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Categoria: Cultura

Nobel Letteratura alla poetessa americana Louise Glück 

Il premio Nobel per la Letteratura 2020 è stato assegnato alla poetessa americana Louise Glück. Lo ha annunciato questa mattina l’Accademia Reale Svedese. Il prestigioso riconoscimento è stato conferito “per la sua inconfondibile voce poetica, che con l’austera bellezza rende universale l’esistenza individuale”. 

Louise Glück, nata a New York il 22 aprile 1943, con la sua poesia evoca schegge memoriali rielaborando temi come l’isolamento e la solitudine, in un tono insieme colloquiale e meditativo. Vincitrice del Premio Pulitzer nel 1994 con la raccolta “L’iris selvatico” (“The Wild Iris”, 1993), ha convinto i critici per lo stile controllato ed elegante con cui assorbe lunghe sequenze narrative di tratto confessionale che ricordano la poesia di Robert Lowell, Sylvia Plath e Anne Sexton.  

Nella raccolta “Meadowlands” (1997) rievoca figure mitiche come Ulisse e Penelope all’interno di una scrittura molto moderna, che racconta di un matrimonio che sta per finire. Tra le altre sue raccolte di poesie, “Vita Nova”, “The Seven Ages” e “Averno”. Ha vinto il Book Review’s Bingham Poetry Prize e The New Yorker’s Book Award in Poetry. 

Maraini: “Bene Nobel a Gluck, la poesia ci insegna a pensare e parlare” 

Nata da genitori immigrati ebrei ungheresi, Louise Glück è cresciuta a Long Island. Durante la sua adolescenza ha sofferto di anoressia (vicenda oggetto anche di alcune sue poesie), tanto da costringerla ad abbandonare gli studi superiori alla George W. Hewlett High School e poi quelli universitari al Sarah Lawrence College e alla Columbia University di New York. Pur non ottenendo la laurea, la scrittrice si formò sotto la supervisione della poetessa statunitense Leonie Adams (1899-1988).  

La neo Nobel ha pubblicato una dozzina di antologie di poesie. Il Premio Pulitzer per la poesia per la sua collezione “The Wild Iris” è stato il primo di una lunga serie di riconoscimenti. Nel 2014 ha vinto il National Book Award per la poesia. Nel 2003 era stata insignita del prestigioso titolo di poeta laureato degli Stati Uniti. Fa parte dell’American Academy of Arts and Letters e insegna poesia all’Università di Yale. 

 

 

Coronavirus: Ilaria Capua parla ai bambini, esce ‘Ti conosco mascherina’  

Un libro gioco per spiegare ai più piccoli che cos’è un virus e come affrontarlo. E’ Ilaria Capua, una delle scienziate italiane più autorevoli e oggi direttore del Centro di Eccellenza One Health dell’Università della Florida, a rivolgersi così, attraverso il libro gioco “Ti conosco mascherina” (La Coccinella) ai più piccoli per parlare del coronavirus.  

Inserita dalla rivista Seed fra le “Menti Rivoluzionarie” per esser stata una catalizzatrice di approcci più collaborativi nella ricerca sui virus influenzali, Ilaria Capua ha deciso di prendere ‘carta e penna’ ed a insegnare ai bambini come affrontare i virus in modo sicuro, perché possano vivere in serenità la propria infanzia. Il libro di Ilaria Capua è una storia piena di fantasia, che racconta l’incontro immaginario di una bambina con un essere piccolissimo. Un libro colorato e vivace, con un cursore e tantissime finestrelle dai contenuti scientifici, per imparare giocando, per capire senza spaventarsi, per conoscere e prevenire nuove emergenze future. 

Medico veterinario di formazione, Ilaria Capua per oltre 30 anni ha diretto gruppi di ricerca nel campo delle malattie trasmissibili dagli animali all’uomo e del loro potenziale epidemico in laboratori italiani ed esteri. Nel 2013 Ilaria Capua è stata eletta alla Camera dei Deputati dove ha rivestito il ruolo di vice presidente della Commissione Scienza, Cultura ed Istruzione. Durante il suo mandato è stata travolta da un’indagine giudiziaria rivelatasi infondata e, dopo essere stata prosciolta, si è dimessa da parlamentare e si è trasferita negli Stati Uniti con la sua famiglia.  

Unesco: Bocelli e Mitoraj a Noto per promuovere i siti siciliani 

Un concerto di Andrea Bocelli e cinque opere monumentali di Igor Mitoraj a Noto per promuovere i sette siti Unesco siciliani. E’ l’iniziativa partita dalla Regione Siciliana, tramite l’assessorato al Turismo, e dal Comune di Noto, sostenuta dall’Assemblea Regionale Siciliana, dal ministero dei Beni Culturali, dalla Diocesi di Noto, dalla Camera di Commercio del Sud-Est e da Unicredit. Produttori del progetto le società Mediatica e Officina Creativa. Noto, patrimonio dell’Unesco, diventa così palcoscenico di un incredibile e unico evento culturale e mediatico. In uno scenario dalle atmosfere oniriche, tra le sinuose architetture barocche della scalinata della Cattedrale, grazie all’impegno finanziario della Regione Siciliana e del Comune, sabato 24 ottobre si terrà un concerto di Andrea Bocelli. Il cantante, che sarà accompagnato dall’orchestra e dal coro del Teatro Massimo Bellini di Catania, con la regia di Alberto Bartalini, diventerà di fatto il testimonial dei sette siti Unesco presenti nell’Isola. 

Il progetto di ‘Noto Città d’Arte’, che ha visto la capitale netina protagonista di importanti mostre, continua con l’esposizione (fino a febbraio 2021) sempre nello stesso sito, con cinque opere monumentali di Igor Mitoraj, uno degli scultori più conosciuti e apprezzati al mondo, grazie alla collaborazione dell’Atelier Mitoraj di Pietrasanta. 

L’evento, che si svolgerà nel più rigoroso rispetto delle normative anti Covid, si tiene a Noto – capofila del sito Unesco ‘Città Tardo Barocche del Val di Noto’ – ma è rappresentativo e narrativo di tutti gli altri sei luoghi ‘Patrimonio dell’Umanità’ dell’Isola: Valle dei Templi di Agrigento; Siracusa e le necropoli rupestri di Pantalica; la Villa romana del Casale di Piazza Armerina; le Isole Eolie; l’Etna; Palermo arabo-normanna con le cattedrali di Cefalù e Monreale.  

“Un evento unico nel suo genere – si legge nella nota della Regione e del Comune di Noto – reso irripetibile dal binomio Bocelli-Mitoraj, protagonisti, con la loro arte, delle atmosfere della più bella tradizione classica. Uno spot mondiale dell’arte nell’arte che accenderà un focus sui beni di eccellente valore mondiale della Sicilia. Con 90 milioni di dischi venduti, una stella sulla ‘Walk of Fame’, un pubblico che comprende presidenti americani, Papi e famiglie reali, Andrea Bocelli è uno degli artisti più apprezzati di tutti i tempi. Con il suo album ‘Si’, è riuscito a entrare nella storia conquistando contemporaneamente il primo posto della classifica americana Billboard200 e di quella inglese: un successo mai ottenuto prima da un artista italiano”. 

“Un evento culturale di notevole spessore – commenta il presidente della Regione Siciliana Nello Musumeci – in una città-simbolo dell’arte barocca dell’Isola. Una tappa di promozione della Sicilia che si aggiunge al testimonial di Dolce e Gabbana e alla partenza del Giro d’Italia. Eventi curati con passione dell’assessore al Turismo Manlio Messina, per accrescere la capacità attrattiva di questa nostra Terra”. 

“L’iniziativa ‘Mitoraj – Bocelli’ a Noto – dichiara il Sindaco della Città, Corrado Bonfanti – altro non è che l’avvio di un percorso virtuoso che vede protagonisti tutti i siti siciliani iscritti nella Lista del Patrimonio Mondiale per la prima volta, dalla loro iscrizione nella World Heritage List, chiamati a fare rete, ad avere una sola visione, contribuendo alla crescita delle singole comunità locali, facendo così crescere, contemporaneamente, la Sicilia. Sono grato al Presidente Musumeci, primo Presidente ad avere chiara questa straordinaria visione unitaria della nostra Isola, la più dotata di siti di riconosciuto Valore Eccezionale. Il mio personale apprezzamento all’Assessore Messina capace interprete di una Sicilia che punta sempre di più ad un turismo di qualità capace di generare ricchezza e prosperità”. 

È morto Vittorio Mathieu, tra i massimi pensatori contemporanei 

Il filosofo Vittorio Mathieu, uno dei massimi pensatori contemporanei italiani, che agli interessi storici ha affiancato ricerche originali soprattutto sul problema della conoscenza, a quanto apprende l’Adnkronos è morto all’età di 96 anni all’ospedale di Chivasso, in provincia di Torino. Autore di oltre 400 pubblicazioni sui temi della filosofia morale, della filosofia della scienza e dell’estetica, Mathieu si definiva “un plotiniano a tempo pieno che adora giocare a bridge”.  

