obbligati a pagarsi le visite, i ricoveri e i farmaci in caso di Covid o, almeno, di rifondere i danni, calcolati nel loro insieme, che possono derivare dai contagi da loro certamente provocati”. E’ la proposta ‘alternativa’ all’obbligo vaccinale che arriva dall’immunologo clinico e allergologo Mauro Minelli, coordinatore per il Sud Italia della Fondazione per la Medicina Personalizzata. “Un conto – spiega all’Adnkronos Salute – sono le proteste correlate a prese di posizione preconcette e talvolta fantasiose, un altro sono i richiami a un obbligo civico poggiato su evidenze alle cui spalle campeggia lo spettro, tutt’altro che fantasioso, di un’esperienza tutta da dimenticare”. 

“Sappiamo oramai che, se un soggetto adeguatamente immunoprotetto contro il nuovo coronavirus entra in contatto con la variante Delta, potrebbe da quest’ultima subire effetti clinici davvero molto blandi che, sempre ammesso che si manifestino, assomigliamo molto a una tracheite o a una rinofaringite – sottolinea Minelli – Sappiamo anche che, in questi soggetti, il virus mutato dopo qualche giorno muore senza alcuna possibilità di replicarsi. E però, se nei giorni prima di morire il virus dovesse avere la possibilità di ‘saltare’ dal soggetto contagiato e vaccinato a un soggetto non vaccinato che gli passa affianco, in quest’ultimo il virus si replica espandendosi velocemente ed eventualmente cambiando i propri connotati anche di quel tanto sufficiente a generare nuove e incontrollabili varianti”.  

“Si capovolge così, radicalmente e senza forzature concettuali, quel maldestro paradigma che vorrebbe le mutazioni virali figlie della pratica vaccinale. Nella realtà dei fatti siamo esattamente agli opposti”, conclude l’immunologo. 

Green Pass, Menichetti: “Tappa intermedia prima di obbligo vaccino”

Green pass obbligatorio anche in Italia come in Francia? “Bisogna smuovere le acque perché noi siamo tra il fallimento della campagna vaccinale e l’obbligatorietà del vaccino. Tra la situazione attuale e l’obbligatorietà, c’è una tappa intermedia che può essere il Green pass”. Lo dice all’Adnkronos Salute il virologo Francesco Menichetti, primario di Malattie infettive all’ospedale di Pisa.  

“La proposta di Green pass – afferma – deve essere essenzialmente quella che è stata per la Francia e cioè un grosso invito ad aderire alla campagna vaccinale. E’ ovvio che deve essere una proposta seria che traccia una linea di demarcazione netta tra chi è in possesso del Green pass e chi no. Se non si identifica una lista precisa di privilegi per chi ne è in possesso il Green pass, non serve a nulla. Poi – chiarisce il virologo – sta alla politica trovare la sintonia fine del provvedimento, che deve essere sufficientemente credibile e consistente per suscitare attenzione e adesione, ma anche sufficientemente sostenibile e quindi gestibile da non trasformarsi in una barzelletta”.  

“Se siamo capaci di renderlo operativo, dobbiamo fare presto e bene e certo – ammonisce Menichetti – non dobbiamo ispirarci a quello che è stato fatto con i sanitari, perché i sanitari hanno l’obbligatorietà, ma nessuno la fa rispettare. E i controlli non ci sono perché manca la volontà politica. Quindi, se dovessimo fare il Green pass o l’obbligatorietà così come l’abbiamo fatta per i sanitari, non andiamo lontani”.  

Ma quali potrebbero essere i luoghi off limits senza il Green pass? “Cinema, teatri, bar e ristoranti sembrano dei target poco proponibili”, secondo il virologo, “perché l’esercente non ha nessun interesse a non servire l’utenza e allora, in mancanza di controlli, molto è affidato al senso di responsabilità dei gestori e dell’utente. Prima c’era la regola secondo cui nei locali pubblici bisognava lasciare un recapito telefonico, ma è rapidamente tramontata e nessuno si è più azzardato a chiederlo. Insomma – dice – bisogna pensare bene, perché se dobbiamo fare un Green pass privo di significato vale la pena avviare immediatamente una riflessione sull’obbligatorietà e le fasce per le quali viene proposta l’obbligatorietà”. 

“L’incidenza per 100mila abitanti è un buon parametro, mentre il cosiddetto Rt dei ricoveri, ovvero l’indice di ricovero, mi pare un parametro troppo tardivo. Perché quando abbiamo i ricoverati, sei già andato a sbattere e non è che fai marcia indietro e la macchina torna nuova”, continua il primario sulla possibile modifica dei parametri per stabilire il cambio di colore delle regioni.  

