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Categoria: sostenibilita/world-in-progress

Energia: Iaquaniello (NextChem), ‘Possiamo produrre idrogeno da rifiuti a costi competitivi’ 

“Già oggi possiamo produrre idrogeno utilizzando rifiuti, a un costo competitivo con i fossili e, in questo modo, risolvere anche il problema della gestione dei rifiuti urbani”, un processo che rappresenta “anche un agevolatore verso una produzione completamente green da qui a 20-30 anni”. Così Gaetano Iaquaniello, chairman NextChem, in occasione della conferenza internazionale “Potenzialità della filiera dell’idrogeno nel contesto della transizione energetica” del World Energy Council Italia in collaborazione con Aidic – Associazione Italiana di Ingegneria Chimica, oggi a Roma.  

La tecnologia in questione “che stiamo implementando insieme ad Eni”, è una tecnologia “di ossidazione parziale ad alta temperatura, si produce un gas di sintesi che poi viene trasformato in idrogeno attraverso tecnologie convenzionali – spiega Iaquaniello – Una tecnologia che, secondo me, potrebbe avere anche un interesse nell’utilizzare l’elettrolisi”. 

Insomma, “l’idrogeno circolare significa proprio questo, utilizzare i rifiuti per la sua produzione. E’ chiaro che una produzione di questo tipo implica la convergenza di mondi diversi: il mondo dei rifiuti, il mondo industriale e il mondo della politica. Per implementare certe soluzioni bisogna mettere insieme attori diversi. L’idea potrebbe essere quella di creare cluster regionali, territoriali, nei quali risolvere da una parte il problema dei rifiuti, dall’altra produrre idrogeno da utilizzare anche per la mobilità”. 

Costo, capacità e continuità delle energia rinnovabili: queste le tre principali questioni da affrontare per agevolare una transizione che vada nella direzione dell’idrogeno, secondo il Chairman NextChem. “E’ chiaro che andiamo verso un’economia a idrogeno, ma quali sono i problemi da affrontare per implementare questa strategia? Il primo è il costo – spiega – oggi produrre idrogeno verde costa da 3 a 4 volte il costo di quello ‘grigio’, cioè l’idrogeno convenzionale. “Il secondo punto è la capacità, soprattutto quando si parla di applicazioni industriali dove le capacità sono molto importanti. Poi c’è un terzo aspetto: le energie rinnovabili devono fare un salto verso la continuità perché nei processi chimici c’è bisogno di continuità”. 

Per Iaquaniello “è importante capire come agevolare la transizione facendo leva sulle tecnologie esistenti. Quando facciamo steam reforming, si produce molta CO2 (9-10 kg per kg di idrogeno) però, in questo momento possiamo anche mettere in sviluppo delle tecnologie, sempre sullo steam reforming, che ci permettono di ridurre queste emissioni. Basta pensare all’elettrificazione dello steam reforming, e quel 10 diventa 5. C’è anche un’altra strada che è quella di produrre idrogeno dai rifiuti”. 

“Queste tecnologie possono lavorare in simbiosi anche con l’elettrolisi. Con l’elettrolisi produciamo idrogeno ed ossigeno e in alcuni processi l’ossigeno si potrebbe utilizzare – aggiunge – Secondo me, si possono pensare soluzioni ibride, iniziare a integrare in queste tecnologie l’elettrolisi e lanciare il discorso anche delle infrastrutture e delle applicazioni”. 

Porti: Giampieri (AdSP Adriatico centrale), ‘Ancona laboratorio di sostenibilità’ 

Cantieristica, carburanti puliti, gestione dei rifiuti e ricerca. Così il porto di Ancona si candida a diventare un vero e proprio hub della sostenibilità e della tutela dell’ecosistema marino. “Il porto di Ancona punta a diventare un laboratorio esteso sul tema della sostenibilità applicata alla blue economy”, dichiara all’AdnKronos Rodolfo Giampieri, presidente Autorità di Sistema Portuale del Mare Adriatico Centrale, sottolineando che “in ogni settore dello scalo (traffico merci, passeggeri, pesca, cantieristica, nautica, per citare i principali) le imprese si stanno confrontando con la sfida di rendere la sostenibilità un valore competitivo imprescindibile del mercato moderno”.  

Qualche esempio? “Penso alle costruzioni sempre più green della cantieristica del nostro porto, ma anche all’esperienza fatta con le compagnie traghetto dell’Ancona Blue Agreement, con la quale le compagnie si sono impegnate ad utilizzare carburanti più puliti durante la sosta e la partenza dal nostro porto, anticipando per tutto il 2019 gli obblighi entrati in vigore nel 2020 sulla riduzione delle emissioni. Una sfida raccolta, con costi importanti a carico delle imprese, che testimonia l’attenzione che il cluster marittimo sta mostrando verso la sostenibilità”. 

Non è un caso che sia stata appena inaugurata, proprio al Porto di Ancona, la sede del Ber – Blue economy Research. “La nascita del Ber – spiega Giampieri – rappresenta l’incontro tra i mondi della ricerca, della cantieristica e dei servizi portuali: un’intesa che è maturata in anni di confronto e crescita insieme dei soggetti privati e pubblici coinvolti. Voglio sottolineare il ruolo positivo della normativa portuale, che stimola la crescita di aziende capaci di offrire servizi di pulizia e gestione del ciclo dei rifiuti a trecentosessanta gradi: dai rifiuti delle navi alla pulizia degli specchi acquei, specialità dove ad Ancona è nato il battello Pelikan”. 

