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Categoria: sostenibilita/risorse

Lo studio: in Europa natura in rapido declino  

Nonostante i notevoli sforzi intrapresi, in tutto il territorio dell’Unione Europea la biodiversità continua ad essere protagonista di un rapido declino: lo rileva indicarlo il nuovo report “State of nature in the Eu” pubblicato oggi dall’Agenzia Europea dell’Ambiente che include risultati allarmanti sulla perdita di specie e conferma che la tendenza al declino sta accelerando rispetto all’ultima valutazione di cinque anni fa. 

I numeri. Secondo lo studio, l’81% degli habitat si trova in uno stato di conservazione inadeguato (“poor”) o sfavorevole (“bad”) a livello europeo, con più di 1 habitat su 3 che continua a deteriorarsi. Per le specie, oltre il 60% si trova in uno stato inadeguato o sfavorevole e solo il 6% mostra tendenze al miglioramento, mentre un terzo continua a deteriorarsi. Le specie ittiche sono quelle che stanno peggio di tutte: il 38% si trova in “cattivo” stato di conservazione, mentre il 50% dei pesci e degli anfibi sono in declino. 

Secondo il report, agricoltura e silvicoltura insostenibili, espansione urbana e inquinamento sono i fenomeni che stanno causando il drastico declino della biodiversità in Europa e con questi risultati diventa sempre più difficile raggiungere gli obiettivi chiave della strategia per la biodiversità per il 2020.  

Con la sua valutazione, l’Agenzia lancia un appello urgente agli Stati membri affinché intensifichino la loro azione per attuare le leggi sulla natura e i regolamenti ambientali esistenti nell’Ue, compresa la disponibilità di sufficienti risorse finanziarie e umane per garantire un’efficace protezione della natura. A livello di Unione Europea, l’Aea chiede che vengano intrapresi enormi sforzi per affrontare i fattori che sono alla base della perdita della natura, trasformando la Politica agricola comune (Pa) e la Politica comune della pesca (Pcp) dell’Ue in strumenti efficaci per la protezione della biodiversità. 

Il commento del Wwf. Per Sabien Leemans, Senior Policy Officer per la biodiversità presso l’Ufficio Politico Europeo del Wwf, il rapporto “evidenzia quanto sia diventata urgente un’azione per salvare ciò che resta della natura europea. Dopo il mancato rispetto della scadenza del 2020, la Commissione ha recentemente presentato la sua strategia per la biodiversità 2030, con obiettivi ambiziosi per la conservazione e il ripristino della natura. Questa strategia potrebbe essere una vera e propria svolta, ma solo se gli Stati membri la sosterranno e si concentreranno sulla piena e rapida attuazione delle misure necessarie”.  

D’altra parte il report non rappresenta una sorpresa: “conosciamo gli effetti devastanti dell’agricoltura industriale e della silvicoltura insostenibile ormai da molto tempo”, aggiunge Jabier Ruiz, Senior Policy Officer per l’agricoltura presso l’Ufficio Politico Europeo del Wwf ricordando la strategia Ue Farm to Fork e i suoi obiettivi, importanti ma non sufficienti: “gli eurodeputati, che voteranno il futuro della Pac questa settimana, devono fermare i sussidi dannosi e utilizzare quei soldi per premiare gli agricoltori che adottano pratiche davvero rispettose del clima e della natura”. 

In particolare, sottolinea Alexandre Cornet, Ocean Policy Officer dell’Ufficio Politico Europeo del Wwf, “è necessario che l’Ue e i suoi Stati membri garantiscano una protezione efficace per almeno il 30% dei nostri mari, un obiettivo la cui importanza per il ripristino della natura è riconosciuta dalla Strategia per la Biodiversità”. 

La prossima settimana, ricorda Isabella Pratesi, direttore Conservazione di Wwf Italia, “a livello di Ue saranno prese una serie di decisioni critiche. I ministri dell’Ue e il Parlamento europeo, che decideranno sul futuro della Pac e sulla Strategia sulla biodiversità dell’Ue per il 2030, devono dimostrare di essere all’altezza della sfida globale che ci attende, dalla quale dipende la nostra stessa sopravvivenza sul pianeta”.  