Secondo l’esperto bisognerebbe “scegliere dei parametri sicuramente più flessibili, ma non solo l’impegno dei servizi ospedalieri, perché quello è proprio l’ultimo”.  

Mentre è imprescindibile per Menichetti inserire come parametro un numero minimo di tamponi. “Senza una soglia minima – afferma il virologo – la cosa non è seria, perché non trovi gli infetti perché non fai i tamponi”. 

“Io ho qualche decina di persone non vaccinate che continuano ancora a lavorare in ospedale senza essere stati ricollocati, questo non è tollerabile e mi lascia realmente sorpreso, perplesso e amareggiato”, segnala poi all’Adnkronos. 

“I controlli non ci sono – afferma – perché non c’è la volontà politica. Ma che tipo di messaggio si dà? E’ la solita storia all’italiana, che se tu paghi le tasse sei un fesso e se non le paghi sei un furbo. Non possiamo 

Johnson & Johnson, “vaccino efficace su variante Delta”

Johnson & Johnson, il vaccino anti Covid monodose di Janssen “ha dimostrato una risposta immunitaria duratura e ha generato risposte anticorpali neutralizzanti contro la variante Delta e altre varianti di Sars-CoV-2 che destano preoccupazione”. Lo riferisce J&J, comunicando i risultati ad interim di un sottostudio di fase 1/2a pubblicato sul ‘New England Journal of Medicine’ (Nejm).  

“Si sono osservate risposte immunitarie anticorpali e delle cellule T per almeno 8 mesi dopo l’immunizzazione”, riporta il gruppo farmaceutico Usa. Inoltre “è stata dimostrata un’attività anticorpale neutralizzante contro la variante Delta (B.1.617.2) crescente nel tempo”. J&J aveva annunciato i risultati di questo sottostudio in una pre-pubblicazione il primo luglio scorso. 

Covid, così invade l’organismo: scoperto ‘interruttore universale’

Non solo i polmoni. Covid-19, nelle sue forme più gravi, può attaccare diversi organi e potenzialmente il corpo intero, ‘agganciando’ proteine espresse da tutte le cellule umane. Si chiamano integrine e funzionano come ‘interruttori universali’ che il coronavirus Sars-CoV-2 può ‘aprire’ per mettere in atto la sua invasione. Lo ha scoperto uno studio italiano pubblicato su ‘Microorganisms’ e presentato al 5° Congresso nazionale della Società italiana di virologia (Siv-Isv) guidata da Arnaldo Caruso, ordinario di microbiologia e microbiologia clinica all’università di Brescia e direttore del Laboratorio di microbiologia dell’Asst Spedali Civili.  

L’evento, presieduto da Caruso, si è svolto ieri e oggi in modalità telematica con “una partecipazione senza precedenti – spiega all’Adnkronos Salute il numero uno dei virologi italiani – attestata da 90 relatori e oltre 600 partecipanti attivi. Ci siamo confrontati sui più recenti risultati ottenuti nei diversi campi della virologia umana, animale, ambientale e vegetale”, illustra il presidente. E “tra le tematiche affrontate non è mancato un update sul virus che ci ha cambiato la vita. Molti sono stati gli studi condotti sul coronavirus pandemico e i relativi dati scientifici presentati”.  

Fra gli altri anche il lavoro del gruppo di Francesca Caccuri dell’università di Brescia, che ha dimostrato come le cellule endoteliali microvascolari polmonari siano suscettibili all’infezione da Sars-CoV-2, e siano anche alla base dei processi infiammatori e angiogenetici che contribuiscono allo sviluppo di Covid grave. “L’importanza dello studio – evidenzia Caruso – è in particolare la dimostrazione della via di interazione tra il virus e le cellule endoteliali. Un meccanismo che indica appunto nelle integrine nuovi, potenziali bersagli terapeutici contro Covid-19”.  

“La ricerca – rimarca il presidente Siv-Isv – identifica per la prima volta le integrine quali recettori alternativi ad Ace2 per permettere l’infezione delle cellule endoteliali e virtualmente di tutte le cellule umane che non esprimono il recettore Ace2. Infatti le integrine, al contrario di Ace2, sono recettori espressi universalmente sulle cellule del nostro organismo. L’utilizzo da parte di Sars-CoV-2 di questo specifico recettore potrebbe spiegare il coinvolgimento multiorgano tipico delle forme gravi di Covid-19”.  

Alla luce dello studio di Caccuri e colleghi, dunque, “le integrine potrebbero rappresentare un nuovo e importante bersaglio terapeutico per contrastare la presenza del virus a livello sistemico e contribuire a limitare la gravità della malattia”. 

