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Categoria: Cultura

Angelina Jolie vende all’asta quadro di Churchill: incasso record

Angelina Jolie vende all’asta il quadro di Winston Churchill e incassa una cifra record. L’unico dipinto eseguito dal premier britannico durante gli anni della seconda guerra mondiale e donato al presidente americano Franklin Delano Roosevelt (1882-1945) è stato aggiudicato per 8.285.000 di sterline, commissioni incluse (pari a 11.590.715 dollari; 9.577.460 euro) all’asta da Christie’s a Londra. Il quadro dal titolo “La torre della moschea Koutoubia”, realizzato nel gennaio 1943, è stato messo all’asta dall’illustre proprietaria, l’attrice Angelina Jolie.  

Il quadro è partito da una stima di 1.500.000 sterline ed è stato al centro di un’accesa gara al rialzo tra quattro collezionisti. Alla fine il nuovo proprietario ha pagato cinque volte la stima per aggiudicarsi il lavoro. La tela ad olio ha segnato il nuovo prezzo più alto per un’opera di Churchill. Il precedente record era di 1,8 milioni di sterline, fissato da Sotheby’s nel 2014 per “The Goldfish Pond at Chartwell” (1932).  

Il dipinto “La torre della moschea Koutoubia” fu acquistato nel 2011 dall’attrice Angelina Jolie e dall’allora marito Brad Pitt. Durante il loro matrimonio la coppia ha collezionato numerosi quadri, tra cui opere di Banksy e Neo Rauch. Prima di entrare nella collezione della celebre coppia cinematografica il dipinto fu di proprietà del figlio di Rososevelt, Elliott, che poi lo vendette a trattativa privata. Dopo la separazione da Pitt, il quadro è entrato nella Jolie Family Collection.  

Il dipintoì fu eseguito da Churchill a Marrakech, in Marocco, subito dopo la Conferenza di Casablanca del 14-24 gennaio 1943, in cui fu pianificata la strategia europea degli Alleati contro i nazisti. Il primo ministro britannico invitò Roosevelt a unirsi a lui nel viaggio a Marrakech il giorno dopo la conclusione della conferenza, motivato dal suo desiderio di condividere con il presidente Usa le vedute della città e della luce al tramonto, da lui tanto adorate.  

La vista impressionò così tanto Roosevelt che Churchill decise di immortalare la scena per lui come ricordo della loro escursione. “Questo atto è stato visto non solo come un’indicazione della loro amicizia, ma del rapporto speciale tra il Regno Unito e gli Stati Uniti”, ha sottolineato un portavoce di Christie’s.  

Sir Winston Churchill iniziò a dipingere scene del Marocco dopo essere stato incoraggiato a visitare il paese dal suo maestro di pittura, Sir John Lavery. Alla sua prima visita nel 1935, sentì che la luce e il paesaggio non avevano rivali, creando circa 45 dipinti del paese. La “Torre della Moschea di Koutoubia” si distingue come l’unico dipinto creato tra il 1939 e il 1945. 

Nella stessa asta londinese è stato battuto un altro quadro di Churchill, raffigurante un paesaggio del Marocco, dipinto nel 1935 e regalato a Bernard Law Montgomery, uno dei più illustri generali britannici della seconda guerra mondiale, eroe della battaglia di El Alamein e che ebbe un ruolo fondamentale nella battaglia di Dunkerque e nella campagna degli Alleati in Italia. Il dipinto dal titolo “Scene at Marrakech” ha realizzato 1.882.500 sterline (stima 300.000).  

Churchill donò il quadro al feldmaresciallo Montgomery per ringraziarlo del suo determinante contributo alla vittoria finale delle forze alleate nel 1945 contro il Terzo Reich di Adolf Hitler. Da allora il dipinto è sempre rimasto nella collezione privata della famiglia Montgomery, che lo ha infine messo all’asta per la prima volta.  

“Scene at Marrakech” raccoglie l’intensità cromatica della calda sabbia del deserto, che contrasta armoniosamente con il blu dell’acqua in primo piano. I verdi vividi della vegetazione sullo sfondo portano anche colore, vita ed energia al paesaggio altrimenti tipicamente brullo in Marocco. 

‘Io sono Gesù’, il nuovo romanzo di Giosuè Calaciura

Chi era Gesù? Un ragazzo giovane che voleva fare le esperienze di ogni adolescente, fino in fondo. E, come tutte le esperienze, sono a rischio. Eccolo, il Gesù raccontato da Giosuè Calaciura, giornalista e scrittore palermitano, nel suo nuovo romanzo “Io sono Gesù” (Sellerio editore Palermo, 281 pagg., 16 euro) da poco in libreria. La scrittura del nuovo libro di Calaciura, già autore di libri come ‘Malacarne’ e ‘Il tram di Natale’ “è stata una esperienza ricca perché ho tirato fuori un Gesù giovane e avventuroso nel senso adolescienziale del termine”, come spiega lo stesso.  

Un libro che “dà una cifra più umana di un personaggio così mitico e simbolico”. “Gesù – dice Calaciura – è un ragazzo che sfugge fortemente alla sua predestinzione di cui non è consapevole. Attraversa la Palestina con un gruppo di saltimbanchi in cerca di suo padre che lo ha abbandonato, nel senso fisico non evangelico”. E tutta la storia si svolge in questa ricerca del padre che segnerà il primo tradimento per Gesù. Un romanzo tra utopia e la vita reale di un ragazzo di duemila anni fa. 

“Mi sono divertito a scriverlo”, spiega ancora Calaciura. Il Gesù di Calaciura scopre la violenza da piccolo, assistendo a una circoncisione in cui “i macellai di Dio si accanivano sul minuscolo pene raggrinzito dal dolore”. Non mancano i colpi di scena nel decimo romanzo di Giosuè Calaciura, dove l’autore reinventa una delle storie più grandi mai raccontate. E’ un Gesù che giocava “a fare il profeta” e che nel crepuscolo dell’orto si domanda come mai “da bambino non avevo immaginato di creare uomini diversi. Migliori. Chissà, forse l’ho fatto, ma ormai non ne ho ricordo”.  

ll Gesù di Calaciura è un giovanissimo viandante in un cammino pieno di sorprese, passioni e tradimenti, dolcezza e violenza. Attorno a lui uomini e donne che sono figli di una terra con leggi spietate, il feroce dominio romano con la sua inarrivabile macchina bellica e governati va, l’autorità religiosa e morale dei sacerdoti, l’arroganza e lo sfarzo dei ricchi, la brutalità di chi si pone al di fuori della società e depreda i più deboli, la disperazione di chi non trova nemmeno un’oliva per nutrirsi o una pozza per dissetarsi. È un tempo inquieto, stravolto da cambiamenti profondi, il nuovo e il vecchio, l’antico e il moderno collidono e si sgretolano, nessuno più di un ragazzo tormentato dal desiderio e dall’ansia del futuro è capace di avvertire il battito sotterraneo di una rivoluzione in arrivo. Di cui, senza davvero volerlo, sarà protagonista. 

Strutturato quasi come un feuilleton, punteggiato di colpi di scena, innervato da una tensione costante, il romanzo di Calaciura racchiude in sé l’impeto dell’avventura e dell’epica, l’intrigo familiare, la paranoia del sospetto, la tensione del mistero irrisolvibile. Vi si ritrovano molti dei suoi temi: l’infanzia e la difficoltà di crescere, l’innocenza delle creature più fragili, la miseria morale degli adulti, l’irruenza dell’eros. Ma qui si radicalizzano, fino al punto di contaminare e reinventare una delle storie più grandi mai raccontate. 

Pompei, Zuchtriegel nuovo direttore del Parco archeologico

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rcheologo tedesco di 39 anni, Gabriel Zuchtriegel è il nuovo direttore del Parco archeologico di Pompei. Lo annuncia il ministro della cultura Dario Franceschini, che ha scelto il suo nome nella terna indicatagli dalla commissione di concorso presieduta da Marta Cartabia “quando era presidente della Cassazione non ancora ministro”.  

Zuchtriegel guida dal 2015 il Parco archeologico di Paestum. A Pompei ha già lavorato nella squadra dell’ex direttore Massimo Osanna, attualmente direttore generale Musei del Mibact. 

Morto lo scultore Arturo Di Modica, creò il Toro di Wall Street

Arturo Di Modica, lo scultore di Vittoria, in provincia di Ragusa, famoso in tutto il mondo per il Toro di Wall Street, è morto ieri nella sua abitazione siciliana. Lo scultore aveva compiuto da poco 80 anni ma da molti anni combatteva contro un brutto male. Lo riferisce la stampa siciliana, ricordando che malgrado la malattia l’artista aveva continuato a lavorare ad un nuovo grande progetto: una coppia di cavalli in bronzo da 40 metri da piazzare sul fiume Ippari, proprio nella sua città. Era riuscito a portare a termine il “prototipo” di dimensioni enormi (8 metri di lunghezza) ma poi le sue condizioni sono definitivamente peggiorate, mettendo fine al sogno del grande progetto per Vittoria.  