 

Porti: Giampieri (AdSP Adriatico centrale), ‘mascherine e guanti in mare’ 

Mascherine e guanti tra i rifiuti in mare, che ora ‘competono’ con i tradizionali rifiuti in plastica nelle nostre acque. E’ uno degli effetti del Coronavirus ma soprattutto delle nostre cattive abitudini. L’amara scoperta è stata fatta nel porto di Ancona, grazie all’attenta attività di pulizia. “Dal 2013 – racconta all’AdnKronos Rodolfo Giampieri, presidente Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale – è attivo in porto il battello ecologico Pelikan, che si occupa della pulizia degli specchi acquei dai rifiuti semisommersi e oleosi. Proprio questo battello, svolgendo le operazioni routinarie di pulizia ha cominciato a raccogliere durante il lockdown quantità sempre più massicce di mascherine e guanti, prima inesistenti”.  

“E’ la dimostrazione degli effetti sull’ambiente marino dei comportamenti che ognuno di noi sceglie di avere a terra. Smaltire male un rifiuto, o semplicemente non raccoglierlo quando ci scivola a terra, significa spesso farlo finire in mare attraverso i fiumi o gli scarichi. A 40 giorni dall’emergenza pandemica che ha investito il Paese – sottolinea Giampieri – un rifiuto come mascherine e guanti prima inesistente diviene preponderante mentre scompaiono le bottiglie di plastica”. Al momento, però, “ci riferiscono che mascherine e rifiuti rimangono presenti, ma non preponderanti così come accaduto nel periodo di lockdown. Ritornano invece i rifiuti più ‘tradizionali’, in primis le bottigliette di plastica”. 

La lotta alla plastica e ai rifiuti in mare, qui, si fa anche in porto. E nel porto di Ancona, sta diventando una vera e propria eccellenza, a livello nazionale e non solo. Un impegno che “ci vede collaborare in diversi porti del sistema che include gli scali di Pesaro, Falconara, Ancona, san Benedetto del Tronto, Pescara ed Ortona – racconta Giampieri – Oltre al modello Garbage in porto, un riferimento nazionale, abbiamo anche supportato da anni i progetti della marineria di San Benedetto per la raccolta a terra dei rifiuti impigliati nelle reti. Un progetto – dice Giampieri – che è stato riconosciuto per il suo valore anche da Papa Francesco, che lo scorso 18 gennaio ci ha accolto assieme ai pescatori in udienza proprio come riconoscimento all’iniziativa”. 

Non solo rifiuti. L’impegno ambientale riguarda anche la qualità dell’aria: “oltre all’esperienza dell’Ancona Blue Agreement abbiamo oggi in essere la partecipazione al progetto PIA (Progetto Inquinamento Ancona) che ha come obiettivo di condurre un’approfondita analisi sulle emissioni del porto e della città e di correlare ad esse alcuni dati epidemiologici – spiega Giampieri -Grazie al coordinamento scientifico del Prof. Floriano Bonifazi riusciremo a individuare azioni pubbliche e suggerire comportamenti individuali che consentano di migliorare la qualità dell’aria e ridurre l’esposizione delle persone agli allergeni ed agli agenti inquinanti”, conclude il presidente Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale. 

Da Ancona a Bangkok, battello-spazzino pulisce il mare. “Più mascherine e guanti che bottigliette, situazione allarmante” 

L’emergenza covid ha inaspettate ripercussioni sull’ambiente. Se da una parte il lockdown ha fatto ‘respirare’ i nostri mari, dall’altra ora dobbiamo fare i conti con una nuova tipologia di rifiuti: mascherine e guanti monouso che arrivano anche nelle nostre acque, raccolti nel porto di Ancona dal Pelikan, l’imbarcazione ‘spazzino’ che ripulisce il mare ideata dall’azienda Garbage, da anni attiva nel trattamento e nello smaltimento di rifiuti speciali ‘offshore’.  