Covid, anestesisti: “Via mascherine all’aperto? Aspettiamo 15 luglio”

“La nostra conoscenza del coronavirus e della malattia è sicuramente migliorata rispetto allo scorso anno. Sappiamo che nei mesi estivi la situazione epidemiologica tende a migliorare notevolmente e c’è una minore circolazione del virus. Però non vedo tutta questa fretta nel togliere l’obbligo di mascherine all’aperto, penso a quello che potrebbe accadere con la riapertura delle discoteche. Direi che possiamo aspettare anche il 15 luglio per toglierle, ma solo all’aperto”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute Alessandro Vergallo, presidente nazionale dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani Aaroi-Emac, commentando lo stop alle mascherine all’aperto che inizia da oggi in Francia e che invece sta dividendo la politica in Italia.
“Più che prolungare lo stato di emergenza direi di mantenere la prudenza e la vigilanza”, continua Vergallo commentando poi le polemiche sulla possibile proroga di altri 6 mesi per lo stato di emergenza, che scade a fine luglio. “Abbiamo bisogno – aggiunge – di mantenere le strutture che abbiamo messo in piedi in questi mesi per essere pronti in autunno ad un’eventuale recrudescenza. Magari si può pensare a uno stato di allerta potenziale”. 

Per quanto riguarda le terapie intensive Covid “si stanno pian piano svuotando” ma “assistiamo anche ad una maggior frequenza di ricoveri, più gravi, di persone non vaccinate”, sottolinea ancora Vergallo. Gli ultimi dati registrati dal monitoraggio vedono le terapie intensive sono la soglia del 5% con circa 500 malati gravi. “Siamo più o meno nella stessa situazione di giugno 2020”, osserva.  

“C’è quindi un alleggerimento del carico per le rianimazioni – prosegue il presidente dell’Aaroi – Si stanno anche riducendo i numeri di posti di terapia intensiva dove erano stati implementati, alcuni ospedali Covid creati nelle fiere vanno verso la chiusura. Spero però non si arrivi alla dismissione perché dobbiamo essere sempre pronti per ogni tipo di recrudescenza”. 

Covid, anestesisti: “Via mascherine all’aperto? Aspettiamo 15 luglio”

“La nostra conoscenza del coronavirus e della malattia è sicuramente migliorata rispetto allo scorso anno. Sappiamo che nei mesi estivi la situazione epidemiologica tende a migliorare notevolmente e c’è una minore circolazione del virus. Però non vedo tutta questa fretta nel togliere l’obbligo di mascherine all’aperto, penso a quello che potrebbe accadere con la riapertura delle discoteche. Direi che possiamo aspettare anche il 15 luglio per toglierle, ma solo all’aperto”. Lo sottolinea all’Adnkronos Salute Alessandro Vergallo, presidente nazionale dell’Associazione anestesisti rianimatori ospedalieri italiani Aaroi-Emac, commentando lo stop alle mascherine all’aperto che inizia da oggi in Francia e che invece sta dividendo la politica in Italia.
“Più che prolungare lo stato di emergenza direi di mantenere la prudenza e la vigilanza”, continua Vergallo commentando poi le polemiche sulla possibile proroga di altri 6 mesi per lo stato di emergenza, che scade a fine luglio. “Abbiamo bisogno – aggiunge – di mantenere le strutture che abbiamo messo in piedi in questi mesi per essere pronti in autunno ad un’eventuale recrudescenza. Magari si può pensare a uno stato di allerta potenziale”. 

Per quanto riguarda le terapie intensive Covid “si stanno pian piano svuotando” ma “assistiamo anche ad una maggior frequenza di ricoveri, più gravi, di persone non vaccinate”, sottolinea ancora Vergallo. Gli ultimi dati registrati dal monitoraggio vedono le terapie intensive sono la soglia del 5% con circa 500 malati gravi. “Siamo più o meno nella stessa situazione di giugno 2020”, osserva.  

“C’è quindi un alleggerimento del carico per le rianimazioni – prosegue il presidente dell’Aaroi – Si stanno anche riducendo i numeri di posti di terapia intensiva dove erano stati implementati, alcuni ospedali Covid creati nelle fiere vanno verso la chiusura. Spero però non si arrivi alla dismissione perché dobbiamo essere sempre pronti per ogni tipo di recrudescenza”. 

