Data ultima modifica: 21 Ottobre 2020

(dall’inviata Elvira Terranova) – Rianalizzare, a distanza di 28 anni, “i reperti trovati sul luogo della strage di Capaci e di Via D’Amelio”, ma anche “rileggere le intercettazioni” registrate “in altri contesti investigativi”, così come le dichiarazioni di collaboratori di giustizia e “rivedere i verbali dei sopralluoghi ed atti contenuti in archivi”. “Solo così si potrà fare ulteriore luce sui ‘pezzi mancanti’ delle stragi del ’92, perché per il trentennale della morte dei giudici Falcone e Borsellino e degli agenti di scorta, ormai prossimo, il nostro Paese merita risposte certe”. Il Procuratore generale di Caltanissetta, Lia Sava, con un lungo passato alla Dda di Palermo e come aggiunto alla Procura nissena, rompe il silenzio. A poche ore dalla sentenza emessa poco prima di mezzanotte dalla Corte d’assise di Caltanissetta che ha condannato il boss latitante Matteo Messina Denaro all’ergastolo, con l’accusa di essere tra i mandanti delle stragi del ’92. Il magistrato ritiene che i “pezzi mancanti” su quanto accaduto in quella maledetta estate del 1992, con la strage di Capaci prima e di via D’Amelio poi, in cui furono uccisi i giudici Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, possano essere messi insieme anche prendendo le mosse “da una rilettura condivisa, sotto la guida della Direzione nazionale antimafia, dell’esistente”. E’ stata lei a rappresentare l’accusa nel processo d’appello denominato ‘Borsellino quater’ e nel processo ‘Capaci bis’, terminati con la conferma delle condanne di primo grado. Ma quali sono questi “buchi neri” di cui parla Lia Sava? Il magistrato lo spiega in una intervista esclusiva rilasciata all’Adnkronos. “Ad esempio, per quanto riguarda la strage di via D’Amelio, l’uomo non identificato nel garage di Villasevaglios”, dice. Si tratta della presenza di un uomo misterioso, esterno a Cosa nostra, di cui parla il pentito Gaspare Spatuzza quando racconta del furto e della preparazione della Fiat 126 con 90 chili di tritolo. In un garage di via Villasevaglios 17 c’è anche questa oscura presenza, mai individuata con certezza. Oppure, per la strage di Capaci, spiega ancora il magistrato, “la presenza di persone non appartenenti a Cosa nostra nel casolare di Troia. Ed, ancora, l’agenda Rossa di Paolo Borsellino e la possibilità di un doppio cantiere con riferimento alla strage di Capaci”, spiega. “Sono quei punti che possono ancora, ad esempio, essere sviscerati”, aggiunge Sava. “Dopo 28 anni siamo nella fase in cui è indispensabile tirare le fila di tutto quello che abbiamo fatto in questi anni – aggiunge il Procuratore generale di Caltanissetta – In questo momento storico tutto quello che abbiamo, negli archivi delle diverse procure, sulle stragi, messo insieme dalle Procure di Palermo, Firenze, Caltanissetta, Reggio Calabria, va riletto in chiave unitaria. Le sentenze dei processi sulle stragi di Capaci e di via d’Amelio, in primo grado, e le condanne in secondo grado, hanno dato indicazioni ben precise in questo senso”. In altre parole, il ‘Metodo Falcone’, voluto alla fine degli anni Ottanta dal magistrato ucciso da Cosa nostra e sulla cui morte Lia Sava vuole fare piena luce. La Direzione nazionale antimafia “sta facendo un lavoro pregevole e faticoso – dice Lia Sava – ma questo lavoro potrebbe essere ancora più fruttuoso se potesse basarsi davvero su tutto il materiale investigativo, – anche molto risalente: penso, ad esempio, agli atti del rapporto mafia-appalti – accompagnato dalla costituzione di un gruppo di lavoro che vada a guardare negli archivi e chiuda il cerchio di tante vicende: rileggere oggi ciò che si è fatto oltre due decenni fa potrebbe davvero illuminare e magari fornire delle piste investigative risolutive”. “Dopo le stragi- ricorda il Procuratore generale – venne costituito il famoso ‘Gruppo Falcone e Borsellino che avviò le indagini, adesso dopo 28 anni vanno messi insieme tutti i frammenti e i tasselli: è un lavoro che la Dna sta facendo in maniera straordinaria ma occorre implementare il materiale a disposizione per questa analisi. Le banche dati Sidda-Sidna non sono sufficienti perché non contengono tutto l’esistente che c’è negli archivi delle diverse Dda che si sono occupate delle stragi. La linea da seguire è questa, ma il materiale da analizzare deve essere incrementato”. “I due anni che mancano al trentesimo anniversario delle stragi mafiose – dice Lia Sava – devono essere gli anni per tirare le somme e provare a fare ulteriori accertamenti conseguenti ad una rilettura globale”. “Il dato più importante è che andare a fare una rivisitazione di tutto quello che si è fatto potrebbe fare scoprire