Una triste scoperta fatta ad aprile ma il fenomeno non si arresta tanto che “in questo periodo abbiamo trovato meno bottiglie di plastica e più guanti e mascherine. Ora un po’ di meno, ma perché se ne sta facendo un uso minore, però la situazione è allarmante”, dice all’AdnKronos Paolo Baldoni, Ceo di Garbage Group. 

Insomma, se “c’è molto inquinamento da plastica, oggi questa è in parte sostituita da mascherine e guanti monouso, che gettati in modo indiscriminato dai fiumi arrivano in mare. E le aziende organizzate per fare qualcosa sono poche”, continua Baldoni. 

La buona notizia è che nel porto di Ancona, che si sta qualificando come hub della ricerca nel settore della Blue Economy, è attivo il sistema Pelikan, un sistema anti inquinamento tutto made in Italy, anzi made in Ancona, che si basa su un battello ecologico che ripulisce il mare dai rifiuti, un’imbarcazione che nasce qui ma che sta suscitando l’interesse di molti Paesi nel mondo, alle prese con il problema dei rifiuti in mare. 

“Siamo presenti già con due battelli in Thailandia, stiamo partendo per la Malesia per un progetto per l’isola di Sabah; abbiamo una grande commessa con i Paesi arabi, dal Kuwait al Qatar dove saremo presenti ai mondiali di calcio, e poi America Latina e Canada”, spiega Baldoni che ci tiene a sottolineare che Pelikan non è solo un battello, ma un ‘sistema’ che coinvolge tutta la filiera: dai cantieri alla formazione “perché in questo caso il comandante deve saper andare in mare, raccogliere i rifiuti e trattarli correttamente, sia in mare che a terra”.  

“Ancona – spiega il Ceo di Garbage Group – è un polo tecnologico scientifico in cui si fa ricerca e innovazione per trovare le migliori tecnologie da montare sul battello per aspirare idrocarburi, rifiuti, plastica; abbiamo una scuola di formazione per formare centinaia di comandanti; la Cpn, che è il cantiere che costruisce le barche. Un metodo completo, in un fazzoletto di terra, che funziona e che ci stanno chiedendo in tutto il mondo”.  

Che il porto di Ancona si stia trasformando in un polo scientifico di rilievo per la ‘cura’ del mare, lo dimostra la recente inaugurazione della sede del Ber – Blue Economy Research che si occuperà di ricerca e sviluppo di soluzioni nel settore del disinquinamento a mare. E con cui Ancona e il suo porto si candidano oggi come punto di riferimento nel Mediterraneo per la innovazione nel settore della Blue Economy. La struttura vede la collaborazione di partner pubblici di spessore come l’Università Politecnica delle Marche e il Cnr – Irbim da un lato, e aziende private come Garbage Group e Cpn che vantano decenni di esperienza nel settore. 

Overshoot Day, con il cibo ‘giusto’ si può posticipare di 32 giorni 

Cambiando il nostro modo di approcciarci al cibo si potrebbe spostare la data dell’Overshoot Day (il giorno in cui la Terra esaurisce le risorse che è in grado di rigenerare in un anno) in avanti di 32 giorni. Perché il cibo rappresenta il principale fattore che spinge l’uomo a fare pressione sugli ecosistemi naturali. 

La sua produzione rappresenta fino al 29% dell’impronta ecologica globale. Il modo in cui lo produciamo, distribuiamo e consumiamo determina circa il 70% dei prelievi di acqua dolce, provoca fino al 37% delle emissioni totali di gas serra e si appropria di circa la metà delle terre abitabili del mondo.  

Gli attuali sistemi alimentari, inoltre, richiedono alte quantità di energia e dipendono ancora molto dai combustibili fossili. Questa dipendenza è più alta per la produzione di alimenti di origine animale (in media, per produrre 1 caloria di prodotti di origine animale, servono circa 5,7 calorie di combustibile fossile).  

Molte colture viaggiano spesso su lunghe distanze prima di raggiungere i consumatori, visto che meno di un terzo della popolazione mondiale riesce ad acquistare prodotti alimentari a base vegetale provenienti da una distanza inferiore a 100 km.  