Nato a Varazze (Savona) il 12 dicembre 1923, fu allievo del filosofo Augusto Guzzo all’Università di Torino. Dopo la laurea, Mathieu ha intrapreso la carriera accademica, iniziando nel 1956 come libero docente di filosofia teoretica nell’Università di Trieste; divenne poi (1961) professore di storia della filosofia prima a Trieste e poi (1967) all’Università di Torino, dove dal 1973 ha ricoperto la cattedra di filosofia morale. Dal 1987 era socio nazionale dell’Accademia dei Lincei e dell’Accademia delle Scienze di Torino. Dal 1976 al 1980 è stato membro e poi vicepresidente del Consiglio esecutivo dell’Unesco a Parigi. Dal 1994 al 1997 è stato il rappresentante italiano nella Commissione consultiva del Consiglio Europeo contro il razzismo e la xenofobia, istituita al vertice di Corfù dell’Unione Europea. È stato membro del Comitato Nazionale di Bioetica e del Comitato Premi della Fondazione Balzan ed ha presieduto la Fondazione Ideazione. 

Tra gli intellettuali fondatori di Forza Italia con il sociologo e politologo Giuliano Urbani, nel 1996 con i filosofi Lucio Colletti e Marcello Pera e lo storico Piero Melograni, Mathieu fu uno dei “professori” che Silvio Berlusconi presentò alle elezioni: si candidò al Senato nel collegio di Settimo Torinese ma non venne eletto. Il suo nome tornò in ballo nel 2005 come possibile presidente della Rai, all’epoca in cui era presidente del Collegio di giurisdizione interna di Forza Italia, carica che mantenne anche con la nascita del Popolo delle Libertà. 

Mathieu tradotto opere di Henri Bergson e a lui ha dedicato una monografia (“Bergson, il profondo e la sua espressione”, 1954) in cui indaga le altre forme della conoscenza e della espressività su cui verteva la riflessione bergsoniana. Importanti i suoi studi sulla tarda filosofia di Kant, in particolare sul problema del ‘vivente’ non inteso come mero meccanismo; allo studio “La filosofia trascendentale e l’Opus postumum di Kant” (1958) si è aggiunta la traduzione dell'”Opus” (1963). Ha curato traduzioni di opere di Leibniz precedute dallo studio su “Leibniz e Des Bosses” (1960).  

Di rilievo i lavori dedicati al problema della conoscenza e dell’oggettività scientifica (“L’oggettività nella scienza e nella filosofia moderna e contemporanea”, 1960; “Il problema dell’esperienza”, 1963) sino a “L’uomo animale ermeneutico” (2001), saggi in cui l’uomo è visto come “scienziato della natura” ed “ermeneuta della cultura”, attivo con la sua opera interpretativa in ogni campo del reale.  

Alle esigenze didattiche ha offerto la “Storia della filosofia e del pensiero scientifico” (prima edizione del 1966, con aggiornamento 1981-83 giunta alla nona edizione), le “Questioni di storiografia filosofica” (1974), “La filosofia del Novecento” (due volumi, 1971, 1978). Mathieu ha coltivato inoltre interessi di estetica, di filosofia morale, etico-politici relativi alle “ombre” della società occidentale (“La speranza nella rivoluzione”, 1972; “Cancro in Occidente”, 1983; “Filosofia del denaro”, 1985; “Privacy e dignità dell’uomo”, 2004). 

Tra i suoi saggi di filosofia morale “Perché punire?” (1978), in cui Mathieu riporta la pena, in chiave kantiana, alla stretta responsabilizzazione dell’individuo. Tra gli altri libri: “Perché leggere Plotino” (1992), “Per una cultura dell’essere” (1998), “L’uomo animale ermeneutico” (2000), “Le radici classiche dell’Europa” (2002), “Goethe e il suo diavolo custode” (2002); “Privacy e dignità dell’uomo: una teoria della persona” (2004), “Perché punire. Il collasso della giustizia penale” (2008). I suo libri più recenti sono: “Introduzione a Leibniz” (Laterza, 2008) e “In tre giorni” (Mursia, 2010).  

Il suo ultimo imponente lavoro è “Trattato di ontologia” (Mimesis, 2019), in cui Mathieu studia l’azione dell’essere a partire dal basso: dal nostro modo di operare di enti su enti. Svolge dunque una “ontologia differenziale”, mediante l’individuazione dei diversi livelli di “impossibilità trascendentale”, attraverso cui è necessario passare per pensare. Constatando l’impossibilità di pensare l’oggetto restando al livello di partenza, si evidenzia la necessità di un passaggio a una molteplicità di modi d’essere qualitativamente differenti (spazio, movimento, tempo, memoria etc.), in un percorso ontologico dall’oggettivo al meno oggettivo, mediante metafore linguistiche, che traspongono i significati da un livello all’altro. Dall’ontologia differenziale si passa poi all’ontologia integrale, che ne è l’inverso complementare. L’ontologia integrale dà conto dello spessore ontologico della realtà, nella quale i differenti livelli sono integrati. Ciò avviene mediante un’analisi dell’idea di “valore assoluto”, attraverso l’esame dei “trascendentali”: bello, vero e bene.  

Per oltre trent’anni Mathieu è stato un collaboratore assiduo de “Il Giornale”.  

Sgarbi: “Convenzione Faro è una schifezza del politicamente corretto'” 

La Convenzione Faro “è una schifezza del convenzionalismo ‘politicamente corretto'”. E’ la netta opinione di Vittorio Sgarbi, che commenta così con l’Adnkronos il via libero definitivo al ddl di ratifica della Convenzione Faro. “Stare lì a contare se Pasolini ha detto delle cose che sono politicamente corrette o scandalose è una cabina di monitoraggio, un’idea della censura della libertà di pensiero e della creatività, per cui è sbagliato il principio, seppur in nome di valori condivisi”. 

“Prova ne é -aggiunge Sgarbi- che il povero Nardella in ordine al tema del femminicidio fece cambiare il finale della Carmen (il sindaco di Firenze Dario Nardella, che fece modificare il finale dell’opera al Maggio Fiorentino, ndr). Questo è il rischio: la contaminazione per cui si censura che so, Don Rodrigo. Io sono assolutamente contro la convenzione”. 

Per l’esperto d’arte “basta la consapevolezza del patrimonio, bastano i valori condivisi dell’Unesco, che la legge italiana tutela e che ci garantisce”. Una legge sovranazionale “che stabilisce quello che è bene per tutti, è chiaro che ha delle controindicazioni -è l’affondo di Sgarbi- Se io ho una commedia in cui c’è un cameriere nero, cosa faccio, la censuro? Se ho un affresco di Giovanni da Modena in cui c’è Maometto, lo cancello? Il rischio è alto”, conclude.  

di Ilaria Floris 

Carlo Piano: “Quando Gino Paoli disse a mio padre Renzo ‘la musica non fa per te…'” 

di Ilaria Floris 

“Gino Paoli era ragazzo insieme a mio padre nel quartiere di Pegli, il quartiere di Genova dove sono cresciuti, e mio padre suonava la tromba, era convinto di diventare un musicista. Bene, se oggi è un architetto lo dobbiamo a Gino Paoli. Lui ebbe la sincerità di dirgli che era veramente un cane a suonare la tromba. Per cui lui si convinse, lasciò perdere e invece di suonare la tromba si è messo a costruire dei luoghi dove si può suonare la musica, come l’Auditorium di Roma o l’Ircam a Parigi”. Con questo aneddoto Carlo Piano, giornalista, figlio del celebre architetto Renzo, presenta all’Adnkronos il libro scritto a quattro mani col padre, ‘Atlantide. Viaggio alla ricerca della bellezza’ (Feltrinelli), con il quale è finalista al Premio Letterario Caccuri 2020. 

“E’ un libro che nasce dal mio sentimento di vendetta -racconta affettuosamente Carlo Piano all’Adnkronos- Io padre quando eravamo piccoli io e i miei fratelli, ci portava ogni estate in barca per un mese, e non ci faceva mai toccare terra. Ora, con questo volume, ho avuto mio padre a disposizione su una nave dove non si può scappare, e ad ottant’anni è ancora più difficile, e poterlo interrogare, costringerlo ad aprire i cassetti che non aveva mai aperto”. 

Da Genova ad Itaca, un viaggio intimo, che attraverso le trame del rapporto padre-figlio va alla ricerca della città perfetta e fa una riflessione sul senso del ‘costruire’. “E’ un resoconto che ha come sfondo la ricerca di Atlantide, perché Atlantide rappresenta la città perfetta -spiega l’autore- Una perfezione che mio padre ha cercato in tanti luoghi della terra, perché ha costruito dal Giappone, agli Stati Uniti alla Nuova Caledonia, che sono tutte tappe del nostro viaggio. La città perfetta è quella che un architetto cerca per tutta la vita”. 

Un ritorno per il grande architetto italiano nei luoghi in cui ha costruito le sue opere, tasselli nella ricerca infinita e necessaria della perfezione, fatto solcando il mare. “In mare si alza lo sguardo e si abbassano i toni di voce, la barca è una sorta di confessionale dove si dicono cose che a terra non si dicono -dice Carlo- Cosa ho imparato da mio padre? Ho imparato ad amare il mare. Perché il mare non saprei come definirlo ma il mare è futuro, è l’avventura, è quello che ti spinge ad andare a scoprire”. 

