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Categoria: sostenibilita

Fondazione Cini: “Venezia è modello di sostenibilità”

“Venezia è una città che è nata sostenibile, prima di tutto perché doveva pensare alla sua sopravvivenza fisica, tutte le tecniche usate per costruire i palazzi nei secoli sono state pensate per durare nel tempo, dunque per capire che cos’è la resilienza bisogna imparare da Venezia”. Così Renata Codello, segretario generale di Fondazione Cini, è intervenuta durante il convegno “Le nuove città, resilienti e sostenibili”, organizzato da Snam nell’ambito della 17ma Mostra Internazione di Architettura, all’Arsenale di Venezia.  

“A Venezia – ha continuato Codello – si costruiva recuperando materiali perché i trasporti erano costosi e difficili, e quindi la città è un esempio perfetto di economia circolare: costi contenuti, chilometro zero e lunga durata dei progetti”. “L’obiettivo è trovare in edifici antichi nuove vocazioni per nuove destinazioni d’uso – ha concluso Codello – un buon esempio è quello delle Vatican Chapels, nel bosco della Fondazione Cini, che dimostrano come il rapporto tra antico a moderno rende migliori e funzionali le costruzioni. Serve pensare in una dimensione lunga, che includa da un lato la tradizione storica dell’architettura e dall’altro il supporto delle scienze umanistiche”. 

Clima, Kerry: “Fiducioso in accordo con Cina, Paesi G20 facciano di più”

Sul clima” stiamo lavorando con la controparte cinese, parliamo frequentemente, abbiamo relazioni positive. La mia speranza è che possiamo trovare un qualche accordo con la Cina. Ma io penso che tutti i Paesi del G20, grandi e piccoli, debbano fare di più”. Lo ha detto l’inviato Usa per il Clima, John Kerry, alla pre-cop summit a Milano in vista di Glasgow. “Il presidente Biden e il presidente Xi – ha raccontato Kerry – hanno avuto una telefonata molto costruttiva un paio di settimane fa ed erano d’accordo sulla necessità di trovare un terreno comune su questo fronte. Quindi dobbiamo e possiamo collaborare con la Cina. E’ tra i nostri piani”.  

“Glasgow è dietro l’angolo, sarà un punto di partenza per il prossimo decennio, tutti i Paesi devono fare di più e impegnarsi insieme. E’ un test per collaborare insieme”, ha detto ancora, sottolineando che anche “il settore privato deve essere un partner” dei Paesi impegnati per la lotta al cambiamento climatico. 

Clima, ondate di calore e alluvioni: l’impatto sulle città italiane

Ondate di calore e alluvioni: sono questi gli impatti principali cui sono interessate le città italiane. E la situazione sembra destinata a peggiorare con forti conseguenze sulla salute delle persone, sulla mortalità e sugli episodi di dissesto idrogeologico. Di fronte a questa realtà e questi scenari futuri, come si stanno preparando sei tra le più grandi città italiane? La risposta arriva dal rapporto ‘Analisi del Rischio.  

‘I cambiamenti climatici in sei città italiane’, realizzato dalla Fondazione Cmcc, Centro Euro-Mediterraneo sui cambiamenti climatici, che rappresenta la prima analisi integrata del rischio climatico in Italia. Un documento che, per la prima volta, mette a frutto i risultati di dati ad altissima risoluzione per proporre una rassegna del clima, degli impatti, dei rischi e degli strumenti di cui si stanno dotando Bologna, Milano, Napoli, Roma, Torino e Venezia.  

Realtà molto diverse accomunate soprattutto da tre aspetti: le temperature sono aumentate negli ultimi trent’anni e continuano a farlo in tutte le città; tutti gli scenari evidenziano rischi crescenti per ondate di calore e alluvioni urbane; pur nella loro diversità, gli scenari di tutte le città mostrano che le strategie di adattamento riducono la portata degli impatti negativi, soprattutto per la mortalità legata a ondate di calore.  

