Data ultima modifica: 27 Aprile 2021

Dall’inizio della pandemia ad oggi i bar e i ristoranti italiani hanno perso una cifra come 45 miliardi di euro a causa delle chiusure e delle riaperture a singhiozzo, con le varie limitazioni a causa dell’emergenza covid. L’allarmante stima è della Fipe, la Federazione italiana pubblici esercizi di Confcommercio, interpellata dall’Adnkronos.  “Nel 2020 gli esercizi pubblici hanno perso oltre 34 miliardi di euro, raggiungendo quindi una perdita totale di oltre 45 miliardi di euro dall’inizio della pandemia ad oggi” rimarca il direttore dell’ufficio studi Fipe Confcommercio Luciano Sbraga. Inoltre, nel 2021, nel primo quadrimestre 2021, da gennaio ad oggi, le attività del settore fuori casa hanno perso 9 miliardi di euro (fino al 25 aprile) e considerando, il periodo sino alla fine di maggio (in base alla durata delle riaperture con le nuove regole previste dall’ultimo decreto del governo) Fipe stima perdite fino a 11,5 miliardi di euro aggiungendo una perdita stimata di altri 2,5 miliardi di euro”.  Con il nuovo decreto riaperture infatti, la perdita giornaliera in termini di fatturato di queste attività si aggira tra i 50 e i 55 milioni al giorno secondo Fipe e dunque, al 31 maggio per i ristoranti si stima una perdita di 1,9 miliardi per un totale di 34 giorni e per i bar la perdita sarà di 560 milioni di euro, dunque in totale circa 2,5 miliardi di euro. “Si tratta di una perdita dovuta al fatto che non è possibile consumare cibo o bevande all’interno dei locali anche in zona gialla” aggiunge il direttore dell’ufficio studi Fipe per il quale “si continua a intervenire con misure inconcepibili come quella del divieto di consumo al banco, attraverso una circolare del ministero dell’Interno, una misura irragionevole”.  Ma le ingenti perdite di fatturato portano con sé altri gravi effetti a livello occupazionale e per la sopravvivenza stessa dei locali pubblici. “Il settore è devastato – rimarca Sbraga – abbiamo perso già 22 mila aziende nel 2020 e 242 mila posti lavoro, dei quali quasi la metà sono a tempo indeterminato perché con il blocco dei licenziamenti le persone si sono dimesse, avendo percepito che non hanno più alcun futuro nel settore e hanno cambiato lavoro”.  

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