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Categoria: Cultura

Libri: ‘La chiamavano maternità’, racconto semiserio per mamme imperfette  

“La maternità è il più bel punto di non ritorno”: in queste parole condensano il loro punto di vista sul diventare mamme le due autrici di “La chiamavano maternità” (Navarra Editore, 160 pagg., 15 euro), la giornalista professionista Maristella Panepinto, e Laura Ruoppolo, storica dell’arte, compagne di scuola e grandi amiche che si sono ritrovate dopo vent’anni nel progetto giornalistico ed editoriale www.atuttamamma.net. Prime in Sicilia a raccontare “l’eccitante viaggio della maternità”, in “un libro originale”, con la prefazione di Simonetta Agnello Hornby, che si caratterizza “per la formula epistolare e il registro ironico: per mamme che non pretendono di essere perfette”. 

“La chiamavano maternità” – disponibile in tutte le librerie siciliane dal 30 novembre e sul territorio nazionale dal 10 dicembre e già acquistabile sul sito di Navarra Editore – verrà presentato in anteprima domenica 29 novembre alle 16.30 sulla Pagina Facebook di ‘A tutta mamma’ (e in cross-posting su quella di Navarra Editore) con la partecipazione delle autrici e della giornalista Elvira Terranova, caposervizio Adnkronos, che racconteranno, a partire da esperienze personali, “con schiettezza e il sorriso sulle labbra della fitta corrispondenza semiseria che costruisce il testo”. 

Dal “desiderio in nuce di avere una famiglia al parto; dall’allattamento ai primi anni di vita; dal desiderio di stare con i figli e non lavorare quando sono piccoli a quello contrapposto ma coesistente di avere una carriera propria e una vita privata non limitata all’essere “mamma”; da momenti gioiosi e aneddoti divertenti come le vacanze al mare, i compleanni o le vituperate chat di classe, al racconto delle paure più intime e di momenti difficili e dolorosi come gli aborti naturali, veri e propri lutti silenziosi, e i figli prematuri: un viaggio di trasformazione lungo una vita da affrontare con coraggio e ironia”, raccontano le autrici. Il libro parla “con autenticità, dolcezza e ironia della maternità, sfuggendo agli stereotipi melensi e venendo a patti con l’inevitabile somma di sentimenti, che a volte non si allineano tra loro, che ogni madre affronta. Un libro per mamme che non pretendono di essere perfette, ma che accettano con serenità la propria umanissima e fisiologica imperfezione: perché, per le autrici, se c’è una certezza nella maternità, è proprio l’imperfezione, che rende unica ciascuna madre”. “Un libro serio – come sottolinea Simonetta Agnello Hornby nella prefazione al testo – scritto con arguzia, intelligenza, onestà e tanto amore per la famiglia. La scrittura è profonda ma anche lieve e ironica; da ogni frase sprigionano entusiasmo per la vita e amore per la famiglia”. 

Morto Marco Santagata, il grande italianista colpito dal Covid 

Lo storico della letteratura italiana e scrittore Marco Santagata, studioso di fama internazionale di Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca, è morto questa mattina all’ospedale di Pisa, dove si trovava ricoverato da giorni in coma irreversibile. Aveva 73 anni. Dopo una lunga malattia, in seguito a un tumore e alla conseguente dialisi, si era innestato anche il virus del Covid. 

Illustre filologo del Trecento e in particolare del petrarchismo, Santagata ha svolto quasi tutta la carriera accademica come professore dell’Università di Pisa e come narratore ha vinto nel 2003 il Premio Campiello con “Il maestro dei santi pallidi” e nel 2006 il Premio Stresa di Narrativa con “L’amore in sé” (entrambi pubblicati da Guanda). 

Tra i suoi numerosi romanzi, tutti pubblicati da Guanda, figurano “Papà non era comunista” (il suo esordio nel 1996), “Voglio una vita come la mia” (2008), “Come donna innamorata” (2015), “Il movente è sconosciuto (2018), “Il copista. Un venerdì del Petrarca” (Guanda, 2020; in precedenza pubblicato da Sellerio nel 2000). Da Sellerio è uscito “Il salto degli Orlandi” (2007). 

Gli studi sul Petrarca e il petrarchismo sono stati una costante della ricerca filologica di Santagata, il cui lavorò è confluito in vari libri, tra cui “Per moderne carte. La biblioteca volgare di Petrarca” (Il Mulino, 1990), “I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca” (Il Mulino, 1992), “Amate e amanti. Figure della lirica amorosa fra Dante e Petrarca” (Il Mulino, 1999), “L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura” (Mondadori, 2014), “Il poeta innamorato. Su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale” (Guanda, 2017). Celebre il suo commento al “Canzoniere” e delle “Opere italiane” di Petrarca nei Meridiani Mondadori (1996). Dal 2010 era membro della consulta scientifica dell’Ente Nazionale delle opere di Francesco Petrarca. 

Marco Santagata ha scritto l’introduzione alle opere di Dante per l’edizione apparsa nei Meridiani Mondadori a cura di Claudio Giunta, Guglielmo Gorni e Mirko Tavoni e ha curato l’edizione Oscar Mondadori alla guida alla lettura delle tre cantiche dantesche. 

E’ l’autore della biografia “Dante. Il romanzo della sua vita” (Mondadori, 2012; Premio Comisso e Premio Brancati) e dei saggi “L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante” (Il Mulino, 2011) e “Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante” (Mondadori, 2017). 

Oltre ad un manuale di letteratura italiana per le scuole superiori edito da Laterza, tra i più recenti saggi di alta divulgazione di Santagata si ricordano: “Pastorale modenese. Boiardo, i poeti e la lotta politica” (Il Mulino, 2016); “Boccaccio indiscreto. Il mito di Fiammetta” (Il Mulino, 2019); “Boccaccio. Fragilità di un genio” (Mondadori, 2019). 

Altri settori di indagine del professore Santagata sono stati i “Canti” di Giacomo Leopardi (ha curato “Canzoni” per Mondadori nel 1998 con versione in prosa, note e postfazione) con il saggio “Quella celeste naturalezza. Le canzoni e gli idilli di Leopardi” (Il Mulino, 1994); e la poesia italiana fra Otto e Novecento (in particolate Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio): “Il tramonto della luna e altri studi su Foscolo e Leopardi” (Liguori, 1999); “Per l’opposta balza. La cavalla storna e Il commiato dell’Alcyone” (Garzanti, 2002); “La letteratura nel secolo delle innovazioni. Da Monti a D’Annunzio” (Laterza, 2009). Con Stefano Carrai ha pubblicato “La lirica di corte nell’Italia del Quattrocento” (Franco Angeli, 1993). Come autore di numerose pubblicazioni scientifiche Santagata ha ricevuto, nel 1979, il Premio nazionale “Luigi Russo” per la critica letteraria; nel 1993 il Premio di Storia Letteraria “Natalino Sapegno”; nel 2007 il Premio “Giosue Carducci”. 

Nato a Zocca (Modena) il 28 aprile 1947, Marco Santagata ha compiuto gli studi universitari a Pisa, come allievo ordinario e poi come perfezionando della Scuola Normale Superiore, laureandosi nel 1970 in letteratura italiana. Nel 1976 ha insegnato come incaricato filologia dantesca alla Facoltà di Lettere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia; dal 1977 al 1980, ancora per incarico, ha insegnato filologia umanistica alla Facoltà di Lettere di Pisa. Ordinario di Letteratura italiana nel 1980, dopo un triennio alla Facoltà di Magistero di Cagliari; dal 1984 ha insegnato alla Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa e dal 1984 al 1988 ne ha diretto l’Istituto di letteratura italiana; dal 1996 al 2000 è stato direttore del Dipartimento di Studi italianistici e membro del Consiglio di Presidenza del Collegio dei Direttori di Dipartimento dell’ateneo pisano. 

Nel 1987-88 Santagata è stato professore associato alla Sorbona di Parigi Nouvelle; nel 1990 all’Università di Ginevra; dal 1994 al 1996 all’Università di Nancy II; nel 1998 è stato Visiting Professor alla Unma di Città del Messico; nel biennio 2003-5 professore invitato all’Università di Ginevra. Nel 1985 era stato Fellow presso The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies “Villa I Tatti” di Firenze. 

Santagata è stato membro del Comitato scientifico dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara; attualmente lo è di quelli del Centro di Studi sul Classicismo di San Gimignano, del Centre d’Études et de Recherches sur la Littérature italienne médiévale di Paris III e della Fondazione Giovanni Pascoli. Ha fondato e condiretto la “Rivista di Letteratura italiana” (1983-1995) e dal 1998 condirige la “Nuova Rivista di Letteratura italiana”. Faceva parte del comitato di direzione della “Revue des Études Italiennes” e del “Romanistisches Jarbuch”, del comitato scientifico di “Chronique italiennes”, del comitato di redazione di “Moderni e Antichi” ed è membro dell’Advisory Board della collana pubblicata in Gran Bretagna “Italian Perspectives”. E’ stato inoltre responsabile di collana presso l’editore Laterza. 