L’opera per cui Di Modica è entrato nella storia è il “Charging bull”, il toro che ringhia, divenuto uno dei monumenti più amati e visitati della ‘downtown’ di New York. Solo qualche giorno fa, sulle pagine di ‘Repubblica Palermo’ lo scultore aveva ricordato l’avventura della realizzazione e poi della installazione ‘abusiva’ del toro in bronzo davanti alla Borsa di Wall Street nella notte del 16 dicembre del 1989. “Era un periodo di crisi – aveva ricordato Di Modica – la Borsa di New York aveva perso in una notte più del venti per cento e tanta gente era piombata nella depressione più nera. Con qualche amico cominciai a chiedermi cosa potevo fare io per la ‘mia’ città. Sì, certo, sono di Vittoria, ma se vivi più di 40 anni a New York non puoi non sentirla anche tua. E allora mi venne in mente di scolpire un toro, l’immagine della Borsa che cresce: doveva essere uno scherzo, una provocazione. E invece è diventata una cosa maledettamente seria. Mi hanno detto che, dopo la Statua della Libertà, il Charging Bull di Bowling Green, a due passi dal tempio della finanza mondiale, è il monumento più visitato a New York. Ha superato persino l’Empire State Building”.  

Botticelli da record, ritratto venduto per 92 milioni di dollari

Sandro Botticelli da record all’asta “Masters Week” di New York da Sotheby’s: il ritratto intitolato “Giovane che tiene in mano un tondello” è stato aggiudicato oggi per 92,1 milioni di dollari (commissioni comprese). Il dipinto venduto faceva parte della collezione del magnate statunitense del cemento Sheldon Solow, che lo aveva acquistato nel 1982 all’asta da Christie’s a Londra per 810.000 sterline. Il precedente record per un’opera di Botticelli era di 10,4 milioni di dollari, stabilito dalla cosiddetta “The Rockefeller Madonna”, aggiudicata da Christie’s nel gennaio 2013 a New York.  

Il record assoluto per un’opera d’arte della categoria “Old Masters” spetta con i suoi 450,3 milioni di dollari al controverso “Salvator Mundi” attribuito a Leonardo da Vinci venduto nel 2017 da Christie’s. “Giovane che tiene in mano un tondello” di Botticelli si piazza così al secondo posto, scalzando “Il massacro degli innocenti” di Peter Paul Rubens venduto nel 2002 da Sotheby’s 76,5 milioni di dollari, ora retrocesso sul gradino più basso del podio. 

Secondo gli studiosi il dipinto dal prezzo record fu eseguito dal maestro del Rinascimento fiorentino tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 del ‘400, in un periodo in cui Botticelli, il cui vero nome era Alessandro di Mariano di Vanni Filipepi, stava iniziando a concepire le sue esemplari opere allegoriche, tra cui i suoi capolavori “Primavera” e “La nascita di Venere”, oggi custoditi agli Uffizi. “Quest’opera è uno dei ritratti più significativi di qualsiasi periodo mai apparso in un’asta”, ha detto un portavoce di Sotheby’s. 

Il dipinto di Botticelli presenta un ritratto a mezzo busto di un nobile modello, che secondo gli studiosi sarebbe stato realizzato a immagine di un membro del ramo cadetto della famiglia fiorentina dei Medici, forse Giovanni di Pierfrancesco, fratello minore di Lorenzo il Popolano. Il giovane aristocratico tiene in mano un tondo raffigurante un santo, ispirato dalle tavole a fondo oro dell’artista senese Bartolommeo Bulgarini. Gli esperti ritengono che il lavoro possa essere stato svolto su commissione. 

Il dipinto “Giovane che tiene in mano un tondello” ebbe tra i primi proprietari conosciuti Sir Thomas Wynn, Lord Newborough (1736-1807), che lo custodiva nella sua casa in Toscana. Passò poi ai suoi discendenti e fu acquistato nel 1935 dal commerciante britannico Frank Sabin per 12.000 sterline; nel 1941 fu comprata da Sir Thomas Ralph Merton per 17.000 sterline, i cui eredi lo vendettero nel 1982 all’asta da Christie’s a Londra padato da Solow per 810.000 sterline  

Nell’ultimo mezzo secolo il dipinto di Botticelli è stato ampiamente esposto. È stato prestato alla National Gallery di Londra (dal 1969 al ’78), al Metropolitan Museum of Art di New York e alla National Gallery of Art di Washington (1990-2013). Più recentemente il ritratto è stato presentato nelle mostre dedicate a Botticelli alla Royal Academy di Londra e alla National Gallery of Art di Washington. 

(di Paolo Martini) 

All’asta Madonna di S.Fiora, il comune: “Riportiamola a casa”

La collezione di ceramiche robbiane di Santa Fiora (Grosseto) è una delle più imponenti al mondo. Il Comune vorrebbe arricchirla di uno straordinario pezzo: una “Madonna col bambino”, chiamata “La Madonna di Santa Fiora”, attribuita a Luca della Robbia e datata 1440/1450, che andrà all’asta da Sotheby’s a New York giovedì 28 gennaio, con un valore di vendita di partenza stimato tra i 700mila e il milione di dollari. Il Comune di Santa Fiora, sostiene il sindaco Federico Balocchi, ritiene “fondamentale poter riportare a casa”, nel suo territorio d’origine, “quest’opera stupenda” e lancia un appello a investitori e mecenati, Fondazioni e Istituzioni bancarie, al Ministro della Cultura ed alla Regione Toscana per l’acquisto. 

Questa rilievo in terracotta invetriata fu commissionato dalla famiglia Sforza di Santa Fiora a Luca della Robbia, nel decennio che ha visto la nascita dell’arte robbiana. Forse fu il conte Bosio I a richiederla e con tutta probabilità questa opera rimase nel borgo amiatino per oltre 400 anni, fino a quando con la soppressione degli ordini religiosi nel luglio 1866, il bene fu confiscato dal Comune e venduto nel 1867 a Léon Mathieu Henri de Somzée, un ingegnere minerario, ricco finanziere, parlamentare e collezionista d’arte. L’ipotesi è che de Somzée fosse entrato in contatto con questa robbiana nel periodo che si trovava a lavorare in Italia. La collocazione iniziale dell’opera, secondo quanto riportato da un catalogo del 1904, potrebbe essere stata la chiesa di Santa Chiara a Santa Fiora, in via delle Monache. 

La “Madonna col bambino” di Luca della Robbia, quindi, lasciò Santa Fiora nel 1867 per entrare a far parte della collezione privata di Somzèe a Bruxelles. Poi la vedova de Somzèe la cedette prima del 1913 a Rudolph Bottenwieser. Passata successivamente a Paul Bottenwieser, mercante d’arte berlinese che operava a New York per l’Anderson Gallerie Building in Park Avenue, la Madonna col bambino di Santa Fiora raggiunse gli Stati Uniti e fu ceduta nel 1929 all’attuale proprietario: la Albright Art Gallery di Buffalo, divenuta nel 1962 Albright-Knox Art Gallery. 

Il rilievo in terracotta invetriata ha dimensioni 47,2 per 38,9 centimetri, e 10,1 centimetri di spessore. Le figure sono bianche su sfondo turchese, con cornice smaltata in bianco, strisce e dischi blu a imitazione di un prezioso intarsio in marmo. 

“Per Santa Fiora sarebbe straordinario far rientrare questo bellissimo pezzo che diventerebbe elemento centrale della nostra collezione di Robbiane – afferma il sindaco Federico Balocchi – siamo disponibili a fare la nostra parte ed a stanziare delle risorse ma il prezzo è proibitivo per il nostro Comune. Ecco perché lanciamo un appello a imprenditori o collezionisti perché possano acquistare l’opera e intanto farla almeno rientrare in Italia. Dopo, cercando il sostegno di Fondazioni, Istituzioni bancarie e privati cittadini, potremmo avviare un percorso per farla tornare a Santa Fiora. Lanciamo anche un appello al Ministro della Cultura perché faccia quanto in suo potere per poter riportare la Madonna in territorio italiano, possibilmente a Santa Fiora”.  

“L’opera – spiega il sindaco – potrebbe essere collocata all’interno del Museo di Palazzo Sforza, dove sarà custodita anche la preziosa collezione privata di dipinti e documenti storici che Francesco Sforza Cesarini ha ceduto al Comune in comodato d’uso per i prossimi 15 anni. Santa Fiora è stata per secoli capitale di una contea e oggi possiamo raccontare questo passato illustre, grazie ai progetti concreti e lungimiranti messi in campo dal Comune, per valorizzare ed arricchire lo straordinario patrimonio storico e artistico del nostro piccolo borgo. Certo vedere che la Madonna di Santa Fiora viene venduta a New York ad un prezzo così importante da una parte ci addolora ma dall’altra ci rende orgogliosi del patrimonio artistico che è rimasto da noi e che dobbiamo sempre più valorizzare”. 

