Data ultima modifica: 3 Aprile 2022

(Adnkronos) – “C’è un Conte di lotta e un Conte di governo (ultimamente il primo sembra essere assai più in forma che il secondo). L’uno fa mostra di voler sostenere il lavoro di Draghi, l’altro lo lavora ai fianchi, nell’intento di cambiare gioco, e magari anche giocatore. Niente di nuovo, si dirà. Sono anni e anni che i partiti si fanno ora di lotta e ora di governo, e qualche volta indossano le due divise una sopra l’altra, fino a confonderle. E’ successo ai tempi di Prodi e a quelli di Berlusconi. E prima ancora, in altri modi, nelle lunghe stagioni della Repubblica di una volta. Come a dire che nessuno veste mai fino in fondo i panni che il proprio destino gli assegna. E anzi, li cambia di continuo per non lasciare nessuno spazio incustodito. Ovviamente questo ancestrale andirivieni tra governo e opposizione riflette a un tempo i vizi e qualche virtù del nostro sistema politico. Da un lato c’è la pretesa di tenersi i vantaggi dello stare dentro senza pagare dazi troppo onerosi alle suggestioni dello stare fuori. Dall’altro c’è l’idea che però i partiti possono coltivare la loro identità (e le loro fortune) solo a patto di tenere aperto il dialogo con le frange più irrequiete del loro stesso elettorato. Ora però nel caso del M5S questa continua staffetta tra la responsabilità e il disimpegno rivela un’incertezza strategica in più, che non andrebbe sottovalutata. Il movimento che fu di Grillo infatti governa dall’inizio di questa legislatura affidandosi alle combinazioni più diverse. E tutto questo suo barcamenarsi si intreccia a sua volta con un interrogativo strategico. Si tratta di capire cioè se a lungo andare il loro destino sia quello di conservare le proprie originarie caratteristiche di movimento di protesta o se invece contempli l’idea di farsi in qualche modo forza di sistema. Non è un dilemma da poco. E non può essere un percorso indolore. In un caso infatti si scommette sul valore, e sul rischio, di una certa omologazione: si tratta di essere come gli altri, una forza di sistema, un partito tra tanti, sia pure a modo proprio. Nell’altro caso invece si decide di tenersi stretta una più marcata continuità con le proprie origini: e dunque, a quel punto si tratta di tenere alta la bandiera della propria diversità e dello spirito barricadiero delle origini. Di Maio o Di Battista, per dirla con i primi nomi che vengono alla mente. In entrambi i casi una scelta e una rinuncia, insieme. La leadership di Conte dovrebbe ora sciogliere questo dilemma, svolgendone il filo fin qui troppo intricato. E’ ovvio che la scelta di entrare a far parte della compagine guidata da Draghi sembrava voler puntare verso il primo corno di questo dilemma. E che invece la scelta di dare battaglia sulle spese militari, fino a rischiare (o magari cercare) l’incidente parlamentare, evoca semmai il corno opposto. Due scelte, e due corni, che evocano un bivio dal quale ci si dovrà muovere. Si vedrà. Per ora si può osservare che giorno dopo giorno il rinnovato leader dei 5 stelle si lascia scivolare sempre più decisamente verso la nostalgia dell’antico movimentismo. Anche quasi visivamente. Il video della sua intemerata contro l’aumento delle spese militari, recitato in maniche di camicia e con una sorta di inusitata foga, pare quasi voler far dimenticare quella sua pochette con tutte le punte ben in vista che alludeva piuttosto a una postura istituzionale seriosa e perfino un po’ affettata. Indizi visivi da cui forse è prematuro trarre conseguenze troppo definitive. Che però a loro volta si riverberano in un campo politico assai più largo. Finendo con l’intrecciarsi ancora una volta con l’eterno, irrisolto quesito che pende sulle sorti di questa legislatura. E cioè se tenerci la legge elettorale che c’è, e che implica la costruzione di coalizioni; oppure tornare invece verso il caro, vecchio sistema proporzionale, laddove i partiti corrono l’uno contro l’altro senza più né il vincolo delle alleanze né il fastidio della reciproca convivenza. Un altro di quei nostri complicati dilemmi di sistema che anni e anni di riforme promesse e di riforme svanite ci hanno riconsegnato tali e quali”. (di Marco Follini) 

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