Il giornalista esprime poi una grande emozione al pensiero di essere tra i finalisti del Premio Caccuri, uno dei più importanti premi di Saggistica in Italia, in programma dal 19 al 24 settembre. “Un grande onore essere tra i finalisti, soprattutto in compagnia di nomi come Veltroni, Berlinguer, Friedman -ammette- ma rappresenta anche una sorpresa perché io il libro l’ho scritto per me stesso. Ho pensato che a 55 anni, con mio padre ottantenne, fosse il momento per fare un resoconto di quello che è stata la mia vita e quella di mio padre”. Una vita alla ricerca della perfezione, ora racchiusa in un libro. 

“Switch off? Parola inglese inutile”, il verdetto della Crusca 

di Paolo MartiniSwitch off? “Una parola inglese inutile e non chiara per tutti e al posto di questo forestierismo si può benissimo usare l’italiano ‘passaggio'”. E’ il verdetto dell’Accademia della Crusca. La secolare istituzione fiorentina, incaricata di custodire il ‘tesoro’ della lingua italiana, tramite il suo gruppo di intervento sui neologismi Incipit, esprime “rammarico” per quello che viene “un difetto di comunicazione in una pagina del sito dell’Inps”, dove è comparsa la notizia dal titolo “Dal 1°ottobre il Pin Inps lascia il passo a Spid”.  

Nel testo si legge fra l’altro quanto segue, al secondo capoverso del comunicato: “Con lo switch off dal Pin allo Spid l’Inps rafforza il diritto dei cittadini alla semplificazione dei rapporti con la Pubblica Amministrazione e rende operative le politiche nazionali di digitalizzazione aperte ormai agli sviluppi europei”. 

Lo switch off, per quanto scritto in corsivo, “come si dovrebbe fare sempre per i forestierismi non adattati e non comuni”, a parere dell’Accademia della Crusca “non avrebbe dovuto essere impiegato in quel contesto, in un sito di larga comunicazione”. Nel contesto, sempre a parere dei linguisti della Crusca, il termine italiano “passaggio” sarebbe stato “più che sufficiente”. L’utente del sito Inps non è tenuto a sapere che in inglese “switch off” è un “phrasal verb” che significa “stop the flow or operation of something by means of a tap, switch, or button”, come si legge nell’Oxford Dictionary. Il testo avrebbe potuto essere formulato anche diversamente, a parere dell’Accademia della Crusca: “Con la cessazione (o disabilitazione) del Pin e il passaggio allo Spid…”.  

Commentano i linguisti del gruppo Incipit della Crusca: “Ci stupisce la motivazione che si legge nel passo da noi riportato dove, proprio in nome dello switch off, si invoca ‘il diritto dei cittadini alla semplificazione’; ma la scelta dell’anglismo, esibizione superflua di terminologia tecnica informatica, non va certo in questa direzione. 

Il gruppo di linguisti di Incipit già nei mesi scorsi era stato critico nei confronti di una comunicazione dell’Inps (allora per l’uso di data breach per ‘violazione dei dati’). “Per la seconda volta interveniamo sulle scelte linguistiche di questo ente, di cui apprezziamo lo sforzo immane compiuto durante la pandemia – si legge in un comunicato diffuso dall’Accademia della Crusca – Ci rendiamo conto delle difficoltà che l’ente stesso ha dovuto superare con fatica in questi mesi impegnativi, essendo esposto più di altre istituzioni al giudizio dei cittadini, e proprio per questo il nostro suggerimento linguistico, dettato da uno spirito di collaborazione, vuole essere un incentivo diretto a migliorare il rapporto con il pubblico, nel quadro di un’attenzione all’uso della lingua che auspichiamo più avvertito”. 

Il gruppo Incipit si occupa di esaminare e valutare neologismi e forestierismi ‘incipienti’, scelti tra quelli impiegati nel campo della vita civile e sociale, nella fase in cui si affacciano alla lingua italiana, al fine di proporre eventuali sostituenti italiani. Incipit è costituito da Michele Cortelazzo, Paolo D’Achille, Valeria Della Valle, Jean-Luc Egger, Claudio Giovanardi, Claudio Marazzini, Alessio Petralli, Luca Serianni, Annamaria Testa. 

Addio a Franco Maria Ricci, protagonista raffinato dell’editoria preziosa 

di Paolo Martini Addio a Franco Maria Ricci, uno dei più originali e raffinati editori, protagonista dell’editoria che definiva “preziosa”. E’ morto oggi nella sua casa a Fontanellato, in provincia di Parma, all’età di 82 anni, dove lui collezionista e designer, appassionato di “labirinti borgesiani”, aveva creato il Labirinto della Masone, un giardino di arte e natura aperto al pubblico dal 2015. Ricci era diventato famoso a livello internazionale per pubblicare dal “FMR”, la più elegante rivista mai stampata al mondo. 

Nato a Parma il 2 dicembre 1937, Franco Maria Ricci era figlio di una famiglia aristocratica di origine genovese. Si laureò in geologia all’Università di Parma e iniziò a lavorare per Gulf Oil in Turchia. Rientrato a Parma, nel 1963 avvia la carriera come editore ed artista grafico: progetta marchi, manifesti, pubblicazioni e si dedica allo studio dell’opera e dello stile di Giambattista Bodoni, di cui ristampa il “Manuale Tipografico”. L’inatteso successo che segue i 900 esemplari di quella ristampa lo porta ad investire ulteriori energie nella creazione di volumi estremamente raffinati. Nella città emiliana dette vita ad alcune pietre miliari del design (il vecchio logo di Poste Italiane e quello di Smeg Elettrodomestici), ma anche la grafica della collana Bompiani “Il Pesanervi”. 

Il 1965 è l’anno della svolta: fonda la casa editrice FMR. Ricci si specializza in pubblicazioni di edizioni d’arte e letterarie di pregio. I suoi libri raffinati sono apprezzati, tra gli altri, da papa Paolo VI, Jacqueline Kennedy e Jorge Luis Borges. Spiccano nella sua produzione le collane “I segni del tempo”, “La Biblioteca di Babele”, curata dal grande scrittore argentino Borges, “Quadreria”, “Scripta”, “Oratio dominica”, “I segni dell’uomo”, “Morgana”, “Le guide impossibili”, “Grand Tour”, “I grandi palazzi della storia” e “Bibliotheca Ioannes Paulus PP. II”. Tra le grandi opere curate da Ricci figurano la ristampa dell’Encyclopédie di Diderot e d’Alembert (18 volumi, 1970) – venduta in 3mila copie – e l’Enciclopedia dell’arte di Franco Maria Ricci (15 volumi, 1990). Prestigiose le collaborazioni di Ricci, tra cui quelle di Umberto Eco, Cesare Zavattini e Roland Barthes, oltre ad una folta schiera di artisti e fotografi. Nel 2002 la casa editrice è stata acquistata dal gruppo Art’è. 

A partire dal 2005 Ricci si è dedicato, dopo anni di progettazione in collaborazione con l’architetto Pier Carlo Bontempi, alla costruzione di un labirinto nella campagna presso Fontanellato, vicino alla sua dimora. fu l’amichevole e assidua frequentazione con Borges nei primi anni ’80 a gettare il seme del sogno che Ricci ha coltivato per trent’anni: realizzare il più grande labirinto al mondo. 

Proprio la vendita della casa editrice ha consentito a Ricci di trovare le risorse per la realizzazione del suo sogno. Nel 2015 il Labirinto della Masone ha aperto al pubblico: si dipana su 8 ettari nella Bassa Parmense con un percorso di 3 chilometri che si snoda fra 200mila piante di bambù. Nel vicino museo si possono ammirare le 450 opere d’arte collezionate dall’editore in oltre cinquant’anni.  

Campiello, Remo Rapino al lavoro per il suo terzo romanzo 

di Paolo MartiniRemo Rapino, fresco vincitore della 58esima edizione del Premio Campiello con “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio” (minimum fax), è già al lavoro per scrivere il suo terzo romanzo. “Ho vinto inaspettatamente con il secondo romanzo, ma io mi considero un esordiente”, ammette lo scrittore abruzzese, 69 anni, residente a Lanciano (Chieti), ex professore di filosofia nei licei, all’indomani del trionfo al riconoscimento letterario veneziano. 

“Sto lavorando a un nuovo romanzo, ma con molte difficoltà – confessa Rapino all’AdnKronos -. Sto pensando di raccontare una storia con diversi personaggi inventati sullo sfondo di fatti veri, ispirati ai ricordi. Vorrei ambientare il mio prossimo romanzo in un paese che vorrei che fosse una specie di ‘Macondo’ italiana”, quasi un omaggio al grande scrittore colombiano Gabriel Garcia Marquez, autore del capolavoro “Cent’anni di solitudine”.  

Il terzo romanzo, nelle intenzioni dell’autore, dovrebbe intitolarsi “Cronache di Scarciafratta”, un paese “più o meno” nel Sud d’Italia “completamente inventato, abitato da persone strane”. “Il nome del paese immaginario l’ho preso in prestito da un mio amico di infanzia, poverissimo, soprannominato Scarciafratta”, rivela Rapino. 