La Sicilia di Salonia e Chinnici sbarca ad Abu Dhabi, Russia e Cina

Gli artisti siciliani Dimitri Salonia e Lorenzo Chinnici realizzeranno il loro primo tour mondiale, con l’obiettivo di “esaltare le tradizioni e l’identità siciliana e, nel tentativo di far dimenticare, grazie alle loro opere che esprimono gioia di vivere, speranza e i colori accesi e forti della loro terra, questo periodo difficile per l’Arte per la pandemia Covid 19”. I due maestri, entrambi 79 anni, originari di Merì e Giammoro, piccoli borghi nella zona tirrenica del messinese, legati da una profonda amicizia e da una simile esperienza artistica, dopo aver fatto negli scorsi anni centinaia di mostre in tutto il mondo, ripartono ora più motivati del solito e sperano, Covid permettendo, di poter effettuare il loro tour mondiale. 

Il loro percorso insieme, avrà inizio a breve tra qualche mese ad Abū Dhabī dove sono stati invitati ad esporre i loro dipinti al museo Crossroads of Civilization Museum durante un evento di risonanza mondiale, organizzato dalla GEИTILE Exclusive Jewelry, con le sue esclusive opere di Design e d‘Arte uniche al mondo. La kermesse prevede la donazione di un gioiello alla sonda Hope, che entrerà in orbita intorno a Marte. Il gioiello, che riproduce un Falco, simbolo nazionale degli Emirati Arabi Uniti, è fatto con un prezioso e raro frammento di un meteorite proveniente dal Pianeta Marte. Per la consegna di questo raro ed unico gioiello, la GEИTILE Exclusive Jewelry ed il Crossroads of Civilization Museum, hanno affermato di essere “onorati di ospitare i due grandi maestri siciliani di fama internazionale, Lorenzo Chinnici e Dimitri Salonia, con i quali scriveremo una pagina di storia”. Il due artisti realizzeranno per l’occasione anche un dipinto a quattro mani sull’evento. 

Subito dopo, le opere di Salonia e Chinnici saranno in Canada a Toronto, ospiti del noto chef Italiano Roberto Marotta, che sta organizzando per loro presso due location d’eccezione da Ardo e Dova Restaurant, una kermesse enoculturale, durante la quale i maestri interagiranno anche con lo chef realizzando splendide performance. Gli artisti, sono stati invitati inoltre, dalla Biennale d’arte Contemporanea di Salerno, curata dal noto artista campano l’architetto Giuseppe Gorga e dall’avvocato Olga Marciano. La manifestazione è diventata la piú importante del Sud Italia, ma si è affermata anche a livello internazionale. Oggi è la Biennale indipendente piú importante d’Italia e migliaia di artisti sono passati dagli splendidi palazzi salernitani. In primavera i due maestri siciliani, esporranno le loro opere in Russia per un’altra mostra a Mosca in uno dei più prestigiosi palazzi della capitale. 

Saranno poi con le loro opere in mostra, a Bariano (Bergano) per una kermesse organizzata da Chebolle di Silvio Bruni nel bellissimo Convento dei Neveri. Evento imperdibile anche un cook Art Show, dove chef molto noti, direttamente dalle loro postazioni, cucineranno davanti ad un dipinto dei maestri siciliani, per reinterpretarlo dal punto di vista enogastronomico, con piatti unici che troveranno ispirazione dalle figure e dai colori delle opere d’Arte. Si tratta di un evento internazionale realizzato in collaborazione con dei partner cinesi, che saranno collegati in differita per un interscambio di presentazione, tra i prodotti italiani, che riguardano eccellenze dell’Arte, del cibo e del vino Made in Italy e l’Eco tecnologia Cinese. Questa iniziativa nasce da un grande sodalizio di collaborazione culturale con Emma XingYi Wang, presidente della G&Y Cultural Exchange Association di Shanghai e Firenze. 

Ricordiamo che il percorso dei due artisti insieme, è iniziato con il progetto “Timeless Immortal Art” a Merì in Sicilia, un evento che sarà poi ripresentato in Cina. L’idea, che ha visto la partecipazione anche di altri pittori provenienti da ogni parte del mondo, ha previsto l’installazione di mattonelle di terracotta che raffigurano le loro opere e trasformeranno le vie e le piazze del piccolo borgo in una pinacoteca a cielo aperto. Gli artisti renderanno immortale la loro Arte e il loro nome che resterà scolpito nelle strade cittadine. Il progetto, che è stato riportato per l’originalità ì in numerose testate nazionali ed internazionali ed in riviste di settore, attraverso un approccio multi culturale darà alle città non solo un aspetto nuovo, rilanciandone l’immagine territoriale a livello estetico, ma un diverso respiro dal punto di vista culturale, con risvolti economici e sociali. 

I dipinti esposti in questo tour internazionale inviteranno i cittadini ad ad immergersi nel linguaggio suggestivo della pittura cruda e accesa del maestro Lorenzo Chinnici, che con le sue opere sugli antichi valori del mare e della terra e con le sue figure archetipiche, esprime il dramma dell’esistenza, sublimato dalla luce salvifica; gli esseri che ritrae sono di intensa umanità, permeati da un potente naturalismo perché Chinnici si fa portavoce dei pescatori, delle genti che abitano una terra antica piena di contraddizioni. Grandi passioni e intense raffigurazioni si ritrovano nelle tele del maestro Dimitri Salonia, il quale si ispira da sempre alle tradizioni siciliane, come i mercati siciliani più famosi. Salonia rivisita la matrice popolare mediterranea, l’evoluzione dell’Arte Bizantina ed Arabo Normanna, l’impasto coloristico filtrato dalla cultura del Rinascimento e dalla policromia dell’Impressionismo. 

I due artisti, rappresentati entrambi di uno stile di vita sempre controcorrente, pur trattando temi simili, utilizzano tecniche pittoriche alquanto diverse. Maestro del bel disegno è Chinnici, che con un tratto dolce realizza rappresentazioni intense del mondo popolare siciliano, di cui sa cogliere perfettamente la veridicità di fondo, da pari a pari, evitando di mistificarla sotto l’aura dell’idealizzazione di matrice socio-politica; Maestro del colore è Dimitri Salonia, macchiaiolo, irriverente, che esalta sempre la libidine del colore nelle sue opere, con un’adesione al piacere puro dei sensi e con l’arte che si propone di fornirne la massima corrispondenza espressiva. 

Valanga nel bresciano, muore a 20 anni

E’ morto il ragazzo di 20 anni travolto da una valanga nel comune di Monno in Alta Val Camonica. Il giovane, residente in provincia di Sondrio, era con un gruppo di persone in motoslitta, quando c’è stato il distacco, a circa 2.300 metri. Sul posto gli elicotteri di Areu (Azienda regionale emergenza urgenza) con i soccorritori del Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico e del Soccorso alpino Guardia di finanza. Il giovane è stato estratto dalla neve e trasportato in gravi condizioni all’ospedale Papa Giovanni di Bergamo, dove è deceduto.  

Messina, l’uomo degli Angeli Warwick espone le sue opere

“Ho iniziato a dipingere dopo essere stato molto male, quasi sul punto di morire. In quel periodo, ho avuto una visione di un angelo e ho visto delle luci di diversi colori, poi sono stato bene. Ho capito che avrei dovuto esprimere la mia felicità per essere guarito attraverso la pittura e così sono nati i miei quadri”. A dirlo Craig Warwick, noto in ambito internazionale e definito’ l’uomo che parla agli angeli’, per le sue continue visioni di esseri celesti che dice gli avrebbero rivelato tante verità sulle persone che si trovano con lui. Warwick è londinese, ma vive da anni in Sicilia. Ha collaborato con personalità come Lady Diana e Kate Winslet ed è stato consulente dell’Fbi per la ricerca di persone scomparse. In Italia è diventato un popolare volto televisivo grazie alle partecipazioni a ‘Festa italiana’ e ‘Pomeriggio sul 2’ ed ha inoltre scritto sette libri su temi spirituali che descrivono storie che gli sarebbero state rivelate dagli angeli. 

“Non sono un artista, – prosegue Warwick – questa è la mia prima partecipazione ad un evento culturale, sono soddisfatto per il risultato ottenuto e fiero di collaborare insieme ad altri 59 artisti provenienti da tante nazioni del mondo. Credo che la mia mano sia stata guidata da un’angelo, non sarei stato capace altrimenti di realizzare queste opere. Sono molto felice di partecipare a questo progetto che ha l’intento di rigenerare attraverso l’arte il Comune di Merì in Sicilia, una terra che amo particolarmente e che per me è la più bella del mondo”. 