Nel 1996 Santagata con alcuni colleghi ha fondato l’Adi-Associazione degli italianisti italiani, della quale è stato segretario nazionale dalla fondazione al 2002; da quell’anno è stato membro del comitato direttivo. Dall’Adi, nel 1999, è nata l’Adi-Sezione didattica che raggruppa docenti di italiano della scuola. 

Si è interessato ai problemi della riforma dell’università e della scuola e a questi temi ha dedicato numerosi interventi su quotidiani e riviste (“Corriere della Sera”, “l’Unità”, “il Mulino”, “Technology Review”). Dal 1995 al 2000 è stato responsabile editoria e comunicazione del Cibit – Centro interuniversitario Biblioteca italiana telematica; dal 1995 al ’98 membro del consiglio scientifico e del comitato di gestione del progetto “Italica, Campus virtuale di lingua e cultura italiana” di Rai International; dal 1997 al ’99 responsabile del progetto ICoN. Nel 1999 era stato nominato presidente del Consorzio ICoN – Italian Culture on the Net, al quale aderivano 24 università italiane e si è occupato di formazione a distanza. Dal 2001 era membro della Commissione Nazionale Italiana dell’Unesco e dal 2007 al 2010 è stato membro aggregato della Commissione Nazionale per la Promozione della cultura italiana presso il Ministero degli Affari Esteri. 

Ha fatto parte delle giurie del Premio letterario Viareggio-Repaci, del Premio Mondello, del Premio di Narrativa Zocca Giovani, del Premio Bari “Pinuccio Tatarella, del Premio Nazionale Letterario Pisa. Era socio corrispondente dell’Accademia toscana di Scienze e lettere “La Colombaria”; nel 2005 l’Università di Pisa gli ha conferito l’Ordine del Cherubino. Dal 2006 era socio ordinario del Pen Club italiano. 

Santagata aveva inoltre da poco consegnato il suo nuovo romanzo alla casa editrice Guanda, ​in cui per la seconda volta attinge alla vita del Sommo Poeta, e che vedrà la luce nella prossima primavera. Il precedente romanzo dantesco “Come donna innamorata” (Guanda) è stato finalista al Premio Strega nel 2015.  

“Marco Santagata è stato un italianista completo come taglio ed interessi. Il suo commento alle opere di Petrarca, a partire dal Canzoniere, è un’opera di riferimento, straordinariamente ricca”, ha detto all’AdnKronos l’accademico della Crusca Luca Serianni, professore emerito di Storia della lingua italiana all’Università “La Sapienza” di Roma. “E’ stato un intellettuale poliedrico, di grande vivacità. Si è immerso nello studio di Petrarca e ha offerto contributi importanti, fondamentali, per poi avvicinarsi a Dante e quindi a Boccaccio. E insieme a questi studi specialistici ha sempre avuto uno sguardo globale sulla letteratura. Infine ha utilizzato il suo sapere accademico per farsi narratore e divulgatore con grande efficacia”, ha detto all’AdnKronos Giulio Ferroni, professore di Storia della letteratura italiana all’Università “La Sapienza” di Roma, piangendo la scomparsa “di un caro amico”. “Ci ha uniti una profonda stima reciproca e un’intensa amicizia mai venuta meno, anche quando avevamo punti di vista diversi su certe questioni”, ha aggiunto Ferroni, ricordando: “Abbiamo festeggiato l’ultimo Capodanno insieme a Roma. Poi è scoppiata la pandemia, che ha complicato anche le condizioni già fragili della salute di Santagata”. 

 

A Casa Leopardi visite in streaming per le scuole  

Casa Leopardi offre per la prima volta alle scuole italiane la possibilità di effettuare visite didattiche guidate in diretta streaming. Si potranno visitare la Biblioteca dove si è formato il genio di Giacomo Leopardi e il Museo che raccoglie oggetti, testi e ricordi a lui cari.  

“In questo momento storico molto delicato, i ragazzi non devono essere costretti a rinunciare ai piaceri che la cultura può regalarci – ha detto la contessa Olimpia Leopardi discendente del Poeta – l’impossibilità di poter organizzare gite scolastiche in presenza, ha comportato la perdita di un’importante occasione per socializzare, divertirsi ed approfondire l’oggetto dei propri studi. Casa Leopardi desidera, con questo nuovo progetto, aprire una finestra virtuale che permetta di guardare il mondo di Giacomo Leopardi da casa propria. Ciò che i ragazzi hanno studiato sui libri di testo diventerà tangibile: sarà l’occasione per immergersi nei pensieri del Poeta e vivere il suo quotidiano. Tengo in particolar modo a ringraziare il Magnifico Rettore Francesco Adornato che ha creduto nel nostro progetto e ha concesso il patrocinio dell’Università di Macerata”. 

La nuova visita in streaming permetterà agli alunni di interagire con le guide del Museo alla scoperta di Giacomo, del suo quotidiano, delle sue passioni e dei suoi studi. I contenuti delle visite digitali sono differenziati a seconda dell’età degli alunni e sono basate su interazioni: le guide specializzate di Casa Leopardi, al termine del loro racconto, saranno disponibili a rispondere alle domande e alle curiosità degli studenti. Il progetto, patrocinato dall’Università di Macerata mira a ricreare l’atmosfera di una vera e propria gita scolastica.  

‘In classe con Giacomo’, un viaggio nel tempo con il Poeta come compagno di banco, è dedicato alla scuole primarie. L’attività scolastica, il tempo libero, i giochi e gli oggetti, raccontati nei luoghi che lo hanno visto crescere per scoprire insieme alle guide di Casa Leopardi come viveva un bambino della loro età più di due secoli fa. Come si svolgeva una lezione scolastica al tempo del Poeta? Qual era il gioco preferito di Giacomo? Un viaggio in streaming alla scoperta di uno straordinario scolaro dell’ottocento.  

‘Il ragazzo che parlava con la luna’, un itinerario per conoscere il genio di Leopardi, è dedicato alle scuole secondarie di primo e secondo grado. Per Giacomo, la Biblioteca del padre è stata per anni il luogo dal quale osservare un mondo che non riusciva a raggiungere fisicamente è stata il suo motore di ricerca, il suo atlante e la sua macchina del tempo. Nel cuore della Biblioteca, fra le migliaia di volumi che il Poeta ha sfogliato alla ricerca della felicità, la visita in streaming ripercorre le tappe principali della sua formazione. Dalla poesia al pensiero, dallo studio delle lingue alle “sudate carte”, dalla ricerca di un antidoto alla noia al desiderio di gloria. 

Conferimento del premio “Città di Ciampino” – Avviso pubblico di candidatura

CONFERIMENTO DEL PREMIO “CITTA’ DI CIAMPINO” ANNO 2020 AVVISO PUBBLICO DI CANDIDATURA Si comunica che questa Amministrazione, nell’intento di dare risalto al lavoro di quanti contribuiscono o abbiano contribuito a valorizzare le capacità e le peculiarità della comunità locale, intende assegnare anche per il corrente…

Libri, esce “Everest” di Stefano Ardito 

(di Andreana d’Aquino)  

“C’è l’Evererest e poi c’è tutto il resto”. Si potrebbe partire da qui, spinti da vecchio un mantra “dell’alpinismo inglese” per iniziare a leggere “Everest” (Editori Glf Laterza), il nuovo libro dello storico scrittore di montagna Stefano Ardito. Dedicato a Big E, il volume da domani nelle librerie è il racconto di un secolo – a maggio 2021 saranno 100 anni di storia – fra ascese, esplorazioni, tentativi e misteri accaduti sul Tetto del mondo. “Un secolo fa, nella primavera del 1921, una spedizione britannica lascia le piantagioni di tè di Darjeeling per dirigersi verso la base della montagna” più alta della Terra, racconta lo scrittore. “Questo libro nasce dalla mia passione per l’Everest” scandisce senza mezzi termini Stefano Ardito conversando con l’Adnkronos dei cimenti raccontati nel libro dei migliori alpinisti del mondo da “Eric Shipton a Reinhold Messsner a Edmund Hillary”. In tanti, mette in evidenza l’autore, “fra scienziati, topografi, sognatori e figure eccezionali come quelle degli sherpa” si sono inoltrati sui pendii e nelle valli di questo gigante di 8.848 metri, tra le Sette Vette del Pianeta e incassonato nella catena dell’Himalayana, al confine fra Cina e Nepal. “Sono stato varie volte a entrambi i campi base, scrivo di montagna, di alpinismo e – ammette lo scrittore – sono molto legato, per una serie di mie vicende, al mondo dell’alpinismo inglese dove l’Everest è comunque “la” presenza fondamentale”. “Lo è per tutti ma lo è in particolare per i britannici anche perché gli inglesi ragionano con misure ‘in piedi’ non in metri” e “per loro c’è prima l’Everest e poi tutto il resto il resto” è il riferimento anche alla disputa sull’altezza dell’Everest rilanciata da Stefano, classe 1954, noto per i suoi film sulle montagne, specializzato in natura, storia e viaggi.  