Per Giampieri, “porti nati all’interno delle città non possono pensare ad uno sviluppo che non sia in armonia con la comunità e con sensibilità ed attenzioni sempre più diffuse, come l’ambiente. Per questo l’intera portualità è chiamata ad affrontare la sfida della sostenibilità. Le azioni prioritarie su cui ci siamo concentrati in forte coordinamento con la Capitaneria di porto, l’amministrazione comunale e la Regione Marche sono il tema della qualità dell’aria e la lotta alla plastica in mare, cercando di mettere in atto soluzioni concrete”. 

La riforma della portualità, che ha incluso anche porti di minori dimensioni nei sistemi portuali, “ha rafforzato il ruolo delle Autorità di sistema come agenzie della blue economy: logistica, traffico passeggeri, nautica, pesca, cantieristica e servizi turistici, per citare le principali attività dei porti, trovano negli scali un punto di incontro e coesistenza. Una delle principali missioni delle Autorità di sistema portuale odierne – dice Giampieri – è proprio quella di contemperare le esigenze di tutti questi settori della blue economy, creando le premesse per una crescita economica ed occupazionale”.  

Nei porti quindi “si concentra quell’insieme di competenze e sensibilità capaci di interagire e crescere: il laboratorio Ber è un esempio lampante di competenze diverse che si sedimentano nel porto, ma un altro chiaro esempio è la cantieristica, con la sua filiera diffusa di fornitori di qualità. Per dare un’idea del potenziale, basti pensare che il porto di Ancona vede oggi occupate 6526 persone, con una produzione che si aggira intorno al 3% del Pil regionale”, conclude. 

 

Sostenibilità: Realacci, ‘green economy non è sol dell’avvenire ma realtà’ 

Negli ultimi 5 anni un terzo delle imprese manifatturiere italiane ha fatto investimenti ‘green’, dal risparmio energetico alle rinnovabili all’innovazione di processo e prodotto. E sono le imprese che esportano di più e creano più occupazione. A ricordare i dati Symbola-Unioncamere della green economy italiana è Ermete Realacci, presidente Fondazione Symbola, in occasione dell’incontro “Green economy, green welfare?” al Meeting di Rimini. Insomma, “la green economy non è il sol dell’avvenire ma già oggi è un punto di forza delle nostre filiere produttive”, sottolinea Realacci. 

“L’Italia è di gran lunga la superpotenza dell’economia circolare – continua Realacci – oggi recuperiamo, nei cicli produttivi, il doppio della media delle materie prime rispetto all’Europa, un processo che avviene in tutti i settori e che ci fa risparmiare ogni anno 21 milioni di tonnellate equivalenti di petrolio e 58 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. E questo avviene in tutti i settori, dal legnoarredo alla ceramica alla meccatronica, ovunque l’Italia registra performance più avanzate degli altri Paesi europei”.  

Tra i settori in cui siamo i più forti nel mondo? “Quello delle giostre. I bambini di tutto il mondo giocano su giostre italiane che ‘vincono’ perché sono più belle e perché consumano meno energia”. E a proposito di energia, anche qui la trasformazione è in atto ma bisogna cogliere le opportunità.  

“Oggi si parla molto di green economy e di economia circolare ma non dobbiamo pensare che siano argomenti semplici la cui soluzione è dietro l’angolo – dice Marco Brun, Ceo Shell Italia – Siamo all’inizio di una delle più gravi crisi del Paese dal secondo dopoguerra ma, come tutte le crisi, rappresenta anche un’opportunità. Il settore energetico avrà un ruolo cruciale nella ripartenza ma la pandemia non deve essere una scusa per rallentare la transizione energetica, anzi: bisogna accelerare”.  

Il gruppo Shell, ricorda Brun, “ha dato pieno appoggio alle conclusioni della Cop21 di Parigi nel 2015. Ha aggiornato la propria strategia puntando sulla neutralità carbonica al 2050; abbiamo costituito una nuova divisione che spinge sulle rinnovabili; in Italia abbiamo fatto due acquisizioni importanti e oggi siamo tra i leader nel mercato di colonnine di ricarica, con 170mila punti di ricarica in Europa, e attivi nell’accumulo domestico e nella produzione fotovoltaica”. Però, aggiunge Brun, “siccome quello energetico è uno dei pochi settori in grado di coniugare ingenti investimenti, creazione di posti di lavoro, ricerca, sviluppo e indotto, è necessario assicurare un rilancio del comparto che è in pesante sofferenza, che significa spingere sulla realizzazione e l’ammodernamento delle infrastrutture energetiche”.  

“Purtroppo oggi una grande opera in Italia impiega in media quasi 16 anni per vedere la luce, di cui 8 dovuti all’inezia burocratica. Per cui – continua il Ceo di Shell Italia – è necessario semplificare i processi autorizzativi, altrimenti gli investimenti non si riescono a fare”, aggiunge ricordando che questo è fondamentale anche per realizzare gli obiettivi del Piano energia e clima, il Pniec. “Per attuare una cura shock con riforme legislative ci vogliono anni, ma abbiamo un esempio sotto gli occhi di tutti, quello del commissariamento del ponte Morandi che dimostra il livello di efficienza che possiamo raggiungere. La metodologia di lavoro in un’emergenza deve essere quella, estendiamola ad altri settori chiave: energie rinnovabili, 5G, porti italiani. E poi portiamo avanti le riforme legislative. Ma non possiamo aspettare è tempo di agire”. 

