Data ultima modifica: 11 Febbraio 2021

Individuata a Trieste una nuova mutazione di Sars-Cov-2. Uno studio condotto dai ricercatori dell’Irccs Burlo Garofolo, dell’Università di Trieste in collaborazione con l’Università di Milano ha scoperto la mutazione (N439K) in una bambina che presentava un’elevata carica virale. Un aspetto che desta “una certa preoccupazione è legato ad alcuni episodi di reinfezione riscontrati recentemente nella popolazione adulta – avvertono i medici – che potrebbero far presupporre la presenza di varianti in grado di evadere la risposta immunitaria sia in persone già guarite, sia in quelle vaccinate dotate di anticorpi neutralizzanti”. “La mutazione N439K – spiega Manola Comar, docente di Microbiologia dell’Università degli Studi di Trieste presso l’Irccs-Burlo Garofalo – rappresenta la seconda più comune variante che si trova sulla proteina Spike di Covid-19, ossia la porzione proteica del virus che stabilisce un legame con il recettore cellulare Ace-2, permettendone l’infezione. Questa mutazione è stata scoperta per la prima volta a marzo 2020, in Scozia, ed è emersa in modo indipendente in Europa. Attualmente è stata riscontrata in basse percentuali nella popolazione adulta in più di 30 paesi nel mondo. Il virus che presenta questa mutazione – prosegue – è simile al virus ‘originale’ di Wuhan dal punto di vista della virulenza e della diffusione interumana, ma ha la caratteristica di legarsi con maggiore affinità al recettore cellulare, attraverso un nuovo punto di ancoraggio, dovuto, appunto a questa mutazione del genoma”. Le varianti geniche di Sars-Cov-2 diffuse in tutta Europa, Italia compresa, rappresentano un problema di sanità pubblica con importante impatto sui sistemi di prevenzione primaria e sul controllo dei sistemi di sorveglianza epidemiologica nella popolazione generale e nei sistemi sanitari. “Recentemente le varianti inglese (B.1.1.7), sudafricana (B.1.351) e brasiliana (B.1.1.28.1) hanno allertato la comunità scientifica, circa la loro diffusione anche in Italia – rimarcano i ricercatori dell’Irccs materno infantile Burlo Garofolo – Si teme infatti che una distinta mutazione del genoma di Covid-19 possa ricoprire un ruolo chiave nel conferire resistenza agli anticorpi sierici e verso alcuni anticorpi monoclonali, utilizzati nei cocktail a scopo terapeutico”. L’analisi del frammento virale ‘Receptor binding domani”, ossia la parte proteica che funge da recettore, svolta dall’équipe di Pasquale Ferrante e Serena Delbue, virologi dell’Università di Milano, ha identificato alcune mutazioni in due bambini che presentavano cariche virali molto elevate. “Il primo – spiega lDelbue – presentava una mutazione puntiforme che non si traduceva in una mutazione aminoacidica, mentre nell’altro si osservavano due mutazioni nucleotidiche, di cui una si traduceva nella mutazione ‘N439K'”. Questo dato dimostra che “il virus mutato è penetrato anche in una fetta della popolazione, finora, poco esplorata in quanto considerata anello non impattante della catena epidemiologica dell’infezione”, avverte il Burlo Garofalo.  “I dati a oggi in nostro possesso indicano – chiarisce Egidio Barbi, direttore della clinica Pediatrica dell’Irccs Burlo Garofalo – che il Covid-19 per i bambini è una malattia benigna nella stragrande maggioranza dei casi, di gran lunga meno grave di molte malattie con cui abbiamo più dimestichezza storica, come ad esempio il morbillo. I rarissimi casi più impegnativi che richiedono cure in ospedale appartengono per lo più a forme tardive post-infettive di iper-risposta del sistema immunitario, adeguatamente trattabili con le terapie disponibili, più che a forme da danno diretto del virus”. 

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