Data ultima modifica: 9 Maggio 2021

Che cosa sono stati gli anni di piombo per il nostro Paese? “Sono stati anni molto sofferti, in cui la tenuta istituzionale e sociale del nostro Paese, è stata messa a dura prova. Oltre quattrocento le vittime in Italia, di cui circa centosessanta per stragi. Cittadini inermi colpiti con violenza cieca, oltre cento gli uomini in divisa che hanno pagato con la morte la fedeltà alla Repubblica. Magistrati, docenti, operai, dirigenti d’azienda, studenti, giornalisti, uomini politici, sindacalisti. Nessuna categoria manca all’appello di una stagione in cui il terrorismo, di varia matrice, ha preteso di travolgere la vita delle persone inseguendo progetti sanguinari. La scia lasciata dagli assassini ci porta sino ai primi anni 2000”. Lo dice il capo dello Stato Sergio Mattarella in un’intervista a ‘La Repubblica’ nel giorno dedicato alle vittime del terrorismo. La completa verità sugli anni di piombo “è un’ esigenza fondamentale per la Repubblica”, spiega Mattarella. Sul recente arresto in Francia di dieci latitanti degli anni di piombo, responsabili di atti di sangue, Mattarella ringrazia il presidente Emmanuel Macron ed auspica che “altri Paesi stranieri ne seguano l’esempio”, “consentendo alla giustizia italiana di fare il proprio corso nei confronti di tutti i latitanti fuggiti all’estero”. Qual era l’obiettivo dei terroristi? “Il bersaglio era la giovane democrazia parlamentare, nata con la Costituzione repubblicana, per approdare a una dittatura, privando gli italiani delle libertà conquistate nella lotta di Liberazione. Esattamente il contrario di quanto proclamava il terrorismo rosso, quando parlava di Resistenza tradita. Il tradimento della Resistenza sarebbe stato, invece, quello di far ripiombare l’Italia sotto una nuova dittatura, quale che ne fosse il segno” dice il capo dello Stato nell’intervista a ‘La Repubblica’. “Al di là delle storie personali di chi aderì alla lotta armata, c’era la contestazione radicale della democrazia parlamentare, così come era stata delineata dai padri Costituenti; e, a ben vedere, anche la mancata accettazione della volontà degli elettori in favore di forze centriste, atlantiche, riformatrici, di segno moderato. Un esercizio di democrazia che veniva definito “regime”. C’era in Italia anche chi, legittimamente, si sarebbe aspettato dei governi o delle politiche diverse. Ma fu grave e inaccettabile quel processo mentale, prima che ideologico, che portò alcuni italiani – pochi – a dire: questo Stato, questa condizione politica, non risponde ai miei sogni, è deludente e, visto che non siamo riusciti a cambiarlo con il voto, abbattiamolo. Uno dei pilastri su cui si fonda la Repubblica è il valore del pluralismo. La democrazia è libertà, uguaglianza, diritti. È anche un metodo. Un metodo che impone di rispettare le maggioranze e le opinioni altrui. Prescindere dal consenso e dalle opinioni diverse vuol dire negare, alla radice, la volontà popolare, l’essenza della democrazia. È quello che tentarono di fare i terroristi”. Che cosa assimilava e che cosa distingueva il terrorismo rosso e nero? “L’obiettivo del terrorismo rosso era di approfondire i solchi e le contrapposizioni nella società e nella politica, per spingere, compiendo attentati, il proletariato a fare la rivoluzione, cercando di delegittimare i partiti della sinistra tradizionale, accusati di essersi “imborghesiti”. Il terrorismo nero, accanto a suggestioni nostalgiche di improbabili restaurazioni, è stato spesso strumento, più o meno consapevole, di trame oscure, che avevano l’obiettivo politico di rovesciare l’asse politico del Paese interrompendo il percorso democratico, provocando una reazione alle stragi che conducesse a un regime autoritario, così come era avvenuto in Grecia. Ricordiamo sempre il contesto, a neppure venticinque anni dalla fine del secondo conflitto mondiale”, ha aggiunto Mattarella. Cosa distinse la reazione dello Stato alla sfida del terrorismo, quali furono gli elementi di forza e di debolezza delle istituzioni? “La debolezza dello Stato si manifestò soprattutto nella impreparazione, talvolta in infedeltà, nel contrastare una guerra che oggi definiremmo asimmetrica. Ma fu proprio la violenza contro persone inermi e innocenti a prosciugare rapidamente il bacino del consenso al terrorismo. Mentre cresceva, per così dire, l’aggressività degli agguati e l’efferatezza delle stragi, aumentava anche la consapevolezza che bersaglio del terrore era la società, i cittadini, la comunità nazionale, il popolo: pensiamo agli attentati sui treni, alle stragi di piazza Fontana, di Bologna, di piazza della Loggia. A mandare in crisi il terrorismo fu l’isolamento, la totale contrarietà che il terrorismo nero, le Brigate Rosse, e gli altri movimenti armati, lo stragismo, trovarono nella vita della comunità, nei luoghi di lavoro, nel sindacato, negli uffici, nel sentire comune”. Casalegno e Tobagi uccisi, Montanelli ferito: perché i terroristi bersagliavano la stampa? “La libera stampa, il diritto di critica, il dissenso sono i cardini delle democrazie liberali. Il giornalismo è prima di tutto testimonianza civile. Nella visione folle dei terroristi, i giornalisti costituivano un pericoloso ostacolo sulla loro strada. Per questo andavano intimiditi per ridurli al silenzio”, ha aggiunto il presidente Mattarella. 

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