Intanto, il giorno dopo la vittoria del Campiello, conquistata battendo a sorpresa il favorito di gran fama Francesco Guccini, Remo Rapino si sofferma su “Vita, morte e miracoli di Bonfiglio Liborio”, dove compare il matto che “riesce a comprendere il mondo”, e che potrebbe diventare anche il soggetto di un prossimo film, stando ad alcune prime attenzioni del mondo cinematografico.  

“Bonfiglio Liborio raccontando se stesso racconta quasi un secolo di storia, dal 1926 al 2010 – spiega Rapino – E lo racconta da una periferia esistenziale e dà voce a quelli che non hanno voce, agli emarginati, agli ultimi della fila. E’ una figura che si illude, però illudendosi in un certo qual modo crea anche delle speranze. E’ un po’ ingenuo e molto visionario ed i suoi fantasmi lo mettono un po’ a metà strada tra Don Chisciotte e Forrest Gump. E’ un po’ un idiota esemplare, come direbbe lo scrittore Ermanno Cavazzoni, che guarda le cose e raccontandole ci fa capire che è possibile raccontare la realtà in tanti modi e non sempre secondo i modi dominanti. In questo senso Liborio è uno che dice, come nella favola di Andersen, ‘il re è nudo’, e questa è forse la sua funzione: aiutarci a guardare la realtà oltre le apparenze”.  

“Ogni follia secondo me è un’energia interiore, che può capovolgere i codici sociali dominanti, le nostre certezze – spiega lo scrittore abruzzese – Del resto, ogni folle è un uomo pieno di entusiasmo, che ci porta a scoprire isole del mondo che noi non riusciamo a vedere nel mare della massificazione”. 

Avviso pubblico per raccogliere proposte organizzative d’iniziative culturali, sportive e di spettacolo di particolare interesse pubblico da svolgersi dal 1 ottobre al 31 dicembre 2020

L’Ufficio cultura sport casale dei Monaci politiche giovanili e pari opportunità, comunica che con Det-Cul-2020-00177 sono stati approvati avviso pubblico e allegati per raccogliere proposte organizzative d’iniziative culturali, sportive e di spettacolo di particolare interesse pubblico da svolgersi dal 1 ottobre al 31 dicembre 2020 SI DICHIARA…

Daverio, il brillante divulgatore d’arte che conquistò il pubblico della tv 

Gallerista di fama, editore e storico e critico dell’arte, francese naturalizzato italiano, Philippe Daverio, che amava definirsi “cittadino europeo” e che si era specializzato nell’arte italiana del Novecento, a cavallo tra gli anni Novanta e i Duemila era diventato un noto volto televisivo, un brillante divulgatore, grazie a programmi culturali su Rai 3 che hanno decretato la sua popolarità.  

Daverio è stato un eclettico personaggio che ha catturato l’attenzione del pubblico (portando l’arte direttamente nelle case degli italiani) non solo per la sua bravura, ma anche per il suo modo di vestire, con un coraggioso ed originale look da dandy, ispirato alle fantasie dei tanti quadri da lui ammirati: la sua forte personalità gli ha permesso di indossare con estrema disinvoltura abiti variopinti, abbinando con audacia colori sgargianti, righe, pois e quadretti, con cappelli, papillon, giacche e gilet. Attivo fino all’ultimo, Philippe Daverio, stroncato da un tumore quasi alla soglia del 71esimo compleanno (si è spento la notte scorsa all’Istituto dei Tumori di Milano), aveva tenuto riservata la malattia che lo attanagliava da tempo. 

Nato il 17 ottobre 1949 a Mulhouse, nella regione francese dell’Alsazia, da padre italiano e madre alsaziana, dopo il liceo scientifico francese, Daverio arrivò in Italia per gli studi universitari, frequentando il corso di laurea in economia e commercio presso l’Università Bocconi di Milano, città dove hanno avuto inizio le sue molteplici attività legate all’arte. 

Iniziò la carriera come mercante d’arte. Quattro le gallerie d’arte moderna da lui inaugurate, due Milano e due a New York: a prima, la “Galleria Philippe Daverio”, nel 1975 a Milano in via Montenapoleone n. 6, dedicata all’arte italiana del XX secolo, presso la quale nel 1984 viene anche aperta una libreria d’arte, a cui segue nel 1986 la “Philippe Daverio Gallery” a New York, anch’essa specializzata nell’arte del XX secolo, e nel 1989 una seconda galleria a Milano in Corso Italia n. 49, con uno spazio dedicato all’arte contemporanea.  

Specializzato in arte italiana del XX secolo, ha dedicato i suoi studi al rilancio internazionale del Novecento (futurismo, metafisica, scuola romana). Assessore al Comune di Milano dal 1993 al 1997 nella giunta del sindaco leghista Marco Formentini, con le deleghe alla Cultura, al Tempo Libero, all’Educazione e Relazioni Internazionali, si è occupato in particolare della ricostruzione del Padiglione d’Arte Contemporanea distrutto a seguito dell’esplosione della bomba mafiosa del 27 luglio 1993 partendo dalla ricerca degli sponsor, al coordinamento degli interventi sia tecnici sia amministrativi.  

Nel 1994 con provvedimento della Giunta comunale Daverio si è occupato della ristrutturazione di tutto l’edificio costituente il Palazzo Reale ed il suo adattamento a Museo d’arte contemporanea; nel gennaio 1995 è stata riaperta al pubblico la Sala delle Cariatidi in occasione della mostra di Richard Avedon, da lui curata, e sono poi state realizzate importanti e numerose mostre, con un riposizionamento completo del sistema museale nell’insieme del patrimonio civico.  

Si è anche occupato del restauro del Teatro alla Scala, ed è stato fra i promotori delle fondazioni (Fondazione Teatro alla Scala, Fondazione Pierlombardo, Fondazione dei Pomeriggi Musicali) intese, nelle sue parole, “quali strumento di autonomia e di osmosi tra pubblico e privato nelle istituzioni culturali”. Ha inoltre promosso e seguito alcuni lavori pubblici significativi, tra cui il completamento del Piccolo Teatro e del Teatro dell’Arte in Triennale.  

Nel 1995 ha realizzato una grande rassegna intitolata “Festival dei Teatri d’Europa” in collaborazione con Giorgio Strehler, insieme di spettacoli in collaborazione con i principali teatri europei. Dal 1993 al 1997 ha organizzato i “Grandi Eventi” per Milano (a Natale per la prima volta venne realizzata una pista di pattinaggio su ghiaccio in piazza Duomo; per la Festa di San Valentino l’apertura al pubblico di Palazzo Marino; in estate ‘Milano a cielo aperto’ e ‘Musiche nei cortili’). Nel 1996, nell’ambito di un più vasto quadro di interventi del Comune di Milano volto alla riqualificazione di spazi irrisolti nel centro storico della città, ha partecipato al nuovo progetto di piazza San Babila con la fontana di Luigi Caccia Dominioni.  

Philippe Daverio si è sempre definito uno storico dell’arte, e così lo ha scoperto il pubblico televisivo di Raitre: nel 1999 in qualità di “inviato speciale” della trasmissione “Art’è”, nel 2000 come autore e conduttore della trasmissione “Art.tù”, poi dal 2002 al 2012 autore e conduttore di “Passepartout”, programma d’arte e cultura divenuto “Il Capitale”, e del programma del 2011 “Emporio Daverio” per Rai 5, una proposta di invito al viaggio attraverso l’Italia, “un’introduzione al museo diffuso e uno stimolo a risvegliare le coscienze sulla necessità d’un vasto piano di salvaguardia”.  

Come gallerista ed editore – nel 1981 fonda la casa editrice Edizioni Philippe Daverio: il primo libro pubblicato è del 1977, “Guido Balsamo Stella, opera grafica e vetraria”, e nel 1984 una libreria annessa alla galleria di via Montenapoleone a Milano – ha pubblicato una cinquantina di titoli, alcuni dei quali pubblicati in accordo editoriale con Leonardo Mondadori dal 1981 (Catalogo ragionato dell’opera di Giorgio de Chirico fra il 1924 e il 1929; Catalogo generale e ragionato dell’opera di Gino Severini).  

Diverse sono le sue pubblicazioni scientifiche, e numerose quelle divulgative; consulente per la casa editrice Skira, dal 2008 ha diretto per la casa editrice Giunti di Firenze la rivista “Art e Dossier” ed è stato commentatore, tra le altre testate, per “Corriere della Sera”, “Il Sole 24Ore”, “Avvenire”, “Giornale dell’Arte”, “National Geographic”, “Touring Club”, “Vogue”, “Panorama”, “Liberal”, “Gente”, “L’Architetto” e “QN Quotidiano Nazionale”.  

Tra le ultime pubblicazioni, nel 2011 è uscito il volume “Il Museo Immaginato”, edito da Rizzoli, e nel 2012 il volume “Il Secolo lungo della Modernità”, per la stessa casa editrice, con cui nel 2013 ha pubblicato “Guardar lontano veder vicino. Esercizi di curiosità e storia dell’arte”, seguito a fine 2014 da “Il secolo spezzato delle avanguardie”. Nel 2015 sono usciti i volumi “La buona strada”, “L’arte in tavola” e “Il gioco della pittura”, sempre editi da Rizzoli. Tra i suoi libri più recenti “Ho finalmente capito l’Italia. Piccolo trattato ad uso degli stranieri (e degli italiani)” (Rizzoli, 2017); “Grand Tour d’Italia a piccoli passi. Oltre 80 luoghi e itinerari da scoprire” (Rizzoli, 2018); “Quattro conversazioni sull’Europa” (Rizzoli, 2019); “La mia Europa a piccoli passi, Collana illustrati” (Rizzoli, 2019). I suo ultimo libro, “Racconto dell’arte occidentale dai greci alla pop art”, è uscito a luglio da Solferino Editore.  