Lo stesso vale per i mangimi e molti prodotti alimentari trasformati lungo la catena di approvvigionamento. Insomma, il cibo rappresenta la chiave per spostare in avanti la data dell’Overshoot Day: questa la posizione espressa dalla Fondazione Barilla, che ha raccolto e analizzato questi dati per l’Italia. 

“Quest’anno la riduzione della nostra impronta ecologica è finalmente arrivata. Tuttavia, non possiamo considerare questo risultato un successo perché il cambiamento a cui abbiamo assistito è stato la diretta conseguenza delle misure di restrizione imposte in tutto il mondo dalla pandemia, non l’effetto di un progetto di trasformazione strutturale del sistema alimentare”, dichiara Marta Antonelli, direttore di Ricerca della Fondazione Barilla, commentando la data dell’Overshoot Day, il 22 agosto, che quest’anno arriva con quasi un mese di ritardo rispetto al 2019. 

“Il cambiamento registrato – aggiunge – rappresenta la prova tangibile che una trasformazione sostenibile è possibile ed evidenzia il potere che abbiamo come cittadini, attraverso ciò che mettiamo ogni giorno nel piatto. Insieme al Global Footprint Network abbiamo stimato che ripensando il nostro approccio al cibo, eliminando gli sprechi alimentari, prediligendo alimenti stagionali, scegliendo prodotti sostenibili e seguendo diete più sane, bilanciate e a base vegetale potremmo spostare l’Overshoot Day in avanti di 32 giorni”. 

Per farlo, fondazione Barilla ha elaborato 5 consigli, alla portata di tutti, per spostare in avanti la data dell’Overshoot Day: preferire alimenti a base vegetale; acquistare dagli agricoltori locali seguendo la stagionalità, accorciando così la catena di approvvigionamento tra produttore e consumatore e sostenendo l’economia del territorio; scegliere alimenti prodotti con pratiche agricole sostenibili, per aiutare a decarbonizzare il sistema alimentare rispettando gli ecosistemi naturali; seguire regimi alimentari sani e sostenibili, come la Dieta Mediterranea, per fare bene alla nostra salute e a quella del Pianeta; prevenire le perdite e gli sprechi alimentari (il cibo sprecato in un anno rappresenta circa l’8% delle emissioni annuali di gas a effetto serra). 

A livello globale, numerosi attori si sono già attivati per ripensare gli attuali sistemi alimentari in un’ottica più sostenibile. L’Oms, ad esempio, ha lavorato sulle linee guida per elaborare modelli dietetici sani e sostenibili. La Fao ha lavorato perché i governi acquisissero sempre più consapevolezza sui danni economici, sociali e ambientali legati allo spreco alimentare. L’Ue ha elaborato la strategia From Farm to Fork per costruire un sistema alimentare resiliente, equo e sano. E se da una parte stakeholder e policy makers sono già scesi in campo, adesso è il momento che ognuno di noi dia il proprio contributo attraverso piccole scelte quotidiane. 

Ambiente: Unicef, 1 bambino su 3 avvelenato da piombo 

L’avvelenamento da piombo sta colpendo una quantità massiccia e mai vista prima di bambini: circa 1 bambino su 3 (quasi 800 milioni a livello globale) ha nel sangue livelli di piombo superiori a 5 microgrammi per decilitro, livello per il quale è necessario intervenire. Circa la metà di questi bambini vive in Asia Meridionale, ma succede anche in Italia: qui, 160.862 bambini e ragazzi (0-19 anni) hanno livelli medi di piombo nel sangue superiori ai 5 microgrammi per decilitro e 20.963 hanno livelli medi di piombo nel sangue superiori a 10 microgrammi per decilitro. 

La denuncia arriva da un nuovo rapporto lanciato oggi dall’Unicef e da Pure Earth, “The Toxic Truth: Children’s exposure to lead pollution undermines a generation of potential”, realizzato dall’Institute of Health Metrics Evaluation e verificato con uno studio approvato per la pubblicazione su Environmental Health Perspectives. 