 

 

Al suo attivo articoli di montagna per le maggiori testate italiane – dal Messaggero a Repubblica da Meridiani a Plein Air – Stefano Ardito, giornalista, negli anni ’80 intervista John Hunt, capo della famosa spedizione britannica sull’Everest nel 1953, ed Edmund Hillary, “uno dei primi due ad arrivare sulla vetta”. “Erano tutti e due stupiti dall’effetto che la conquista dell’Everest aveva avuto in tutto il mondo” tanto che a Londra “erano stati accolti da un milione di persone, nello scalo a Roma c’erano centinaia di migliaia di loro fan, ma, nota di rilievo, al Cairo c’erano 600mila persone” osserva il ‘narratore’ delle montagne. Hunt e Hillary, continua ancora Stefano Ardito, “mi dissero che proprio grazie all’interesse dimostrato da così tante persone avevano ‘capito di avere fatto una cosa bella e grande'” anche “per tutte le persone che in quegli anni – appena dopo la Seconda Guerra Mondiale – avevano bisogno di una notizia bella e di pace”. “Ecco, queste frasi mi continuano a girare per la testa, mi fanno pensare che raccontare storie di questo tipo abbia un valore anche per chi non si interessa di montagna” osserva lo scrittore.  

 

 

Il racconto dell’Everest scritto da Stefano Ardito inizia con “una foto scattata il 29 maggio del 1953” che “ha fatto il giro del mondo in poche ore ed è rimasta il simbolo di montagna e di avventura fino ad oggi”. Quella foto, ricorda, “mostra un uomo in piedi su una vetta di neve, mentre alza il cielo in segno di vittoria una picozza alla quale sono legate le bandiere della Gran Bretagna, del Nepal, dell’India e delle Nazioni Unite”. “L’uomo si chiama Tenzing Norgay, è uno sherpa nato nella regione del Khumbu, vive da anni a Darjeeling, in India. A scattare la foto è il suo compagno di cordata, il neozelandese Edmund Hillary”. E “quel giorno Hillary e Tenzing cambiano la storia dell’andare per montagne. Dopo il Polo Nord e il Polo Sud, toccati rispettivamente nel 1908 e nel 1912, anche il ‘terzo Polo’ della Terra è stato raggiunto dall’uomo” racconta ancora Stefano Ardito portandoci, pagina dopo pagina, sull’Everest attraverso le sue valli, la sua storia anche drammatica, i suoi cammini impervi: in mezzo alla potenza di una natura che nelle pieghe di Big E sovrasta ogni pretesa dell’umanità.  

Scrittori: tesi di laurea di Gesualdo Bufalino ritrovata in Archivio Università Palermo 

Un fascicolo dattiloscritto di di 90 pagine che reca sul frontespizio il titolo ‘Gli studi di archeologia e la formazione del gusto neoclassico in Europa (1738 – 1829)’ e l’indicazione dell’anno accademico 1945-1946. E’ la copia della tesi di laurea di Gesualdo Bufalino destinata alla segreteria, ritrovata durante i lavori di trasferimento del materiale custodito nell’Archivio Storico di Ateneo dell’Università di Palermo nei nuovi locali del convento secentesco di Sant’Antonino. In realtà lo scrittore comisano, del quale ricorrono i cento anni dalla nascita, si sarebbe laureato a Palermo nel marzo del 1947, dopo avere ripreso gli studi intrapresi a Catania e interrotti bruscamente per la chiamata alle armi, sotto la guida del noto antifascista toscano Silvio Ferri (1890-1978), che dal 1° dicembre del 1940 insegnava archeologia nell’Ateneo palermitano. 

“Nel titolo del dattiloscritto sono già riconoscibili i segni della più autentica cifra letteraria dell’autore di ‘Diceria dell’untore’, pubblicato nel 1981 ma pensato negli anni e negli ambienti in cui Bufalino era impegnato nella stesura della propria tesi di laurea – commenta il professor Mario Varvaro, delegato del Rettore all’Archivio Storico di Ateneo – La tesi si annuncia come l’incunabolo del gusto per la rievocazione e il recupero di ciò che è stato, proprio di uno scrittore educato e cresciuto al culto della memoria intesa come ‘spontaneo sortilegio di ombre cinesi, teca di magiche epifanie, cinematografo di larve dissepolte dalla sabbia del tempo’. In questo, l’archeologo e lo scrittore sono simili: entrambi restituiscono luce all’ombra, rinominano i segni muti del passato e lo fanno rivivere nel sortilegio della teogonia dell’essere”. 

“Lo studio di questo unico esemplare finora noto della tesi di laurea di Bufalino – continua Varvaro – potrà gettare luce dunque sulla scaturigine più antica dell’autentica cifra della sua scrittura, che si rispecchia nella centralità del tema della memoria come racconto del ricordo e della parola come Riessere, come miracolo del Bis, come analgesico contro la tentazione del nulla”. Varvaro sottolinea la singolarità della coincidenza del ritrovamento della tesi con il centenario dello scrittore di Comiso. E osserva che “questa è senza dubbio un’occasione feconda per la comunità scientifica di studiosi e di lettori dell’opera di Bufalino, per riscoprire l’europeismo e l’originalità di uno scrittore d’eccezione che ha fatto della biblioteca e del dialogo con le voci dei libri la metafora più eloquente della propria attività letteraria”. 

Nobel Letteratura alla poetessa americana Louise Glück 

Il premio Nobel per la Letteratura 2020 è stato assegnato alla poetessa americana Louise Glück. Lo ha annunciato questa mattina l’Accademia Reale Svedese. Il prestigioso riconoscimento è stato conferito “per la sua inconfondibile voce poetica, che con l’austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”. 

Louise Glück, nata a New York il 22 aprile 1943, con la sua poesia evoca schegge memoriali rielaborando temi come l’isolamento e la solitudine, in un tono insieme colloquiale e meditativo. Vincitrice del Premio Pulitzer nel 1994 con la raccolta “L’iris selvatico” (“The Wild Iris”, 1993), ha convinto i critici per lo stile controllato ed elegante con cui assorbe lunghe sequenze narrative di tratto confessionale che ricordano la poesia di Robert Lowell, Sylvia Plath e Anne Sexton.  

Nella raccolta “Meadowlands” (1997) rievoca figure mitiche come Ulisse e Penelope all’interno di una scrittura molto moderna, che racconta di un matrimonio che sta per finire. Tra le altre sue raccolte di poesie, “Vita Nova”, “The Seven Ages” e “Averno”. Ha vinto il Book Review’s Bingham Poetry Prize e The New Yorker’s Book Award in Poetry. 

Maraini: “Bene Nobel a Gluck, la poesia ci insegna a pensare e parlare” 

Nata da genitori immigrati ebrei ungheresi, Louise Glück è cresciuta a Long Island. Durante la sua adolescenza ha sofferto di anoressia (vicenda oggetto anche di alcune sue poesie), tanto da costringerla ad abbandonare gli studi superiori alla George W. Hewlett High School e poi quelli universitari al Sarah Lawrence College e alla Columbia University di New York. Pur non ottenendo la laurea, la scrittrice si formò sotto la supervisione della poetessa statunitense Leonie Adams (1899-1988).  

La neo Nobel ha pubblicato una dozzina di antologie di poesie. Il Premio Pulitzer per la poesia per la sua collezione “The Wild Iris” è stato il primo di una lunga serie di riconoscimenti. Nel 2014 ha vinto il National Book Award per la poesia. Nel 2003 era stata insignita del prestigioso titolo di poeta laureato degli Stati Uniti. Fa parte dell’American Academy of Arts and Letters e insegna poesia all’Università di Yale. 

 

 

Coronavirus: Ilaria Capua parla ai bambini, esce ‘Ti conosco mascherina’  

Un libro gioco per spiegare ai più piccoli che cos’è un virus e come affrontarlo. E’ Ilaria Capua, una delle scienziate italiane più autorevoli e oggi direttore del Centro di Eccellenza One Health dell’Università della Florida, a rivolgersi così, attraverso il libro gioco “Ti conosco mascherina” (La Coccinella) ai più piccoli per parlare del coronavirus.  

Inserita dalla rivista Seed fra le “Menti Rivoluzionarie” per esser stata una catalizzatrice di approcci più collaborativi nella ricerca sui virus influenzali, Ilaria Capua ha deciso di prendere ‘carta e penna’ ed a insegnare ai bambini come affrontare i virus in modo sicuro, perché possano vivere in serenità la propria infanzia. Il libro di Ilaria Capua è una storia piena di fantasia, che racconta l’incontro immaginario di una bambina con un essere piccolissimo. Un libro colorato e vivace, con un cursore e tantissime finestrelle dai contenuti scientifici, per imparare giocando, per capire senza spaventarsi, per conoscere e prevenire nuove emergenze future. 