Daverio si è occupato anche di strategia ed organizzazione nei sistemi culturali pubblici e privati e ha svolto attività di docente presso atenei ed istituti di diverse città: è stato incaricato di un corso di storia dell’arte presso lo Iulm di Milano, laurea in Comunicazione e gestione dei mercati dell’arte e della cultura; ha svolto diversi corsi di storia del design presso il Politecnico di Milano, e dal 2006 era professore ordinario di disegno industriale presso l’Università degli Studi di Palermo.  

Nel 2013 ha ricevuto dal presidente della Repubblica italiana il Cavalierato delle Arti e delle Lettere e la Medaglia d’Oro di benemerenza del ministro per i Beni Culturali; sempre nel 2013 è stato insignito dal presidente della Repubblica Francese della Légion d’Honneur; dal settembre 2014 era direttore artistico del Grande Museo del Duomo di Milano, e dal 2015 membro del comitato scientifico della Pinacoteca di Brera e Biblioteca nazionale Braidense.  

di Paolo Martini 

Venezia rende omaggio agli 80 anni di Fabrizio Plessi con ‘L’età dell’oro’  

“Quest’anno io compio 80 anni, e la città di Venezia voleva farmi un grande omaggio. E così, a vent’anni dalla mia grande installazione ‘Water Fires’, mi hanno dato eccezionalmente, dato che non la danno a nessuno, tutta Piazza San Marco per un’installazione dove il pubblico resterà a bocca aperta di fronte a delle enormi cascate d’oro virtuali, a led luminosi, e potrà ammirare più di 50 metri di oro liquido”. Così l’artista emiliano ma veneziano d’adozione, Fabrizio Plessi, che descrive all’Adnkronos il grande evento in programma per martedì prossimo, primo settembre, quando Piazza Venezia accenderà le sue luci per inaugurare ‘L’età dell’oro’, la sua grande installazione con la quale Plessi e Venezia dialogano rendendosi omaggio reciprocamente. 

 

 

“Questa opera – spiega Plessi- rende omaggio alla liquidità di questa città, al mosaico che si scioglie, ai mosaici veneziani della basilica, è un omaggio alla fluidità di Venezia”. Durante la preparazione dell’installazione è arrivato il lockdown, e Plessi, ideatore e realizzatore di una memorabile installazione per i 50 anni di Adnkronos, racconta: “Sono stato per tre mesi in casa. Tre mesi di grande creatività per me, nei quali ho pensato di modificare queste cascate in modo da suggerire che questo periodo buio della nostra vita non venisse ignorato e sprecato, e che ci fosse una chiave spirituale. E così ho trovato la chiave tra le zampe del tipico Leone d’Oro di Venezia”.  

In che modo? Ecco come lo spiega l’artista: “Ho preso le prime parole che sono scritte nel brano del Vangelo tra le zampe del Leone, ‘pax e tibi’, e le ho fatte apparire ogni venti minuti in mezzo alle cascate d’oro come un’apparizione di luce”. Perché Plessi e Venezia sono legati da un filo inscindibile: “La fluidità, la mobilità di questa città ha influito enormemente sul mio pensiero – rivela- Venezia rappresenta la grammatica della mia arte, del mio linguaggio. Le gigantesche cascate (alte 4,50 mt per ogni finestra, ndr) cascate dell’oro illumineranno la notte tutta la Piazza e diventano dunque un dialogo spirituale con la Basilica, un dialogo di cui credo tutti noi abbiamo bisogno”.  

L’installazione resterà visibile agli spettatori fino al 15 novembre, e sarà seguita da una grande mostra, ad ottobre, a Ca’ Pesaro, che avrà lo stesso titolo dell’installazione, ‘L’età dell’oro’. Le musiche che accompagnano le installazioni dell’artista sono dell’amico Michael Nyman, che ne ha concesso i diritti, e lo sponsor è Dior che ha deciso di affiancare Plessi in questa avventura. 

Scrittori: all’asta dattiloscritto ‘Colazione da Tiffany’ con i tormenti di Truman Capote  

Va all’asta il dattiloscritto del romanzo “Colazione da Tiffany” di Truman Capote (1924-1984), reso leggendario dal film del 1961 diretto da Blake Edwards e interpretato da Audrey Hepburn. Si tratta di un centinaio di pagine ingiallite battute a macchina, tra il giugno e l’agosto 1958, arricchite da una miriade di note a margine scritte dalla mano dello scrittore: spicca la modifica del nome dell’elegante e sognatrice protagonista, che in un primo momento dove chiamarsi Connie Gustafson, poi diventato l’ormai iconico Holly Golightly. 

Il dattiloscritto inedito sarà messo in vendita martedì prossimo, 28 luglio, da Sotheby’s a Londra con una stima che oscilla tra 120.000 e 180.000 sterline. Nessuna informazione è stata fornita dalla casa d’aste inglese a proposito della provenienza del lotto, anche se è presumibile che si tratti dello stesso documento che un miliardario russo acquistò nel 2013 per 306.000 dollari, dopo che era stato offerto in un’asta a New York con un prezzo base di 10.000 dollari.  

Il dattiloscritto originale di “Breakfast at Tiffany’s” evidenzia il meticoloso processo di scrittura di Truman Capote e rileva in particolare che lo scrittore esitò a lungo prima di chiamare la sua eroina Holly Golightly. I fogli dattiloscritti sono ricchi di annotazioni, scarabocchi e cancellature, dando così un’idea dell’ossessione per i dettagli che è stata sia una maledizione che la chiave del successo di Capote. Il dattiloscritto mostra anche come Capote abbia rimosso parte del contenuto a sfondo sessuale dalla storia prima della pubblicazione. Alcuni passaggi furono interamente cancellati, come, ad esempio, la conversazione tra Holly e la sua compagna di stanza Mag Wildwood, in cui l’amica le rivelava una fantasia ‘militare’ durante un rapporto sessuale.  

Gli sforzi di Capote per rendere il romanzo meno scioccante si dimostreranno momentaneamente insufficienti. L’autore presentò il suo manoscritto completo a “Harper’s Bazaar”, che lo aveva acquistato a scatola chiusa per 2mila dollari, per il numero di luglio del 1958, ma la rivista annullò la pubblicazione all’ultimo minuto, ritenendo il contenuto del romanzo troppo problematico. Così Capote si rimise febbrilmente all’opera per correggere e cambiare come testimonia il dattiloscritto finale che andrà all’asta all’inizio della prossima settimana. “Colazione da Tiffany” sarà, infine, finalmente pubblicato sulla rivista “Esquire” nel novembre 1958 e subito dopo in volume. 

Alle ultime battute della sua tormentata revisione, Capote decise di sbarazzarsi di Connie Gustafson, un nome senza dubbio credibile per una giovane donna del Texas ma che avrebbe potuto avere un impatto minore rispetto a quello definitivo di Holly Golightly.  

Archeologia: esperti al lavoro per svelare origini misterioso ponte sul fiume Noce  

di Veronica MarinoQuando si vede ma non si guarda accade che la bellezza, la solennità, l’ingegno ‘nascosti’ in un antico ponte vengano dati per scontati. Ed è così che qualcuno finisce per costruire un altro ponte su quell’incanto che viene abbandonato, fino a diventare un’isola ecologica per la raccolta differenziata dei rifiuti, come è successo al Ponte Nord che guarda scorrere il fiume Noce, in Basilicata, a ridosso di Matera, esattamente a Rivello, un borgo medievale di 2.700 abitanti. Ma c’è chi riesce ancora ad accorgersi e a disvelare un ponte che sembra avere gli occhi, forse risalente all’epoca romana. 

E’ stato un fotografo, Marcello Leotta, per lavoro e per animo, sensibile alla ricchezza della storia dei luoghi, insieme ai suoi amici di Rivello, a rendersi conto che nelle Gole del Noce c’era una struttura architettonica e storica di rilievo dalle origini misteriose, dato che non rientra nei canoni abituali dell’ingegneristica e dell’architettura di epoca romana o medievale: quattro archi di scarico, un singolarissimo tunnel interno, forse finalizzato alla manutenzione o all’alleggerimento del ponte stesso. Un ponte che unito, idealmente, agli altri otto ponti sul fiume Noce, piccoli e grandi, consegna già di primo acchito una interessante informazione: quel territorio è stato un punto nevralgico di comunicazione. Passava di lì anche l’antica strada romana costruita nel II sec. a.c., che conduceva da Reggio Calabria a Capua, dove intersecava l’Appia, e il cui tratto lucano ancora nessuno ha indagato a fondo dal punto di vista scientifico, la Annia Popilia.  