Immunità di gregge, Pregliasco: “Non la raggiungeremo mai”

L’immunità di gregge per il Coronavirus? Per il virologo Fabrizio Pregliasco, “non la raggiungeremo mai. Si tratta infatti della condizione in cui, secondo modelli matematici, risulta azzerata la diffusione della malattia, e noi non ce la facciamo, nel senso che la malattia diventerà endemica, riusciremo ad abbassare molto l’incidenza e quindi a convivere con il virus. E questo riusciremo a farlo nell’arco di 2-3 mesi”. Ne è convinto il virologo dell’Università di Milano che, all’Adnkronos Salute, spiega come “anche raggiungendo l’80% di popolazione vaccinata”, obiettivo raccomandato come target di copertura vaccinale dell’Oms Europa, “la malattia risulta quasi spenta ma non si arriva mai all’azzeramento della circolazione del virus”.  

“Quando arriveremo al 50% di vaccinati, ai quali aggiungiamo circa 4 milioni di quelli guariti che – sottolinea Pregliasco – sono in realtà almeno il doppio, perché sono tanti quelli non censiti come malati nella prima ondata, arriveremo ad avere gli anziani fragili protetti, ma rimarrà una quota di giovani che manterranno ‘attiva’ la catena di contagio. Quindi, grazie ai vaccini, possiamo parlare di una convivenza con il virus per alcuni anni, che si spera – conclude – sia una convivenza molto ‘civile’. 

Covid, studio: virus viaggia tra cervello e polmone dal nervo vago

Il coronavirus pandemico viaggia tra cervello e polmone attraverso il nervo vago. Lo ha scoperto uno studio italiano pubblicato sul ‘Journal of Neurology’, frutto di una collaborazione fra anatomopatologi, neurologi e rianimatori del Dipartimento di Scienze della salute dell’università Statale di Milano, del Centro di ricerca ‘Aldo Ravelli’ e dell’Asst Santi Paolo e Carlo del capoluogo lombardo. 

“La presenza del virus Sars-CoV-2 – annunciano da UniMi e ospedale dei Santi – è stata documentata non solo” nel polmone e “nelle aree cerebrali di controllo del respiro, ma anche, per la prima volta, è stato rilevato il suo percorso tra polmone e cervello lungo il nervo vago. Conosciuto anche come nervo pneumogastrico o XII paio dei nervi cranici”, il vago “controlla diverse funzioni corporee, fra le quali quelle respiratorie, attraverso l’innervazione del tessuto polmonare particolarmente a livello dei bronchi”. 

Il lavoro è stato possibile grazie a “un’importante collaborazione interdisciplinare che caratterizza il Polo universitario San Paolo”, sottolineano ateneo e azienda socio-sanitaria assistenziale. “Sono stati esaminati i tessuti prelevati da due pazienti deceduti per forme gravi di Covid-19 e i dati sono stati confrontati con quelli prelevati da due soggetti morti per altre patologie, ma senza Covid-19”. Gaetano Bulfamante, direttore della cattedra di Anatomia patologica e Genetica medica, primo autore dell’articolo, riferisce che “gli esami al microscopio documentano la presenza di neuroni danneggiati e contenenti il virus particolarmente concentrati nel bulbo o midollo allungato. Contestualmente abbiamo osservato una notevole attivazione delle cellule gliali, che indica una risposta infiammatoria legata all’infezione. Il dato di estremo interesse – rimarca l’esperto – è la presenza del virus Sars-CoV-2 nelle fibre del nervo vago che connettono appunto il bulbo al polmone”. 

“Le aree cerebrali del bulbo dove abbiamo trovato le alterazioni maggiori sono quelle che contengono i nuclei di controllo della respirazione e una fitta rete di cellule nervose nota come formazione reticolare – evidenzia Tommaso Bocci, ricercatore della clinica Neurologica – Avevamo ipotizzato un danno a livello della formazione reticolare nel bulbo in un precedente studio pubblicato qualche settimana fa, che documentava una funzione anormale della formazione reticolare bulbare, e questi dati anatomopatologici ne danno una conferma anatomica”.  

“Fin dai primi casi gravi di Covid-19 – ricorda Davide Chiumello, direttore della Rianimazione – osservavamo delle alterazioni respiratorie che non erano giustificabili solo dalle alterazioni dovute alla polmonite. I pazienti presentavano delle pause respiratorie seguite da respirazioni ripetute, ma che alteravano comunque il trasporto di ossigeno attraverso i polmoni. La nostra ricerca inoltre documenta la presenza del virus nel nervo vago e dimostra una nuova modalità di diffusione del virus lungo il ‘filo’ di fibre nervose che connette il cervello con il polmone, aggiungendo una tessera importante al mosaico della fisiopatologia e di questa malattia”. 