Medico veterinario di formazione, Ilaria Capua per oltre 30 anni ha diretto gruppi di ricerca nel campo delle malattie trasmissibili dagli animali all’uomo e del loro potenziale epidemico in laboratori italiani ed esteri. Nel 2013 Ilaria Capua è stata eletta alla Camera dei Deputati dove ha rivestito il ruolo di vice presidente della Commissione Scienza, Cultura ed Istruzione. Durante il suo mandato è stata travolta da un’indagine giudiziaria rivelatasi infondata e, dopo essere stata prosciolta, si è dimessa da parlamentare e si è trasferita negli Stati Uniti con la sua famiglia.  

Unesco: Bocelli e Mitoraj a Noto per promuovere i siti siciliani 

Un concerto di Andrea Bocelli e cinque opere monumentali di Igor Mitoraj a Noto per promuovere i sette siti Unesco siciliani. E’ l’iniziativa partita dalla Regione Siciliana, tramite l’assessorato al Turismo, e dal Comune di Noto, sostenuta dall’Assemblea Regionale Siciliana, dal ministero dei Beni Culturali, dalla Diocesi di Noto, dalla Camera di Commercio del Sud-Est e da Unicredit. Produttori del progetto le società Mediatica e Officina Creativa. Noto, patrimonio dell’Unesco, diventa così palcoscenico di un incredibile e unico evento culturale e mediatico. In uno scenario dalle atmosfere oniriche, tra le sinuose architetture barocche della scalinata della Cattedrale, grazie all’impegno finanziario della Regione Siciliana e del Comune, sabato 24 ottobre si terrà un concerto di Andrea Bocelli. Il cantante, che sarà accompagnato dall’orchestra e dal coro del Teatro Massimo Bellini di Catania, con la regia di Alberto Bartalini, diventerà di fatto il testimonial dei sette siti Unesco presenti nell’Isola. 

Il progetto di ‘Noto Città d’Arte’, che ha visto la capitale netina protagonista di importanti mostre, continua con l’esposizione (fino a febbraio 2021) sempre nello stesso sito, con cinque opere monumentali di Igor Mitoraj, uno degli scultori più conosciuti e apprezzati al mondo, grazie alla collaborazione dell’Atelier Mitoraj di Pietrasanta. 

L’evento, che si svolgerà nel più rigoroso rispetto delle normative anti Covid, si tiene a Noto – capofila del sito Unesco ‘Città Tardo Barocche del Val di Noto’ – ma è rappresentativo e narrativo di tutti gli altri sei luoghi ‘Patrimonio dell’Umanità’ dell’Isola: Valle dei Templi di Agrigento; Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica; la Villa romana del Casale di Piazza Armerina; le Isole Eolie; l’Etna; Palermo arabo-normanna con le cattedrali di Cefalù e Monreale.  

“Un evento unico nel suo genere – si legge nella nota della Regione e del Comune di Noto – reso irripetibile dal binomio Bocelli-Mitoraj, protagonisti, con la loro arte, delle atmosfere della più bella tradizione classica. Uno spot mondiale dell’arte nell’arte che accenderà un focus sui beni di eccellente valore mondiale della Sicilia. Con 90 milioni di dischi venduti, una stella sulla ‘Walk of Fame’, un pubblico che comprende presidenti americani, Papi e famiglie reali, Andrea Bocelli è uno degli artisti più apprezzati di tutti i tempi. Con il suo album ‘Si’, è riuscito a entrare nella storia conquistando contemporaneamente il primo posto della classifica americana Billboard200 e di quella inglese: un successo mai ottenuto prima da un artista italiano”. 

“Un evento culturale di notevole spessore – commenta il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci – in una città-simbolo dell’arte barocca dell’Isola. Una tappa di promozione della Sicilia che si aggiunge al testimonial di Dolce e Gabbana e alla partenza del Giro d’Italia. Eventi curati con passione dell’assessore al Turismo Manlio Messina, per accrescere la capacità attrattiva di questa nostra Terra”. 

“L’iniziativa ‘Mitoraj – Bocelli’ a Noto – dichiara il Sindaco della Città, Corrado Bonfanti – altro non è che l’avvio di un percorso virtuoso che vede protagonisti tutti i siti siciliani iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale per la prima volta, dalla loro iscrizione nella World Heritage List, chiamati a fare rete, ad avere una sola visione, contribuendo alla crescita delle singole comunità locali, facendo così crescere, contemporaneamente, la Sicilia. Sono grato al Presidente Musumeci, primo Presidente ad avere chiara questa straordinaria visione unitaria della nostra Isola, la più dotata di siti di riconosciuto Valore Eccezionale. Il mio personale apprezzamento all’Assessore Messina capace interprete di una Sicilia che punta sempre di più ad un turismo di qualità capace di generare ricchezza e prosperità”. 

È morto Vittorio Mathieu, tra i massimi pensatori contemporanei 

Il filosofo Vittorio Mathieu, uno dei massimi pensatori contemporanei italiani, che agli interessi storici ha affiancato ricerche originali soprattutto sul problema della conoscenza, a quanto apprende l’Adnkronos è morto all’età di 96 anni all’ospedale di Chivasso, in provincia di Torino. Autore di oltre 400 pubblicazioni sui temi della filosofia morale, della filosofia della scienza e dell’estetica, Mathieu si definiva “un plotiniano a tempo pieno che adora giocare a bridge”.  

Nato a Varazze (Savona) il 12 dicembre 1923, fu allievo del filosofo Augusto Guzzo all’Università di Torino. Dopo la laurea, Mathieu ha intrapreso la carriera accademica, iniziando nel 1956 come libero docente di filosofia teoretica nell’Università di Trieste; divenne poi (1961) professore di storia della filosofia prima a Trieste e poi (1967) all’Università di Torino, dove dal 1973 ha ricoperto la cattedra di filosofia morale. Dal 1987 era socio nazionale dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Dal 1976 al 1980 è stato membro e poi vicepresidente del Consiglio esecutivo dell’Unesco a Parigi. Dal 1994 al 1997 è stato il rappresentante italiano nella Commissione consultiva del Consiglio Europeo contro il razzismo e la xenofobia, istituita al vertice di Corfù dell’Unione Europea. È stato membro del Comitato Nazionale di Bioetica e del Comitato Premi della Fondazione Balzan ed ha presieduto la Fondazione Ideazione. 

Tra gli intellettuali fondatori di Forza Italia con il sociologo e politologo Giuliano Urbani, nel 1996 con i filosofi Lucio Colletti e Marcello Pera e lo storico Piero Melograni, Mathieu fu uno dei “professori” che Silvio Berlusconi presentò alle elezioni: si candidò al Senato nel collegio di Settimo Torinese ma non venne eletto. Il suo nome tornò in ballo nel 2005 come possibile presidente della Rai, all’epoca in cui era presidente del Collegio di giurisdizione interna di Forza Italia, carica che mantenne anche con la nascita del Popolo delle Libertà. 

Mathieu tradotto opere di Henri Bergson e a lui ha dedicato una monografia (“Bergson, il profondo e la sua espressione”, 1954) in cui indaga le altre forme della conoscenza e della espressività su cui verteva la riflessione bergsoniana. Importanti i suoi studi sulla tarda filosofia di Kant, in particolare sul problema del ‘vivente’ non inteso come mero meccanismo; allo studio “La filosofia trascendentale e l’Opus postumum di Kant” (1958) si è aggiunta la traduzione dell'”Opus” (1963). Ha curato traduzioni di opere di Leibniz precedute dallo studio su “Leibniz e Des Bosses” (1960).  

Di rilievo i lavori dedicati al problema della conoscenza e dell’oggettività scientifica (“L’oggettività nella scienza e nella filosofia moderna e contemporanea”, 1960; “Il problema dell’esperienza”, 1963) sino a “L’uomo animale ermeneutico” (2001), saggi in cui l’uomo è visto come “scienziato della natura” ed “ermeneuta della cultura”, attivo con la sua opera interpretativa in ogni campo del reale.  

Alle esigenze didattiche ha offerto la “Storia della filosofia e del pensiero scientifico” (prima edizione del 1966, con aggiornamento 1981-83 giunta alla nona edizione), le “Questioni di storiografia filosofica” (1974), “La filosofia del Novecento” (due volumi, 1971, 1978). Mathieu ha coltivato inoltre interessi di estetica, di filosofia morale, etico-politici relativi alle “ombre” della società occidentale (“La speranza nella rivoluzione”, 1972; “Cancro in Occidente”, 1983; “Filosofia del denaro”, 1985; “Privacy e dignità dell’uomo”, 2004). 

