Data ultima modifica: 5 Novembre 2020

“Mi ero salvato dalla prima ondata, ne avevo curati e gestiti 1.281, pensavo di essere immune e invece eccomi qui”. Primario internista “ricoverato nel reparto che dirigo, ormai reparto Covid” ancora una volta, così com’era stato “per tutto il periodo di emergenza da marzo a maggio”. Antonino Mazzone, direttore del Dipartimento Area medica dell’Asst Ovest Milanese, descrive all’Adnkronos Salute l’esperienza che “per la legge del contrappasso” sta vivendo mentre il coronavirus è tornato a colpire duro: la testimonianza di un medico che un mattino si sveglia malato. Da camice a pigiama, diagnosi polmonite da Sars-CoV-2.  Mazzone, classe 1956, messinese con studi a Pavia, del ‘Civile’ di Legnano è un pilastro. La ‘vecchia guardia’ di un ospedale di provincia che in tante specialità ha contribuito a scrivere la storia della medicina. Nino ciclone di energia positiva, sguardo azzurro sempre pronto al sorriso, spiazza chi lo conosce raccontandosi con un filo di voce dal suo “letto con la finestra che fa intravedere il Pronto soccorso, la coda delle ambulanze e tante persone malate sicuramente più di me. Sono sfebbrato e sto meglio”, rassicura. Le cure funzionano perché adesso, rispetto a marzo, tante cose sul nemico invisibile sono state capite. Malato ti ci scopri all’improvviso. “Il tampone l’avevo fatto 4 giorni prima ed era negativo. Lo facevo sempre per non rischiare di trasmettere l’infezione alle persone più care”, spiega Mazzone, però a un medico “di quelli di una volta” basta un attimo: “La febbre, la tosse, e quando dopo una notte così ti svegli, fai colazione e lo yogurt ti sembra calce, capisci che è arrivato. Chiamo il mio amico Paolo, infettivologo, e gli dico ‘stavolta ci siamo’. Lui mi dice ‘su, l’hai fatto 4 giorni fa ed era negativo’, ma io gli rispondo che per noi clinici di vecchio stampo i sintomi sono più importanti della tecnologia. Mi sorride, faccio il tampone ed eccomi qui. Ricoverato a fare il paziente e a gestire nello stesso tempo qualcosa per gli altri”.  Anche un dottore può avere paura. Dopo la diagnosi “mi viene in mente Roberto Stella, grande medico e amico, presidente dell’Ordine dei medici di Varese e della società scientifica Snamid: si era ammalato un venerdì dei primi di marzo e il martedì dopo non c’era più – ricorda Mazzone – il primo medico vittima di Covid”, quello che apre l”elenco dei caduti’ aggiornato online dalla Federazione nazionale Ordini dei medici. “Era stato un grande sostenitore nella mia elezione alla vicepresidenza Fism, la Federazione italiana delle società medico scientifiche”, e pensando a lui “conto i giorni per sapere se peggioro o no”. Intanto “sono qui nella mia stanza di ricovero. Giustamente non si può uscire, ricevo tante telefonate e messaggi, cerco di tranquillizzare dicendo che sto bene ed effettivamente sto meglio”, ripete il medico. Quando il tempo sembra non voler passare “accendo la Tv, ma è inguardabile. Ognuno dice quello che vuole e poi ci sono i negazionisti: ma chi sono?”, si chiede l’uomo di scienza. “Vedo gente che dice che non è vero, che non esiste nessuna epidemia, ma io giro lo sguardo alla finestra e vedo le ambulanze che continuano a portare ammalati” in ospedale. “Forse bisogna dire delle cose forti per risvegliare la coscienza civile di tutti”, osserva Mazzone. Per esempio “l’altra sera ho ammirato l’intensivista di Rivoli”, nel Torinese, “che offriva tour gratuiti dentro il reparto ai negazionisti per far vedere la sofferenza. E ho apprezzato molto il direttore della ‘Stampa’ Massimo Giannini che è riuscito a raccontare la sua esperienza” di paziente Covid, “la pronazione e la sofferenza. Penso che se esistono i negazionisti, i no vax, probabilmente la nostra scuola non è stata così efficace nell’insegnare a ognuno di noi che nell’interpretazione dei fatti ci vuole un ragionamento, e che serve fiducia in chi ha qualità, etica e competenza”.  “Questo è un Paese dove ci sono ancora i ‘guaritori'”, riflette l’internista, ma se c’è una lezione che la pandemia ci ha insegnato è il valore dei professionisti sanitari e di quello che fanno. “Quando si passa dall’altra parte si capisce molto di più di questa professione. Essere responsabile della salute di una persona vuol dire accontentare e guidare i suoi desideri le sue speranze, anche quando la prognosi non è favorevole”, riflette il primario che nemmeno dal letto smette di fare il suo mestiere. “Sento bussare alla porta, aprono bardati, sono Lorenza grande internista e Arianna coordinatore infermieristico. Mi dicono ‘prof, il paziente D.A. con il casco Cpap sta male. Ha fatto la Tac e oltre alla polmonite ha la paralisi delle corde vocali, dobbiamo fare una tracheostomia d’urgenza, cosa ci consiglia per età e comorbidità?’. Rispondo che non ha importanza, ‘se è consapevole procedete’. L’intervento è stato fatto, D.A. respira bene e con il casco guarirà. Ha 82 anni, ma dobbiamo curare tutti sempre”. Mazzone il medico è fatto così: “Spero di guarire presto – dice – e di aiutare gli altri fin che posso”. “TURNI MASSACRANTI E I MIEI RAGAZZI SORRIDONO” – “Questa pandemia ha evidenziato in maniera straordinaria quanto ancora sia importante il rapporto medico-paziente nei veri rapporti umani, nella sofferenza. Molti dei nostri concittadini non ci sono più e i gesti di calore non li hanno potuti avere dai propri congiunti, ma da infermieri e medici che stanno dando tutto”, testimonia Mazzone. “I miei medici vengono a cercarmi per consolarmi ed essere consolati”, spiega Mazzone, per tutti “il grande Nino”. Si dice “davvero orgoglioso, sia dei medici che del personale infermieristico. Nonostante gli sforzi e i turni massacranti ripetono sempre che stanno bene, che ce la faremo. Sorridono” anche adesso che la seconda ondata li ha travolti ancora una volta. Un sorriso che immagini “anche se non si può vedere sotto gli strati della vestizione”. Ma dietro la mascherina “gli occhi parlano, sono tutti bellissimi e ti trasmettono gioia”. “Da sempre ricordo tutti i nomi delle persone che lavorano con me”, sottolinea il primario. “Ora sono tutti bardati”, dopo la “fatica enorme del vestirsi e rivestirsi” sembrano tutti uguali “e devo chiedere ‘chi sei?”, ma di ognuno di loro Mazzone va fiero. Adesso ancora di più. “Da paziente – insiste – sento la necessità di riconoscere ai medici internisti e agli infermieri quello che fanno ogni giorno”. Li hanno chiamati eroi, ma per il medico-paziente “sono quelli che hanno appena bussato alla mia porta per vedere come sto, quelli che in assoluto silenzio hanno contribuito al benessere dei pazienti Covid e all’efficienza del nostro sistema sanitario”. Loro come lui, che anche dal letto continua a lavorare.  Mazzone ragiona sulla lezione che il virus ci sta dando: “Siamo un grande Paese – osserva – Diamo il meglio nell’emergenza però abbiamo difficoltà a gestire la routine. Siamo arrivati preparati, ma il numero” dei contagi “oggi era imprevedibile e si fa fatica”. E poi c’è “la tristezza” che ti prende quando sfogli un giornale, apri Internet o accendi la Tv: la considerazione amara che il mondo dei media “non è stato capace di fare un’analisi serena di quello che si sta facendo e di cosa succede nei grandi ospedali. Non si riflette sui fatti, si parla per