Ma sul valore storico-architettonico del ‘ponte del Nord per ora non vi sono certezze. Solo ipotesi che, però, fra una settimana diventeranno oggetto di uno scrupoloso studio scientifico grazie al sostegno del nuovo sindaco di Rivello, Franco Altieri. Il 25 luglio, infatti, nonostante il ‘fermo’ dovuto al lockdown e alle attuali misure di sicurezza, nel Chiostro del Complesso di Sant’Antonio, a Rivello, ci sarà il battesimo della prima fase di analisi del contesto dei ponti antichi del bacino del fiume Noce e del sistema viario antico, anche a fronte dell’esistenza della strada Annia Popilia, proprio in quell’area. Un primo sogno realizzato, per chi ha voluto guardare, sollecitando un intero paese a farlo e potendo contare sull’aiuto del sindaco-avvocato, fresco di mandato, Franco Altieri. 

Ma l’uomo dei ponti, come il fotografo è stato definito in Paese, insieme al primo cittadino e ai suoi amici di Rivello, osa sognare molto di più, proprio come suggeriva Proust, andando ben oltre l’indagine storica del ponte. C’è, infatti, un sogno più grande che sta cominciando a muovere i primi passi nella mente di tutte le persone coinvolte: la nascita di un ‘Parco Ambientale Archeologico delle Gole del fiume Noce’, che possa divenire uno strumento di attrazione turistica consapevole, di sviluppo economico sostenibile ed in armonia con l’ambiente integro della Valle del Noce, ma soprattutto un possibile stimolatore di idee e di rinnovamento delle consuetudini culturali e sociali del territorio.  

Se il ponte ‘scoperto’ da Marcello Leotta e i suoi amici di Rivello è una nuova ‘perla’ storico-artistica della Basilicata saranno a questo punto gli esperti del Comitato Scientifico a dirlo: Stefano Del Lungo e Maurizio Lazzari, del Cnr- Ispc di Potenza, archeologi e geologi esperti, tra l’altro, di viabilità antica; Paola Bottini, archeologa già funzionaria della Sovrintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio della Basilicata; Lorenzo Appolonia, dirigente della Soprintendenza della Valle d’Aosta e direttore dei Laboratori Scientifici della Venaria Reale; l’ingegnere Flavio Russo, esperto di infrastrutture e macchine di epoca antica, autore di libri e saggi, ex consulente del Mibac ed infine Francesco Tarlano, archeologo e attuale funzionario della Sovrintendenza Archeologica delle Belle Arti e del Paesaggio della Basilicata, a cui spetterà il compito di traghettare una “condizione emozionale su dei beni tornati alla luce – dice Leotta – verso un contesto scientifico, giuridico ed amministrativo, che consenta di sviluppare progetti operativi e finanziabili”. 

Accademia Belle Arti Frosinone, Virtual Open Day il 16 luglio 

Giovedì 16 luglio l’Accademia di Belle Arti di Frosinone organizza un Open Day digitale per tutti gli studenti dell’ultimo anno di scuola superiore che vogliono conoscere da vicino i corsi e le attività che vi si svolgono. 

Le ristrettezze legate all’emergenza Covid-19 non consentono un appuntamento tradizionale, come quello che negli ultimi anni ha fatto visitare le sedi di Palazzo Tiravanti e di Largo Sant’Antonio da migliaia di ragazzi, ma i docenti e il personale tecnico e amministrativo operano da tempo affinché tutti, collegandosi al sito dell’Accademia (www.accademiabellearti.fr.it), abbiano la possibilità di osservare, seppure attraverso uno schermo, il lavoro svolto dagli studenti iscritti ai diversi corsi presenti in Accademia. Basterà dunque collegarsi alla pagina web del sito per ottenere e visualizzare tutte le indicazioni necessarie. 

Un Open Day fortemente voluto dal presidente Ennio De Vellis e dalla direttrice Loredana Rea, che nonostante le difficoltà hanno lavorato fianco a fianco affinché un appuntamento così importante, dedicato a facilitare le scelte future degli studenti delle classi quinte non andasse perduto. L’Accademia di Belle Arti di Frosinone è un istituto di Alta Formazione Artistico Musicale (Afam) appartenente al Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, che rilascia diplomi accademici di 1° e 2° livello equivalenti alle lauree universitarie. 

Un’Accademia, negli ultimi anni, rinnovata in tanti aspetti e che mira a valorizzare le qualità di ogni singolo studente. Didattica sempre in primo piano e attenzione autentica verso gli studenti sono punti essenziali intorno a cui si articola la proposta formativa dell’Accademia, focalizzata su ragazzi aperti e curiosi, pronti a mettersi in gioco con il loro entusiasmo per sfruttare al massimo un percorso di studi che stimola ed enfatizza il talento che ciascuno possiede. Nella vocazione didattica che contraddistingue l’Accademia, nessuno è lasciato indietro e tutti sono messi nelle migliori condizioni per terminare gli anni di studio con regolarità, con la consapevolezza di aver intrapreso un percorso che ha valorizzato le proprie qualità. 

Diversi i corsi in programma. Tra Arte sacra contemporanea, Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico, Decorazione, Fashion Design, Grafica d’arte, Grafica d’arte per l’illustrazione, Graphic design, Media art, Pittura, Pittura – Arte pubblica, Scenografia e Scultura. 

Diversi anche i laboratori ed i workshop che abitualmente si tengono in Accademia. Corsi e seminari che hanno conferito all’Accademia di Frosinone una dimensione internazionale, ospitando studenti provenienti da ogni parte del mondo, oltre che d’Italia, un luogo aperto di incontri, confronti, scambi. Degli oltre settecento iscritti infatti, circa trecento sono stranieri, la maggior parte dei quali provenienti dalla Cina. Ragazzi cinesi ma anche europei, iraniani e turchi. Una ricchezza inestimabile per la nostra istituzione culturale, per i ragazzi che la frequentano e per l’intera città di Frosinone e la sua provincia. 

Nei prossimi giorni si apriranno ufficialmente le iscrizioni al prossimo anno accademico che, come già stabilito, avrà una didattica mista, con lezioni che potranno tenersi online e nei laboratori in sede. Attualmente, si sta studiando il modo per agevolare la frequenza on line di tutti quegli studenti che ancora non possono rientrare in Italia, una distanza che non inficerà la loro preparazione e il loro percorso formativo, grazie alle piattaforme digitali predisposte dall’Accademia. Per dare l’avvio ufficiale alle iscrizioni si è in attesa di conoscere quali saranno le agevolazioni fiscali previste dal Ministero per gli studenti. 

Il programma dell’Open Day del 16 luglio è così suddiviso: ore 10 l’Accademia, ore 10 Scultura, ore 10.30 Pittura, ore 11 Decorazione, ore 11.30 Arte sacra contemporanea, ore 12 Grafica d’arte, ore 12.30 Scenografia, ore 14.30 Media art, ore 15 Graphic design, ore 15.30 Fashion design, ore 16 Comunicazione e valorizzazione del patrimonio artistico. È possibile inviare domande in diretta con un messaggio WhatsApp al numero di telefono +39 371 411 41 01. Per ulteriori informazioni è possibile scrivere agli appositi indirizzi mail dell’Accademia (info@accademiabellearti.fr.it e didattica@accademiabellearti.fr.it). 

J.K. Rowling rompe il silenzio e torna sulle accuse di transfobia  

Sembra non avere fine la polemica sulle affermazioni di J. K. Rowling giudicate “transfobiche”. L’autrice della saga di Harry Potter è tornata sull’argomento dopo che due dei più grandi siti di fan del maghetto hanno preso le distanze dai suoi commenti defininendoli “dannosi e fuorvianti”. I due siti (The Leaky Cauldron e MuggleNet), che insieme totalizzano circa un milione di utenti, hanno anche annunciato di non voler più pubblicare link al sito web della Rowling e nemmeno sue foto, sottolineando che avrebbero scritto di lei solo per il suo ruolo di creatrice del mondo di Harry Potter. 

Rowling non aveva commentato la presa di posizione fino ad oggi, quando ha rotto il silenzio dopo che il fondatore di MuggleNet, Emerson Spartz, le ha espresso sostegno pubblicamente. “Dopo ore di bruciore allo stomaco e ritmo frenetico, ho deciso che, come fondatore di MuggleNet, devo dire qualcosa”, ha scritto Spartz. “Non posso credere di doverlo dire ma JK Rowling non è transfobica”. 

Rowling ha ritwittato Spartz e ha scritto: “Grazie, Emerson, per essere quello che ho sempre pensato che fossi”, aggiungendo l’emoji di un fulmine, simbolo della cicatrice di Harry Potter. Poco dopo, la scrittrice è tornata a polemizzare rispondendo a delle offese che le arrivavano su Twitter. A un utente che la accomunava a quelle donne che “si risentono con le proprie ovaie perché regalano emozioni e sentimenti”, ha risposto ironica: “Certo. Senza le mie ovaie non avrei sentimenti o emozioni. Mio marito è fondamentalmente un robot di carne incapace di provare dolore o piacere, mentre io, con le mie ovaie, sono un vortice frenetico di emozioni vertiginose”. Ma quando un altro utente le ha scritto che stava di nuovo discriminando le donne trans perché loro non hanno le ovaie, è sbottata: “Allora chi ha scritto il primo tweet può parlare delle mie ovaie ma a me non è permesso di parlare delle mie ovaie perché tu non hai le ovaie? Mi pare giusto”, ha concluso.  