Tra i suoi saggi di filosofia morale “Perché punire?” (1978), in cui Mathieu riporta la pena, in chiave kantiana, alla stretta responsabilizzazione dell’individuo. Tra gli altri libri: “Perché leggere Plotino” (1992), “Per una cultura dell’essere” (1998), “L’uomo animale ermeneutico” (2000), “Le radici classiche dell’Europa” (2002), “Goethe e il suo diavolo custode” (2002); “Privacy e dignità dell’uomo: una teoria della persona” (2004), “Perché punire. Il collasso della giustizia penale” (2008). I suo libri più recenti sono: “Introduzione a Leibniz” (Laterza, 2008) e “In tre giorni” (Mursia, 2010).  

Il suo ultimo imponente lavoro è “Trattato di ontologia” (Mimesis, 2019), in cui Mathieu studia l’azione dell’essere a partire dal basso: dal nostro modo di operare di enti su enti. Svolge dunque una “ontologia differenziale”, mediante l’individuazione dei diversi livelli di “impossibilità trascendentale”, attraverso cui è necessario passare per pensare. Constatando l’impossibilità di pensare l’oggetto restando al livello di partenza, si evidenzia la necessità di un passaggio a una molteplicità di modi d’essere qualitativamente differenti (spazio, movimento, tempo, memoria etc.), in un percorso ontologico dall’oggettivo al meno oggettivo, mediante metafore linguistiche, che traspongono i significati da un livello all’altro. Dall’ontologia differenziale si passa poi all’ontologia integrale, che ne è l’inverso complementare. L’ontologia integrale dà conto dello spessore ontologico della realtà, nella quale i differenti livelli sono integrati. Ciò avviene mediante un’analisi dell’idea di “valore assoluto”, attraverso l’esame dei “trascendentali”: bello, vero e bene.  

Per oltre trent’anni Mathieu è stato un collaboratore assiduo de “Il Giornale”.  

Sgarbi: “Convenzione Faro è una schifezza del politicamente corretto'” 

La Convenzione Faro “è una schifezza del convenzionalismo ‘politicamente corretto'”. E’ la netta opinione di Vittorio Sgarbi, che commenta così con l’Adnkronos il via libero definitivo al ddl di ratifica della Convenzione Faro. “Stare lì a contare se Pasolini ha detto delle cose che sono politicamente corrette o scandalose è una cabina di monitoraggio, un’idea della censura della libertà di pensiero e della creatività, per cui è sbagliato il principio, seppur in nome di valori condivisi”. 

“Prova ne é -aggiunge Sgarbi- che il povero Nardella in ordine al tema del femminicidio fece cambiare il finale della Carmen (il sindaco di Firenze Dario Nardella, che fece modificare il finale dell’opera al Maggio Fiorentino, ndr). Questo è il rischio: la contaminazione per cui si censura che so, Don Rodrigo. Io sono assolutamente contro la convenzione”. 

Per l’esperto d’arte “basta la consapevolezza del patrimonio, bastano i valori condivisi dell’Unesco, che la legge italiana tutela e che ci garantisce”. Una legge sovranazionale “che stabilisce quello che è bene per tutti, è chiaro che ha delle controindicazioni -è l’affondo di Sgarbi- Se io ho una commedia in cui c’è un cameriere nero, cosa faccio, la censuro? Se ho un affresco di Giovanni da Modena in cui c’è Maometto, lo cancello? Il rischio è alto”, conclude.  

di Ilaria Floris 

Carlo Piano: “Quando Gino Paoli disse a mio padre Renzo ‘la musica non fa per te…'” 

di Ilaria Floris 

“Gino Paoli era ragazzo insieme a mio padre nel quartiere di Pegli, il quartiere di Genova dove sono cresciuti, e mio padre suonava la tromba, era convinto di diventare un musicista. Bene, se oggi è un architetto lo dobbiamo a Gino Paoli. Lui ebbe la sincerità di dirgli che era veramente un cane a suonare la tromba. Per cui lui si convinse, lasciò perdere e invece di suonare la tromba si è messo a costruire dei luoghi dove si può suonare la musica, come l’Auditorium di Roma o l’Ircam a Parigi”. Con questo aneddoto Carlo Piano, giornalista, figlio del celebre architetto Renzo, presenta all’Adnkronos il libro scritto a quattro mani col padre, ‘Atlantide. Viaggio alla ricerca della bellezza’ (Feltrinelli), con il quale è finalista al Premio Letterario Caccuri 2020. 

“E’ un libro che nasce dal mio sentimento di vendetta -racconta affettuosamente Carlo Piano all’Adnkronos- Io padre quando eravamo piccoli io e i miei fratelli, ci portava ogni estate in barca per un mese, e non ci faceva mai toccare terra. Ora, con questo volume, ho avuto mio padre a disposizione su una nave dove non si può scappare, e ad ottant’anni è ancora più difficile, e poterlo interrogare, costringerlo ad aprire i cassetti che non aveva mai aperto”. 

Da Genova ad Itaca, un viaggio intimo, che attraverso le trame del rapporto padre-figlio va alla ricerca della città perfetta e fa una riflessione sul senso del ‘costruire’. “E’ un resoconto che ha come sfondo la ricerca di Atlantide, perché Atlantide rappresenta la città perfetta -spiega l’autore- Una perfezione che mio padre ha cercato in tanti luoghi della terra, perché ha costruito dal Giappone, agli Stati Uniti alla Nuova Caledonia, che sono tutte tappe del nostro viaggio. La città perfetta è quella che un architetto cerca per tutta la vita”. 

Un ritorno per il grande architetto italiano nei luoghi in cui ha costruito le sue opere, tasselli nella ricerca infinita e necessaria della perfezione, fatto solcando il mare. “In mare si alza lo sguardo e si abbassano i toni di voce, la barca è una sorta di confessionale dove si dicono cose che a terra non si dicono -dice Carlo- Cosa ho imparato da mio padre? Ho imparato ad amare il mare. Perché il mare non saprei come definirlo ma il mare è futuro, è l’avventura, è quello che ti spinge ad andare a scoprire”. 

Il giornalista esprime poi una grande emozione al pensiero di essere tra i finalisti del Premio Caccuri, uno dei più importanti premi di Saggistica in Italia, in programma dal 19 al 24 settembre. “Un grande onore essere tra i finalisti, soprattutto in compagnia di nomi come Veltroni, Berlinguer, Friedman -ammette- ma rappresenta anche una sorpresa perché io il libro l’ho scritto per me stesso. Ho pensato che a 55 anni, con mio padre ottantenne, fosse il momento per fare un resoconto di quello che è stata la mia vita e quella di mio padre”. Una vita alla ricerca della perfezione, ora racchiusa in un libro. 

“Switch off? Parola inglese inutile”, il verdetto della Crusca 

di Paolo MartiniSwitch off? “Una parola inglese inutile e non chiara per tutti e al posto di questo forestierismo si può benissimo usare l’italiano ‘passaggio'”. E’ il verdetto dell’Accademia della Crusca. La secolare istituzione fiorentina, incaricata di custodire il ‘tesoro’ della lingua italiana, tramite il suo gruppo di intervento sui neologismi Incipit, esprime “rammarico” per quello che viene “un difetto di comunicazione in una pagina del sito dell’Inps”, dove è comparsa la notizia dal titolo “Dal 1°ottobre il Pin Inps lascia il passo a Spid”.  

Nel testo si legge fra l’altro quanto segue, al secondo capoverso del comunicato: “Con lo switch off dal Pin allo Spid l’Inps rafforza il diritto dei cittadini alla semplificazione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione e rende operative le politiche nazionali di digitalizzazione aperte ormai agli sviluppi europei”. 

Lo switch off, per quanto scritto in corsivo, “come si dovrebbe fare sempre per i forestierismi non adattati e non comuni”, a parere dell’Accademia della Crusca “non avrebbe dovuto essere impiegato in quel contesto, in un sito di larga comunicazione”. Nel contesto, sempre a parere dei linguisti della Crusca, il termine italiano “passaggio” sarebbe stato “più che sufficiente”. L’utente del sito Inps non è tenuto a sapere che in inglese “switch off” è un “phrasal verb” che significa “stop the flow or operation of something by means of a tap, switch, or button”, come si legge nell’Oxford Dictionary. Il testo avrebbe potuto essere formulato anche diversamente, a parere dell’Accademia della Crusca: “Con la cessazione (o disabilitazione) del Pin e il passaggio allo Spid…”.  

Commentano i linguisti del gruppo Incipit della Crusca: “Ci stupisce la motivazione che si legge nel passo da noi riportato dove, proprio in nome dello switch off, si invoca ‘il diritto dei cittadini alla semplificazione’; ma la scelta dell’anglismo, esibizione superflua di terminologia tecnica informatica, non va certo in questa direzione. 