Il progetto al quale parteciperà Warwick è “Merì – Timeless Immortal Art”, patrocinato dalla Regione Sicilia, prevede sessanta postazioni complessive con delle mattonelle di terracotta che raffigurano opere di artisti internazionali e installazioni che trasformeranno le vie in una pinacoteca a cielo aperto. Ogni artista diventerá testimonial di una via della cittá. Artisti internazionali per un rivoluzionario progetto artistico destinato a rilanciare il piccolo comune di Merì a “capitale” dell’arte. Un progetto che trasformerà in realtà il “sogno” del sindaco di Merì Filippo Bonansinga, dell’assessore Carmelo Arcoraci che hanno trovato nel maestro Lorenzo Chinnici e nel figlio Francesco Chinnici il trait union con gli artisti di tutto il mondo. Il progetto dalla Sicilia proseguirá con gli stessi artisti in altre cittá del mondo. 

E’ morta Rosa Giannetta Alberoni, studiosa della comunicazione e narratrice  

La sociologa e scrittrice Rosa Giannetta Alberoni, studiosa della comunicazione, narratrice e docente universitaria, è morta nella sua casa milanese all’età di 75 anni. Nel 1988 aveva sposato il famoso sociologo Francesco Alberoni e da allora firmava i suoi libri anche con il cognome del marito. La notizia della scomparsa è stata confermata all’AdnKronos dallo stesso professore Alberoni.  

Da tempo malata cronica, le condizioni di Rosa Giannetta Alberoni si sono aggravate improvvisamente negli ultimi giorni. Rosa Giannetta Alberoni è stata professore di ruolo di sociologia generale all’Istituto Universitario di Lingue Moderne (Iulm) di Milano. Era autrice di romanzi di successo che sono stati tradotti in diverse lingue e pluripremiati: tra gli altri “Sinfonia”, “La montagna della luce”, “Io voglio” e “Paola e Francesca”, tutti pubblicati da Rizzoli. 

Dopo le iniziali ricerche sociologiche sui giovani e sul linguaggi, sul piano degli studi e delle ricerche, l’interesse di Rosa Giannetta Alberoni si è concentrato nell’ultimo trentennio sul terreno teorico, filosofico e sociologico. Ha preso in esame in modo sistematico le concezioni della storia dei maggiori studiosi, da Giambattista Vico a Popper e, con un lavoro di anni, stende la monumentale opera “Gli esploratori del tempo”, pubblicata da Rizzoli nel 1994. Seguono i volumi di saggistica, “Hegel sociologo nostro contemporaneo” (2000), “La ricerca sociologica sulle emozioni e i consumi degli anziani” (2001), “Persona e comunicazione” (2005), “Miti e cambiamento sociale” (2005). 

Rosa Giannetta Alberoni ha accompagnato il suo impegno accademico con un’intensa attività di scrittrice di narrativa, a partire dalla stesura del romanzo storico “L’orto del paradiso”, pubblicato da Rusconi nel 1989 e poi ripreso negli Oscar Mondadori: è una grandiosa saga che si svolge fra il 1786 e il 1814 fra il Regno di Napoli e Milano durante l’epoca napoleonica, con cui ottiene il Premio Gargano per la letteratura e il Premio Romeo Gigli per la narrativa. Una grande saga famigliare ambientata fra la Versilia e Milano, che si estende su quattro generazioni dal 1900 al 1975, è al centro del romanzo “Sinfonia” (Rizzoli, 1999). Tra i suoi romanzi anche “La montagna di luce” (Rizzoli 2005), dove è presente una profonda e delicata ispirazione mistico religiosa, ottenendo il Premio Europa per la narrativa. 

Negli anni ’90 ha approfondito lo studio di Rousseau, Hegel, Marx e delle tematiche filosofiche che portano alla secolarizzazione e allo sviluppo dell’anticristianesimo in Europa. Il prodotto più maturo delle sue ricerche filosofiche è “La cacciata di Cristo” (Rizzoli, 2006), un libro amato ed ammirato da molti credenti e dai vertici della gerarchia cattolica, odiato ed ostentatamente ignorato da altri. Secondo l’autrice è “la prima chiarissima denuncia delle radici del processo intenzionale di scristianizzazione iniziato con l’illuminismo, continuato con marxismo ed il nazismo e culminato con la scientismo ed il nichilismo contemporaneo”. L’opera è stata tradotta in numerose lingue straniere. 

Continuando su questo terreno di critica all’anticristianesimo, la sociologa ha pubblicato “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin” (Rizzoli, 2007) dove nella prima parte c’è un’analisi teologica degli affreschi della Cappella Sistina di Michelangelo, cui segue una critica della ideologia darwinista usata come strumento di propaganda ateista anticristiana. Fra “La cacciata di Cristo” e “Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin”, scrive con Marcello Lippi, un libro intervista, La squadra, (Rizzoli, 2006) e riceve il Premio Gianni Brera per la saggistica. 

Rosa Giannetta era nata a Trevico, in provincia di Avellino, l’11 aprile 1945 e si era laureata in lingue e letterature straniere moderne presso l’Iulm di Milano, con il massimo dei voti, presentando una tesi su Bertolt Brecht. L’anno successivo iniziò la carriera universitaria presso l’Iulm, ricerche sociologiche sui giovani, sul linguaggio, sui miti con Alessandro Serpieri e Roberto Guiducci e preparò nello stesso periodo il cortometraggio “Ulisse e la Sirena”, che venne presentato alla Mostra del Cinema di Venezia. Pubblicò anche il suo primo volume: “Coscienza e utopia in Bertolt Brecht”. Seguì le prove delle messe in scena di Giorgio Streheler, con l’intendo di diventare regista. In parallelo lavora alla Fondazione Rizzoli dove coordina le ricerche sui mezzi di comunicazione, il cinema e il teatro. In quel periodo portò a termine una ricerca su “Il cinema catastrofico” e mise in scena “Amleto”, con regia ed interpretazione di Gabriele Lavia, presso il Teatro Manzoni di Milano. 

In questo periodo fonda e organizza la cooperativa teatrale Teatro di tutti e prepara una riduzione dell’Inferno di Dante. Scrive il volume “Galileo e il cielo negato” (1979) e numerosi saggi che pubblica su riviste scientifiche come: “D’Ars”, “Carte Segrete”, “Tempi Moderni”, “Laboratorio di sociologia”. Cura il volume “Strumenti del Comunicare”, basato su una ricerca sul linguaggio e il volume “L’immagine del futuro”, frutto di una ricerca sociologica. 

Rosa Giannetta Alberoni è autrice del raffinato romanzo epistolare, di fatto il suo esordio narrativo, “La voglia di more” (Guanda 1982), che ottiene considerevoli riconoscimenti letterari. Concluse la sua attività nel settore teatrale nel 1984 curando, come aiuto regista, la rappresentazione alla Scala di Milano di “Orfeo” (testo di Poliziano, musiche di Monteverdi, regia e scenografia di Luciano Damiani). 

Alternando l’attività artistico teatrale e di narratrice a quella di ricercatrice, nel 1985-86 passa a studiare i processi ed i meccanismi della vita quotidiana sul piano empirico con una ricerca dal titolo “La percezione del tempo nella vita quotidiana” e pubblica i due saggi teorico storici “I meccanismi della vita quotidiana” e “L’era dei mass media”. Scrive poi il brillante saggio di fenomenologia empirica “Miti del quotidiano”, (Sugarco, 1986), che ha un notevole successo di vendita. 

Nello stesso periodo scrive sui quotidiani “La Stampa” e “Il Giorno” e su periodici come “Gioia”, “Anna” e “Oggi”. Collabora anche a numerose trasmissioni radiofoniche e televisive, fra cui la Televisione della Svizzera Italiana, e la Rai, in particolare la serie “Orpheus” su RaiDue, e la serie “Noi due” su Odeon TV. 

Nel 1992 pubblica il romanzo confessione “Io voglio” (Rizzoli), un’opera molto vigorosa e molto amata dal pubblico femminile che gli tributa un notevole successo. Due anni dopo pubblica il romanzo, “Paolo e Francesca” (Rizzoli, 1994). Nel frattempo tiene un rubrica su “Sette” de “Il Corriere della Sera”. 

Colosseo, al via gara per la nuova arena 

”La ricostruzione dell’arena del Colosseo è una grande idea, che ha fatto il giro del mondo. Sarà un grande intervento tecnologico che offrirà la possibilità ai visitatori di vedere non soltanto, come oggi, i sotterranei, ma di contemplare la bellezza del Colosseo dal centro dell’arena”. Così il ministro per i Beni e le attività culturali e per il turismo Dario Franceschini in una nota commenta la pubblicazione del bando da parte di Invitalia per l’affidamento dei servizi di progettazione definitiva, esecutiva e coordinamento della sicurezza in fase di progettazione dell’intervento di completamento, conservazione e consolidamento delle strutture ipogee e di realizzazione del nuovo piano dell’arena del Colosseo.  

