Data ultima modifica: 2 Ottobre 2020

“I numeri italiani non possono che essere guardati con una certa preoccupazione, per quanto la nostra situazione sia favorevole rispetto a quella di altri Paesi. Ci devono allertare e non allarmare, soprattutto va chiarito bene che quanto abbiamo affrontato la scorsa primavera, il lockdown, non lo rivivremo. La chiusura non si prende in considerazione. Ora il Paese è preparato, ci sono comunque terapie per rallentare la malattia, presto arriveranno vaccini e medicinali efficaci come gli anticorpi monoclonali”. Così, in un’intervista a ‘La Repubblica’, Franco Locatelli, presidente del Consiglio superiore di sanità e membro del Cts.  “Credo che la scuola non stia ancora impattando sul numero di contagi – precisa Locatelli -. È passato poco tempo dall’apertura e comunque ci sono misure stringenti e percorsi attenti per garantire la sicurezza sia di chi ci lavora sia di chi ci va. Non ho la sfera di cristallo ma, a mio giudizio, alla fine la partita giocata negli istituti avrà un risultato largamente positivo”.  Di fronte all’aumento dei contagi, dice ancora, “ci vuole un richiamo alla responsabilità dei comportamenti. Al distanziamento, alle mascherine, al lavaggio delle mani ma adesso è davvero cruciale evitare gli assembramenti. Aspetto che a volte non si valuta compiutamente nella sua importanza”. “In questa fase – prosegue Locatelli – le mascherine potrebbero contribuire a contenere il virus anche se usate all’aperto. Se indossarle appena si esce di casa diventa un comportamento automatico quando si incontrano da vicino altre persone si è già protetti. I numeri nelle terapie intensive si stanno incrementando, stiamo arrivando quasi a 300 ricoverati, mentre eravamo scesi sotto i 50. Questo dato testimonia purtroppo l’immutata capacità del virus di provocare danni assai gravi sull’organismo di chi viene infettato. Credo che purtroppo, e sottolineo purtroppo, si tratti della più evidente smentita di chi diceva che il virus ha perso il potere di indurre danni gravi in persone fragili. È cambiata l’epidemiologia. Durante la fase critica il problema era concentrato al Nord. Probabilmente una sorta di rilassamento, per certi versi anche comprensibile dopo la fine del lockdown, ha favorito la circolazione tra le regioni, anche al Sud”.  “Riguardo agli altri Paesi – conclude -, è chiaro che non siamo avulsi dal contesto internazionale e visto che altrove ci sono tantissimi casi era da mettere in conto che ci potesse essere anche qui un effetto di questo tipo. Perciò ribadisco: finché non c’è il vaccino dobbiamo convivere con il coronavirus, comportandoci nel modo più responsabile e prudente. La scelta che abbiamo suggerito di non riaprire gli stadi al 25 per cento, e poi è stata fatta propria dai ministri Spadafora e Speranza, è stata la più ragionevole e più prudente. Avremmo fatto un errore a riaprire gli stadi agli spettatori. Io stesso lo seguo con piacere, ma non è il momento di farlo ripartire in quel modo”.  

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