Quello che manca, spiega Massimo Bruno, responsabile Sostenibilità e Affari Istituzionali Italia Enel, “è una visione comune di dove vogliamo andare e questo si riflette nella lentezza della burocrazia. Anche il Dl Semplificazioni da poco uscito poteva essere un po’ più ardito, il rischio è che gli obiettivi del Pniec non li raggiungeremo mai. Il Recovery Fund “è una grande opportunità ma bisognerà saper utilizzare questi fondi e io ho qualche dubbio che ci sia un po’ di confusione. Anche qui servirebbe una visione comune per non perdere tempo. Va fatta una grande opera di approfondimento, trovare i veri obiettivi e tagliare quella burocrazia che a volte blocca gli investimenti”. 

Sostenibilità: la rigenerazione urbana è ambientale, sociale e rinnovabile 

Periferia, una parola da cancellare dal vocabolario della progettazione urbana; qualità della vita il filo conduttore; sostenibilità ambientale sì, ma anche sociale; costruire sul costruito per non consumare, inutilmente, ulteriore suolo. E le infrastrutture energetiche dovranno fare la loro parte per creare città ‘pulite’ e rinnovabili. Sono gli elementi della rigenerazione urbana, raccontata nell’incontro dedicato al tema al Meeting di Rimini 2020. 

Nei progetti di riqualificazione urbana, dice Mario Abbadessa, amministratore delegato Hines Italy, focalizzarsi sulla sostenibilità ambientale “è banale perché ogni nuovo intervento oggi deve essere sostenibile dal punto di vista ambientale. Bisogna fare della sostenibilità sociale, colmare il divario tra classi sociali, e il primo modo per farlo è evitare di commettere l’errore del passato, cioè di creare le periferie, parola che non deve esistere più perché in Italia troppo spesso associata a quartieri dormitorio separati dalla città”. 

Visione sposata dal sindaco di Genova Marco Bucci: “La mia visione di città? La rigenerazione urbana è una delle componenti principali, ci sono aree della città che vanno completamente rigenerate e come dice il mio amico Renzo Piano dobbiamo costruire sul costruito ed evitare di fare periferie”. Da questo punto di vista “il vantaggio di Genova è di avere 20 delegazioni, quindi 20 paesi uniti che formano la città, 20 centri storici senza una vera periferia”, parola “che non deve esistere più se vogliamo avere una città ad alta qualità di vita”, sottolinea il primo cittadino.  

Urbanizzazione, elettrificazione dei consumi, decarbonizzazione: questi i ‘megatrend’ in atto secondo Vincenzo Ranieri, amministratore delegato E-Distribuzione, che “ci obbligano a ripensare il nostro modello di città” anche tenendo presente che “la transizione energetica in atto rappresenta la trasformazione del sistema energetico più grande degli ultimi 100 anni” e le città “devono guidare questo cambiamento”. Le infrastrutture energetiche, sottolinea Ranieri, “devono rapidamente concorrere a dare il loro contributo alla rigenerazione urbana, visto che oggi le città occupano il 5% della superficie terrestre ma sono responsabili del 70% del consumo globale di energia e di emissioni di gas a effetto serra. Per questo, la trasformazione del modello di città per come la conosciamo verso un modello smart non può prescindere dagli obiettivi di efficienza energetica e di sostenibilità ambientale”. 

Dobbiamo immaginare un mondo nuovo fatto di energia pulita. Parola di Marco Alverà, amministratore delegato di Snam, per il quale “oggi abbiamo l’opportunità di passare a un mondo che vada totalmente a rinnovabili. Noi puntiamo sui gas rinnovabili e l’idrogeno che è la vera novità. Secondo me quello che avrà più successo è l’idrogeno che si può produrre dal sole e che può essere trasportato attraverso le infrastrutture esistenti. Da sempre è considerato, da tutti gli scienziati, la soluzione definitiva per avere energia pulita. Ha sempre avuto come problema il costo: costava 40 volte più del petrolio, oggi costa 5 volte più del petrolio, ma abbiamo fatto degli studi e secondo noi in 5 anni, se l’Europa guida e supporta questa trasformazione, si può produrre idrogeno dal sole con costi molto competitivi”. 

Infine, il settore dei trasporti. E anche qui riqualificare e rigenerare sono le parole d’ordine. Per esempio Fnm sta pensando a una riprogettazione degli spazi “con una forte componente sociale” e nel segno di una “nuova antropizzazione”. A raccontare il progetto di infrastrutturazione di Ferrovie Nord Milano, è il suo presidente Andrea Gibelli. Fnm, spiega Gibelli, “non si occuperà solo di posizionare nuovi binari ma stiamo pensando a un’idea di rigenerazione urbana. La ferrovia concessa dalla Regione Lombardia a noi è il percorso che va dalla stazione di Cadorna a Milano Malpensa e noi stiamo pensando alle infrastrutture che guardano 72 km lineari con un progetto di rigenerazione urbana che guarda a tutti i comuni che tocchiamo da Milano alla provincia di Varese fino a Malpensa”. Tanti progetti che danno vita a “una filiera di rigenerazione” e un sistema, quello dei trasporti, che oggi si sta ripensando attraverso “progetti che abbiamo definito ‘di nuova antropizzazione'” che significa costruire sul costruito, rendere centrale l’architettura, progettare spazi con una forte componente sociale, spiega il presidente di Fnm. Tra questi progetti, quello “di considerare la fascia ferroviaria di 700 mt lato binario come area di ripiantumazione” e ancora “su un’area di 72 km ci sarà una pista ciclabile che connetterà tutte le aree urbane che toccano Cadorna fino a Malpensa”. 

