Data ultima modifica: 9 Dicembre 2021

“Sono ancora un po’ confuso, tutto sta andando velocemente. Ma ora sono felice, sono qui con la mia famiglia, con tutte le persone che amo. Tutto qui”. Lo dice Patrick Zaki al Corriere della Sera, parlando dalla sua casa di infanzia a Mansoura, in Egitto, dove ieri è stato rilasciato dopo 670 giorni di detenzione. “Non mi hanno annunciato che sarei stato rilasciato – racconta lo studente egiziano dell’Alma Mater di Bologna – All’improvviso mi hanno portato al commissariato, e hanno iniziato a prendermi le impronte. Non capivo cosa stesse succedendo, non c’erano segnali che mi stessero per scarcerare. Ero confuso. Non posso dire tutti i dettagli e preferisco non parlare delle condizioni di detenzione. Ma poi ho capito che c’era una speranza. È la speranza, sai, la cosa più difficile da tenere in vita quando ti tolgono la libertà”.  “Io devo solo dire grazie all’Italia – aggiunge – per essere stata vicina a me e alla mia famiglia. Grazie a tutti quelli che hanno tenuto accesa la luce. E l’elenco è lunghissimo. Gli amici in ogni parte del mondo, che si sono dati da fare per me. Ma anche la vostra delegazione diplomatica che è venuta alle udienze. Poi l’università di Bologna. Tutti i compagni di master, ma in particolare la professoressa Rita Monticelli. È la mia mentore al master Gemma a Bologna. Una persona che mi ha trattato come un figlio. E non mi ha trasmesso solo conoscenza ma anche valori. L’empatia, il rispetto. E l’ascolto. E poi mia sorella Marise. Ma sicuramente così faccio arrabbiare qualcuno, mi fermo qui”.  “Vedere in aula i vostri rappresentanti diplomatici durante le udienze mi ha dato forza – ribadisce Zaki -. Non dimenticherò mai tutte le volte in cui durante le visite mi venivano raccontate le manifestazioni, delle piazze. E di tutte le iniziative organizzate per chiedere il mio rilascio in questi quasi due anni. Mi ha riempito di orgoglio sapere che una persona del livello della senatrice Liliana Segre e della sua statura morale si sia interessata a me. Voglio conoscerla. Assolutamente. Spero che questo avvenga quanto prima. Spero che avvenga presto che io possa tornare in Italia. Non so se ci sia un’interdizione per viaggiare all’estero. Per ora so che posso tornare al Cairo. Spero di poter riprendere davvero presto il master a Bologna. Non vedo l’ora di poter riabbracciare i miei compagni, i miei professori. E c’è un posto dove vorrei andare prima o poi, in Italia. A Napoli. Non ci sono mai stato. La mia bisnonna Adel veniva da Napoli. Non parlo così bene l’italiano, ma l’accento di quella parte del Paese mi ha sempre affascinato. Amo molto gli autori napoletani”.  
In carcere ho potuto leggere, prosegue Zaki, “Dostoevskij, Saramago. E poi ‘L’amica geniale’ di Elena Ferrante. Il mio preferito, forse. I libri dell’Università invece erano più complicati da avere. Ho provato anche a scrivere qualche volta ma non sempre mi era permesso tenere il blocco. Scrivere permette di rielaborare, di processare l’accaduto. Una persona a me vicino mi ha insegnato questo”. Infine parla del premio alla memoria di Maria Grazia Cutuli, l’inviata uccisa in Afghanistan nel 2001, ricevuto il 20 novembre dal Corriere della Sera: “Significa tanto per me. Non lo merito, ci sono eroi là fuori che combattono, in Egitto, più di me, molto più di me. Ma è un premio per cui ringrazio di cuore, Maria Grazia è molto molto importante per me, e questo riconoscimento rappresenta un grande sostegno che ho ricevuto dal Corriere, come istituzione. E presto spero di scrivere i miei diari, quello che ho passato, sul Corriere. Aspettatemi”.  

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