Data ultima modifica: 24 Marzo 2021

(dall’inviata Elvira Terranova) – Torna l’ombra dei servizi segreti nel processo sul depistaggio sulla strage di via D’Amelio. Questa volta a parlarne è il pentito di mafia Angelo Fontana, ex ‘picciotto’ dell’Acquasanta di Palermo, mafioso “da quattro generazioni”, come si vanta lui stesso collegato in videoconferenza da una località segreta. Alla sbarra ci sono tre poliziotti, Mario Bo, Michele Ribaudo e Fabrizio Mattei, tutti accusati di calunnia aggravata in concorso. Secondo l’accusa, i tre avrebbero ‘indottrinato’ il falso pentito Vincenzo Scarantino a rendere dichiarazioni false. “Si diceva che Gaetano Scotto avesse contatti con i servizi segreti…”, dice Fontana, rispondendo alle domande dell’avvocato Giuseppe Seminara, che difende Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo. Gaetano Scotto, imprenditore edile e costruttore dell’Arenella di Palermo, è ritenuto il ‘boss dei misteri’. Diversi pentiti lo indicano come il trait d’union fra i vertici di Cosa nostra e servizi segreti deviati.  E oggi, al processo di Caltanissetta, il collaboratore Fontana ha confermato: “Ai primi anni Novanta, diciamo tra il ’91 e il ’92, Scotto girava con un maggiolone Volkswagen nero. Parlando con Nino Pipitone gli dicevo ‘Chissu chi va a fare a Montepellegrino? U guardone?” Cioè cosa ci va a fare a Montepellegrino, il guardone?- dice Fontana- e Pipitone mi diceva che andava, invece, a trovare degli ‘amici'”, facendo capire che si trattava di uomini dei servizi segreti. Nei giorni scorsi il boss Gaetano Scotto, che nel processo di Caltanissetta si è costituito parte civile perché accusato falsamente da Scarantino, è stato rinviato a giudizio per l’omicidio del poliziotto Antonino Agostino e della moglie Ida Castelluccio.  Il nome del costruttore Scotto è tornato più volte nelle indagini sui mandanti occulti della strage Borsellino, del 19 luglio 1992. Sarebbe stato Scotto – o almeno, il suo telefonino – a chiamare, il 6 febbraio di quell’anno, il castello Utveggio di Palermo, la scuola per manager Cerisdi che avrebbe nascosto una struttura dei servizi. Un fatto quest’ultimo mai acclarato. Scotto è tornato in carcere un anno fa dopo un blitz della Dda contro la famiglia mafiosa dell’Acquasanta. Come ha ricostruito la Dda di Palermo Gaetano Scotto, appena tornato libero a gennaio del 2016, avrebbe ripreso in mano il comando della famiglia mafiosa dell’Arenella, che durante la sua detenzione sarebbe stato affidato ai fratelli. Con esiti che al boss non sarebbero piaciuti, anche da un punto di vista economico perché sarebbe stato in parte dilapidato il suo patrimonio.  Nel corso dell’udienza di oggi è stato controesaminato dal Procuratore aggiunto Gabriele Paci anche il poliziotto, oggi in pensione, Vincenzo Maniscaldi. Che dopo le stragi fece parte del gruppo investigativo ‘Falcone e Borsellini’. “Vincenzo Scarantino era molto geloso della moglie. Quando ero in servizio a San Bartolomeo al Mare meno stavo in casa è meglio era. E quando la moglie doveva uscire per fare delle incombenze allora preferivo che andasse solo la nostra collega donna”, ha detto ancora Maniscaldi. Oggi il procuratore aggiunto Gabriele Paci ha mostrato i brogliacci delle intercettazioni a Maniscaldi chiedendo di riconoscere la grafia dei colleghi che avevano firmato i documenti. ”Questa grafia è di Mattei – dice – la riconosco perché abbiamo fatto insieme le squadre del fantacalcio”. Dichiarazioni che sono già agli atti del processo. Parlando ancora di Scarantino ha spiegato che ”era un tipo molto particolare ma io non ho mai avuto problemi con lui”. Poi l’ex ispettore ha ricordato il periodo in cui la Polizia venne a sapere della ritrattazione di Scarantino. “La scoprimmo solo per caso nel 1998 – ricorda – Stavamo facendo delle intercettazioni ambientali a casa di Gaetano Scotto, che era latitante, e ascoltammo una conversazione della moglie di Scotto che lamentava di dovere tirare fuori dei soldi per pagare il legale di Scarantino dopo che quest’ultimo aveva deciso di ritrattare. Noi sapevamo già da maggio che Scarantino avrebbe ritrattato”.  Era il 15 settembre del 1998 quando Vincenzo Scarantino fece crollare l’impianto accusatorio messo in piedi dalla procura di Caltanissetta. Davanti ai giudici del processo bis, che si stava svolgendo a Como, Scarantino quel giorno si era rimangiato tutto e disse: “Io dell’omicidio di Borsellino sono innocente”, mentre in passato si era accusato di aver procurato la Fiat 126 poi imbottita di tritolo che è costata la vita al giudice antimafia e ai cinque uomini della scorta. Grazie alle dichiarazioni di Scarantino, nella prima tranche del processo erano stati condannati all’ergastolo Pietro Scotto, Giuseppe Orofino e Salvatore Profeta. A lui stesso erano stati inflitti diciotto anni di carcere. Poi, solo successivamente, gli imputati accusati ingiustamente vennero assolti. “Dopo avere ascoltato le intercettazioni della moglie di Scotto – dice ancora Maniscaldi- abbiamo messo sotto controllo le utenze che facevano riferimento a Scarantino. Scoprimmo così che la moglie di Scarantino era andata via e si era portata anche la sorella. Il pm ci delegò un decreto di intercettazione”.  Nel corso dell’udienza Maniscaldi ha anche parlato dell’archivio con i faldoni sulle indagini sulle stragi di Falcone e Borsellino. “Dove si trova?”, gli ha chiesto l’avvocato dello Stato, Giuseppe La Spina. E il poliziotto: “In una stanza blindata nell’archivio della Squadra mobile, ma nel 1999 quando venne chiuse il gruppo, i documenti vennero portati in via Arimondi, da qui a Bagheria, poi sono ritornati alla Squadra mobile. E adesso sono in una stanza blindata. A meno che non si sia perso qualche faldone, è ancora tutto lì”. Il processo proseguirà venerdì per sentire alcuni testi della difesa. 

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