Il gruppo di linguisti di Incipit già nei mesi scorsi era stato critico nei confronti di una comunicazione dell’Inps (allora per l’uso di data breach per ‘violazione dei dati’). “Per la seconda volta interveniamo sulle scelte linguistiche di questo ente, di cui apprezziamo lo sforzo immane compiuto durante la pandemia – si legge in un comunicato diffuso dall’Accademia della Crusca – Ci rendiamo conto delle difficoltà che l’ente stesso ha dovuto superare con fatica in questi mesi impegnativi, essendo esposto più di altre istituzioni al giudizio dei cittadini, e proprio per questo il nostro suggerimento linguistico, dettato da uno spirito di collaborazione, vuole essere un incentivo diretto a migliorare il rapporto con il pubblico, nel quadro di un’attenzione all’uso della lingua che auspichiamo più avvertito”. 

Il gruppo Incipit si occupa di esaminare e valutare neologismi e forestierismi ‘incipienti’, scelti tra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana, al fine di proporre eventuali sostituenti italiani. Incipit è costituito da Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni, Annamaria Testa. 

Addio a Franco Maria Ricci, protagonista raffinato dell’editoria preziosa 

di Paolo Martini Addio a Franco Maria Ricci, uno dei più originali e raffinati editori, protagonista dell’editoria che definiva “preziosa”. E’ morto oggi nella sua casa a Fontanellato, in provincia di Parma, all’età di 82 anni, dove lui collezionista e designer, appassionato di “labirinti borgesiani”, aveva creato il Labirinto della Masone, un giardino di arte e natura aperto al pubblico dal 2015. Ricci era diventato famoso a livello internazionale per pubblicare dal “FMR”, la più elegante rivista mai stampata al mondo. 

Nato a Parma il 2 dicembre 1937, Franco Maria Ricci era figlio di una famiglia aristocratica di origine genovese. Si laureò in geologia all’Università di Parma e iniziò a lavorare per Gulf Oil in Turchia. Rientrato a Parma, nel 1963 avvia la carriera come editore ed artista grafico: progetta marchi, manifesti, pubblicazioni e si dedica allo studio dell’opera e dello stile di Giambattista Bodoni, di cui ristampa il “Manuale Tipografico”. L’inatteso successo che segue i 900 esemplari di quella ristampa lo porta ad investire ulteriori energie nella creazione di volumi estremamente raffinati. Nella città emiliana dette vita ad alcune pietre miliari del design (il vecchio logo di Poste Italiane e quello di Smeg Elettrodomestici), ma anche la grafica della collana Bompiani “Il Pesanervi”. 

Il 1965 è l’anno della svolta: fonda la casa editrice FMR. Ricci si specializza in pubblicazioni di edizioni d’arte e letterarie di pregio. I suoi libri raffinati sono apprezzati, tra gli altri, da papa Paolo VI, Jacqueline Kennedy e Jorge Luis Borges. Spiccano nella sua produzione le collane “I segni del tempo”, “La Biblioteca di Babele”, curata dal grande scrittore argentino Borges, “Quadreria”, “Scripta”, “Oratio dominica”, “I segni dell’uomo”, “Morgana”, “Le guide impossibili”, “Grand Tour”, “I grandi palazzi della storia” e “Bibliotheca Ioannes Paulus PP. II”. Tra le grandi opere curate da Ricci figurano la ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert (18 volumi, 1970) – venduta in 3mila copie – e l’Enciclopedia dell’arte di Franco Maria Ricci (15 volumi, 1990). Prestigiose le collaborazioni di Ricci, tra cui quelle di Umberto Eco, Cesare Zavattini e Roland Barthes, oltre ad una folta schiera di artisti e fotografi. Nel 2002 la casa editrice è stata acquistata dal gruppo Art’è. 

A partire dal 2005 Ricci si è dedicato, dopo anni di progettazione in collaborazione con l’architetto Pier Carlo Bontempi, alla costruzione di un labirinto nella campagna presso Fontanellato, vicino alla sua dimora. fu l’amichevole e assidua frequentazione con Borges nei primi anni ’80 a gettare il seme del sogno che Ricci ha coltivato per trent’anni: realizzare il più grande labirinto al mondo. 

Proprio la vendita della casa editrice ha consentito a Ricci di trovare le risorse per la realizzazione del suo sogno. Nel 2015 il Labirinto della Masone ha aperto al pubblico: si dipana su 8 ettari nella Bassa Parmense con un percorso di 3 chilometri che si snoda fra 200mila piante di bambù. Nel vicino museo si possono ammirare le 450 opere d’arte collezionate dall’editore in oltre cinquant’anni.  

Campiello, Remo Rapino al lavoro per il suo terzo romanzo 

di Paolo MartiniRemo Rapino, fresco vincitore della 58esima edizione del Premio Campiello con “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (minimum fax), è già al lavoro per scrivere il suo terzo romanzo. “Ho vinto inaspettatamente con il secondo romanzo, ma io mi considero un esordiente”, ammette lo scrittore abruzzese, 69 anni, residente a Lanciano (Chieti), ex professore di filosofia nei licei, all’indomani del trionfo al riconoscimento letterario veneziano. 

“Sto lavorando a un nuovo romanzo, ma con molte difficoltà – confessa Rapino all’AdnKronos -. Sto pensando di raccontare una storia con diversi personaggi inventati sullo sfondo di fatti veri, ispirati ai ricordi. Vorrei ambientare il mio prossimo romanzo in un paese che vorrei che fosse una specie di ‘Macondo’ italiana”, quasi un omaggio al grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, autore del capolavoro “Cent’anni di solitudine”.  

Il terzo romanzo, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbe intitolarsi “Cronache di Scarciafratta”, un paese “più o meno” nel Sud d’Italia “completamente inventato, abitato da persone strane”. “Il nome del paese immaginario l’ho preso in prestito da un mio amico di infanzia, poverissimo, soprannominato Scarciafratta”, rivela Rapino. 

Intanto, il giorno dopo la vittoria del Campiello, conquistata battendo a sorpresa il favorito di gran fama Francesco Guccini, Remo Rapino si sofferma su “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, dove compare il matto che “riesce a comprendere il mondo”, e che potrebbe diventare anche il soggetto di un prossimo film, stando ad alcune prime attenzioni del mondo cinematografico.  

“Bonfiglio Liborio raccontando se stesso racconta quasi un secolo di storia, dal 1926 al 2010 – spiega Rapino – E lo racconta da una periferia esistenziale e dà voce a quelli che non hanno voce, agli emarginati, agli ultimi della fila. E’ una figura che si illude, però illudendosi in un certo qual modo crea anche delle speranze. E’ un po’ ingenuo e molto visionario ed i suoi fantasmi lo mettono un po’ a metà strada tra Don Chisciotte e Forrest Gump. E’ un po’ un idiota esemplare, come direbbe lo scrittore Ermanno Cavazzoni, che guarda le cose e raccontandole ci fa capire che è possibile raccontare la realtà in tanti modi e non sempre secondo i modi dominanti. In questo senso Liborio è uno che dice, come nella favola di Andersen, ‘il re è nudo’, e questa è forse la sua funzione: aiutarci a guardare la realtà oltre le apparenze”.  

“Ogni follia secondo me è un’energia interiore, che può capovolgere i codici sociali dominanti, le nostre certezze – spiega lo scrittore abruzzese – Del resto, ogni folle è un uomo pieno di entusiasmo, che ci porta a scoprire isole del mondo che noi non riusciamo a vedere nel mare della massificazione”. 

Avviso pubblico per raccogliere proposte organizzative d’iniziative culturali, sportive e di spettacolo di particolare interesse pubblico da svolgersi dal 1 ottobre al 31 dicembre 2020

L’Ufficio cultura sport casale dei Monaci politiche giovanili e pari opportunità, comunica che con Det-Cul-2020-00177 sono stati approvati avviso pubblico e allegati per raccogliere proposte organizzative d’iniziative culturali, sportive e di spettacolo di particolare interesse pubblico da svolgersi dal 1 ottobre al 31 dicembre 2020 SI DICHIARA…

Daverio, il brillante divulgatore d’arte che conquistò il pubblico della tv 

Gallerista di fama, editore e storico e critico dell’arte, francese naturalizzato italiano, Philippe Daverio, che amava definirsi “cittadino europeo” e che si era specializzato nell’arte italiana del Novecento, a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila era diventato un noto volto televisivo, un brillante divulgatore, grazie a programmi culturali su Rai 3 che hanno decretato la sua popolarità.  

Daverio è stato un eclettico personaggio che ha catturato l’attenzione del pubblico (portando l’arte direttamente nelle case degli italiani) non solo per la sua bravura, ma anche per il suo modo di vestire, con un coraggioso ed originale look da dandy, ispirato alle fantasie dei tanti quadri da lui ammirati: la sua forte personalità gli ha permesso di indossare con estrema disinvoltura abiti variopinti, abbinando con audacia colori sgargianti, righe, pois e quadretti, con cappelli, papillon, giacche e gilet. Attivo fino all’ultimo, Philippe Daverio, stroncato da un tumore quasi alla soglia del 71esimo compleanno (si è spento la notte scorsa all’Istituto dei Tumori di Milano), aveva tenuto riservata la malattia che lo attanagliava da tempo. 