L’idea di ricostruire l’arena del Colosseo era stata lanciata dall’archeologo Daniele Manacorda nel 2014 e sostenuta dal ministro Franceschini che aveva inserito l’intervento nel ‘piano strategico Grandi progetti culturali nel 2015’ per un finanziamento complessivo di 18,5 milioni di euro. L’intervento consentirà di ripristinare la lettura integrale del monumento e permetterà al pubblico di comprendere appieno l’uso e la funzione di questa icona del mondo antico, anche attraverso eventi culturali di altissimo livello. La nuova arena sarà fruibile grazie a soluzioni tecnologiche e integrate che guideranno il visitatore alla scoperta dei meccanismi che regolavano la complessa macchina organizzativa degli spettacoli e dei giochi che vi si svolgevano. 

Un intervento fortemente voluto dal Mibact, Parco Archeologico del Colosseo, oggetto della procedura di gara per l’affidamento dei servizi di progettazione, pubblicato oggi da Invitalia, in qualità di Centrale di Committenza, con scadenza entro il prossimo 1 febbraio e l’obiettivo condiviso di avviare i lavori entro il 2021.  

”L’obiettivo è rendere nuovamente fruibile la superficie del piano dell’arena del Colosseo e individuare una soluzione tecnologica. compatibile e reversibile, per la copertura degli ambienti ipogei – spiega il Mibact – Gli interventi dovranno essere progettati in modo da offrire contemporaneamente la percezione del piano dell’arena su cui avvenivano i giochi e la visione del complesso sistema di strutture e meccanismi sottostanti”. 

”La nuova arena – continua – dovrà essere pensata come un piano unitario, ad alto contenuto tecnologico, costituito da dispositivi meccanizzati di apertura e chiusura, consentendo ai visitatori di comprendere la sinergia e la stretta relazione con i sotterranei, anche utilizzando sistemi che rimandino ai meccanismi degli ascensori e delle scene mobili antiche”.  

”Il sistema mobile dovrà essere realizzato in modo da poter essere attivato in tempi rapidi e più volte nella stessa giornata, per proteggere le strutture archeologiche sia dalle precipitazioni atmosferiche, sia da una eccessiva insolazione, e allo stesso tempo consentire di svelare i segreti della complessa macchina organizzativa degli spettacoli – conclude il Mibact – La progettazione definitiva sarà sviluppata in continuo confronto con la Stazione appaltante a partire dall’idea progettuale vincitrice del bando. Approvato il progetto definitivo e ottenute tutte le necessarie autorizzazioni di legge, ancora più serrati i tempi per lo sviluppo del livello esecutivo”. 

Università: è morto Franco Maria Talarico, geologo esperto nella storia delle rocce  

Il geologo Franco Maria Talarico, autore di importanti ricerche e studi sulle rocce, è morto improvvisamente all’età di 60 anni. L’annuncio della scomparsa è stato dato dall’Università di Siena, dove era professore del Dipartimento di Scienze fisiche, della Terra e dell’Ambiente. Era nato a Ivrea l’8 dicembre 1960. 

La carriera accademico Talarico nell’Ateneo senese era iniziata nel 1991 come ricercatore ed era proseguita dal 2000 come professore associato nel settore disciplinare di Petrologia e Petrografia. Le rocce erano l’oggetto dei suoi studi e la sua produzione scientifica è stata vastissima, grazie anche all’intraprendenza e a un orientamento al futuro che lo avevano portato a impegnarsi anche su progetti tecnologici di avanguardia.  

Intensa è stata la sua attività di ricerca nel campo della petrologia metamorfica e ignea, geologia strutturale e geocronologia dei basamenti cristallini, che aveva riguardato le Alpi occidentali, l’Antartide, l’Australia, la Tanzania e l’Artico. Aveva condotto anche studi petrologici e di provenienza sulle sequenze glaciomarine nel mare di Ross, in Antartide. Proprio della regione antartica era un profondo conoscitore vantando in quelle terre ben 15 spedizioni geologiche e una anche nella regione artica, nell’ambito di importanti progetti di ricerca come il Programma Nazionale di Ricerche in Antartide. Tra i suoi numerosi incarichi il professor Talarico era stato anche direttore della sezione senese del Centro interuniversitario Museo nazionale dell’Antartide. 

Cordoglio e tristezza tra i suoi colleghi che lo ricordano con profondo affetto non solo per le sue alte qualità accademiche ma anche per la sua gentilezza, la sua pacatezza e le sue doti umane che fanno pesare ancora di più la sua perdita. 

“Ci lascia un uomo buono e un ricercatore curioso, appassionato e preparato – ha detto il rettore dell’Università di Siena, Francesco Frati – . A nome dell’Ateneo e della Commissione Scientifica Nazionale per l’Antartide, alle cui ricerche Franco ha dedicato una parte importante della sua attività, porgo le mie condoglianze alla famiglia”. 

E’ morto John le Carré, aveva 89 anni 

Lo scrittore John le Carré è morto a 89 anni. Lo riferisce la BBC. Il decesso è stato provocato da una polmonite non legata al Covid-19 secondo quanto riferisce il suo agente. Autore di romanzi di spionaggio di successo, il più famoso è ‘La spia che venne dal freddo’ del 1963, è stato anche un agente segreto dei servizi britannici. Tra le sue opere ‘La talpa’, ‘Tutti gli uomini di Smiley’, ‘Chiamata per il morto’ e ‘Un delitto di classe’. “David Cornwell, il vero nome di John le Carré, è morto sabato notte nell’ospedale di Truro in Cornovaglia, dopo una breve malattia, una polmonite” twitta il suo agente Jonny Geller, definendolo “un gigante della letteratura inglese”. “Un dolore enorme per la sua cara mogie Jane e i suoi quattro figli”. “Ho perso un mentore, ma soprattutto un amico. Non ce ne saranno più come lui”.  

Fondazione Bracco celebra dieci anni di attività con ‘Parole che lasciano il segno’  

’10 voci per 10 anni. Parole che lasciano il segno’. E’ il titolo dell’opera originale ideata da Fondazione Bracco da oggi in libreria e nei negozi digitali per celebrare i primi dieci anni di attività e per dare voce anche ai principi che la ispirano nel proprio impegno culturale, scientifico e sociale. 

Fondazione Bracco nasce dal patrimonio di valori maturati nei 90 anni di storia del Gruppo Bracco, con l’intento di creare e diffondere espressioni della cultura, dell’arte e della scienza quali mezzi per migliorare la qualità della vita e la coesione sociale. Particolare attenzione viene rivolta all’universo femminile e al mondo giovanile nei vari campi della vita. La multidisciplinarità degli ambiti e l’integrazione tra i saperi sono criteri qualitativi importanti sia nella progettazione, sia nella selezione delle attività. Proprio per celebrare i primi dieci anni di operato, nasce questo prezioso volume, ideato da Fondazione Bracco, curato dal Sole 24 Ore, e rappresenta una “enciclopedia essenziale” della sua identità. 

‘Cultura’, ‘scienza’, ‘arte’, ‘musica’, ‘talento’, ‘donna’, ‘solidarietà’, ‘sostenibilità’, conoscenza’ e ‘pensiero’ sono le dieci parole scelte per rappresentare i principi animatori della società contemporanea e di quella degli anni futuri. Queste parole sono state ‘affidate’ a personalità del mondo della cultura, dell’arte e della scienza, perché, attraverso la narrazione della loro esperienza e del loro pensiero, potessero offrire una visione personale e al tempo stesso universale di questi temi; le loro parole hanno dato origine a preziose riflessioni, creando un’enciclopedia essenziale che traccia un percorso per approfondire tale vasto territorio e contribuire a un nuovo sguardo sul mondo. Il libro è così arricchito dagli interventi Massimo Cacciari (Pensiero), Riccardo Chailly (Musica), Cristina Messa (Conoscenza), Frédéric Olivieri (Talento), Don Paolo Steffano (Solidarietà), 100esperte Stem (Donna), Ersilia Vaudo Scarpetta (Scienza), Gianvito Vilé (Sostenibilità), Rossella Vodret (Cultura), Annalisa Zanni (Arte). 

Il libro è stato curato da Nicoletta Polla-Mattiot e Cecilia Soldano. Nicoletta Polla-Mattiot guida l’edizione italiana di ‘How to Spend it’, il magazine nato dalla partnership con ‘Financial Times’, periodico del segmento lusso e lifestyle del Sole 24 Ore. Fra i suoi libri, Essenze di stile, edito da 24 ORE Cultura. Cecilia Soldano è una professionista nel campo della comunicazione, da tempo lavora per Fondazione Bracco seguendone le attività. Da sempre appassionata di letteratura, ha pubblicato nel 2020 il suo romanzo d’esordio. Il volume è impreziosito dalle illustrazioni di Irene Ghillani @operaillustration e il progetto grafico è curato da Fabrizia Monticelli. 

