Data ultima modifica: 16 Agosto 2020

Sono passati dieci anni dalla morte, il 17 agosto del 2010, di Francesco Cossiga, deputato dal 1958 al 1983, poi senatore; sottosegretario, ministro dell’Interno durante i drammatici giorni del sequestro Moro; presidente del Consiglio, del Senato, fino a ricoprire il più alto incarico istituzionale, quello di Presidente della Repubblica. Eletto al primo scrutinio con la cifra record di 752 voti su 977, grazie alla regia dell’allora segretario della Dc, Ciriaco De Mita, che riuscì a far convergere sul suo nome sia le forze della maggioranza pentapartito che il Pci. Dal Papa a Reagan: la fotogallery Da ‘presidente notaio’ a ‘picconatore’, Cossiga è stato un Capo dello Stato unico nel suo genere nella storia della Repubblica, fuori dagli schemi fino a quel momento conosciuti, diverso dai suoi predecessori e dai suoi successori soprattutto per il modo con cui, specialmente negli ultimi due anni del settennato, ha trattato e affrontato i temi della vita politica e dei partiti.  Cossiga e l’eredità riformatrice: “Serve democrazia compiuta e governante” Marra: “10 anni fa già sapeva come sarebbe stato il mondo di oggi” Il figlio Giuseppe: “Su Csm direbbe che aveva ragione” “E’ vero, io facevo cose un po’ strambe, ma le facevo -racconta nel libro-intervista di Claudio Sabelli Fioretti ‘L’uomo che non c’è’- perché non avevo dietro di me potentati economici, né potentati politici, né potentati culturali. Ero stato abbandonato anche dalla Dc. Per farmi ascoltare dovevo fare follie, dovevo dire cose che avevano la forma della follia. Ho fatto, dunque, anche il matto. Per attirare l’attenzione, quando non mi stava a sentire nessuno”. Casini: “Scomodo e difficile, ma capace di leggere i tempi” Meloni: “Con il piccone contro la cattiva politica” La presidenza Cossiga ha avuto dunque due fasi distinte. La prima, contraddistinta da una rigorosa osservanza delle forme dettate dalla Costituzione: Cossiga, essendo tra l’altro docente di diritto costituzionale, fu il classico ‘presidente notaio’ nei primi cinque anni di mandato, dal 1985 al 1990.  Poi, dopo la caduta del Muro di Berlino, Cossiga capì che Dc e Pci avrebbero subito gravi conseguenze dal mutamento radicale del quadro politico internazionale, convinto che i partiti e le stesse istituzioni si rifiutavano di riconoscerlo. Da quel momento iniziò una fase di conflitto e polemica politica, spesso provocatoria, che portò al Cossiga ‘grande esternatore’ e, negli ultimi due anni al Quirinale, al ‘picconatore’, un appellativo che non l’avrebbe più abbandonato.  Il cardinal Bertone: “Grande pensatore amico di Papi e teologi” L’ex Prima Linea Segio: “Unico a dire qualche verità sugli anni di piombo” Il mito del Picconatore nacque anche sull’onda emotiva di due vicende che hanno segnato la vita politica italiana all’inizio degli anni Novanta: Gladio e Tangentopoli. La scoperta dell’organizzazione segreta della Nato, creata per rispondere ad un eventuale attacco portato dall’Unione sovietica, colpì l’opinione pubblica e la classe politica italiana. E Cossiga assunse una posizione che fu all’origine di fortissime polemiche, difendendo i ‘gladiatori’ e sostenendo che essi andavano onorati come i partigiani, perché il loro obiettivo era quello di difendere l’indipendenza e la democrazia in Italia. E proprio la vicenda di Gladio costò a Cossiga la richiesta di messa in stato d’accusa da parte della minoranza parlamentare, nel dicembre del 1991. Il Comitato parlamentare, però, ritenne tutte le accuse manifestamente infondate, come si può leggere negli atti parlamentari, e la Procura di Roma chiese l’archiviazione a favore di Cossiga, richiesta poi accolta dal Tribunale dei ministri. “Mi dimetto per servire la Repubblica”, l’addio di Cossiga al Quirinale Su Tangentopoli, Cossiga non negò l’esistenza del malaffare, ma nello stesso tempo nel corso degli anni si chiese perché “inchieste da anni dimenticate” fossero “state di colpo lanciate tra i piedi del ceto politico”. Forse perché’, ipotizzò, qualcuno, non solo in Italia, voleva liberarsi di un sistema politico “logoro e dal loro punto di vista ormai inservibile”.  Con dieci settimane d’anticipo sulla scadenza naturale del mandato, il 28 aprile del 1992, Cossiga si dimise dalla Presidenza della Repubblica, per evitare all’inizio dell’undicesima legislatura l’ingorgo istituzionale, legato all’elezione del suo successore e alla nascita del nuovo governo. L’annuncio in un discorso televisivo di 45 minuti, pronunciato simbolicamente il 25 aprile, Festa della Liberazione.  LEGGI ANCHE: L’ex Nar Fioravanti: “Provò a chiudere ferita anni di piombo” Ortona: “Conte? Lo avrebbe capito e apprezzato” Stefania Craxi: “Sue intuizioni per uscire dal caos italiano” Violante: “Lucido e sincero, a volte sbagliava tempi e modi” Zanda: “Grande personaggio scena politica che oggi rimpiangiamo” Macaluso: “Indecifrabile, in decine di lettere i suoi sfoghi” Luttwak: “Sua visione globale, avrebbe riconosciuto minaccia Cina” Mannino: “Fu lui a volere Falcone agli Affari penali, glielo presentai io” Fazio: “Uomo di cultura, vivacissimo intellettualmente” Mancino: “Grande battagliero, ora manca uno come lui” Monsignor Paglia: “Protagonista assoluto e originale della vicenda italiana” Cirino Pomicino: “Statista con visione premonitrice del futuro” Rutelli: “Sempre al servizio istituzioni repubblicane e democratiche” Mastella: “Picconatore che capiva tutto in anticipo” Mirabelli: “Uomo di straordinaria intelligenza e umanità, sue posizioni limpide” Parisi: “Dissenso aspro, ma mai messo in dubbio amicizia” Bobo Craxi: “Fu leale e sleale, ma con mio padre stima reciproca” Cossiga, Minoli: “Mente visionaria, il suo coraggio ci manca”  

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