che determinati accertamenti che erano stati fatti, ad esempio, 15 anni fa, adesso potrebbero essere riapprofonditi alla luce di nuove conoscenze scientifiche – dice Lia Sava – Basti pensare ai reperti trovati a 60 metri dal cantiere di Capaci, che vennero sequestrati subito dopo la strage. Noi, nel 2013, al mio arrivo come procuratore aggiunto a Caltanissetta, facemmo una scommessa. Io dissi ‘Prendiamo questi reperti e proviamo a vedere se le conoscenze scientifiche ci consentono oggi di capire qualcosa in più’. Ed è stato così. Ad esempio, si è aperta la maglia nota della presenza del Dna femminile su uno di questi reperti. Cose che la Dda nissena sta tuttora verificando. Fu una scommessa ma ci ha permesso di aprire nuove piste investigative”. “Potremmo andare a rileggere, ad esempio, determinate intercettazioni, fatte anche in altri contesti investigativi che, alla luce di quello che sappiamo oggi, potrebbero dirci qualcosa in più e fornirci indicazioni su ‘elementi oscuri’ sulle stragi. Un nome, ad esempio, contenuto in un vecchio rapporto e che 20 anni fa non significava nulla, riletto oggi potrebbe costituire riscontro a piste investigative successive”, dice.E ricorda quando nel 2000 l’allora Procuratore di Palermo Pietro Grasso, poi diventato Presidente del Senato, “mi diede da rileggere un bel numero di faldoni, oltre 140 faldoni di dichiarazioni del collaboratore Brusca, rese in un fascicolo ignoti. Formammo un piccolo gruppo di lavoro e io venni affiancata da personale di polizia giudiziaria e da analisti informatici dedicati a questo. E siamo riusciti a tirare fuori 957 notizie di reato, gli autori di svariati omicidi, iscrizioni per 416 bis di una serie di soggetti di grande interesse investigativo. Avevamo tutto negli archivi e non lo sapevamo, era semplicemente mancato il lavoro di incrocio, il lavoro sinergico”. “E’ chiaro che il discorso sulle stragi è molto più complesso, si tratta di fare una analisi seria, anche negli archivi, di tutto quello che è stato fatto dalle Procure di Firenze, Palermo, Caltanissetta e Reggio. Invero, ho la netta sensazione che se riuscissimo a fare questo lavoro sfruttando le conoscenze acquisite in questi 28 anni, potremmo fare un ulteriore risolutivo passo avanti. Magari, invece di andare a reinterrogare tante volte il medesimo collaboratore di giustizia -che magari collabora da 20 anni…- perché non proviamo a rimettere in fila pazientemente tutti i verbali in precedenza resi alle diverse procure e le relative attività di riscontro effettuate negli anni e sepolte, lo ripeto, in polverosi archivi?”. Le indagini sulle stragi mafiose intanto proseguono. “La Procura di Caltanissetta sta vagliando altre piste investigative che sono venute fuori dalle sentenze di primo grado sulle stragi di Capaci e via D’Amelio – dice Lia Sava – e la Dna sta facendo un lavoro straordinario di coordinamento e sviluppo”. “Purtroppo nelle banche dati non si trova tutto – dice – lì si fa un’analisi tattica globale, mentre è essenziale concentrarsi sugli aspetti specifici delle Stragi facendo interagire tutto il materiale disponibile, anche quello apparentemente “morto” perché definito con richieste di archiviazione In sostanza, a ventotto anni dalle stragi, occorre un lavoro di scrupoloso e serio affinamento. Far dialogare davvero tutte queste risultante, anche molto risalenti nel tempo e dimenticate, potrebbe consentire la scoperta di cose molto interessanti ed indicare la strada di accertamenti finalmente risolutivi”. Ieri notte è stata emessa la sentenza del processo a carico del boss latitante Matteo Messina Denaro, accusato di essere il mandante delle stragi mafiose. “E’ un processo in cui le due stragi vengono trattate insieme, fotografando la situazione centrale del trapanese e di Matteo Messina Denaro”, dice Lia Sava che ha “condiviso la valutazione formulata dal Procuratore aggiunto Gabriele Paci”, che al termine della requisitoria aveva chiesto la condanna all’ergastolo per il boss latitante. Accolta dalla Corte d’assise nissena presieduta da Roberta Serio, dopo quasi 14 ore di camera di consiglio.  E subito dopo la sentenza il Pg Sava ha spiegato: “”è un grande risultato per la Procura di Caltanissetta”.”Abbiamo messo insieme pezzi di tanti contesti investigativi diversi – dice – e tante dichiarazioni e riscontri anche risalenti nel tempo. E siamo arrivati alla condanna”  Insomma, per Lia Sava “per fare definitivamente luce sulle stragi mafiose” bisogna “fare dialogare tutti i dati che si hanno a disposizione, anche quelli “dimenticati” consentendo, sotto la guida della Dna “l’operazione ermeneutica finale sulla stagione stragista”. 

[Voti: 0    Media Voto: 0/5]