Varianti Covid, Clerici: “Ci sono anche quelle buone, virus muta a caso”

Le varianti Covid? “Ogni virus muta a caso per cercare di sfuggire alla risposta anticorpale. E, cambiando a caso, certe volte le mutazioni che fa potrebbero dargli un vantaggio, come è successo con le varianti più trasmissibili del coronavirus Sars-CoV-2 emerse. Altre volte invece l’esito è neutro, cioè non cambia il rapporto” con il sistema immune. “Oppure ancora in questo continuo mutare certe volte si svantaggia, accumula mutazioni che non gli danno nessun beneficio e, anzi, lo rendono più neutralizzabile. Queste ultime sono le varianti che il virus tendenzialmente elimina, perché fa il suo mestiere, cioè cercare di non essere visto dagli anticorpi. Succede non solo con il coronavirus Sars-CoV-2”. A chiarirlo all’Adnkronos Salute è Mario Clerici, docente di immunologia dell’università degli Studi di Milano e direttore scientifico della Fondazione Don Gnocchi, che si dice “ottimista per l’autunno”. 

“Nessuno di noi può leggere nel futuro, ma la mia sensazione è che non credo che ci sarà un’ondata ulteriore” di Covid-19 “in autunno. Credo che ormai abbiamo ‘scollinato’, come si suol dire. Grazie alle vaccinazioni che procedono veloci e all’effetto dei raggi solari sono fiducioso che non avremo un altro picco. La situazione finalmente è più favorevole”, osserva.  

Quanto alle varianti, restano sotto i riflettori. In questi giorni, il direttore sanitario dello Spallanzani di Roma, Francesco Vaia, ha segnalato che fra gli indiani rientrati sono state tracciate alcune mutazioni benigne. “Il discorso – spiega Clerici – è che le mutazioni creano una nuvola di varianti virali che sono molto simili una all’altra, con cambi minimi. Qualcuna avvantaggia e qualcun’altra svantaggia, è un processo random. E’ possibile che il virus cercando di ‘fare il furbo’ commetta errori che aumentano la sensibilità agli anticorpi”.  

Certo, aggiunge, “col passare del tempo il virus impara e seleziona varianti più dannose perché vuole avvantaggiarsi. In pratica è in corso un costante ‘braccio di ferro’, viene chiamato proprio così. Da una parte il virus, dall’altra il sistema immune dell’uomo. I due fattori sono in equilibrio. Ovviamente, ogni volta che aumentiamo la forza del braccio del sistema immune coi vaccini, aumentiamo la pressione evolutiva sul virus che cerca di sfuggire a questo pressing creando ancora più varianti potenzialmente in grado di farcela. Ma questo braccio di ferro ci permette di essere vivi come specie. Noi viviamo da sempre in un ambiente contaminato e siamo sopravvissuti perché il nostro sistema immune per ora è stato in grado di fronteggiare gli attacchi dei patogeni, ma loro continuano a esserci”. 

Covid, quale mascherina è meglio usare sui mezzi pubblici?

Coronavirus, mascherine e mezzi pubblici. Quale è meglio usare per scongiurare il contagio in una delle situazioni più a rischio assembramenti? Ecco il parere degli esperti, che intervengono nel dibattito in corso su una possibile indicazione per l’uso prioritario di questi dispositivi nel trasporto pubblico, come già accade in altri Paesi. 

“Utilizzare la mascherina Ffp2 in una situazione ambientale come quella dei mezzi pubblici offre sicuramente una maggiore protezione. Ma bisognerebbe garantire a tutti la possibilità di averle. E’ indubbio che, rispetto alla circolazione di virus più contagiosi, le Ffp2 offrano maggiore sicurezza. L’importante che si indossino in maniera corretta”. A dirlo all’Adnkronos Salute il virologo Giovanni Maga, direttore dell’l’Istituto di genetica molecolare del Cnr di Pavia. In ogni caso, aggiunge, “se tutti indossano la mascherina chirurgica e non c’è un eccessivo affollamento sul mezzo, rispettando quindi le indicazioni sul numero dei passeggeri consentito, la protezione è comunque elevata – precisa il virologo -. La Ffp2 ha la differenza che garantisce, a chi la indossa, una maggiore sicurezza. Sappiamo ormai tutti che la mascherina chirurgica protegge soprattutto chi ci sta di fronte, impedendo alle particelle che emettiamo di arrivare all’altro. La Ffp2 ha una barriera superiore anche in entrata. E’ ovvio che c’è una maggiore garanzia. Si tratta di fare in modo che tutti abbiano la possibilità di acquisirla. Fatto questo, potrebbe essere un’operazione sensata quella di indicarla sui mezzi pubblici”. 