Con pochi sintomi iniziali, come spiega Henrietta Fore, direttore generale Unicef, il piombo silenziosamente distrugge la salute e lo sviluppo dei bambini, con conseguenze anche fatali. Lo studio mostra che il piombo è una neurotossina potente che causa danni irreparabili al cervello di un bambino. Particolarmente distruttivo per i bambini molto piccoli e fino ai 5 anni di età, danneggia il loro cervello prima che abbiano l’opportunità che si sviluppi completamente, causando disabilità neurologica, cognitiva e fisica. 

Secondo il rapporto, l’esposizione dei bambini al piombo è stata correlata anche a problemi di salute mentale e comportamentali e a un incremento del crimine e della violenza. I bambini più grandi soffrono di conseguenze gravi, compreso un rischio più alto di danni ai reni e malattie cardiovascolari nel corso della vita. L’esposizione dei bambini al piombo è stata stimata costare nei Paesi a basso e medio reddito circa 1 trilione di dollari a causa della perdita economica potenziale di questi bambini nel corso della vita. 

Ma qual è la fonte di questa terribile forma di inquinamento? Secondo il rapporto, il riciclaggio informale e non conforme agli standard di batterie al piombo acido è tra le principali nei Paesi a basso e medio reddito, dove dal 2000 si è verificato un incremento di tre volte superiore del numero di veicoli. E dove fino al 50% delle batterie a piombo acido vengono riciclate smaltite in modo non sicuro nell’economia informale. 

I lavoratori che effettuano operazioni di riciclaggio pericolose e spesso illegali rompono casse di batterie aperte, versano acido e polvere di piombo nel terreno e fondono il piombo recuperato in forni grezzi a cielo aperto che emettono fumi tossici che avvelenano la comunità circostante. Spesso i lavoratori e la comunità esposta non sono consapevoli che il piombo sia una potente neurotossina. 

Non solo batterie. Altre fonti sono i tubi di piombo per l’acqua; l’industria estrattiva e le miniere; pigmenti e pitture a base di piombo; benzina al piombo (che ha avuto una riduzione considerevole negli ultimi decenni, ma è stata una delle principali fonti storiche di questo inquinamento); saldatura al piombo delle lattine di cibo; e poi piombo nelle spezie, nei cosmetici, nella medicina ayurvedica, nei giocattoli e in tanti altri prodotti di consumo. 

Ma mentre i livelli di piombo nel sangue sono diminuiti drasticamente nella maggior parte dei Paesi ad alto reddito grazie all’eliminazione della benzina al piombo e della maggior parte delle vernici a base di piombo, la stessa cosa non è accaduta nei Paesi a basso e medio reddito dove tali livelli sono rimasti elevati.. 

Il rapporto presenta cinque casi studio nazionali in cui l’inquinamento da piombo e altri rifiuti tossici di metalli pesanti ha colpito i bambini: Kathgora in Bangladesh; Tblisi in Georgia; Agbogbloshie in Ghana, Pesarean in Indonesia e Morelos State in Messico. 

Territorio: Per ogni neonato in Italia 135 mq di cemento 

In Italia cresce più il cemento che la popolazione: nel 2019 sono nati 420mila bambini mentre il suolo ormai sigillato è avanzato di altri 57 kmq, 57 milioni di metri quadrati di nuovi cantieri e costruzioni, al ritmo confermato di 2 metri quadrati al secondo. È come se ogni nuovo nato italiano portasse nella culla ben 135 mq di cemento. Un fenomeno che non risparmia le aree a rischio idrogeologico e sismico, con la Sicilia che spicca per essere la regione con la crescita percentuale più alta nelle aree a pericolosità idraulica media.  

E se Roma si conferma Capitale del cemento, per fortuna non mancano i segnali positivi: la Valle d’Aosta, con solo 3 ettari di territorio impermeabilizzato nell’ultimo anno, è la prima regione italiana vicina all’obiettivo “Consumo di suolo zero” e si dimezza la quantità di suolo perso in un anno all’interno delle aree protette. 

