Data ultima modifica: 12 Febbraio 2022

(Adnkronos) – “La marcata ripresa dell’economia è stata decisiva per interrompere l’aumento del rapporto tra debito pubblico e prodotto, che alla fine del 2021 potrebbe essere sceso su valori prossimi al 150%, da circa il 156%, un livello nettamente inferiore a quanto previsto all’inizio dello scorso anno e anche alle valutazioni ufficiali pubblicate in autunno”. Lo ha detto il governatore della Banca d’Italia, Ignazio Visco, nel suo intervento al congresso dell’Assiom Forex in corso a Parma. “In presenza di un saldo primario migliore delle attese ma comunque ampiamente in disavanzo, il calo del peso del debito rispetto al 2020 ha riflesso la forte differenza, negativa per oltre 5 punti percentuali, tra l’onere medio per interessi e la crescita nominale dell’economia”, ha continuato.  “Questo risultato, pur nell’eccezionalità delle circostanze che lo hanno determinato, con riferimento sia al recupero dei livelli di attività dopo la profonda recessione sia alle condizioni monetarie estremamente espansive, mostra con chiarezza l’importanza della crescita economica per il perseguimento di una graduale riduzione del peso del debito”, ha aggiunto Visco. Con il consolidarsi della ripresa dell’economia italiana “occorrerà perseguire un progressivo, continuo, riequilibrio strutturale dei conti pubblici, necessario anche per evitare di alimentare tensioni sul mercato dei titoli di Stato”, ha detto il governatore. La manovra di bilancio, ha sottolineato, “determina un aumento dell’indebitamento netto, rispetto al quadro a legislazione vigente, di circa l’1,3% del Pil in media all’anno nel triennio 2022-24. In una fase ancora caratterizzata da una elevata incertezza sugli sviluppi della pandemia, una manovra espansiva è stata ritenuta necessaria per contenere il rischio che una riduzione prematura dello stimolo di bilancio si potesse ripercuotere negativamente sul potenziale di crescita”.  Visco ha spiegato che “i rischi a cui ci espone la necessità di collocare annualmente titoli per circa 400 miliardi restano elevati. Negli anni più recenti sono stati attenuati dagli ingenti programmi di acquisto dell’Eurosistema volti a contrastare le spinte deflazionistiche e le ricadute economiche della crisi pandemica”. Nel prossimo decennio “il differenziale tra onere medio del debito e crescita del Pil avrà effetti via via meno favorevoli sull’incidenza del debito, per l’inevitabile normalizzazione del tasso di crescita dell’economia e dei tassi di interesse a breve e a lungo termine. L’invecchiamento della popolazione tenderà inoltre a esercitare pressioni al rialzo sulla spesa primaria corrente”.  Per controbilanciare queste tendenze, ha continuato il governatore di Bankitalia, “saranno necessari, da un lato, un aumento del potenziale di sviluppo e, dall’altro, un graduale e strutturale miglioramento del saldo primario. Entrambi potranno contribuire a ridurre stabilmente il differenziale di rendimento tra i titoli pubblici italiani e quelli degli altri principali paesi dell’area. Quanto maggiore sarà il ritmo di crescita dell’economia tanto minore sarà la correzione dei conti pubblici necessaria a favorire la progressiva riduzione del rapporto tra debito e prodotto”. INFLAZIONE – “Le pressioni sui prezzi finali di beni e servizi sarebbero più prolungate di quanto inizialmente stimato, ma dovrebbero riassorbirsi nel 2023”. Dalla seconda metà del 2021 “in molti paesi si è altresì osservato un significativo, per la maggior parte inatteso, rialzo dell’inflazione. Dal lato dell’offerta e dei costi vi hanno contribuito soprattutto i marcati rincari dell’energia da fonti fossili, le strozzature nelle catene produttive, l’incremento dei costi dei trasporti internazionali”. “Negli ultimi mesi l’aumento dei prezzi è risultato superiore a quanto previsto in dicembre e le tensioni sul fronte energetico non si sono ancora allentate. Anche se è probabile che la prevista riduzione dell’inflazione trovi conferma nei prossimi mesi, i rischi di un disancoraggio delle aspettative e di avvio di rincorse tra prezzi e salari, di cui pure al momento non vi è evidenza, vanno attentamente monitorati”.  “L’aumento dei costi delle materie prime energetiche determina a oggi una variazione negativa delle ragioni di scambio, e quindi una riduzione del potere di acquisto dei redditi nell’area dell’euro. Nella media del 2021 la perdita connessa al deterioramento delle ragioni di scambio è stata contenuta intorno all’1%. Essa è andata però salendo nel corso dell’anno, portandosi oltre il 2% nel quarto trimestre”. Visco ha spiegato che “si tratta sostanzialmente di una tassa, probabilmente in buona parte destinata a rientrare, i cui effetti più distorsivi possono essere oggetto di compensazione, ove possibile, a carico dei bilanci pubblici. L’incremento dei costi non deve però trasformarsi in una prolungata spirale inflazionistica.  

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