Premio Strega, vince per la seconda volta Sandro Veronesi 

E’ Sandro Veronesi il vincitore del Premio Strega 2020, giunto alla LXXIV edizione. Lo scrittore ha conquistato 200 voti dei 605 votanti con il romanzo ‘Il colibrì’ (La Nave di Teseo). La proclamazione è stata annunciata dal presidente della giuria, Antonio Scurati, vincitore dell’edizione 2019 con ‘M. Il figlio del secolo’ (Bompiani), al termine dello scrutinio che si è tenuto questa sera al Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia a Roma. “Mi auguro che l’anno prossimo, per la serata finale, Villa Giulia torni ad animarsi di quella folle vociante, sudante ed anche eccitata ed esaltata che è poi la cifra del Premio Strega” ha detto il presidente della giuria, facendo riferimento alle misure restrittive a cause dell’emergenza sanitaria da coronavirus che hanno permesso solo a un centinaio di ospiti di essere presenti rispetto al migliaio di partecipanti delle passate edizioni.  

Per Veronesi, che era dato come superfavorito, è il secondo trionfo allo Strega: aveva già vinto 14 anni fa, nel 2006, con ‘Caos calmo’ (Bompiani). Prima di Veronesi solo un altro scrittore è stato incoronato vincitore due volte: Paolo Volponi nel 1965, con ‘La macchina mondiale’, e nel 1991, con ‘La strada per Roma’. Anche un altro scrittore, Carlo Cassola, già vincitore con ‘La ragazza di Bube’ nel 1960, aveva tentato di bissare lo Strega ma non ci riuscì: avvenne nel 1971 con ‘Paura e tristezza’, ma il vincitore, in quell’occasione, fu Raffaello Brignetti con ‘La spiaggia d’oro’. 

“Tenere la posizione significa non arrendersi, il colibrì infatti è il simbolo dei guerrieri, di tutti coloro che non mollano mai”, ha detto Sandro Veronesi parlando del suo romanzo durante la cerimonia con i sei finalisti, che è stata trasmessa in diretta su Raitre con la conduzione di Giorgio Zanchini. E come di consueto, il vincitore ha brindato bevendo alla bottiglia del Liquore Strega, storico sponsor del Premio. 

Ha conquistato il secondo posto della sestina Gianrico Carofiglio con ‘La misura del tempo’ (Einaudi) con 132 voti; al terzo Valeria Parrella con ‘Almarina’ (Einaudi), con 86 voti; al quarto Gian Arturo Ferrari con ‘Ragazzo italiano’ (Feltrinelli), con 70 voti; al quinto Daniele Mencarelli con ‘Tutto chiede salvezza’ (Mondadori), con 67 voti; al sesto Jonathan Bazzi con ‘Febbre’ (Fandango Libri), con 50 voti. Su 660 aventi diritto, hanno espresso preferenze in 605 votanti. Dopo 21 anni, in finale allo Strega è arrivata una sestina invece della tradizionale cinquina per effetto della tutela dei piccoli editori contenuta nel regolamento. Non è la prima volta che giunge in finale una sestina: era accaduto per un ex aequo al quinto posto della prima votazione nel 1953, 1960, 1961, 1963, 1979, 1986 e 1999.  

Rispettando le attuali prescrizioni governative in materia di distanziamento fisico, la serata finale non si è potuta svolgere alla presenza del pubblico consueto, composto dall’ampia giuria del premio e dagli altrettanto numerosi appassionati che ogni anno intervengono a Villa Giulia. Questo ha consentito di svolgere lo scrutinio dei voti di nuovo sulla balconata del Ninfeo, come nelle dieci edizioni svolte a partire dal 1953, il primo anno in cui lo Strega è stato assegnato nella cornice del Museo Etrusco. Le interviste televisive agli autori hanno avuto luogo sotto la cosiddetta Loggia dell’Ammannati. La giuria è composta da 400 Amici della domenica, 200 votanti all’estero selezionati da 20 Istituti italiani di cultura, 40 lettori forti selezionati da 20 librerie indipendenti e 20 voti collettivi di biblioteche, università e circoli di lettura (15 i circoli coordinati dalle Biblioteche di Roma), per un totale di 660 aventi diritto. Fra i nuovi Amici della domenica entrati quest’anno nella giuria del premio, gli scrittori Benedetta Cibrario e Alberto Rollo, finalisti rispettivamente nelle edizioni 2019 e 2017, lo storico e presidente della casa editrice Einaudi Walter Barberis, l’italianista Marco Bazzocchi,il direttore di Rai Uno Stefano Coletta, l’amministratore delegato di Marsilio Editori Luca De Michelis, il giornalista e portavoce del Ministro dei beni e delle attività culturali e del turismo Gianluca Lioni, la presidente della Fondazione MAXXI Giovanna Melandri, la presidente della Roma Lazio Film Commission Cristina Priarone, la giornalista e conduttrice radiofonica Alessandra Tedesco, lo storico dell’arte Vincenzo Trione. 

“La serata finale di questa edizione dello Strega, ma innanzi tutto il lavoro svolto in questi mesi dagli autori – e non mi riferisco solo ai finalisti, ma a tutti i partecipanti allo Strega di quest’anno, che generosamente si sono resi disponibili a tanti incontri online con i votanti e con gli studenti e che stasera desidero ringraziare – hanno dimostrato quanto in questo momento siano importanti gli spunti di riflessione e le emozioni offerte dei libri, per afferrare il significato profondo del passaggio che stiamo attraversando e per recuperare i valori da cui ripartire e su cui costruire una comunità più coesa”, ha dichiarato Giovanni Solimine, presidente della Fondazione Maria e Goffredo Bellonci, che promuove il premio. “Siamo molto orgogliosi dell’edizione di quest’anno del Premio Strega – sottolinea a questo proposito Giuseppe D’Avino, presidente di Strega Alberti, storico sponsor fin dalla fondazione – Solo fino a qualche settimana fa non speravamo di poter allestire la finale al Museo Etrusco di Villa Giulia, e invece, anche se in forma ridotta e con tutte le precauzioni del caso, siamo riusciti a farlo. In qualche modo la situazione ricorda le primissime edizioni del premio: oggi come allora, dopo un periodo difficilissimo, un segnale di riscatto che viene dalla cultura e dalle imprese”. “La nostra partnership con il Premio Strega va avanti ormai da diversi anni. Siamo oggi più che mai convinti del nostro sostegno, in particolare a una serie di iniziative per i giovani, ne è un esempio il Premio speciale Bper Banca ai finalisti dello Strega, a ciascuno dei quali va, per il terzo anno consecutivo, una scultura realizzata da un giovane artista vincitore di un concorso fra tutte le Accademie statali di Belle Arti italiane – ha dichiarato Stefano Rossetti, vice direttore generale vicario di Bper Banca – Ci hanno chiamato ‘La banca che sa leggere’, con riferimento in particolare alle numerose iniziative avviate e sostenute da Bper Banca in ambito culturale in molte parti d’Italia, a partire dal ciclo ormai decennale di ‘Incontri con l’autore’, che negli ultimi mesi si sono tradotti in una nuova modalità social, indotta dalla esigenza di distanziamento sociale, ma subito apprezzata da un vasto pubblico – spiega Rossetti – Tra l’altro, proprio grazie alla Fondazione Bellonci e al suo direttore Stefano Petrocchi, che li ha condotti, abbiamo realizzato sulla nostra piattaforma, nelle scorse settimane, quattro appuntamenti domenicali in streaming con tutti i dodici autori selezionati per lo Strega 2020”. 

Nel corso della serata Stefano Rossetti, vicedirettore generale vicario di Bper Banca, ha consegnato agli autori finalisti un riconoscimento speciale. Si tratta della scultura della giovane artista dell’Accademia di Belle Arti di Roma Sofia Felice, ispirata alla caratteristica ‘S’ del logo Strega, replicata per l’occasione in sei esemplari. L’opera è stata realizzata e selezionata grazie a un concorso di idee indetto dall’istituto di credito rivolto alle venti Accademie statali italiane di Belle Arti per la realizzazione di una scultura ispirata al mestiere di scrivere e all’importanza della promozione della lettura. Il vincitore Sandro Veronesi farà ora tappa in diverse località italiane particolarmente attive sul territorio nella promozione della lettura e che collaborano da anni con il Premio. Sarà ospite a: Il libro possibile, Polignano (9 luglio), Festival Armonia del Salento, Alessano (dal 10 al 12 luglio, un weekend dedicato ai dodici candidati del Premio); Come il vento nel mare, Cori (13 luglio); Festival Letteratura, Salerno (18 luglio); Una montagna di libri, Cortina d’Ampezzo (6/7 agosto), BeneventoCittà Spettacolo, dal 24 al 30 agosto, che martedì 25 ospiterà anche il vincitore del Premio Strega Giovani Daniele Mencarelli; La città dei lettori, Firenze (28 agosto, una giornata dedicata al Premio Strega, Premio Strega Giovani e Premio Strega Ragazze e Ragazzi); UlisseFest, Rimini(29 agosto). L’immagine che accompagna la LXXIV edizione del Premio Strega quest’anno è stata realizzata da Emiliano Ponzi, tra i più importanti disegnatori contemporanei, che ha immaginato, pur in continuità con l’urna disegnata da Mino Maccari nel 1947, una nuova Strega e un diverso rapporto di equilibrio con la Musa. L’illustrazione s’inserisce nel solco di un progetto inaugurato in occasione della settantesima edizione da Manuele Fior e proseguito da Franco Matticchio, Riccardo Guasco e Alessandro Baronciani. 