E’ la fotografia scattata dal rapporto Ispra Snpa “Il consumo di suolo in Italia 2020” che analizza le trasformazioni del suolo negli anni e che in questa edizione si arricchisce di contributi provenienti da 12 Osservatori delle Regioni e Province autonome, anche grazie al progetto Soil4Life. 

Consumo di suolo e crescita demografica. Non c’è un legame quindi tra popolazione e nuovo cemento e si continua ad assistere alla crescita delle superfici artificiali anche in presenza di stabilizzazione, in molti casi addirittura di decrescita, della popolazione. Nel 2019, i 57 milioni di metri quadrati di nuovi cantieri e costruzioni si registrano in un Paese che vede un calo di oltre 120mila abitanti nello stesso periodo. Ognuno di questi ha oggi a “disposizione” 355 mq di superfici costruite (erano 351 nel 2017 e 353 nel 2018). 

Aree a rischio idrogeologico e sismico. La copertura artificiale avanza anche nelle zone più a rischio del Paese: nel 2019 risulta ormai sigillato il 10% delle aree a pericolosità idraulica media P2 (con tempo di ritorno tra 100 e 200 anni) e quasi il 7% di quelle classificate a pericolosità elevata P3 (con tempo di ritorno tra 20 e 50 anni). La Liguria è la regione con il valore più alto di suolo impermeabilizzato in aree a pericolosità idraulica (quasi il 30%). Il cemento ricopre anche il 4% delle zone a rischio frana, il 7% di quelle a pericolosità sismica alta e oltre il 4% di quelle a pericolosità molto alta. 

Regioni e Comuni. Il Veneto, con +785 ettari, è la regione che nel 2019 consuma più suolo (anche se meno del 2017 e del 2018), seguita da Lombardia (+642 ettari), Puglia (+625), Sicilia (+611) ed Emilia-Romagna (+404). A livello comunale, Roma, con un incremento di suolo artificiale di 108 ettari, si conferma il comune italiano con la maggiore quantità di territorio trasformato in un anno (arrivando a 500 ettari dal 2012 ad oggi), seguito da Uta (Cagliari, +58 ettari in un anno) e Catania (+48 ettari). Va meglio a Milano, Firenze e Napoli, con un consumo inferiore all’ettaro negli ultimi 12 mesi (+125 ettari negli ultimi 7 anni a Milano, +16 a Firenze e +24 a Napoli nello stesso periodo). Torino, dopo la decrescita del 2018, non riesce a confermare il trend positivo e nell’anno di riferimento, riprende a costruire, perdendo 5 ettari di suolo naturale. 

Bene le aree protette, male la costa. Nel 2019 sono 61,5 gli ettari di suolo compromesso, valore dimezzato rispetto all’anno precedente, dei quali 14,7 concentrati nel Lazio e 10,3 in Abruzzo. Pur non arrestandosi nel complesso, il consumo di suolo all’interno di queste aree, risulta decisamente inferiore alla media nazionale. Al contrario, lungo le coste, già cementificate per quasi un quarto della loro superficie, il consumo di suolo cresce con un’intensità 2-3 volte maggiore rispetto a quello che avviene nel resto del territorio. 

Perdita di produzione agricola e danni economici. In soli 7 anni, tra il 2012 e il 2019, la perdita dovuta al consumo di suolo in termini di produzione agricola complessiva, stimata insieme al Crea, raggiunge i 3.700.000 quintali; nel dettaglio 2 milioni e mezzo di quintali di prodotti da seminativi, seguiti dalle foraggere (-710.000 quintali), dai frutteti (-266.000), dai vigneti (-200.000) e dagli oliveti (-90.000). Il danno economico stimato è di quasi 7 miliardi di euro, che salirebbe a 7 miliardi e 800 milioni se tutte le aree agricole fossero coltivate ad agricoltura biologica. 