Nato il 17 ottobre 1949 a Mulhouse, nella regione francese dell’Alsazia, da padre italiano e madre alsaziana, dopo il liceo scientifico francese, Daverio arrivò in Italia per gli studi universitari, frequentando il corso di laurea in economia e commercio presso l’Università Bocconi di Milano, città dove hanno avuto inizio le sue molteplici attività legate all’arte. 

Iniziò la carriera come mercante d’arte. Quattro le gallerie d’arte moderna da lui inaugurate, due Milano e due a New York: a prima, la “Galleria Philippe Daverio”, nel 1975 a Milano in via Montenapoleone n. 6, dedicata all’arte italiana del XX secolo, presso la quale nel 1984 viene anche aperta una libreria d’arte, a cui segue nel 1986 la “Philippe Daverio Gallery” a New York, anch’essa specializzata nell’arte del XX secolo, e nel 1989 una seconda galleria a Milano in Corso Italia n. 49, con uno spazio dedicato all’arte contemporanea.  

Specializzato in arte italiana del XX secolo, ha dedicato i suoi studi al rilancio internazionale del Novecento (futurismo, metafisica, scuola romana). Assessore al Comune di Milano dal 1993 al 1997 nella giunta del sindaco leghista Marco Formentini, con le deleghe alla Cultura, al Tempo Libero, all’Educazione e Relazioni Internazionali, si è occupato in particolare della ricostruzione del Padiglione d’Arte Contemporanea distrutto a seguito dell’esplosione della bomba mafiosa del 27 luglio 1993 partendo dalla ricerca degli sponsor, al coordinamento degli interventi sia tecnici sia amministrativi.  

Nel 1994 con provvedimento della Giunta comunale Daverio si è occupato della ristrutturazione di tutto l’edificio costituente il Palazzo Reale ed il suo adattamento a Museo d’arte contemporanea; nel gennaio 1995 è stata riaperta al pubblico la Sala delle Cariatidi in occasione della mostra di Richard Avedon, da lui curata, e sono poi state realizzate importanti e numerose mostre, con un riposizionamento completo del sistema museale nell’insieme del patrimonio civico.  

Si è anche occupato del restauro del Teatro alla Scala, ed è stato fra i promotori delle fondazioni (Fondazione Teatro alla Scala, Fondazione Pierlombardo, Fondazione dei Pomeriggi Musicali) intese, nelle sue parole, “quali strumento di autonomia e di osmosi tra pubblico e privato nelle istituzioni culturali”. Ha inoltre promosso e seguito alcuni lavori pubblici significativi, tra cui il completamento del Piccolo Teatro e del Teatro dell’Arte in Triennale.  

Nel 1995 ha realizzato una grande rassegna intitolata “Festival dei Teatri d’Europa” in collaborazione con Giorgio Strehler, insieme di spettacoli in collaborazione con i principali teatri europei. Dal 1993 al 1997 ha organizzato i “Grandi Eventi” per Milano (a Natale per la prima volta venne realizzata una pista di pattinaggio su ghiaccio in piazza Duomo; per la Festa di San Valentino l’apertura al pubblico di Palazzo Marino; in estate ‘Milano a cielo aperto’ e ‘Musiche nei cortili’). Nel 1996, nell’ambito di un più vasto quadro di interventi del Comune di Milano volto alla riqualificazione di spazi irrisolti nel centro storico della città, ha partecipato al nuovo progetto di piazza San Babila con la fontana di Luigi Caccia Dominioni.  

Philippe Daverio si è sempre definito uno storico dell’arte, e così lo ha scoperto il pubblico televisivo di Raitre: nel 1999 in qualità di “inviato speciale” della trasmissione “Art’è”, nel 2000 come autore e conduttore della trasmissione “Art.tù”, poi dal 2002 al 2012 autore e conduttore di “Passepartout”, programma d’arte e cultura divenuto “Il Capitale”, e del programma del 2011 “Emporio Daverio” per Rai 5, una proposta di invito al viaggio attraverso l’Italia, “un’introduzione al museo diffuso e uno stimolo a risvegliare le coscienze sulla necessità d’un vasto piano di salvaguardia”.  

Come gallerista ed editore – nel 1981 fonda la casa editrice Edizioni Philippe Daverio: il primo libro pubblicato è del 1977, “Guido Balsamo Stella, opera grafica e vetraria”, e nel 1984 una libreria annessa alla galleria di via Montenapoleone a Milano – ha pubblicato una cinquantina di titoli, alcuni dei quali pubblicati in accordo editoriale con Leonardo Mondadori dal 1981 (Catalogo ragionato dell’opera di Giorgio de Chirico fra il 1924 e il 1929; Catalogo generale e ragionato dell’opera di Gino Severini).  

Diverse sono le sue pubblicazioni scientifiche, e numerose quelle divulgative; consulente per la casa editrice Skira, dal 2008 ha diretto per la casa editrice Giunti di Firenze la rivista “Art e Dossier” ed è stato commentatore, tra le altre testate, per “Corriere della Sera”, “Il Sole 24Ore”, “Avvenire”, “Giornale dell’Arte”, “National Geographic”, “Touring Club”, “Vogue”, “Panorama”, “Liberal”, “Gente”, “L’Architetto” e “QN Quotidiano Nazionale”.  

Tra le ultime pubblicazioni, nel 2011 è uscito il volume “Il Museo Immaginato”, edito da Rizzoli, e nel 2012 il volume “Il Secolo lungo della Modernità”, per la stessa casa editrice, con cui nel 2013 ha pubblicato “Guardar lontano veder vicino. Esercizi di curiosità e storia dell’arte”, seguito a fine 2014 da “Il secolo spezzato delle avanguardie”. Nel 2015 sono usciti i volumi “La buona strada”, “L’arte in tavola” e “Il gioco della pittura”, sempre editi da Rizzoli. Tra i suoi libri più recenti “Ho finalmente capito l’Italia. Piccolo trattato ad uso degli stranieri (e degli italiani)” (Rizzoli, 2017); “Grand Tour d’Italia a piccoli passi. Oltre 80 luoghi e itinerari da scoprire” (Rizzoli, 2018); “Quattro conversazioni sull’Europa” (Rizzoli, 2019); “La mia Europa a piccoli passi, Collana illustrati” (Rizzoli, 2019). I suo ultimo libro, “Racconto dell’arte occidentale dai greci alla pop art”, è uscito a luglio da Solferino Editore.  

Daverio si è occupato anche di strategia ed organizzazione nei sistemi culturali pubblici e privati e ha svolto attività di docente presso atenei ed istituti di diverse città: è stato incaricato di un corso di storia dell’arte presso lo Iulm di Milano, laurea in Comunicazione e gestione dei mercati dell’arte e della cultura; ha svolto diversi corsi di storia del design presso il Politecnico di Milano, e dal 2006 era professore ordinario di disegno industriale presso l’Università degli Studi di Palermo.  

Nel 2013 ha ricevuto dal presidente della Repubblica italiana il Cavalierato delle Arti e delle Lettere e la Medaglia d’Oro di benemerenza del ministro per i Beni Culturali; sempre nel 2013 è stato insignito dal presidente della Repubblica Francese della Légion d’Honneur; dal settembre 2014 era direttore artistico del Grande Museo del Duomo di Milano, e dal 2015 membro del comitato scientifico della Pinacoteca di Brera e Biblioteca nazionale Braidense.  

di Paolo Martini 

Venezia rende omaggio agli 80 anni di Fabrizio Plessi con ‘L’età dell’oro’  

“Quest’anno io compio 80 anni, e la città di Venezia voleva farmi un grande omaggio. E così, a vent’anni dalla mia grande installazione ‘Water Fires’, mi hanno dato eccezionalmente, dato che non la danno a nessuno, tutta Piazza San Marco per un’installazione dove il pubblico resterà a bocca aperta di fronte a delle enormi cascate d’oro virtuali, a led luminosi, e potrà ammirare più di 50 metri di oro liquido”. Così l’artista emiliano ma veneziano d’adozione, Fabrizio Plessi, che descrive all’Adnkronos il grande evento in programma per martedì prossimo, primo settembre, quando Piazza Venezia accenderà le sue luci per inaugurare ‘L’età dell’oro’, la sua grande installazione con la quale Plessi e Venezia dialogano rendendosi omaggio reciprocamente. 

 

 

“Questa opera – spiega Plessi- rende omaggio alla liquidità di questa città, al mosaico che si scioglie, ai mosaici veneziani della basilica, è un omaggio alla fluidità di Venezia”. Durante la preparazione dell’installazione è arrivato il lockdown, e Plessi, ideatore e realizzatore di una memorabile installazione per i 50 anni di Adnkronos, racconta: “Sono stato per tre mesi in casa. Tre mesi di grande creatività per me, nei quali ho pensato di modificare queste cascate in modo da suggerire che questo periodo buio della nostra vita non venisse ignorato e sprecato, e che ci fosse una chiave spirituale. E così ho trovato la chiave tra le zampe del tipico Leone d’Oro di Venezia”.  

