Data ultima modifica: 31 Gennaio 2021

Trenta anni fa, nasceva a Rimini il Pds “con una dichiarazione programmatica innovativa, che poneva il tema centrale della questione ambientale, come rivisitazione della critica al modello di sviluppo capitalista”. A guidare il passaggio al post comunismo fu l’ultimo segretario del Pci, Achille Occhetto, il primo del partito democratico della sinistra.  Il compagno Akel, intervistato dall’AdnKronos, ricorda quella storia. Intanto si cambiò il simbolo, la falce e martello scivolò in basso, arrivò la Quercia. Ma Occhetto spiega che “sì, diventammo democratici, ma di sinistra”. E anche oggi rivendica il ruolo della ‘nuova’ sinistra: “Dobbiamo stare nel gorgo del conflitto, la pandemia mostra i disastri del neoliberismo”. “Nel simbolo – ricorda – ponemmo significativamente alle radici della quercia quello del Pci a segnalare apertamente da dove venivamo, senza infingimenti e abiure”. “Nello stesso tempo – sottolinea Occhetto – segnalavamo che il termine sinistra è universale e contiene tutte le altre definizioni. Partito democratico sì, ma di sinistra. Appunto”. “Puntavamo – racconta Occhetto – a una riconsiderazione in modo del tutto originale del rapporto tra pubblico e privato, tra società politica e società civile nel contesto del passaggio dall’alternativa all’alternanza e delle conseguenti riforme istituzionali”. Cambia anche il posizionamento internazionale: “Individuammo inoltre nel campo della sinistra europea il nostro campo d’azione”. L’addio a Mosca, già teorizzato da Berlinguer era cosa fatta.  Il congresso di Rimini, che si chiuse il che fu la sede del dibattito allargato, dopo la Svolta della Bolognina dell”89, dopo la caduta del Muro, era una scommessa, ma l’eredità del Pci, la sua storia, pesavano come un macigno, molti non volevano mettere in discussione quel percorso: “L’obbiettivo dichiarato – dice Occhetto – era quello di aprirsi a una costituente delle idee, che desse vita a una nuova formazione politica capace di determinare una feconda contaminazione tra tutte le componenti, laiche e cattoliche, del riformismo italiano”.  Per Akel la Svolta deve diventare progetto politico, deve allargarsi a altre componenti del paese, al “riformismo che finora era stato un corpo separato dal Pci, a volte alleato, a volte in guerra con il più grande partito comunista occidentale, che pure nelle sue anime contava una componente vicina a quelle sensibilità, con i nomi, ad esempio, di Napolitano e di Macaluso.  Per Occhetto è tempo di bilanci: “A 30 anni di distanza dal XXesimo congresso del Pc, che fu l’ultimo di quel partito, tale obiettivo è stato accolto solo in parte e si è troppo spesso risolto in fusioni e scissioni a freddo tra apparati – è la sua valutazione – . Non si è ancora tenuto fede all’esigenza di dar vita a una sinistra, e a un campo democratico che  non  si  rigenerassero in  un  luogo  del  passato,  ma  che si incontrassero in un luogo del futuro in cui saldare le radici storiche delle aspirazioni alla giustizia e all’eguaglianza, in un mondo profondamente diverso”. “Bisogna affrontare con una rinnovata cultura politica le inedite sfide planetarie ed epocali del nuovo millennio”, dice il segretario della svolta e delle lacrime al Congresso straordinario di Bologna, che ne furono una delle immagini più simboliche. E’ lo sguardo al futuro, prende di nuovo il sopravvento per Occhetto: “Serve la capacità non  già  di  evitare,  ma  di  stare  nel  gorgo  del  conflitto, dentro la modernità e i suoi possibili esiti catastrofici. Esiti, figli delle politiche neoliberiste, messe a nudo dalla stessa pandemia”. 

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