Non solo consumo di suolo: su quasi un terzo del Paese aumenta dal 2012 ad oggi anche il degrado del territorio dovuto anche ad altri cambiamenti di uso del suolo, alla perdita di produttività e di carbonio organico, all’erosione, alla frammentazione e al deterioramento degli habitat, con la conseguente perdita di servizi ecosistemici. 

Fase 3: Utilitalia, ecco le proposte per il rilancio economico del Paese  

Garantire l’operatività dei servizi essenziali e snellire i procedimenti autorizzativi per interventi urgenti, avviando poi le azioni necessarie a favorire il percorso di rilancio tramite la realizzazione di nuove opere infrastrutturali. Sono i temi centrali intorno ai quali si sviluppa il documento “Il contributo delle Utilities al rilancio economico del Paese”, realizzato da Utilitalia (la federazione delle imprese idriche, ambientali ed energetiche) in collaborazione con la fondazione Utilitatis e con il contributo di Svimez e PwC, presentato oggi nel corso di un convegno cui hanno partecipato vertici di grandi gestori, rappresentanti istituzionali e del mondo accademico. 

Le imprese di pubblica utilità hanno in programma un piano di investimenti da 50 miliardi di euro in 5 anni – 30 nel settore idrico, 12 in quello energetico e 8 in quello ambientale – per contribuire alla ripartenza economica del Paese: ma per la sua effettiva realizzazione c’è bisogno che il Governo crei le giuste condizioni, individuando gli strumenti idonei per permettere alle imprese di mettere a frutto gli investimenti pianificati.  

Questi investimenti possono contribuire in modo rilevante al rilancio dell’economia, dato il forte impatto che sono in grado di generare sul Pil (3,6%) e sull’occupazione, con un incremento di circa 400mila posti su scala nazionale, oltre un terzo dei quali, come stimato da Svimez, solo al Sud.  

“Tra i settori industriali che hanno subìto gli effetti economici del blocco delle attività produttive – spiega il direttore generale di Utilitalia, Giordano Colarullo – quello delle Utilities ha mostrato una elevata capacità di resilienza, legata soprattutto alla natura di essenzialità dei servizi erogati. Il nostro studio mostra come gli investimenti nei settori dell’acqua, dell’ambiente e dell’energia rappresentino un volano per accelerare la crescita del Paese, con una forza e un impatto economico significativo che si inserirebbero nella linea degli obiettivi della sostenibilità e del Green New Deal. Un intervento importante anche per lo sviluppo economico delle regioni del Sud, considerando l’elevato fabbisogno di investimenti che tali aree presentano per colmare il gap infrastrutturale con il resto dell’Italia”. 

Per supportare questa prima fase, Utilitalia propone di prevedere un’iniezione straordinaria di liquidità a supporto delle imprese, e anche di sostegno all’attuazione dei piani di investimento programmati. Sarebbe inoltre necessario rilanciare il mercato dei contratti pubblici e garantire la tempestività degli approvvigionamenti, nonché semplificare i procedimenti e ridurre di un terzo i termini delle procedure autorizzative. 

Da un punto di vista fiscale si propone di incentivare fiscalmente le aggregazioni tra imprese e di introdurre l’agevolazione fiscale del superammortamento, limitata agli investimenti non inferiori ai 10 milioni di euro effettuati fino al 2023. 

Andrebbe poi accompagnato il rilancio degli investimenti con l’esclusione dall’ambito di applicazione del Testo Unico delle società partecipate (d.lgs. 175/2006) di tutte quelle società che emettono strumenti finanziari quotati diversi dalle azioni in mercati regolamentati o a questi equiparati; con l’obiettivo di superare le criticità derivanti dalla normativa sulle società a controllo pubblico, bisognerebbe inoltre escludere queste società dalle regole speciali in materia di gestione del personale. 

In questa prima fase, occorre che sia completata la riforma di governance istituzionale per il servizio idrico nel meridione, anche attraverso il coinvolgimento delle Autorità di bacino distrettuale, in tutte quelle realtà in cui la riforma stessa non sia stata completata; andrebbe inoltre rifinanziato il piano strategico per le grandi infrastrutture idriche, lavorando al contempo a una gestione integrata dei fanghi di depurazione. 