Durante la cerimonia finale dello Strega è stato ricordato anche Andrea Camilleri, “un grande maestro della letteratura”. Nella diretta televisiva su Raitre, Giorgio Zanchini ha presentato un breve omaggio dedicato al padre del commissario Montalbano, a quasi un anno dalla sua scomparsa (17 luglio del 2019). Nel filmato Camilleri pronuncia questa frase: “Mi è venuta una curiosità immensa: intuire cosa sia l’eternità, quell’eternità che ormai sento così vicina a me”. 

IL LIBRO – Il colibrì è tra gli uccelli più piccoli al mondo; ha la capacità di rimanere quasi immobile, a mezz’aria, grazie a un frenetico e rapidissimo battito alare (dai 12 agli 80 battiti al secondo). La sua apparente immobilità è frutto piuttosto di un lavoro vorticoso, che gli consente anche, oltre alla stasi assoluta, prodezze di volo inimmaginabili per altri uccelli come volare all’indietro… Marco Carrera, il protagonista, è il colibrì. La sua è una vita di perdite e di dolore; il suo passato sembra trascinarlo sempre più a fondo come un mulinello d’acqua. Eppure Marco Carrera non precipita: il suo è un movimento frenetico per rimanere saldo, fermo e, anzi, risalire, capace di straordinarie acrobazie esistenziali. Marco Carrera è – come il Pietro Paladini di ‘Caos Calmo’ – un personaggio talmente vivo e palpitante che è destinato a diventare compagno di viaggio nella vita del lettore. E, intorno a Marco Carrera, Veronesi costruisce un mondo intero, una galleria di personaggi indimenticabili, un’architettura romanzesca perfetta come i meccanismi di un orologio, che si muove tra i primi anni ’70 e il nostro futuro prossimo – nel quale, proprio grazie allo sforzo del colibrì, splenderà l’Uomo Nuovo. 

LA DEDICA – “Dedico questo premio alla mia famiglia, ai miei figli, a mia moglie, ai miei fratelli, ai miei amici, che mi hanno sostenuto e che hanno votato il libro, al mio editore, Elisabetta Sgarbi, e anche a Umberto Eco, che è stato generoso, fondando la casa editrice La Nave di Teseo” ha detto Sandro Veronesi. Su Twitter il regista Giovanni Veronesi, con ironia tutta toscana, ha così commentato la vittoria: “Immi’ fratello ha vinto du vorteeeeeeeeeeeee”. 

 

Il 16 luglio arriva ‘Riccardino’, l’ultimo Montalbano  

Prende il via, per la casa editrice Sellerio, il percorso di avvicinamento al primo anniversario dalla scomparsa di Andrea Camilleri, avvenuta il 17 luglio del 2019. Un percorso che culminerà un giorno prima con la pubblicazione del romanzo ‘Riccardino’, che contiene l’episodio finale della saga di Montalbano, in libreria dal 16 luglio. La casa editrice palermitana presenta ora le copertine delle diverse stesure del romanzo e, sui propri canali, da oggi ripercorrerà “le sue opere attraverso le pagine più belle ed evocative, grazie anche alla collaborazione di alcuni librai”. 

La storia di ‘Riccardino’ prende corpo nel 2005 quando Camilleri ha appena pubblicato ‘La luna di carta’. Sta lavorando alla successiva avventura della serie, ma in estate consegna a Elvira Sellerio un altro romanzo con protagonista il commissario Montalbano. Si intitola, appunto, ‘Riccardino’. L’accordo prevede che la pubblicazione non abbia una scadenza certa, si sa solo che sarà l’ultimo romanzo della saga Montalbano. 

Anno 2016. Sono passati 11 anni durante i quali sono usciti 15 libri di Montalbano. Camilleri sente l’urgenza di riprendere quel romanzo, che è venuta l’ora di ‘sistemarlo’. Nulla cambia nella trama ma solo nella lingua che nel frattempo si è evoluta. Né muta il titolo che allora considerava provvisorio ma al quale ormai si è affezionato e che nel 2016 decide essere definitivo. Un titolo così diverso da quelli essenziali ed evocativi e pieni di significato ai quali siamo abituati, in cui risuonano echi letterari: ‘La forma dell’acqua’, ‘Il giro di boa’, ‘Il ladro di merendine’, ‘L’altro capo del filo’. Ma ‘Riccardino’ segna quasi una cesura, una fine, ed è giusto marcare la differenza sin dal titolo. 

Racconta Andrea Camilleri, in una vecchia intervista, che a un certo punto si era posto il problema della ‘serialità’ dei suoi romanzi, dilemma comune a molti scrittori di noir, che aveva risolto decidendo di fare invecchiare il suo commissario insieme al calendario, con tutti i mutamenti che ciò avrebbe comportato, del personaggio e dei tempi che man mano avrebbe vissuto. Ma poi, aggiunge, “mi sono pure posto un problema scaramantico”. I suoi due amici scrittori di gialli, Izzo e Manuel Vázquez Montálban, che volevano liberarsi dei loro personaggi, alla fine erano morti prima di loro. Allora “mi sono fatto venire un’altra idea trovando in un certo senso la soluzione”. Una soluzione che si trova, appunto, nelle pagine di ‘Riccardino’. 

Di questo libro verrà pubblicata anche un’edizione speciale in cui vengono presentate entrambe le versioni del romanzo, quella del 2005 e quella definitiva. Il lettore potrà così seguire i mutamenti della lingua individuale, unica, inventata da Andrea Camilleri e la sua evoluzione nel corso del tempo. Una sperimentazione alla quale lo scrittore teneva moltissimo e che viene resa così evidente dal confronto tra le due versioni. 

Addio a Milton Glaser, maestro del design con il logo ‘I love New York’ 

Addio all’artista e illustratore statunitense Milton Glaser, maestro e ‘principe’ dei graphic designer del secondo Novecento, che ha cambiato il vocabolario della cultura visiva degli anni ’60 e ’70 con manifesti, riviste, copertine di libri e dischi estroverse dai colori vivaci, celebre per il poster del 1967 di Bob Dylan con i capelli psichedelici e popolare per l’iconico logo ‘I love New York’ (1976). E’ morto ieri, nel giorno del suo 91esimo compleanno, a Manhattan. L’annuncio della scomparsa è stato dato dalla moglie Shirley al ‘New York Times’, precisando che il marito è deceduto in seguito a un ictus collegato a un’insufficienza renale. 

Hassan dal Pan alla Prometeo Gallery Ida Pisani con SOPRA/SOTTO  

777 sono i chilometri che separano via Ventura 6 a Milano e via dei Mille 60 a Napoli, rispettivamente Prometeo Gallery Ida Pisani e Pan – Palazzo delle arti di Napoli. 96 sono le ore che Omar Hassan impiegherà per attraversare l’talia andata e ritorno, disallestire la sua mostra personale di Napoli e allestire la nuova a Milano rimarcando, di fatto, la vena performativa che lo contraddistingue come pittore. Con queste premesse inaugura giovedì 2 luglio SOPRA/SOTTO, la mostra che convalida il rapporto tra l’artista di origini egiziane e la galleria. Fedele ai principi di Prometeo Gallery, l’artista di origini egiziane, non resta immobile di fronte a un panorama confuso per darsi tempo affinché torni a essere nuovamente nitido. Anzi, con il suo spirito combattente e la sua affine ricerca pittorica concretizza le idee di movimento e di azione locale, come se il tempo non avesse finalità, ma fosse incluso e compreso. 

Lavorando sulle distanze e sulle vicinanze, non solo come una pratica comune dello spazio e del tempo, ma come un vero e proprio modo di vedere, Omar Hassan dà la possibilità di calarsi in una posizione privilegiata, ovvero ‘in-tra-fra’ un tempo che trapela negli spazi interstiziali e apparentemente inessenziali entro cui si infiltra la vita. Quando indossa i guantoni da boxe (Breaking Through). Quando lascia traccia del tempo che impiega nelle sue produzioni (Timelines). Quando ripete come un gesto quotidiano punti a spray spingendo verso la sintesi di street art, razionalità e irrazionalità, con un riferimento diretto alla sua vita privata (Injection). Quando dipinge su riproduzioni della Nike di Samotracia o sui tappi delle bombolette spray (Caps). Omar Hassan riesce nell’ambiziosa volontà di dare forma tangibile a un tempo di difficile definizione, che per definizione non può essere rappresentato né compreso. 

Questo dando al corpo delle sue opere il carattere del risultato di un’addizione, ovvero la somma di azione e di idea, andando oltre la semplice descrizione di quel che accade per dare invece la possibilità di comprendere la portata estetica, la natura e la qualità dei processi del suo gesto. Così ci si può insediare nella totalità della superficie espositiva e insinuare negli intervalli che intercorrono tra l’una e l’altra opera, incoraggiati a rimettersi in discussione e a usare il proprio sguardo in modo diverso per abitare il tempo ‘in-tra-fra’.