“Oggettivamente in situazioni particolari di affollamento le mascherine Ffp2 garantiscono di più”, spiega quindi all’Adnkronos Salute Fabrizio Pregliasco, virologo dell’università degli Studi di Milano. “L’importante però è l’attenzione di ciascuno di noi, la Ffp2 può servire come aiuto in più. Può andare bene anche la chirurgica con un ‘galateo anti-contagio’ da usare sistematicamente. Dire ai cittadini che ci vogliono le Ffp2 è una cosa che può essere gravosa. Perché comunque – spiega Pregliasco – le mascherine filtranti sono efficaci per 4-6 ore, poi vanno cambiate. Ed è questo il fattore che le rende costose per il cittadino. Quindi, si può magari consigliare di usarle nel periodo dell’esposizione maggiore e buttarle dopo 4-6 ore di utilizzo”. 

Per il microbiologo Andrea Crisanti, ieri ospite di Piazzapulita interpellato sulla scuola in presenza,”sui mezzi pubblici bisognerebbe limitare gli accessi, servirebbe la figura del controllore o del bigliettaio che anni fa bloccava gli accessi. Oppure, si decide che sui bus si sale solo con mascherina Ffp2. Fare tamponi a campione a scuola è sicuramente opportuno. Bisogna capire quali sono le situazioni più rischiose e testare”.
 

La prevenzione a ogni età, progetto per informazioni vaccinali a portata di mouse

Una guida alla prevenzione vaccinale, dalla culla alla terza e quarta età. E’ il sito Internet laprevenzionenonhaeta.it, voluto da Gsk, leader mondiale nella ricerca e nello sviluppo di vaccini. All’interno del portale tutte le informazioni e le risposte alle più comuni domande sulle vaccinazioni oggi disponibili, sui momenti della vita in cui queste sono maggiormente indicate, sui richiami necessari per mantenere una valida protezione, sui possibili effetti indesiderati e sulle iniziative di sensibilizzazione per la prevenzione di infezioni specifiche. 

“La vaccinazione è fondamentale per ridurre i costi sanitari, ma soprattutto le sofferenze delle persone: storicamente, per tutte le patologie per cui è stato disponibile – ed è oggi disponibile – un vaccino, il rapporto costi benefici è assolutamente a favore della vaccinazione che, nella stragrande maggioranza dei casi, è una vaccinazione fatta per sé ma anche per proteggere la comunità di cui facciamo parte”, ricorda Fabrizio Pregliasco, virologo dell’Università degli Studi di Milano, fra gli esperti che hanno collaborato con il portale laprevenzionenonhaeta.it. “La prevenzione non finisce da piccoli: le vaccinazioni in genere danno una protezione per lunghi anni, ma è necessario richiamarle e rinforzare la risposta immunitaria. Ecco perché risulta essenziale che il percorso di vaccinazione investa tutta la vita dell’individuo”, aggiunge. 

“Le vaccinazioni non hanno età – spiega Claudio Costantino dell’università degli Studi di Palermo, membro del team di esperti de laprevenzionennonhaeta.it – E’ però allo stesso tempo importante conoscere, sulla base di quanto previsto dal Piano di prevenzione vaccinale 2017-2019, quali vaccini utilizzare in ogni fascia di età e momento della vita. Ogni vaccino ha una calendarizzazione, una schedula e periodi di somministrazione standardizzati”. Questo perché, nel corso del tempo, il sistema immunitario comincia a perdere vigore. “Il fenomeno dell’immunosenescenza – chiarisce Costantino – è fisiologico e riguarda il sistema immunitario dell’anziano che, nel corso della vita, tende a funzionare un poco meno perché invecchia, come il resto dell’organismo. Quindi i vaccini dedicati alle persone anziane sono dei vaccini che devono superare l’immunosenescenza e devono favorire il sistema immunitario, consentendogli di rispondere in maniera ottimale, nonostante l’età più avanzata”. 

“Un’iniziativa come questa – osserva Paolo Bonanni, direttore del Dipartimento di Scienze della salute dell’università di Firenze – che pure è sponsorizzata e voluta da un’azienda che produce vaccini, è assolutamente aderente a quello che è il calendario previsto dal Piano nazionale di prevenzione vaccinale e non fa altro che riportare in modo diretto e facilmente comprensibile quelle che sono le indicazioni di legge e le raccomandazioni del ministero e delle società scientifiche. Può dare sicuramente un contributo importante per migliorare le conoscenze e la consapevolezza della popolazione in tema di vaccinazione”. 