Bisognerà poi prevedere un ampliamento e miglioramento delle reti acquedottistiche con l’obiettivo primario di contenere le perdite di rete e lo sviluppo dei water safety plans, per segnare il passaggio da un approccio reattivo ad uno preventivo ai controlli sulla qualità dell’acqua distribuita. Andranno superate le criticità che riguardano la mancanza parziale o totale delle reti di raccolta e collettamento dei reflui, potenziando al contempo gli impianti di depurazione per garantire il superamento della grave carenza strutturale del servizio soprattutto nel Sud e nelle Isole.  

Più in generale, deve essere messa in campo una strategia di intervento volta alla sviluppo dell’economia circolare basata su quattro assi principali: l’efficienza energetica nelle attività e nelle infrastrutture del servizio idrico integrato; la riduzione dell’utilizzo della plastica mediante la promozione del consumo di acqua potabile; il recupero di energia – elettrica e termica – e di materie prime mediante impianti o specifici trattamenti integrati nelle infrastrutture idriche, nonché la diffusione di energia da fonti rinnovabili per l’alimentazione degli impianti del servizio idrico integrato; e il riuso dell’acqua trattata, ad esempio a fini agricoli e industriali. 

Per quanto riguarda il settore ambientale, in questa prima fase Utilitalia propone di attribuire a tutte le Regioni la responsabilità di effettuare una stima del fabbisogno impiantistico residuo, per permettere rapidamente la realizzazione di infrastrutture necessarie alla gestione ed al trattamento dei rifiuti. Alle Regioni e alle Province autonome andrebbe permesso di autorizzare, ove tecnicamente possibile, un incremento fino al 10% della capacità degli impianti di trattamento della frazione organica, anche se proveniente da altre regioni. Bisognerebbe inoltre semplificare e ridurre i tempi delle procedure autorizzative degli impianti di trattamento, nonché rivedere l’attuale disciplina dell’End of waste. 

In una seconda fase, andrebbe valutata una riforma profonda del sistema, investendo nella costruzione degli impianti necessari, con soluzioni che tengano in considerazione il principio di prossimità, sia per i rifiuti urbani che per gli speciali. Andrebbero inoltre promosse la piena applicazione della responsabilità estesa del produttore e l’utilizzo del CSS come combustibile alternativo, supportando al contempo l’attività di regolazione e rafforzando la filiera del riciclo tramite misure economiche per consentire lo sviluppo del mercato dei materiali riciclati. 

Nel settore energetico, è necessario in questa prima fase garantire il conseguimento dei target previsti dal Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima, il cui strumento più importante sono i Titoli di Efficienza Energetica. Bisogna inoltre prevedere una forte semplificazione delle procedure e garantire a tutti gli stakeholders un equilibrio economico-finanziario; stabilizzare il sistema degli incentivi nella filiera del biometano e concedere un prolungamento dei termini per permettere alle aziende di usufruire del periodo di incentivazione decennale; e introdurre adeguati chiarimenti normativi per l’applicazione dell’aliquota Iva del 10% alle forniture di energia termica rese tramite teleriscaldamento. 

In una seconda fase andrà previsto un rilancio del ruolo del settore idroelettrico (superando l’elevata frammentazione normativa), del meccanismo dei TEE e del relativo mercato attraverso la rimozione dei vincoli di natura territoriale o settoriale. Sarà poi importante rafforzare gli strumenti e i meccanismi di mercato come il capacity market, promuovere le potenzialità del biometano e individuare un regime di sostegno alla realizzazione di reti di teleriscaldamento.  

Andranno infine previste una completa liberalizzazione dei mercati retail che possa garantire il contenimento dei prezzi, anche attraverso un riordino della struttura degli oneri di sistema, fiscali e parafiscali, e la definizione di meccanismi che forniscano un adeguato bilanciamento tra il riconoscimento di incentivi alle energy communities e la necessità di assicurare l’equilibrio economico-finanziario delle infrastrutture di rete preesistenti.