“Questo lavoro è una assoluta innovazione nell’ambito dell’analisi e della gestione del rischio da cambiamenti climatici su scala urbana,” ha spiegato Donatella Spano (Cmcc e Università di Sassari) che ha curato il rapporto con Valentina Mereu (Cmcc).  

“L’obiettivo è quello di fornire uno strumento che, fondato sulle più recenti conoscenze scientifiche, possa contribuire rendere le nostre città più pronte e preparate agli anni che stiamo vivendo e che vivremo, nel segno della sostenibilità e della resilienza”.  

“Per raggiungere questo obiettivo, il rapporto mette a disposizione un’integrazione di dati climatici originali con una rassegna approfondita sullo stato dell’arte della conoscenza sugli impatti da cambiamenti climatici e sugli strumenti e i metodi che le città hanno a disposizione per valutare, analizzare e affrontare le conseguenze dei cambiamenti climatici”, ha concluso Spano. 

Addio ghiacciai alpini, sotto a 3.500 metri spariranno entro il 2050

Codice rosso per i ghiacciai italiani minacciati sempre più dalla crisi climatica. Entro la fine del secolo la maggior parte di essi, secondo studi scientifici, potrebbe scomparire ed entro il 2050 quelli al di sotto dei 3.500 metri saranno destinati molto probabilmente alla stessa sorte. Le temperature medie degli ultimi 15 anni non ne permettono la sopravvivenza. È quanto denunciano Legambiente e il Comitato Glaciologico Italiano (Cgi). 

Nell’ultimo secolo i ghiacciai alpini hanno perso il 50% della loro area. Di questo 50%, il 70% è sparito negli ultimi 30 anni. Preoccupa anche lo stato di salute del Calderone, un ghiacciaio appenninico quasi del tutto scomparso e declassato a “glacionevato”, cioè un accumulo di ghiaccio di ridotta superficie, di limitato spessore e senza un moto di deflusso verso valle del ghiaccio.  

La campagna glaciologica 2020, coordinata dal Comitato Glaciologico Italiano, ha confermato la tendenza trentennale di marcata contrazione delle masse glaciali del nostro Paese. Una tendenza che appare in accelerazione negli ultimi 15 anni, seppure con modalità e velocità differenziate nei vari settori alpini monitorati. Altro aspetto che emerge riguarda la frammentazione dei ghiacciai. In seguito alla deglaciazione i ghiacciai si stanno frammentando da un corpo glaciale in più parti separate. 

Il 2020 è stato l’anno più caldo in Europa

Il 2020 è stato l’anno più caldo per l’Europa, con la temperatura più alta mai registrata: almeno 0,4 °C in più rispetto ai cinque anni più caldi mai registrati, tutti dell’ultimo decennio. E’ quanto emerge da “European State of the Climate 2020”, il rapporto annuale sullo stato del clima europeo del servizio Copernicus sui cambiamenti climatici, che diffonde i nuovi dati nella Giornata Mondiale della Terra. 

Inverno e autunno da record, i più caldi mai registrati nel vecchio continente: in particolare, l’inverno europeo ha stabilito un nuovo record superando di oltre 3,4 °C la media del periodo 1981-2010, superando di circa 1,4 °C il record precedente. Eccezionalmente calda l’Europa nord-orientale con le temperature che hanno superato di quasi 1,9 °C il record precedente. Durante l’inverno, le temperature massime e minime in questa regione hanno superato, rispettivamente, di 6 e 9 °C la media 1981-2010. Insomma, il rapporto sullo stato del clima in Europa traccia una chiara e continua tendenza al riscaldamento. 

A livello globale, il 2020 è stato uno dei tre anni più caldi mai registrati, così come gli ultimi sei anni. In particolare, le temperature medie degli ultimi cinque anni sono le più alte mai registrate, con 1,2 °C sopra la media del periodo 1850-1900. Temperature annuali superiori alla media si sono verificate nella Siberia settentrionale e nelle parti adiacenti dell’Artico, dove hanno superato la media di ben 6 °C. Temperature inferiori alla media, invece, nel Pacifico equatoriale ma per effetto de La Niña, nella seconda metà dell’anno. 