partito preso. Non va bene”, avverte lo specialista. “Bisogna tornare al ragionamento di Galileo: competenze, osservazione, sperimentazione, validazione e replicabilità, il resto conta poco”. “INTERNISTI DIMENTICATI MA CURIAMO 8 RICOVERATI SU 10” – I medici ‘al fronte’ nella guerra al coronaviurs sono come giocatori su un campo di calcio: “Abbiamo bisogno dei centravanti che fanno gol e che sono gli intensivisti. Servono i portieri che parano anche i rigori e sono gli infettivologi e gli pneumologi. Ma per vincere ci vuole la squadra, compresi i mediani che siamo noi internisti”. Camici bianchi dimenticati dalle cronache, anche se “8 ricoverati Covid su 10 vengono accolti nei nostri reparti”. Mazzone ci tiene molto a farlo sapere e chiede “ma lo sapete dove sono i malati? Se senti i telegiornali, su tutte le reti, si parla di Terapie intensive e va bene. Ma lì arriva meno del 10% dei pazienti e non si capisce che per ridurre il numero di chi finisce in rianimazione bisogna intervenire prima, nei reparti. Purtroppo però la Pneumologia e le Malattie infettive sono in grado di ricoverare al massimo il 10% dei malati, quindi dove sta l’80% che rimane? E’ qui, nelle Medicine interne”. Eppure “nessuno – osserva Mazzone – né la Protezione civile, né l’Istituto superiore di sanità, né assessori o ministri hanno citato mai la Medicina interna. Anche solo per un forma di riconoscimento a chi gestisce l’80% dei pazienti Covid”.  “Per fare un esempio comprensibile”, il medico spiega che “oggi nel Dipartimento che dirigo ci sono oltre 300 ricoverati Covid: uno sono io, e siamo di più che in tutto il prestigioso ospedale Spallanzani di Roma. Immaginate la diversità delle risorse disponibili”. “Nessuno parla di come questi reparti si sono reinventati”, incalza l’internista. Mentre spesso “gli altri hanno continuato a fare il loro lavoro, medici e infermieri della Medicina interna si sono messi a disposizione. D’altronde hanno sempre curato le polmoniti e hanno sempre messo i caschi Cpap, perché nella normalità – se mai alla normalità torneremo – Cpap si usa nella terapia dell’insufficienza cardiaca che è la prima patologia di ricovero nei nostri reparti secondo i dati del ministero della Salute”. “Oggi tra i miei ricoverati i caschi sono 67: vuol dire che sono letti semi-intensivi veri, che meritano riconoscimento in termini di risorse umane ed economiche”, rivendica Mazzone. “Perché se riusciamo a migliorare il lavoro che già facciamo oggi, non abbiamo bisogno di mandare tanti pazienti in rianimazione e risparmiamo posti di Terapia intensiva utilissimi” anche per i malati non Covid. Il medico-paziente vuole “esprimere un ultimo desiderio: chiedo a tutti, Istituzioni nazionali e regionali, di dire la verità” e cioè che “la Medicina interna gestisce oggi l’80% dei ricoverati Covid”. “La cura in Medicina interna è fondamentale”, evidenzia il primario. “Le competenze e la visione olistica nella gestione del paziente complesso polipatologico e politrattato ne fanno il pilastro del Servizio sanitario nazionale”, e ancor più in tempi di pandemia “chi ci lavora contribuisce a fare qualche vittima in meno”. Tornando alla metafora calcistica, anticipa Mazzone, “nel prossimo numero dell”Italian Journal of Medicine’ sarà pubblicata una mia lettera che descrive come l’internista in questa fase epidemica sia ‘il mediano’ della canzone di Ligabue: una vita da mediano a recuper palloni per far funzionare i polmoni”, sorride il camice in pigiama che assicura: “Nelle squadre di calcio i mediani non compaiono, ma fanno vincere i campionati mondiali”. 

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