Il sito può essere esplorato secondo diverse modalità d’approccio, che partono da una filosofia della prevenzione personalizzata. In pratica, ogni utente può andare direttamente nell’area del sito che più interessa, conoscere quali vaccini sono utili per la sua età e, insieme al proprio medico di medicina generale e al pediatra di libera scelta, predisporre il proprio ‘Piano personalizzato di prevenzione’. Tutti i contenuti scientifici del sito sono corredati di bibliografia scientifica e ad aprire le sezioni ci sono brevi video informativi di diversi esperti di fama internazionale, che spiegano il razionale delle vaccinazioni in base all’età e alle diverse caratteristiche, dalla culla fino agli over 65. 

“In pieno lockdown, lo scorso anno, abbiamo iniziato a pensare al domani, mettendo in cantiere questo ambizioso progetto-ombrello di informazione e sensibilizzazione che vede la luce oggi, avendo ottenuto tutte le approvazioni ministeriali per i suoi contenuti”, racconta Barbara Lasagna, responsabile area vaccini Gsk SpA. “Siamo alla vigilia della World Immunization Week, che quest’anno l’Oms ha voluto dedicare a far sì che le vaccinazioni di routine non vengano perse, mentre il mondo si concentra su nuovi vaccini di fondamentale importanza per la protezione contro Covid-19. Questo progetto – conclude Lasagna – penso ne raccolga in concreto lo spirito e mi congratulo con il team che ha lavorato per renderlo realtà”. 

AstraZeneca, Aifa: “In Italia 11 rare trombosi dopo vaccino”

Vaccino AstraZeneca e trombosi: l’Aifa fa il punto della situazione nel terzo rapporto di farmacovigilanza sui vaccini Covid-19, che ha dedicato un focus ai rari eventi collaterali segnalati dopo la vaccinazione con Vaxzevria.  

Su un totale di 62 casi di eventi tromboembolici dopo la somministrazione del prodotto anglo-svedese contro il Covid-19, inseriti in Eudravigilance, in Italia sono stati segnalati 7 casi (con due decessi) di trombosi dei seni venosi intracranici (Csvt) fino al 22 marzo 2021 e 4 casi (con due decessi) di trombosi di più vasi sanguigni in sede atipica, sui 24 inseriti nello stesso periodo nella rete di sorveglianza europea.  

L’approfondimento a livello nazionale di queste segnalazioni è condotto con il supporto di un ‘Gruppo di lavoro per la valutazione dei rischi trombotici da vaccini anti-Covid-19’, costituito da alcuni dei massimi esperti nazionali di trombosi ed emostasi. Gli eventi avversi non noti sono oggetto di continuo approfondimento a livello nazionale ed europeo, evidenzia l’Aifa. 

Covid, Ecdc: “Rosso scuro per 7 regioni Italia, Sardegna rossa”

In Italia restano 7 le regioni in rosso scuro, la fascia di massimo rischio per Covid 19, nella mappa epidemiologica d’Europa aggiornata dall’Ecdc, centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie. Ma cambia l’elenco: e infatti a colorarsi di rosso scuro questa settimana è la Toscana, che si va ad aggiungere a Valle D’Aosta, Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Lombardia, Emilia-Romagna e Puglia. Le Marche e le province autonome di Trento e Bolzano tornano rosse, abbandonando il rosso scuro. E si colora di rosso questa settimana anche la Sardegna che per diverso tempo è stata arancione, colore che contraddistingue un livello più basso di rischio. Anche il resto dell’Italia è rossa. 

Covid, “non solo polmonite: il virus attacca anche il cervello”

Non solo polmonite, il covid colpisce anche il cervello. Il coronavirus Sars-CoV-2 infatti ‘toglie fiato’ non solo per l’infezione che provoca nei polmoni, ma anche attaccando direttamente i centri nervosi che nel cervello controllano il respiro. Lo dimostra uno studio del Dipartimento di Scienze della salute dell’università Statale di Milano, Polo dell’ospedale San Paolo, pubblicato sul ‘Journal of Neurology’. La ricerca dimostra che “nei pazienti Covid-19 gravi, ricoverati in rianimazione e sottoposti a ventilazione meccanica, sono alterati i circuiti nervosi proprio nel tronco cerebrale dove si trovano anche i centri di controllo della respirazione”.  