Libri: ‘Rivoluzione idrogeno’, il piano in 10 mosse di Marco Alverà 

L’energia del futuro in una molecola. L’idrogeno, l’elemento più abbondante dell’universo, può essere la soluzione da affiancare all’elettricità rinnovabile perché consente di trasformare l’energia solare ed eolica in un combustibile efficiente, facile da trasportare, stoccare, distribuire e utilizzare, con il grande vantaggio di essere illimitato e pulito. Ma serve una “Rivoluzione idrogeno”, come recita il titolo del libro di Marco Alverà (“Rivoluzione idrogeno. La piccola molecola che può salvare il mondo”, Mondadori Electa) con il suo piano in 10 mosse per far decollare l’economia dell’idrogeno. 

Con un piano ambizioso, sostiene Alverà, è possibile intravedere uno scenario nel quale al prezzo di 2 dollari per chilo si raggiunga un “punto di svolta” per l’idrogeno, che in soli cinque anni potrebbe essere competitivo con il petrolio e senza sussidi. Le sfide per l’affermazione definitiva dell’idrogeno verde (quello prodotto utilizzando elettricità da fonti rinnovabili) prevedono il miglioramento della sua reputazione e percezione di sicurezza; rendere capillari le infrastrutture di fornitura; ridurre i costi. 

Serve un piano, deciso e ambizioso, e questo è quello suggerito da Alverà. Primo, darsi un obiettivo: far scendere il costo dell’idrogeno verde fino a raggiungere la parità con i combustibili fossili in molte applicazioni in cinque anni; questo vuol dire raggiungere un costo tra i 2-3 dollari al chilo. Secondo, serve una ‘coalizione di volenterosi’: i Paesi più avanzati nel settore come quelli europei, l’Australia, la Cina, il Giappone, la Corea del Sud e Stati americani come la California e New York, ma anche agenzie e istituzioni, potrebbero dar vita a un’alleanza per stimolare il mercato. 

Idrogeno e metano insieme: miscelare l’idrogeno con il gas naturale nelle reti esistenti, e fornire una percentuale di idrogeno agli attuali consumatori di gas naturale, è un modo per farne crescere la produzione senza bisogno di aspettare che si sviluppino i consumi specifici. Gli esperimenti di Snam, che ha miscelato prima il 5 e poi il 10% di idrogeno nella propria rete, dimostrano la fattibilità di questa soluzione.  

Idrogeno verde in mercati strategici: una strada, complementare o alternativa a quella della miscelazione, è di prevedere quote di penetrazione dell’idrogeno verde in alcuni mercati come quello del trasporto pesante. Camion, autobus e treni sono settori nei quali è possibile far crescere l’uso di idrogeno verde senza particolari costi aggiuntivi. Sarebbe necessaria una nuova infrastruttura e nuovi mezzi dotati di motori elettrici con celle a combustibile che generino l’elettricità a partire dall’idrogeno, ma con un guadagno netto in termini di efficienza.  

Il grande gigante green: le più grandi aziende del mondo – quali Microsoft, Apple, Google, Unilever, Ikea e molte altre – hanno ambizioni verdi sulle quali far leva per sviluppare l’idrogeno. Queste aziende sono già oggi sul mercato alla ricerca di soluzioni per abbattere completamente le loro emissioni. 

Distretti a idrogeno: lo sviluppo del mercato dell’idrogeno avrà bisogno di infrastrutture. Il modo più efficiente per svilupparle è aggregare questi consumi a livello geografico, in ‘hydrogen valley’. Aggregando tutta la domanda potenziale nella stessa geografia, si può ottimizzare l’infrastruttura di trasporto, distribuzione e stoccaggio necessaria (Snam sta promuovendo la creazione di hydrogen valleys nel Sud Italia e anche Venezia potrebbe essere un’ottima candidata). 

Naturalmente è fondamentale investire in ricerca e sviluppo (punto 7) stanziando fondi adeguati e coordinando gli investimenti in ricerca a livello europeo. La mega-fabbrica di elettrolizzatori: costituire in Europa una mega-fabbrica di elettrolizzatori, che sia in un’unica location oppure modulare nel territorio, per scalarne la produzione e ridurre i costi creando nuovi posti di lavoro. 

‘Blu’ e ‘verde’: i costi per realizzare le due alternative saranno diversi nelle diverse aree del mondo. Nelle regioni più ventose e assolate, l’idrogeno verde avrà un grande vantaggio in virtù dei costi contenuti. Altre regioni, con un’ampia ed economica disponibilità di gas e spazio per catturare l’anidride carbonica, potrebbero invece optare per l’idrogeno blu.  

Infine, un obiettivo comune: a livello di singole nazioni serve un piano per l’idrogeno, che ne promuova lo sviluppo in sinergia con la rete elettrica. E a livello internazionale servono regole che facilitino lo scambio, garanzie d’origine e standard comuni. 

Verde, grigio o blu? L’idrogeno è l’elemento più abbondante nel sole, in moltissime altre stelle e anche nel nostro corpo; può servire da combustibile, vettore di energia e materia prima chimica e, soprattutto, il suo utilizzo non comporta emissioni di CO2. Può essere generato usando un numero potenzialmente illimitato di fonti e processi: uno di questi consiste nello scomporre l’acqua grazie all’elettrolisi, utilizzando elettricità. Quando la fonte di elettricità è rinnovabile si ottiene il cosiddetto ‘idrogeno verde’, ma oggi è prodotto quasi esclusivamente da fonti fossili (‘idrogeno grigio’ che diventa ‘blu’ quando il processo viene completato con l’operazione di cattura e sequestro dell’anidride carbonica).  