“Le parole sono transitive – afferma Nicoletta Polla-Mattiot – creano relazioni fra le persone. Sono finestre, collegano dentro e fuori. E sono ponti, che accorciano le distanze. Perché basta una parola per raccontare una storia, basta un narratore per trasformare una storia in azione e basta un lettore per innescare una catena di azioni. Il solo modo di cambiare il mondo è iniziare a immaginarlo diverso. È partito da qui un progetto che è un grande lavoro corale, dove ogni parola è prima di tutto una storia personale, ma narra un C’era una volta collettivo. È stato interessante incontrare le parole di un filosofo come Massimo Cacciari o di un’astrofisica appassionata come Ersilia Vaudo e intrecciarle con le riflessioni di un parroco di frontiera come Don Paolo Steffano o le incredibili scoperte delle 100 scienziate STEM. Di voce in voce, passato e futuro incrociano i campi di un sapere che travalica i confini di discipline e di generi, che collega la medicina con l’arte, l’ingegneria con la storia. Così parlano la stessa lingua, lo stesso esperanto di una conoscenza condivisa, un medico come Cristina Messa, esperte d’arte come Annalisa Zanni e Rossella Vodret, un ricercatore come Gianvito Vilé”. 

“La bellezza – prosegue Polla-Mattiot – è l’equilibrio tra esterno e interno e questo libro non sarebbe completo senza la scelta di far dialogare con lo stesso tono di voce immagini e parole, in un accordo che ricorda il suono unico di un’orchestra o la sincronia fluida di un corpo di ballo, come insegnano Riccardo Chailly e Frédéric Olivieri. Di questo concerto, primo violino e primo ballerino sono Irene Ghillani con le sue illustrazioni e Fabrizia Monticelli con il suo progetto grafico. A Diana Bracco e a tutte le donne della Fondazione l’idea, la regia e il merito di aver reso, con instancabile visione, tutto questo possibile”. 

“Alle ricorrenze e agli anniversari – sostiene Diana Bracco – affidiamo spesso il compito del ricordo. Il ruolo della memoria, tuttavia, non è solo quello di richiamare i successi del passato, ma anche di fornirci una bussola per tracciare la giusta traiettoria del futuro. Per questo abbiamo concepito il presente volume come una sorta di piccola “enciclopedia” composta dalle riflessioni di dieci illustri amici su altrettante parole che meglio rappresentano Fondazione Bracco: cultura, scienza, arte, musica, talento, donna, solidarietà, sostenibilità, conoscenza e pensiero. Concetti cardine che dal 2010 hanno guidato le nostre scelte e che continueranno a ispirare anche in futuro il nostro lavoro”. Il libro sarà presentato attraverso iniziative e campagne social dove sarà possibile seguire tutte le attività con l’hashtag #10anniFondazioneBracco e #10vociper10anni. 

Libri: ‘La chiamavano maternità’, racconto semiserio per mamme imperfette  

“La maternità è il più bel punto di non ritorno”: in queste parole condensano il loro punto di vista sul diventare mamme le due autrici di “La chiamavano maternità” (Navarra Editore, 160 pagg., 15 euro), la giornalista professionista Maristella Panepinto, e Laura Ruoppolo, storica dell’arte, compagne di scuola e grandi amiche che si sono ritrovate dopo vent’anni nel progetto giornalistico ed editoriale www.atuttamamma.net. Prime in Sicilia a raccontare “l’eccitante viaggio della maternità”, in “un libro originale”, con la prefazione di Simonetta Agnello Hornby, che si caratterizza “per la formula epistolare e il registro ironico: per mamme che non pretendono di essere perfette”. 

“La chiamavano maternità” – disponibile in tutte le librerie siciliane dal 30 novembre e sul territorio nazionale dal 10 dicembre e già acquistabile sul sito di Navarra Editore – verrà presentato in anteprima domenica 29 novembre alle 16.30 sulla Pagina Facebook di ‘A tutta mamma’ (e in cross-posting su quella di Navarra Editore) con la partecipazione delle autrici e della giornalista Elvira Terranova, caposervizio Adnkronos, che racconteranno, a partire da esperienze personali, “con schiettezza e il sorriso sulle labbra della fitta corrispondenza semiseria che costruisce il testo”. 

Dal “desiderio in nuce di avere una famiglia al parto; dall’allattamento ai primi anni di vita; dal desiderio di stare con i figli e non lavorare quando sono piccoli a quello contrapposto ma coesistente di avere una carriera propria e una vita privata non limitata all’essere “mamma”; da momenti gioiosi e aneddoti divertenti come le vacanze al mare, i compleanni o le vituperate chat di classe, al racconto delle paure più intime e di momenti difficili e dolorosi come gli aborti naturali, veri e propri lutti silenziosi, e i figli prematuri: un viaggio di trasformazione lungo una vita da affrontare con coraggio e ironia”, raccontano le autrici. Il libro parla “con autenticità, dolcezza e ironia della maternità, sfuggendo agli stereotipi melensi e venendo a patti con l’inevitabile somma di sentimenti, che a volte non si allineano tra loro, che ogni madre affronta. Un libro per mamme che non pretendono di essere perfette, ma che accettano con serenità la propria umanissima e fisiologica imperfezione: perché, per le autrici, se c’è una certezza nella maternità, è proprio l’imperfezione, che rende unica ciascuna madre”. “Un libro serio – come sottolinea Simonetta Agnello Hornby nella prefazione al testo – scritto con arguzia, intelligenza, onestà e tanto amore per la famiglia. La scrittura è profonda ma anche lieve e ironica; da ogni frase sprigionano entusiasmo per la vita e amore per la famiglia”. 

Morto Marco Santagata, il grande italianista colpito dal Covid 

Lo storico della letteratura italiana e scrittore Marco Santagata, studioso di fama internazionale di Dante Alighieri, Giovanni Boccaccio e Francesco Petrarca, è morto questa mattina all’ospedale di Pisa, dove si trovava ricoverato da giorni in coma irreversibile. Aveva 73 anni. Dopo una lunga malattia, in seguito a un tumore e alla conseguente dialisi, si era innestato anche il virus del Covid. 

Illustre filologo del Trecento e in particolare del petrarchismo, Santagata ha svolto quasi tutta la carriera accademica come professore dell’Università di Pisa e come narratore ha vinto nel 2003 il Premio Campiello con “Il maestro dei santi pallidi” e nel 2006 il Premio Stresa di Narrativa con “L’amore in sé” (entrambi pubblicati da Guanda). 

Tra i suoi numerosi romanzi, tutti pubblicati da Guanda, figurano “Papà non era comunista” (il suo esordio nel 1996), “Voglio una vita come la mia” (2008), “Come donna innamorata” (2015), “Il movente è sconosciuto (2018), “Il copista. Un venerdì del Petrarca” (Guanda, 2020; in precedenza pubblicato da Sellerio nel 2000). Da Sellerio è uscito “Il salto degli Orlandi” (2007). 

Gli studi sul Petrarca e il petrarchismo sono stati una costante della ricerca filologica di Santagata, il cui lavorò è confluito in vari libri, tra cui “Per moderne carte. La biblioteca volgare di Petrarca” (Il Mulino, 1990), “I frammenti dell’anima. Storia e racconto nel Canzoniere di Petrarca” (Il Mulino, 1992), “Amate e amanti. Figure della lirica amorosa fra Dante e Petrarca” (Il Mulino, 1999), “L’amoroso pensiero. Petrarca e il romanzo di Laura” (Mondadori, 2014), “Il poeta innamorato. Su Dante, Petrarca e la poesia amorosa medievale” (Guanda, 2017). Celebre il suo commento al “Canzoniere” e delle “Opere italiane” di Petrarca nei Meridiani Mondadori (1996). Dal 2010 era membro della consulta scientifica dell’Ente Nazionale delle opere di Francesco Petrarca. 

Marco Santagata ha scritto l’introduzione alle opere di Dante per l’edizione apparsa nei Meridiani Mondadori a cura di Claudio Giunta, Guglielmo Gorni e Mirko Tavoni e ha curato l’edizione Oscar Mondadori alla guida alla lettura delle tre cantiche dantesche. 

E’ l’autore della biografia “Dante. Il romanzo della sua vita” (Mondadori, 2012; Premio Comisso e Premio Brancati) e dei saggi “L’io e il mondo. Un’interpretazione di Dante” (Il Mulino, 2011) e “Il racconto della Commedia. Guida al poema di Dante” (Mondadori, 2017). 

Oltre ad un manuale di letteratura italiana per le scuole superiori edito da Laterza, tra i più recenti saggi di alta divulgazione di Santagata si ricordano: “Pastorale modenese. Boiardo, i poeti e la lotta politica” (Il Mulino, 2016); “Boccaccio indiscreto. Il mito di Fiammetta” (Il Mulino, 2019); “Boccaccio. Fragilità di un genio” (Mondadori, 2019). 