In che modo? Ecco come lo spiega l’artista: “Ho preso le prime parole che sono scritte nel brano del Vangelo tra le zampe del Leone, ‘pax e tibi’, e le ho fatte apparire ogni venti minuti in mezzo alle cascate d’oro come un’apparizione di luce”. Perché Plessi e Venezia sono legati da un filo inscindibile: “La fluidità, la mobilità di questa città ha influito enormemente sul mio pensiero – rivela- Venezia rappresenta la grammatica della mia arte, del mio linguaggio. Le gigantesche cascate (alte 4,50 mt per ogni finestra, ndr) cascate dell’oro illumineranno la notte tutta la Piazza e diventano dunque un dialogo spirituale con la Basilica, un dialogo di cui credo tutti noi abbiamo bisogno”.  

L’installazione resterà visibile agli spettatori fino al 15 novembre, e sarà seguita da una grande mostra, ad ottobre, a Ca’ Pesaro, che avrà lo stesso titolo dell’installazione, ‘L’età dell’oro’. Le musiche che accompagnano le installazioni dell’artista sono dell’amico Michael Nyman, che ne ha concesso i diritti, e lo sponsor è Dior che ha deciso di affiancare Plessi in questa avventura. 

Scrittori: all’asta dattiloscritto ‘Colazione da Tiffany’ con i tormenti di Truman Capote  

Va all’asta il dattiloscritto del romanzo “Colazione da Tiffany” di Truman Capote (1924-1984), reso leggendario dal film del 1961 diretto da Blake Edwards e interpretato da Audrey Hepburn. Si tratta di un centinaio di pagine ingiallite battute a macchina, tra il giugno e l’agosto 1958, arricchite da una miriade di note a margine scritte dalla mano dello scrittore: spicca la modifica del nome dell’elegante e sognatrice protagonista, che in un primo momento dove chiamarsi Connie Gustafson, poi diventato l’ormai iconico Holly Golightly. 

Il dattiloscritto inedito sarà messo in vendita martedì prossimo, 28 luglio, da Sotheby’s a Londra con una stima che oscilla tra 120.000 e 180.000 sterline. Nessuna informazione è stata fornita dalla casa d’aste inglese a proposito della provenienza del lotto, anche se è presumibile che si tratti dello stesso documento che un miliardario russo acquistò nel 2013 per 306.000 dollari, dopo che era stato offerto in un’asta a New York con un prezzo base di 10.000 dollari.  

Il dattiloscritto originale di “Breakfast at Tiffany’s” evidenzia il meticoloso processo di scrittura di Truman Capote e rileva in particolare che lo scrittore esitò a lungo prima di chiamare la sua eroina Holly Golightly. I fogli dattiloscritti sono ricchi di annotazioni, scarabocchi e cancellature, dando così un’idea dell’ossessione per i dettagli che è stata sia una maledizione che la chiave del successo di Capote. Il dattiloscritto mostra anche come Capote abbia rimosso parte del contenuto a sfondo sessuale dalla storia prima della pubblicazione. Alcuni passaggi furono interamente cancellati, come, ad esempio, la conversazione tra Holly e la sua compagna di stanza Mag Wildwood, in cui l’amica le rivelava una fantasia ‘militare’ durante un rapporto sessuale.  

Gli sforzi di Capote per rendere il romanzo meno scioccante si dimostreranno momentaneamente insufficienti. L’autore presentò il suo manoscritto completo a “Harper’s Bazaar”, che lo aveva acquistato a scatola chiusa per 2mila dollari, per il numero di luglio del 1958, ma la rivista annullò la pubblicazione all’ultimo minuto, ritenendo il contenuto del romanzo troppo problematico. Così Capote si rimise febbrilmente all’opera per correggere e cambiare come testimonia il dattiloscritto finale che andrà all’asta all’inizio della prossima settimana. “Colazione da Tiffany” sarà, infine, finalmente pubblicato sulla rivista “Esquire” nel novembre 1958 e subito dopo in volume. 

Alle ultime battute della sua tormentata revisione, Capote decise di sbarazzarsi di Connie Gustafson, un nome senza dubbio credibile per una giovane donna del Texas ma che avrebbe potuto avere un impatto minore rispetto a quello definitivo di Holly Golightly.  

Archeologia: esperti al lavoro per svelare origini misterioso ponte sul fiume Noce  

di Veronica MarinoQuando si vede ma non si guarda accade che la bellezza, la solennità, l’ingegno ‘nascosti’ in un antico ponte vengano dati per scontati. Ed è così che qualcuno finisce per costruire un altro ponte su quell’incanto che viene abbandonato, fino a diventare un’isola ecologica per la raccolta differenziata dei rifiuti, come è successo al Ponte Nord che guarda scorrere il fiume Noce, in Basilicata, a ridosso di Matera, esattamente a Rivello, un borgo medievale di 2.700 abitanti. Ma c’è chi riesce ancora ad accorgersi e a disvelare un ponte che sembra avere gli occhi, forse risalente all’epoca romana. 

E’ stato un fotografo, Marcello Leotta, per lavoro e per animo, sensibile alla ricchezza della storia dei luoghi, insieme ai suoi amici di Rivello, a rendersi conto che nelle Gole del Noce c’era una struttura architettonica e storica di rilievo dalle origini misteriose, dato che non rientra nei canoni abituali dell’ingegneristica e dell’architettura di epoca romana o medievale: quattro archi di scarico, un singolarissimo tunnel interno, forse finalizzato alla manutenzione o all’alleggerimento del ponte stesso. Un ponte che unito, idealmente, agli altri otto ponti sul fiume Noce, piccoli e grandi, consegna già di primo acchito una interessante informazione: quel territorio è stato un punto nevralgico di comunicazione. Passava di lì anche l’antica strada romana costruita nel II sec. a.c., che conduceva da Reggio Calabria a Capua, dove intersecava l’Appia, e il cui tratto lucano ancora nessuno ha indagato a fondo dal punto di vista scientifico, la Annia Popilia.  

Ma sul valore storico-architettonico del ‘ponte del Nord per ora non vi sono certezze. Solo ipotesi che, però, fra una settimana diventeranno oggetto di uno scrupoloso studio scientifico grazie al sostegno del nuovo sindaco di Rivello, Franco Altieri. Il 25 luglio, infatti, nonostante il ‘fermo’ dovuto al lockdown e alle attuali misure di sicurezza, nel Chiostro del Complesso di Sant’Antonio, a Rivello, ci sarà il battesimo della prima fase di analisi del contesto dei ponti antichi del bacino del fiume Noce e del sistema viario antico, anche a fronte dell’esistenza della strada Annia Popilia, proprio in quell’area. Un primo sogno realizzato, per chi ha voluto guardare, sollecitando un intero paese a farlo e potendo contare sull’aiuto del sindaco-avvocato, fresco di mandato, Franco Altieri. 

Ma l’uomo dei ponti, come il fotografo è stato definito in Paese, insieme al primo cittadino e ai suoi amici di Rivello, osa sognare molto di più, proprio come suggeriva Proust, andando ben oltre l’indagine storica del ponte. C’è, infatti, un sogno più grande che sta cominciando a muovere i primi passi nella mente di tutte le persone coinvolte: la nascita di un ‘Parco Ambientale Archeologico delle Gole del fiume Noce’, che possa divenire uno strumento di attrazione turistica consapevole, di sviluppo economico sostenibile ed in armonia con l’ambiente integro della Valle del Noce, ma soprattutto un possibile stimolatore di idee e di rinnovamento delle consuetudini culturali e sociali del territorio.  

Se il ponte ‘scoperto’ da Marcello Leotta e i suoi amici di Rivello è una nuova ‘perla’ storico-artistica della Basilicata saranno a questo punto gli esperti del Comitato Scientifico a dirlo: Stefano Del Lungo e Maurizio Lazzari, del Cnr- Ispc di Potenza, archeologi e geologi esperti, tra l’altro, di viabilità antica; Paola Bottini, archeologa già funzionaria della Sovrintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio della Basilicata; Lorenzo Appolonia, dirigente della Soprintendenza della Valle d’Aosta e direttore dei Laboratori Scientifici della Venaria Reale; l’ingegnere Flavio Russo, esperto di infrastrutture e macchine di epoca antica, autore di libri e saggi, ex consulente del Mibac ed infine Francesco Tarlano, archeologo e attuale funzionario della Sovrintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio della Basilicata, a cui spetterà il compito di traghettare una “condizione emozionale su dei beni tornati alla luce – dice Leotta – verso un contesto scientifico, giuridico ed amministrativo, che consenta di sviluppare progetti operativi e finanziabili”.