Chi è Marco Alverà. Nato a New York, classe 1975, è un manager che ha maturato un’esperienza ventennale nelle più importanti aziende energetiche italiane. Ha lavorato in Enel, Eni e, dal 2016, è amministratore delegato di Snam, tra le prime aziende a livello globale a sperimentare l’immissione di una miscela di idrogeno e gas naturale nella propria rete di trasporto.  

Attualmente amministratore non esecutivo di S&P Global, membro del Consiglio generale e del Comitato direttivo della Fondazione Giorgio Cini di Venezia, presidente di Gas Naturally (partnership tra associazioni che rappresentano l’intera filiera del gas naturale e rinnovabile in Europa) e Visiting Fellow dell’Università di Oxford. È vice president di Fondazione Snam, che mette a disposizione le capacità realizzative di Snam per promuovere lo sviluppo sociale dei territori italiani.  

Con suo fratello Giorgio e i suoi cugini ha fondato a Milano la Fondazione Kenta, ente non profit che promuove l’arte, la scienza e la lotta alla povertà educativa. Si è laureato in Economia e Filosofia alla London School of Economics e, sempre a Londra, ha iniziato la sua carriera in Goldman Sachs.  

Sostenibilità: accordo NextChem-LanzaTech per produzione etanolo circolare 

NextChem e la società americana LanzaTech, specializzata nel recupero del carbonio, siglano un accordo per la licenza della linea di processo “Waste to Ethanol”. NextChem implementa così il proprio portafoglio tecnologico nell’area della circular economy e in particolare del riciclo chimico, aggiungendo alle piattaforme tecnologiche per la produzione di idrogeno circolare e metanolo circolare da rifiuti plastici e secchi, (attualmente in fase di progettazione ingegneristica), anche la produzione di etanolo circolare.  

Il processo base del riciclo chimico è quello della conversione chimica dell’idrogeno e del carbonio contenuti in plasmix e CSS, conversione da cui si ottiene un gas circolare che può essere utilizzato come base per produrre diversi prodotti chimici. Con la tecnologia biologica LanzaTech di “syngas fermentation”, l’etanolo è prodotto dai batteri trasformando il gas circolare a bassa temperatura e bassa pressione, migliorando l’intera sostenibilità del processo. 

Questo è un esempio di bioeconomia in azione, al servizio dell’economia circolare e della decarbonizzazione. NextChem licenzierà in esclusiva questa tecnologia per l’Italia e con accordi mirati per i mercati esteri. 

L’etanolo circolare derivante da questo processo può essere miscelato con le benzine, sostituendo componenti fossili, con un carbon footprint inferiore. Quando prodotto da rifiuti secchi contenenti frazioni non fossili (per esempio il legno), il 40% dell’etanolo circolare può essere considerato come ‘advanced’ secondo la Direttiva Europea sulle Energie Rinnovabili.  

L’etanolo, che in Italia viene totalmente importato, è anche un intermedio importante per una serie di componenti chimici, quali l’etil-acetato – un solvente pregiato per le vernici auto di cui l’Europa è forte importatore – e l’alcol utilizzato come disinfettante. Essendo derivanti dal riciclo, questi prodotti chimici promuovono modelli circolari di consumo. 

Quella di NextChem è un’integrazione tecnologica innovativa tra le più rilevanti degli ultimi anni nel settore dei rifiuti e più in generale nel campo dell’economia circolare, in quanto consente di produrre prodotti come l’idrogeno, il metanolo, l’etanolo, che sono “building block” della chimica, partendo non da fonti fossili ma da frazioni di rifiuti che attualmente non sono riciclabili, consentendo dunque un doppio vantaggio ambientale, sia in termini di abbattimento di emissioni climalteranti, sia in termini di aumento della quota di riciclo. 

“Stiamo ampliando il nostro portafoglio tecnologico in ottica strategica: il nostro modello di distretto circolare e la nostra piattaforma tecnologica waste to chemicals sono la risposta sia ad un problema di dipendenza dall’estero per molti prodotti base dell’industria chimica, sia al problema del recupero di frazioni di rifiuti ad oggi non riciclabili, sia al problema della decarbonizzazione”, dichiara Pierroberto Folgiero, Ceo di NextChem e di Maire Tecnimont.  

“NextChem – aggiunge – ha l’obiettivo di fornire al mercato le soluzioni tecnologiche per sostituire completamente la chimica tradizionale a base fossile con la biochimica e la chimica dei rifiuti. Vogliamo ricostruire la chimica del carbone, senza il carbone: un obiettivo ambiziosissimo, ad oggi concretamente possibile”. 

“Dobbiamo accelerare la transizione verso una bioeconomia circolare inclusiva e in armonia con la natura”, commenta Jennifer Holmgren, Ceo di LanzaTech.  

“Dobbiamo capire che lo spreco è una scelta. Tutto può e deve essere riutilizzato, così come accade in natura. L’Economia Circolare è fatta per durare e il modello di distretto circolare di NextChem è un grande esempio di come possiamo costruire un sistema economico resiliente recuperando e riutilizzando quanto più carbonio possibile”, conclude. 

Mare: Milano-Bicocca e Acquario Genova insieme per salvare scogliere coralline 

Da oggi l’Acquario di Genova e l’Università di Milano-Bicocca sono partner scientifici per la salvaguardia delle scogliere coralline con particolare riferimento al reef delle isole Maldive. Obiettivo dell’accordo, sviluppare iniziative congiunte di ricerca, conservazione e formazione dei reciproci staff di ricercatori e biologi per la salvaguardia delle scogliere coralline. L’accordo prevede la messa a punto di nuove tecniche di ‘coral restoration’, il restauro delle scogliere coralline, monitoraggi dello stato di salute dei coralli e loro riproduzione in ambiente controllato. 