“Undici pazienti Covid intubati sono stati studiati e confrontati con un gruppo di controllo di pazienti intubati senza Covid-19 e un gruppo controllo di soggetti completamente normali – riferisce Tommaso Bocci, che ha coordinato il lavoro nato dalla collaborazione tra neurologi, rianimatori e patologi del Centro di ricerca ‘Aldo Ravelli’ di UniMi – In tutti è stato valutato con una metodica elettromiografica il riflesso glabellare o di ammiccamento (anche detto ‘blink’). Il riflesso glabellare fa in modo che, in condizioni normali, uno stimolo cutaneo sul sopracciglio induca in pochissimi milllisecondi una chiusura dell’occhio proteggendolo da possibili agenti lesivi. Il circuito di questo riflesso è a livello del tronco cerebrale. L’osservazione principale riportata dal nostro studio è che nei pazienti Covid-19 il riflesso glabellare era gravemente alterato o assente, indicando quindi una grave disfunzione dei circuiti del tronco cerebrale”.  

“Nei primi pazienti Covid-19 ricoverati in rianimazione avevamo osservato clinicamente alterazioni respiratorie che non erano spiegate solo dalla compromissione degli scambi, ma che potevano originare da alterazioni neurologiche del tronco encefalico – sottolinea Davide Chiumello, direttore della Rianimazione all’ospedale San Paolo, fra gli autori dello studio – L’osservazione con metodiche neurofisiologiche documenta e conferma l’ipotesi che l’alterazione respiratoria, pur essendo in gran parte determinata dalla polmonite, è amplificata da effetti della malattia sul tronco encefalico”.  

“I risultati delle registrazioni neurofisiologiche riportate nell’articolo aggiungono un tassello importante per la comprensione dei meccanismi della malattia indotta dal virus Sars-CoV-2”, afferma Chiumello.  

“Stiamo progressivamente convincendoci che la punta dell’iceberg di Covid-19 è a livello polmonare, ma si possono anche verificare danni neurologici correlati a questa malattia che in fase acuta sono mascherati dal quadro polmonare e infettivo – commenta Alberto Priori, direttore della Clinica neurologica dell’università Statale di Milano presso l’ospedale San Paolo – Gli effetti neurologici dell’infezione hanno un decorso diverso nel tempo, forse più prolungato, che stiamo iniziando a studiare solo adesso”. 

Vaccino AstraZeneca: “Obiettivo oltre 5 milioni di dosi in Italia per fine marzo”

Vaccino AstraZeneca in Italia. Per quanto riguarda il nostro Paese, “questa settimana supereremo 1,5 milioni di dosi” di vaccino anti-Covid “consegnate e abbiamo l’obiettivo di superare i 5 milioni di dosi per la fine di marzo”. E’ quanto dichiara AstraZeneca in riferimento alle consegne di vaccino destinate al Paese, in una nota diffusa dalla filiale italiana del gruppo farmaceutico anglo-svedese. “Le date di consegna, la frequenza e il volume possono subire alterazioni dovute ai processi di produzione e alle tempistiche dei processi di controllo qualità”, informa l’azienda. 

“Così come annunciato la settimana scorsa, stiamo continuamente aggiornando il nostro programma di consegna e informando la Commissione europea e il commissario Arcuri su base settimanale dei nostri piani per portare più dosi di vaccino in Europa nel più breve tempo possibile”, assicura AstraZeneca. 

AstraZeneca intanto “conferma che le sue previsioni più recenti per il secondo trimestre 2021 riguardo alle forniture del vaccino anti-Covid mirano a consegnare in linea con quanto previsto dal contratto siglato con la Commissione Europea”, dice un portavoce della multinazionale farmaceutica anglo-svedese, interpellato dall’Adnkronos.  

Per quanto riguarda il contratto con l’Ue, prosegue il portavoce, “circa metà del volume atteso dovrebbe arrivare dalla supply chain all’interno dell’Ue, mentre il resto dovrebbe arrivare dalla rete di fornitura internazionale. In questo stadio, AstraZeneca sta lavorando per aumentare la produttività nella supply chain all’interno dell’Ue e per continuare a fare uso della sua capacità globale per raggiungere la consegna di 180 mln di dosi all’Ue nel secondo trimestre”.  

“Non siamo ancora in grado di fornire previsioni dettagliate per il secondo trimestre”, spiega AstraZeneca riguardo alle consegne di vaccini anti-Covid nella nota diffusa dalla filiale italiana. 

“Il contratto con la Commissione europea – ricorda la compagnia – è stato siglato in agosto del 2020 e in quel momento non era possibile fare una stima precisa delle dosi, che dipende dalla produttività degli impianti di produzione di un vaccino ad alta complessità biologica che non era stato mai prodotto. A questa complessità si è aggiunta una produttività inferiore alle previsioni nello stabilimento destinato alla produzione europea”. Da qui la difficoltà di previsioni certe sulle consegne successive a marzo.