Altri settori di indagine del professore Santagata sono stati i “Canti” di Giacomo Leopardi (ha curato “Canzoni” per Mondadori nel 1998 con versione in prosa, note e postfazione) con il saggio “Quella celeste naturalezza. Le canzoni e gli idilli di Leopardi” (Il Mulino, 1994); e la poesia italiana fra Otto e Novecento (in particolate Giovanni Pascoli e Gabriele d’Annunzio): “Il tramonto della luna e altri studi su Foscolo e Leopardi” (Liguori, 1999); “Per l’opposta balza. La cavalla storna e Il commiato dell’Alcyone” (Garzanti, 2002); “La letteratura nel secolo delle innovazioni. Da Monti a D’Annunzio” (Laterza, 2009). Con Stefano Carrai ha pubblicato “La lirica di corte nell’Italia del Quattrocento” (Franco Angeli, 1993). Come autore di numerose pubblicazioni scientifiche Santagata ha ricevuto, nel 1979, il Premio nazionale “Luigi Russo” per la critica letteraria; nel 1993 il Premio di Storia Letteraria “Natalino Sapegno”; nel 2007 il Premio “Giosue Carducci”. 

Nato a Zocca (Modena) il 28 aprile 1947, Marco Santagata ha compiuto gli studi universitari a Pisa, come allievo ordinario e poi come perfezionando della Scuola Normale Superiore, laureandosi nel 1970 in letteratura italiana. Nel 1976 ha insegnato come incaricato filologia dantesca alla Facoltà di Lettere dell’Università Ca’ Foscari di Venezia; dal 1977 al 1980, ancora per incarico, ha insegnato filologia umanistica alla Facoltà di Lettere di Pisa. Ordinario di Letteratura italiana nel 1980, dopo un triennio alla Facoltà di Magistero di Cagliari; dal 1984 ha insegnato alla Facoltà di Lettere dell’Università di Pisa e dal 1984 al 1988 ne ha diretto l’Istituto di letteratura italiana; dal 1996 al 2000 è stato direttore del Dipartimento di Studi italianistici e membro del Consiglio di Presidenza del Collegio dei Direttori di Dipartimento dell’ateneo pisano. 

Nel 1987-88 Santagata è stato professore associato alla Sorbona di Parigi Nouvelle; nel 1990 all’Università di Ginevra; dal 1994 al 1996 all’Università di Nancy II; nel 1998 è stato Visiting Professor alla Unma di Città del Messico; nel biennio 2003-5 professore invitato all’Università di Ginevra. Nel 1985 era stato Fellow presso The Harvard University Center for Italian Renaissance Studies “Villa I Tatti” di Firenze. 

Santagata è stato membro del Comitato scientifico dell’Istituto di Studi Rinascimentali di Ferrara; attualmente lo è di quelli del Centro di Studi sul Classicismo di San Gimignano, del Centre d’Études et de Recherches sur la Littérature italienne médiévale di Paris III e della Fondazione Giovanni Pascoli. Ha fondato e condiretto la “Rivista di Letteratura italiana” (1983-1995) e dal 1998 condirige la “Nuova Rivista di Letteratura italiana”. Faceva parte del comitato di direzione della “Revue des Études Italiennes” e del “Romanistisches Jarbuch”, del comitato scientifico di “Chronique italiennes”, del comitato di redazione di “Moderni e Antichi” ed è membro dell’Advisory Board della collana pubblicata in Gran Bretagna “Italian Perspectives”. E’ stato inoltre responsabile di collana presso l’editore Laterza. 

Nel 1996 Santagata con alcuni colleghi ha fondato l’Adi-Associazione degli italianisti italiani, della quale è stato segretario nazionale dalla fondazione al 2002; da quell’anno è stato membro del comitato direttivo. Dall’Adi, nel 1999, è nata l’Adi-Sezione didattica che raggruppa docenti di italiano della scuola. 

Si è interessato ai problemi della riforma dell’università e della scuola e a questi temi ha dedicato numerosi interventi su quotidiani e riviste (“Corriere della Sera”, “l’Unità”, “il Mulino”, “Technology Review”). Dal 1995 al 2000 è stato responsabile editoria e comunicazione del Cibit – Centro interuniversitario Biblioteca italiana telematica; dal 1995 al ’98 membro del consiglio scientifico e del comitato di gestione del progetto “Italica, Campus virtuale di lingua e cultura italiana” di Rai International; dal 1997 al ’99 responsabile del progetto ICoN. Nel 1999 era stato nominato presidente del Consorzio ICoN – Italian Culture on the Net, al quale aderivano 24 università italiane e si è occupato di formazione a distanza. Dal 2001 era membro della Commissione Nazionale Italiana dell’Unesco e dal 2007 al 2010 è stato membro aggregato della Commissione Nazionale per la Promozione della cultura italiana presso il Ministero degli Affari Esteri. 

Ha fatto parte delle giurie del Premio letterario Viareggio-Repaci, del Premio Mondello, del Premio di Narrativa Zocca Giovani, del Premio Bari “Pinuccio Tatarella, del Premio Nazionale Letterario Pisa. Era socio corrispondente dell’Accademia toscana di Scienze e lettere “La Colombaria”; nel 2005 l’Università di Pisa gli ha conferito l’Ordine del Cherubino. Dal 2006 era socio ordinario del Pen Club italiano. 

Santagata aveva inoltre da poco consegnato il suo nuovo romanzo alla casa editrice Guanda, ​in cui per la seconda volta attinge alla vita del Sommo Poeta, e che vedrà la luce nella prossima primavera. Il precedente romanzo dantesco “Come donna innamorata” (Guanda) è stato finalista al Premio Strega nel 2015.  

“Marco Santagata è stato un italianista completo come taglio ed interessi. Il suo commento alle opere di Petrarca, a partire dal Canzoniere, è un’opera di riferimento, straordinariamente ricca”, ha detto all’AdnKronos l’accademico della Crusca Luca Serianni, professore emerito di Storia della lingua italiana all’Università “La Sapienza” di Roma. “E’ stato un intellettuale poliedrico, di grande vivacità. Si è immerso nello studio di Petrarca e ha offerto contributi importanti, fondamentali, per poi avvicinarsi a Dante e quindi a Boccaccio. E insieme a questi studi specialistici ha sempre avuto uno sguardo globale sulla letteratura. Infine ha utilizzato il suo sapere accademico per farsi narratore e divulgatore con grande efficacia”, ha detto all’AdnKronos Giulio Ferroni, professore di Storia della letteratura italiana all’Università “La Sapienza” di Roma, piangendo la scomparsa “di un caro amico”. “Ci ha uniti una profonda stima reciproca e un’intensa amicizia mai venuta meno, anche quando avevamo punti di vista diversi su certe questioni”, ha aggiunto Ferroni, ricordando: “Abbiamo festeggiato l’ultimo Capodanno insieme a Roma. Poi è scoppiata la pandemia, che ha complicato anche le condizioni già fragili della salute di Santagata”. 

 

A Casa Leopardi visite in streaming per le scuole  

Casa Leopardi offre per la prima volta alle scuole italiane la possibilità di effettuare visite didattiche guidate in diretta streaming. Si potranno visitare la Biblioteca dove si è formato il genio di Giacomo Leopardi e il Museo che raccoglie oggetti, testi e ricordi a lui cari.  

“In questo momento storico molto delicato, i ragazzi non devono essere costretti a rinunciare ai piaceri che la cultura può regalarci – ha detto la contessa Olimpia Leopardi discendente del Poeta – l’impossibilità di poter organizzare gite scolastiche in presenza, ha comportato la perdita di un’importante occasione per socializzare, divertirsi ed approfondire l’oggetto dei propri studi. Casa Leopardi desidera, con questo nuovo progetto, aprire una finestra virtuale che permetta di guardare il mondo di Giacomo Leopardi da casa propria. Ciò che i ragazzi hanno studiato sui libri di testo diventerà tangibile: sarà l’occasione per immergersi nei pensieri del Poeta e vivere il suo quotidiano. Tengo in particolar modo a ringraziare il Magnifico Rettore Francesco Adornato che ha creduto nel nostro progetto e ha concesso il patrocinio dell’Università di Macerata”. 

La nuova visita in streaming permetterà agli alunni di interagire con le guide del Museo alla scoperta di Giacomo, del suo quotidiano, delle sue passioni e dei suoi studi. I contenuti delle visite digitali sono differenziati a seconda dell’età degli alunni e sono basate su interazioni: le guide specializzate di Casa Leopardi, al termine del loro racconto, saranno disponibili a rispondere alle domande e alle curiosità degli studenti. Il progetto, patrocinato dall’Università di Macerata mira a ricreare l’atmosfera di una vera e propria gita scolastica.  