L’iniziativa rientra in una più ampia collaborazione tra Costa Edutainment e l’ateneo milanese che ha già visto realizzarsi negli ultimi due anni diversi progetti di divulgazione, ricerca e formazione legati ad altre specie marine, quali le meduse. Il nuovo accordo, della durata di quattro anni, è stato firmato oggi dal presidente e amministratore delegato di Costa Edutainment, Giuseppe Costa, e la rettrice dell’Università di Milano-Bicocca, Giovanna Iannantuoni. 

Nella stessa occasione, è stata inaugurata presso l’Acquario la sede genovese del MaRHE Center, il Centro di Ricerca e Alta Formazione che l’Ateneo Bicocca ha alle Maldive. 

L’Acquario di Genova dedica al nuovo centro uno spazio di 45 mq che ospita due sistemi di vasche per un totale di 10.000 litri con 60 specie di coralli tutti riprodotti presso lo stesso Acquario dallo staff della struttura. Il nuovo spazio si trova al di fuori del normale percorso espositivo negli spazi tecnici riservati alle vasche curatoriali e ai progetti di riproduzione e ricerca scientifica dell’Acquario e sarà visitabile dal pubblico all’interno di alcuni speciali percorsi guidati. 

All’interno di queste vasche verrà incrementato lo studio che già da anni l’Acquario conduce sulla riproduzione dei coralli, il tasso di accrescimento, i protocolli per la cura e il mantenimento di questi animali e potranno essere messe a punto nuove metodologie di coral restoration, il ripristino delle scogliere coralline minacciate e danneggiate dai cambiamenti climatici.  

Tra le ricerche previste, il rafforzamento dell’impegno già attivato presso il dipartimento di Scienze Ambientali di Bicocca, nello studio sugli effetti delle micro e nanoplastiche, sulla sostenibilità, sui coralli e nuovi test diagnostici per la valutazione dello stato di salute delle scogliere coralline in natura. Verrà inoltre rafforzato l’impegno nella riproduzione di diverse specie di pesci tropicali che consentirà di incrementare ulteriormente la conoscenza di queste specie e la sostenibilità ambientale dell’Acquario. 

Nell’arco dei quattro anni, si prevede di realizzare anche diverse missioni scientifiche congiunte alle Maldive in cui i ricercatori di Bicocca e dell’Acquario di Genova andranno al MaRHE Center per applicare in natura quanto appreso grazie alle ricerche condotte a Genova.  

L’Acquario di Genova, anche grazie alla partecipazione a diversi progetti internazionali, a precedenti campagne di studio alle Maldive e a un percorso di formazione specifico dello staff, ha sviluppato negli anni un importante know-how sui coralli che ha portato la struttura a poter riprodurre tutti gli esemplari di coralli molli e duri, in tutto oltre 2.500 esemplari, ospiti nelle 21 vasche, di cui sette espositive, dedicate a questo ambiente marino senza alcun prelievo in natura.  

Questa competenza ha fatto sì che in diverse occasioni l’Acquario di Genova sia stato riconosciuto come una struttura idonea ad accogliere coralli importati illegalmente e confiscati dalle autorità competenti.  

Nel 2009 l’Università di Milano Bicocca ha aperto il MaRHE – The Marine Research and High Education Center sull’isola di Magoodhoo nell’Arcipelago delle Maldive, un centro di ricerca dove i ricercatori dell’Ateneo possono collaborare con i colleghi maldiviani per lo studio di nuove soluzioni per lo sviluppo sostenibile. Dall’anno di istituzione del centro, docenti, ricercatori e studenti hanno potuto trascorrere presso l’outpost maldiviano brevi periodi di mobilità ai fini di studio e ricerca. 

“Siamo molto fieri di poter unire due eccellenze italiane – afferma Giuseppe Costa, presidente e amministratore delegato di Costa Edutainment – per un obiettivo comune di tutela e conservazione di uno degli ambienti acquatici più ricchi di biodiversità al mondo e purtroppo più fortemente minacciati. La ricerca scientifica, in cui siamo da sempre impegnati, è un’attività fondamentale non solo per poter contribuire a una gestione più sostenibile della natura ma anche per fornire le basi di un’efficace azione divulgativa”. 

La rettrice dell’Università di Milano-Bicocca, Giovanna Iannantuoni, si è detta orgogliosa per questa “importante nuova alleanza con l’Acquario di Genova. Le risorse e le strutture in condivisione consentiranno agli scienziati di abbreviare i tempi delle loro ricerche e di avviare progetti congiunti per la salvaguardia del patrimonio marino e dell’ambiente. Questi spazi potranno anche essere il luogo ove i nostri studenti del Corso di Laurea Magistrale in Marine Sciences, attivato in collaborazione con la Maldives National University, potranno svolgere tesi di ricerca su tematiche marine. Lo spirito di questo accordo si ispira a quanto già avviene per il MaRHE Center, il nostro centro di ricerca ‘open source’ alle Maldive, dove accogliamo da tutto il mondo chi vuole fare ricerca di alto livello internazionale”. 

All’inaugurazione del nuovo spazio hanno partecipato, inoltre, il direttore del MaRHE Center delle Maldive e professore di Ecologia del dipartimento di Scienze Ambientali dell’Università di Milano-Bicocca, Paolo Galli, e la curatrice del settore Tropicale dell’Acquario di Genova, Silvia Lavorano. 