E sempre nel 2020, le concentrazioni globali di anidride carbonica (CO2) e metano (CH4) hanno continuato ad aumentare. Stime preliminari dai dati satellitari indicano che le concentrazioni di CO2 sono aumentate dello 0,6% durante l’anno e quelle di CH4 di quasi lo 0,8%. I dati mostrano anche che le concentrazioni atmosferiche di gas serra per il 2020 erano alla loro media annuale globale più alta, secondo le rilevazioni satellitari Cams avviate dal 2003. Le misurazioni terrestri mostrano una tendenza al rialzo costante. L’analisi preliminare indica che la CO2 è aumentata a un ritmo leggermente inferiore rispetto agli ultimi anni, mentre il CH4 è aumentato più rapidamente che negli ultimi anni. Indica inoltre che questi cambiamenti sono una combinazione di effetti tra cui lievi riduzioni delle emissioni indotte dall’uomo durante i blocchi Covid-19 e maggiori flussi sulle superfici terrestri associati a temperature calde e che influenzano le fonti di CO2 e di CH4. 

Per l’Artico il 2020 è stato il secondo anno più caldo mai registrato con una temperatura della superficie dell’aria di 2,2 °C superiore alla media rilevata nel periodo 1981-2010. Mentre la prima parte dell’anno è stata più fredda della media su gran parte dell’Artico, l’estate e l’autunno hanno compensato questo freddo con le temperature più alte mai registrate. Queste alte temperature artiche sono dovute principalmente a un anno eccezionalmente caldo nella Siberia artica dove il 2020 è stato l’anno più caldo mai registrato: 4,3 °C sopra la media e 1,8 °C in più rispetto il precedente record. 

Temperature che hanno inevitabilmente avuto conseguenze sul ghiaccio marino, ridotto ai minimi per la maggior parte dell’estate e dell’autunno, mentre le temperature record in primavera e in autunno hanno portato a un manto nevoso inferiore alla media. È probabile che questo abbia contribuito al calore poiché meno energia solare è stata riflessa e invece assorbita dalle superfici più scure e prive di neve. 

Caldo e mancanza di neve hanno contribuito alla siccità, fornendo condizioni favorevoli allo sviluppo e alla diffusione degli incendi. Durante l’estate, la Siberia artica ha assistito a una diffusa attività di incendio, che ha comportato la maggiore quantità di emissioni di CO2 da incendi a partire almeno dal 2003. 

Costa: “Senza un’alta ambizione climatica saremo perdenti”

“‘Ambizione Climatica’ sembrano parole lontane e insensate ma posso assicurarvi che determineranno il futuro delle prossime generazioni, dei nostri figli e dei nostri nipoti. Stiamo vivendo un periodo largamente insicuro e pieno di domande: tra quanto questa pandemia sarà soltanto un ricordo? Come saremo noi domani? Ma una cosa è certa: senza un’alta ambizione climatica saremo perdenti”. Così il ministro dell’Ambiente Sergio Costa in un post su Facebook. 

Per il ministro, “l’ambizione climatica dovrà essere un elemento essenziale delle misure e dei piani per la ripresa post Covid”.  

“L’Italia quest’anno ospiterà due eventi importantissimi: il G20 e la Pre-Cop 26 sui cambiamenti climatici. Noi siamo tra i Paesi più ambiziosi, insieme con l’Europa ma chiaramente non basta – aggiunge – Serve lo sforzo di tutti i Paesi del mondo per contrastare questa emergenza climatica che il nostro Pianeta sta affrontando. L’impegno del taglio delle emissioni di almeno il 55% entro il 2030 e la neutralità climatica entro il 2050 sono fondamentali per vincere questa battaglia”.