Data ultima modifica: 19 Giugno 2020

di Margherita Lopes Qual è la probabilità di sviluppare sintomi più o meno gravi in seguito all’infezione da Sars-CoV-2? A rispondere ora sono i ricercatori della Fondazione Bruno Kessler (Fbk) di Trento che, in collaborazione con istituzioni sanitarie lombarde e atenei milanesi e Usa, l’hanno calcolata tramite uno studio condotto su 4.326 persone in Lombardia. Dall’analisi, disponibile online nell’archivio arXiv, in attesa di pubblicazione su una rivista scientifica, è emerso che il 69,1% di tutti i soggetti con meno di 60 anni che hanno contratto l’infezione non ha sviluppato sintomi clinici, definiti in questa analisi come sintomi respiratori o febbre sopra i 37,5 gradi.  Il 6,9% degli infetti con più di 60 anni ha invece avuto sintomi critici, tali cioè da richiedere cure intensive o da poter causare il decesso. In generale, il rischio di avere sintomi cresce con l’età mentre è sostanzialmente uguale negli uomini e nelle donne. In queste ultime è inferiore però, di ben il 53,5%, il rischio di avere sintomi critici. Lo studio è importante per evidenziare la percentuale degli infetti sintomatici nelle diverse fasce d’età, e cioè individui infetti dal virus Sars-CoV-2 che mostrano sintomi clinici. Ad esempio, i soggetti sotto i 20 anni nell’81,4% dei casi appaiono senza sintomi clinici anche se hanno sviluppato l’infezione. Le infezioni senza sintomi clinici negli individui con più di 80 anni scendono al 33,1%. “Questo lavoro – sottolinea Stefano Merler, epidemiologo Fbk e autore dello studio – ci permette di dimostrare chiaramente le difficoltà di individuare le infezioni con la sorveglianza, visto che la maggioranza di queste non sono associate a sintomi respiratori o febbre. L’indagine rappresenta inoltre un utile tassello per capire meglio il ruolo dei bambini nell’epidemiologia di Covid-19, cosa su cui si sa obiettivamente ancora poco. E’ noto a tutti che sono stati identificati pochi bambini positivi durante la pandemia, ma questo studio permette di distinguere il contributo di una possibile minor suscettibilità all’infezione dei bambini, che avevamo identificato in un precedente studio condotto in Cina, rispetto appunto alla probabilità di sviluppare sintomi clinici una volta infetti”. “Si aprono infine altre interessanti questioni di ricerca – prosegue Merler – Abbiamo stimato la probabilità di sviluppo di malattia critica a seguito dell’infezione, trovando che è particolarmente alta nelle fasce di età più anziane (il 18,6% negli infetti con più di 80 anni), e questo ce lo aspettavamo. Ma abbiamo anche visto che le donne hanno un rischio minore e il perché, anche in attesa di altri studi che confermino questi risultati, resta ancora tutto da chiarire”, conclude.  

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