“La ricerca scientifica in ambiente controllato – afferma Silvia Lavorano, curatrice del settore Tropicale dell’Acquario di Genova – è da sempre importantissima per contribuire a sviluppare protocolli di gestione da applicare alla natura. È attraverso le conoscenze che si possono sviluppare in luoghi come l’Acquario di Genova che possiamo agire in maniera sostenibile per la tutela dell’ambiente naturale”. 

“Gli ecosistemi maldiviani sono estremamente fragili – aggiunge Paolo Galli, direttore del MaRHE Center e delegato della rettrice per Expo2020 Dubai – è importante che tutti gli enti di ricerca si alleino al fine di dare risposte concrete prima che sia troppo tardi. Per noi sarà come avere a portata di mano una porzione di Maldive in cui poter concentrare gli sforzi anche sui temi della sostenibilità, della biodiversità e dei cambiamenti climatici”. 

Sostenibilità: Eni-NextChem rafforzano intesa su tecnologie distretto circolare 

A un anno dal primo accordo, Eni e NextChem, la controllata di Maire Tecnimont per la chimica verde, rafforzano la loro partnership. Ai progetti di ingegneria in corso per la realizzazione di un impianto “Waste to Hydrogen”, finalizzato alla produzione di idrogeno presso la bioraffineria Eni di Venezia, a Porto Marghera, e al progetto “Waste to Methanol” per la produzione di metanolo nella raffineria Eni a Livorno, oggi si aggiunge un ulteriore tassello a Taranto. 

Nelle aree della raffineria jonica si punta infatti a verificare la fattibilità di un impianto per la produzione di gas di sintesi da plasmix e Css, mediante un processo di riciclo chimico. Il gas sarà successivamente raffinato in due flussi indipendenti: idrogeno, che potrebbe essere destinato alla raffineria Eni per alimentare i processi di idrodesolforazione dei carburanti, e un gas ricco di ossido di carbonio che potrebbe essere impiegato in acciaieria, sia nei processi in altoforno che nelle nuove tecnologie Dri (Direct Reduced Iron). Questo offrirebbe un contributo importante anche alla decarbonizzazione dell’industria siderurgica. NextChem sta finalizzando gli aspetti relativi all’applicazione industriale dell’iniziativa. Un gruppo di lavoro congiunto tra le due società verificherà la fattibilità tecnica, economica e dei flussi dell’impianto. Rilevante sarà anche il coinvolgimento delle istituzioni del territorio.  

L’accordo firmato oggi rientra nella strategia a lungo termine che porterà Eni ad affermarsi come leader nella produzione e commercializzazione di prodotti decarbonizzati. La compagnia sta infatti percorrendo un piano strategico inedito nell’industria che al 2050 le consentirà di abbattere l’80% le emissioni carboniche assolute.  

Eni produrrà sempre più energia verde sviluppando le rinnovabili, produrrà gas, Gnl e idrogeno da gas e da materie prime di origine bio, ripuliti dalla CO2 grazie ai progetti di sequestrazione e stoccaggio, genererà bio carburanti nelle proprie bioraffinerie, nonché bio carburanti, metanolo e idrogeno da rifiuti e scarti, e chimica da rinnovabili e da materie prime seconde. 

In particolare, la soluzione tecnologica di NextChem consentirebbe una effettiva notevole riduzione dell’emissione di CO2 in ottica Life Cycle Assessment (Lca) rispetto all’attuale trattamento di CSS e plasmix mediante termovalorizzazione, con ogni conseguenza positiva dal punto di vista ambientale, secondo i principi dell’economia circolare. 

Quella sviluppata da NextChem è un’innovazione tecnologica tra le più rilevanti degli ultimi anni nel campo dell’economia circolare e della transizione energetica ed è applicabile ai processi di riconversione di siti brownfield dell’industria tradizionale e pesante.  

I prodotti chimici di origine “circolare” ottenuti mediante questa tecnologia riducono il fabbisogno di estrazione di risorse di origine fossile e contribuiscono alla decarbonizzazione di segmenti importanti dell’industria, fornendo carburanti low carbon al settore dei trasporti, che incide in modo cospicuo sulle emissioni globali di CO2.  

Questa è una delle direttrici della roadmap di NextChem per la transizione energetica, che ha in portafoglio oltre 30 iniziative innovative, con tecnologie proprietarie, licenze internazionali e contratti di integrazione tecnologica ed EPC. 

Venezia: immissione acqua dolce in Laguna per ripopolamento pesci e uccelli  

Iniziato il processo di inversione della marinizzazione della laguna Nord di Venezia. L’immissione d’acqua dolce dal Sile alla Laguna, partita il 20 maggio 2020, segna l’inizio della seconda fase del progetto Life Lagoon Refresh che mira a favorire la ri-colonizzazione di circa 20 ettari di canneto e il ripopolamento dell’area da parte di numerose specie ittiche e di uccelli. 

Partito nel 2017, il progetto Life, coordinato dall’Ispra, ha una durata quinquennale e coinvolge, oltre all’istituto, la direzione Ambiente della Regione del Veneto, il Provveditorato Interregionale per le Opere Pubbliche del Triveneto, l’Università Ca’ Foscari di Venezia (Dais) e Ipros Ingegneria Ambientale Srl. 

I cantieri, iniziati ad ottobre 2009, hanno subito vari rallentamenti dovuti a diversi imprevisti, come l’evento meteo climatico eccezionale di novembre 2019 e la pandemia sanitaria del 2020. Sono state finalmente completate sia l’opera idraulica che il primo stralcio dell’opera morfologica ed è ora attiva l’immissione d’acqua dolce dal Sile alla Laguna. 

