Data ultima modifica: 9 Aprile 2022

(Adnkronos) – (Dall’inviata Elvira Terranova) – Antonello Montante, l’ex potente Presidente degli industriali siciliani, “non ha mai fatto antimafia di facciata” ma per “dodici anni è stato a capo di una cordata di imprenditori che ha contrastato le infiltrazioni mafiose nell’imprenditoria”. “Questo non è un processo come gli altri, è un processo nel quale si giudica un pezzo di storia del nostro vivere associato, un pezzo di storia importante”. In un’arringa difensiva durata oltre sette ore l’avvocato Carlo Taormina, uno dei legali di Montante, cerca di smontare le accuse della Procura generale nel processo che vede alla sbarra l’ex imprenditore, oggi presente in aula, accusato di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, favoreggiamento, rivelazione di segreto d’ufficio e accesso abusivo al sistema informatico. Sette ore nel corso delle quali Taormina, che difende Montante con l’avvocato Giuseppe Panepinto, ha parlato delle accuse nei confronti del suo assistito, in cui definisce “pilatesca” la requisitoria del Procuratore generale Giuseppe Lombardo, che ha chiesto per Montante la condanna a undici anni e quattro mesi di carcere, due anni e mezzo in meno della condanna di primo grado a 14 anni di reclusione.  “Questo è un processo pieno di insinuazioni su cui bisogna fare chiarezza”, dice Taormina nel suo lungo intervento, a porte chiuse, perché il processo si celebra con il rito abbreviato e dunque non aperto al pubblico. Per l’accusa Montante sarebbe stato al centro di una vera e proprio rete spionistica utilizzata per salvaguardare se stesso e colpire gli avversari. In primo grado la gup di Caltanissetta Graziella Luparello emise una pena maggiore della richiesta dei pm. Alla sbarra anche l’ex comandante della Guardia di Finanza di Caltanissetta Gianfranco Ardizzone, condannato in primo grado a tre anni, il sostituto commissario di polizia Marco De Angelis, condannato a 4 anni, il responsabile della sicurezza di Confindustria ed ex poliziotto Diego Di Simone, condannato a 6 anni e 4 mesi e il questore Andrea Grassi, condannato a un anno e 4 mesi. “Montante è stato il motore immobile di un meccanismo perverso di conquista e gestione occulta del potere che, sotto le insegne di un’antimafia iconografica, ha sostanzialmente occupato, mediante la corruzione sistematica e le raffinate operazioni di dossieraggio, molte istituzioni regionali e nazionali”, aveva scritto la Gup Luparello, nelle motivazioni della sentenza che il 14 maggio di due anni fa ha condannato a 14 anni di carcere Montante.  Ma Taormina non ci sta e nel corso della lunga udienza ha spiegato che questo è il processo a “un pezzo di storia” che “ha preso il testimone da quelle che erano state le evoluzioni, grazie a Dio positive, grazie all’intervento della magistratura, che venivano dal conflitto da varie organizzazioni mafiose, per andare al cuore del problema”. “Noi dobbiamo dare una risposta, non solo dal punto di vista giudiziario, ma anche all’opinione pubblica che, diciamolo, è stata scossa da questa vicenda che ha riguardato una personalità che certamente aveva intuito e compreso quello che si doveva fare per andare alla radice del problema per contrastare la criminalità organizzata”, dice ancora l’avvocato Carlo Taormina, proseguendo l’arringa difensiva nel processo d’appello di Caltanissetta.  “Noi dobbiamo rendere il giusto a chi è stato evocato in contesti vari, da quelli giornalistici e personaggi evocati, dietro ciascuno dei quali c’è una storia che si è ritenuto di imbrattare o presentare in maniera diversa da come si era recepito”. Poi Taormina non risparmia le critiche ai due più grandi accusatori di Montante, l’ex assessore regionale Marco Venturi e l’ex Presidente Irsap Alfonso Cicero, quest’ultimo parte civile nel processo. “Bisogna fare chiarezza intorno a tutti i “contributi”, e uso le doppie virgolette, che si dice siano pervenuti dalle dichiarazioni di due personaggi, parlo di Alfonso Cicero e Marco Venturi, perché vogliamo capire cosa ci sia dietro quelle dichiarazioni e capire se esse avessero la potenzialità ad essere trasformate in un atto di accusa. Questo è il tema centrale del processo”, dice il legale. Ma cosa dicono Venturi e Cicero su Montante?  “Dopo la notizia del febbraio 2015 sull’indagine di mafia a carico di Antonello Montante, io e Alfonso Cicero avevamo compreso che Montante era molto pericoloso in quanto, diversi pentiti, lo avevano accusato di essere organico a Cosa nostra sin dagli anni 90. Anche altri fatti inquietanti successivi evidenziarono la sua pericolosità”. “Montante – aveva continuato Venturi – faceva il doppio gioco a discapito di Alfonso Cicero il quale, rischiando la sua incolumità, denunciava con grande coraggio il malaffare e la mafia nelle aree industriali della Sicilia. L’allora presidente della Regione Raffaele Lombardo, aveva fatto di tutto per fare saltare la riforma delle aree industriali, così come, sotto-traccia, aveva fatto Montante. Sono stato io, nella qualità di assessore regionale ‘tecnicò, a convincere molti deputati regionali, di maggioranza e di opposizione, ad esprimersi favorevolmente per la riforma delle Asi”.  “Noi siamo immersi da una serie incredibile di dati e propalazioni, gossip quasi giudiziari. Siamo circondati da una serie di dati che abbiamo preso in considerazioni”, dice ancora Taormina. “Sono state 1.700 pagine in primo grado. Noi faremmo volentieri a meno di parlarne, ma non possiamo fare diversamente. Dobbiamo capire se sono cose vere o non vere, ma prima di tutto se siano cose utili, situazioni riconducibili a una fattispecie penale. E vogliamo capire cosa in realtà sia sottostante a quelle dichiarazioni cercando di raschiare il fondo, di capire per capire se per case dovesse accadere”.  “Il nostro obiettivo è quello di restituire ad Antonello Montante quello che gli è stato tolto. Se noi dobbiamo esaminare gli atti di questo processo in una direzione che sconta una certa prevenzione, arriviamo sempre alla stesa conclusione e abbiamo bisogno di capire in maniera asettica quale sia il ruolo svolto da Montante di contrasto alla criminalità organizzata”, dice ancora l’avvocato Carlo Taormina. “Dobbiamo capire che risposta dare ad Antonello Montante – dice – Perché l’asticella della difesa è alta? Può partire dalla considerazione elementare che parte da chi viene attaccato per avere fatto ‘antimafia di facciata'”. “Abbiamo la possibilità di dire che, dal punto di vista dei rapporti con qualsiasi tipo di organizzazione mafiosa, abbiamo sentito Venturi che ancora sproloquia e di cui risponderà nelle sedi competenti – aggiunge Taormina – Dobbiamo capire quale sia stato l’operato di Montante, quale sia stata la ragione di fondo per la quale si è messo in testa di mettersi a capo di questa cordata diretta a contrastare le infiltrazioni mafiose nell’imprenditoria. E vogliamo capire se tutto questo può riconsegnare a una immagine di Montante”. E, guardandosi attorno nell’aula Costa del Tribunale di Caltanissetta, conclude: “Questo è il Palazzo che ha affossato Montante e da cui Montante deve risorgere”. L’arringa difensiva di Montante prosegue mercoledì, 13 aprile. 

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