‘In classe con Giacomo’, un viaggio nel tempo con il Poeta come compagno di banco, è dedicato alla scuole primarie. L’attività scolastica, il tempo libero, i giochi e gli oggetti, raccontati nei luoghi che lo hanno visto crescere per scoprire insieme alle guide di Casa Leopardi come viveva un bambino della loro età più di due secoli fa. Come si svolgeva una lezione scolastica al tempo del Poeta? Qual era il gioco preferito di Giacomo? Un viaggio in streaming alla scoperta di uno straordinario scolaro dell’ottocento.  

‘Il ragazzo che parlava con la luna’, un itinerario per conoscere il genio di Leopardi, è dedicato alle scuole secondarie di primo e secondo grado. Per Giacomo, la Biblioteca del padre è stata per anni il luogo dal quale osservare un mondo che non riusciva a raggiungere fisicamente è stata il suo motore di ricerca, il suo atlante e la sua macchina del tempo. Nel cuore della Biblioteca, fra le migliaia di volumi che il Poeta ha sfogliato alla ricerca della felicità, la visita in streaming ripercorre le tappe principali della sua formazione. Dalla poesia al pensiero, dallo studio delle lingue alle “sudate carte”, dalla ricerca di un antidoto alla noia al desiderio di gloria. 

Conferimento del premio “Città di Ciampino” – Avviso pubblico di candidatura

CONFERIMENTO DEL PREMIO “CITTA’ DI CIAMPINO” ANNO 2020 AVVISO PUBBLICO DI CANDIDATURA Si comunica che questa Amministrazione, nell’intento di dare risalto al lavoro di quanti contribuiscono o abbiano contribuito a valorizzare le capacità e le peculiarità della comunità locale, intende assegnare anche per il corrente…

Libri, esce “Everest” di Stefano Ardito 

(di Andreana d’Aquino)  

“C’è l’Evererest e poi c’è tutto il resto”. Si potrebbe partire da qui, spinti da vecchio un mantra “dell’alpinismo inglese” per iniziare a leggere “Everest” (Editori Glf Laterza), il nuovo libro dello storico scrittore di montagna Stefano Ardito. Dedicato a Big E, il volume da domani nelle librerie è il racconto di un secolo – a maggio 2021 saranno 100 anni di storia – fra ascese, esplorazioni, tentativi e misteri accaduti sul Tetto del mondo. “Un secolo fa, nella primavera del 1921, una spedizione britannica lascia le piantagioni di tè di Darjeeling per dirigersi verso la base della montagna” più alta della Terra, racconta lo scrittore. “Questo libro nasce dalla mia passione per l’Everest” scandisce senza mezzi termini Stefano Ardito conversando con l’Adnkronos dei cimenti raccontati nel libro dei migliori alpinisti del mondo da “Eric Shipton a Reinhold Messsner a Edmund Hillary”. In tanti, mette in evidenza l’autore, “fra scienziati, topografi, sognatori e figure eccezionali come quelle degli sherpa” si sono inoltrati sui pendii e nelle valli di questo gigante di 8.848 metri, tra le Sette Vette del Pianeta e incassonato nella catena dell’Himalayana, al confine fra Cina e Nepal. “Sono stato varie volte a entrambi i campi base, scrivo di montagna, di alpinismo e – ammette lo scrittore – sono molto legato, per una serie di mie vicende, al mondo dell’alpinismo inglese dove l’Everest è comunque “la” presenza fondamentale”. “Lo è per tutti ma lo è in particolare per i britannici anche perché gli inglesi ragionano con misure ‘in piedi’ non in metri” e “per loro c’è prima l’Everest e poi tutto il resto il resto” è il riferimento anche alla disputa sull’altezza dell’Everest rilanciata da Stefano, classe 1954, noto per i suoi film sulle montagne, specializzato in natura, storia e viaggi.  

 

 

Al suo attivo articoli di montagna per le maggiori testate italiane – dal Messaggero a Repubblica da Meridiani a Plein Air – Stefano Ardito, giornalista, negli anni ’80 intervista John Hunt, capo della famosa spedizione britannica sull’Everest nel 1953, ed Edmund Hillary, “uno dei primi due ad arrivare sulla vetta”. “Erano tutti e due stupiti dall’effetto che la conquista dell’Everest aveva avuto in tutto il mondo” tanto che a Londra “erano stati accolti da un milione di persone, nello scalo a Roma c’erano centinaia di migliaia di loro fan, ma, nota di rilievo, al Cairo c’erano 600mila persone” osserva il ‘narratore’ delle montagne. Hunt e Hillary, continua ancora Stefano Ardito, “mi dissero che proprio grazie all’interesse dimostrato da così tante persone avevano ‘capito di avere fatto una cosa bella e grande'” anche “per tutte le persone che in quegli anni – appena dopo la Seconda Guerra Mondiale – avevano bisogno di una notizia bella e di pace”. “Ecco, queste frasi mi continuano a girare per la testa, mi fanno pensare che raccontare storie di questo tipo abbia un valore anche per chi non si interessa di montagna” osserva lo scrittore.  

 

 

Il racconto dell’Everest scritto da Stefano Ardito inizia con “una foto scattata il 29 maggio del 1953” che “ha fatto il giro del mondo in poche ore ed è rimasta il simbolo di montagna e di avventura fino ad oggi”. Quella foto, ricorda, “mostra un uomo in piedi su una vetta di neve, mentre alza il cielo in segno di vittoria una picozza alla quale sono legate le bandiere della Gran Bretagna, del Nepal, dell’India e delle Nazioni Unite”. “L’uomo si chiama Tenzing Norgay, è uno sherpa nato nella regione del Khumbu, vive da anni a Darjeeling, in India. A scattare la foto è il suo compagno di cordata, il neozelandese Edmund Hillary”. E “quel giorno Hillary e Tenzing cambiano la storia dell’andare per montagne. Dopo il Polo Nord e il Polo Sud, toccati rispettivamente nel 1908 e nel 1912, anche il ‘terzo Polo’ della Terra è stato raggiunto dall’uomo” racconta ancora Stefano Ardito portandoci, pagina dopo pagina, sull’Everest attraverso le sue valli, la sua storia anche drammatica, i suoi cammini impervi: in mezzo alla potenza di una natura che nelle pieghe di Big E sovrasta ogni pretesa dell’umanità.  

Scrittori: tesi di laurea di Gesualdo Bufalino ritrovata in Archivio Università Palermo 

Un fascicolo dattiloscritto di di 90 pagine che reca sul frontespizio il titolo ‘Gli studi di archeologia e la formazione del gusto neoclassico in Europa (1738 – 1829)’ e l’indicazione dell’anno accademico 1945-1946. E’ la copia della tesi di laurea di Gesualdo Bufalino destinata alla segreteria, ritrovata durante i lavori di trasferimento del materiale custodito nell’Archivio Storico di Ateneo dell’Università di Palermo nei nuovi locali del convento secentesco di Sant’Antonino. In realtà lo scrittore comisano, del quale ricorrono i cento anni dalla nascita, si sarebbe laureato a Palermo nel marzo del 1947, dopo avere ripreso gli studi intrapresi a Catania e interrotti bruscamente per la chiamata alle armi, sotto la guida del noto antifascista toscano Silvio Ferri (1890-1978), che dal 1° dicembre del 1940 insegnava archeologia nell’Ateneo palermitano. 

“Nel titolo del dattiloscritto sono già riconoscibili i segni della più autentica cifra letteraria dell’autore di ‘Diceria dell’untore’, pubblicato nel 1981 ma pensato negli anni e negli ambienti in cui Bufalino era impegnato nella stesura della propria tesi di laurea – commenta il professor Mario Varvaro, delegato del Rettore all’Archivio Storico di Ateneo – La tesi si annuncia come l’incunabolo del gusto per la rievocazione e il recupero di ciò che è stato, proprio di uno scrittore educato e cresciuto al culto della memoria intesa come ‘spontaneo sortilegio di ombre cinesi, teca di magiche epifanie, cinematografo di larve dissepolte dalla sabbia del tempo’. In questo, l’archeologo e lo scrittore sono simili: entrambi restituiscono luce all’ombra, rinominano i segni muti del passato e lo fanno rivivere nel sortilegio della teogonia dell’essere”. 

“Lo studio di questo unico esemplare finora noto della tesi di laurea di Bufalino – continua Varvaro – potrà gettare luce dunque sulla scaturigine più antica dell’autentica cifra della sua scrittura, che si rispecchia nella centralità del tema della memoria come racconto del ricordo e della parola come Riessere, come miracolo del Bis, come analgesico contro la tentazione del nulla”. Varvaro sottolinea la singolarità della coincidenza del ritrovamento della tesi con il centenario dello scrittore di Comiso. E osserva che “questa è senza dubbio un’occasione feconda per la comunità scientifica di studiosi e di lettori dell’opera di Bufalino, per riscoprire l’europeismo e l’originalità di uno scrittore d’eccezione che ha fatto della biblioteca e del dialogo con le voci dei libri la metafora più eloquente della propria attività letteraria”.