L’opera idraulica, realizzata dalla Regione del Veneto con la Direzione lavori di Ipros, è collocata in corrispondenza dell’arginatura che separa il taglio del Sile dalla Laguna in località Trezze di Portegrandi, a circa 30 m a valle dell’esistente sfioratore che scolma le portate di piena del fiume in Laguna. Il lavoro appena realizzato permette il passaggio di acqua dolce dal Sile alla Laguna attraverso due tubi da 800 mm di diametro e due canalette che li collegano rispettivamente al Sile e alla Laguna.  

L’acqua dolce fluisce per gravità all’interno dell’opera di presa, in funzione della differenza di livello dell’acqua tra fiume e laguna, con variazioni di portata che dipendono dalle oscillazioni di marea. La prima regolazione delle paratoie consente una portata media di 300 l/s. Per rallentare la dispersione dell’acqua dolce sono state posizionate sul fondale della laguna delle strutture biodegradabili che costituiscono l’opera morfologica del progetto.  

Questa azione, in capo al Provveditorato, viene realizzata in due fasi successive. Il primo stralcio è già stato ultimato, prevedendo l’inserimento di più file di pali di legno all’interno delle quali sono stati alloggiati dei sacconi in fibra di cocco, in un’area di circa 30 ettari, nell’area lagunare antistante all’opera di presa sull’argine del Taglio del Sile.  

La compatibilità ambientale è garantita tramite l’utilizzo di elementi morfologici in materiale biodegradabile, posizionati allo scopo di trattenere l’acqua dolce immessa e di costituire un substrato su cui potrà svilupparsi il canneto. Il miscelamento di acque dolci e salate avverrà in modo lento e graduale. 

I prossimi passi prevedono la piantumazione del canneto e delle fanerogame acquatiche, grazie anche all’aiuto di cacciatori e pescatori, assidui frequentatori dell’area, preventivamente formati durante un corso tenuto dall’Università Ca’ Foscari di Venezia e Ispra. Sono previsti, inoltre, l’incremento progressivo della portata d’acqua dolce fino a valori massimi medi di 1000 l/s e la realizzazione del secondo fronte di sacconi biodegradabili che delimitano il flusso di acqua dolce. 

Non mancheranno le attività di monitoraggio per la verifica dell’efficacia dell’opera e degli effetti sulle comunità animali e vegetali dell’area di progetto. Le azioni concrete del Life Lagoon Refresh hanno infatti come obiettivi quello di ricreare il gradiente salino, ormai perso a seguito della diversione dei fiumi, e l’incremento della biodiversità di pesci, uccelli, animali di fondo mobile e piante. 

L’inaugurazione ufficiale è per ora posticipata in attesa di minori restrizioni sul distanziamento sociale del periodo. Nel frattempo è possibile seguire gli aggiornamenti tramite il sito web. 

Fase 3: Gogo Beach, la app per prenotare la spiaggia 

Quest’anno andare in spiaggia sarà un po’ diverso, a causa dell’emergenza Coronavirus. Per questo sono state disposte alcune regole che sarà necessario seguire per tutelare la salute di tutti e far ripartire la stagione balneare in sicurezza. Tra queste, le prenotazioni online per accedere agli stabilimenti, oltre al distanziamento in acqua e sotto gli ombrelloni e la misurazione della temperatura per chi lavora nei lidi. Per turisti e gestori arriva Gogobeach.it, che serve proprio per snellire e semplificare al massimo l’organizzazione delle vacanze al mare. 

Il servizio permette di prenotare tutto ciò di cui si necessita su spiagge, resort e stabilimenti balneari, in Italia e all’estero, in un unico portale o direttamente dall’applicazione gratuita e disponibile per dispositivi Android ed Apple. Con Gogobeach.it si possono prenotare ombrelloni, lettini e ricevere cibo e bevande direttamente alla propria postazione sulla spiaggia. 

Inoltre, l’applicazione permette anche di prenotare alberghi, ristoranti e cibo a domicilio, offrendo all’utente la possibilità di scoprire tutta l’offerta turistico ricettiva in Italia e leggere le recensioni di chi ha già provato i servizi. 

Oltre alla prenotazione tramite app, i gestori sono tenuti a installare cartelloni e locandine in cui vengono illustrate tutte le regole comportamentali, regolare gli accessi e gli spostamenti sulle spiagge tramite percorsi dedicati, disporre le attrezzature in modo da garantire il distanziamento interpersonale. Inoltre, sarà obbligatorio controllare la temperatura corporea a tutto il personale e ai bagnanti, impedendo l’accesso alle aree a chi risulta avere più di 37,5°C. 

Sono vietati sulle spiagge e in qualunque altro luogo, eventi musicali e tutte quelle forme di aggregazione che possono creare assembramenti come ballo, feste, eventi sociali e buffet; i bambini dovranno essere controllati dai genitori affinché rispettino le distanze. 

I gestori degli stabilimenti balneari dovranno effettuare sanificazioni e disinfezioni frequenti a tutte le attrezzature e ai servizi igienici, dotare i bagnanti di disinfettanti per le mani e fornire al personale tutti i dispositivi di protezione individuale che dovranno utilizzare quando svolgeranno attività a rischio. 

Tutte queste regole, valgono anche le spiagge libere e per gli ambienti di libero accesso, sarà compito dei Comuni e degli Enti Locali competenti, garantire il rispetto delle stesse.