Data ultima modifica: 29 Dicembre 2020

Sono 36 le cittadine e i cittadini che anche quest’anno il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha voluto premiare con l’Onorificenza al merito della Repubblica italiana. Eroi di ogni giorno, distintisi per l’impegno quotidiano nella solidarietà, nel volontariato, per l’attività in favore dell’inclusione sociale, nella cooperazione internazionale, nella promozione della cultura, della legalità e del diritto alla salute. Ecco le loro storie. Fondatrice nel 1993 della Comunità ‘Nuovi Orizzonti’, dal nome di uno specifico programma pedagogico riabilitativo, Chiara Amirante, scrittrice e giornalista, 54 anni, romana, da sempre impegnata nel recupero degli emarginati, dei giovani con problemi di tossicodipendenza, alcolismo e prostituzione, attiva nelle carceri e con i bambini di strada. Inizia il suo percorso negli anni ‘90 offrendo un servizio di ascolto e condivisione ai giovani in condizione di disagio che dormivano nei sottopassaggi della stazione Termini di Roma. Nel 1996 avvia anche il progetto ‘Cittadella Cielo’, una struttura che si compone di numerosi Centri impegnati nella realizzazione di iniziative sociali di solidarietà: comunità di accoglienza, case famiglia, centri di ascolto, equipe di strada, cooperative sociali, gruppi di sostegno negli ospedali, nelle carceri, nelle baraccopoli. Nel 2010 il Pontificio Consiglio per i laici riconosce ‘Nuovi Orizzonti’ come Associazione privata internazionale di fedeli e nel 2018 Chiara Amirante viene invitata da Papa Francesco a partecipare al Sinodo sui giovani.  Romana di nascita ma triestina di adozione, Domiziana Avanzini, 48 anni, nel 2000, coinvolta da una amica, si avvicina all’Avo (Associazione volontari ospedalieri) e nel marzo 2009 viene eletta presidente della rappresentanza dell’Avo triestina, una delle prime associazioni di questo genere in Italia. Oggi conta più di 150 soci e volontari che, dopo un periodo di formazione teorica e pratica, prestano assistenza ai degenti, soprattutto nelle ore dei pasti, nei reparti dell’Ospedale Maggiore e di Cattinara, contribuendo a “umanizzare” l’ambiente ospedaliero. Nazzarena Barboni, 51 anni, di Camerino, in provincia di Macerata, dopo la morte del figlio, affetto da neuroblastoma, nel 2007 fonda, con l’aiuto dell’ex marito Andrea, l’Associazione Raffaello Onlus per aiutare i piccoli pazienti ricoverati nel Centro di Oncoematologia pediatrica dell’Ospedale Salesi di Ancona e le loro famiglie a dimenticare la malattia per qualche ora. Alle attività nel reparto si aggiungono due “case Raffaello”, punti di appoggio gratuiti per le famiglie dei bambini ricoverati. Ha scritto Nazzarena: “è proprio dal dolore della perdita, dal dolore di quella che sembra una sconfitta irreparabile che è nata la voglia di usare la mia energia per i bimbi, per dargli la possibilità di sorridere, di divertirsi anche tra quelle mura strette”. Carolina Benetti, 89 anni, di San Giovanni Lupatoto, in provincia di Verona, nel 1983 perde il primogenito in un incidente stradale. Per lei e per il marito Carlo, a preoccupazione del futuro del secondogenito Stefano, disabile a causa di una sofferenza neonatale. Nel 1984, Carlo fonda, insieme ad altre famiglie con figli ‘speciali’, una associazione in cui anche Carolina sarà molto attiva. Venti anni dopo si impegnano in un nuovo percorso associativo come fondatori di ‘Amici del Tesoro’ Onlus dedicandosi, anche in ragione dell’avanzare dell’età, al tema del ‘dopo di noi’. Nutrono il sogno di poter realizzare una casa famiglia che possa accogliere in un clima familiare il loro Stefano ed altri ragazzi. Dopo la morte del marito, al quale è rimasta legata in matrimonio per 57 anni, nel 2014, Carolina porta avanti questa missione e due anni dopo, impegnando i risparmi di una vita, dona all’Associazione una villetta a San Giovanni Lupatoto, la ‘Casa di Carlo’, per Stefano e altri giovani con disabilità. Un luogo dove promuovere una cultura dell’integrazione e che rappresenta un’occasione di incontro e conoscenza della diversità, un laboratorio in cui sviluppare potenzialità inespresse e progetti, un punto di socializzazione tra le persone disabili e la comunità. Nato a Meknes, in Marocco, ma palermitano di adozione (da quando aveva 10 anni), Rachid Berradi, oggi quarantacinquenne, è stato campione europeo nei 10.000 metri e finalista alle Olimpiadi di Sydney. Ha fatto della sua passione e professione uno strumento di inclusione sociale a favore dei ragazzi e delle famiglie residenti in aree disagiate e a forte rischio emarginazione sociale, dove lo sport assume il significato di “riscatto e legalità”, come lui stesso afferma. Così nel 2009 ha aperto la società sportiva Atletica Berradi 091, successivamente l’Atletico Zen, squadra di calcio da lui stesso allenata, composta da ragazzi provenienti dal quartiere omonimo, con cui ha partecipato nel 2019 al primo Memorial Calcio a 5 ‘Paolo Borsellino’, organizzato negli impianti sportivi situati nei pressi del luogo della strage. Con l’obiettivo di creare una rete di legalità sul territorio, Rachid ha poi organizzato stage di atletica coinvolgendo le Forze dell’Ordine che hanno partecipato in borghese come allenatori per poi rivelare la loro professione ai ragazzi solo alla fine, quando si era già instaurato un rapporto di fiducia. Coinvolge nei vari progetti sportivi solidali, campioni olimpici, allenatori e calciatori professionisti. Nicoletta Cosentino, 49 anni, palermitana, vittima di violenza domestica, dopo un percorso di recupero intrapreso nel centro antiviolenza Le Donne Onlus di Palermo, e con il sostegno del Centro Astalli e dell’Associazione Pellegrino della Terra, riesce a superare una storia personale di abusi e a ricostruire la propria vita. Frequenta uno stage formativo presso un laboratorio di produzione alimentare che la porterà a ricostruire e riscoprire sé stessa e anche la sua passione per la cucina. Da qui l’idea di avviare un’attività imprenditoriale: grazie anche al supporto della rete Di. Re. (Donne in rete contro la violenza) ottiene la copertura per un finanziamento da Banca Etica e crea “Le Cuoche Combattenti”, un laboratorio artigianale di conserve e prodotti da forno. Con questa iniziativa mette a disposizione delle altre donne il suo difficile trascorso ma soprattutto la sua esperienza di riscatto e lancia un messaggio di incoraggiamento e di speranza per quante ancora non riescono a fuggire da una vita di violenze. Nel suo laboratorio coinvolge otto donne sottratte alla violenza, non solo fisica, ma anche psicologica e familiare; offre loro stage formativi e lavoro come presupposto per riacquistare libertà, dignità e indipendenza economica e riprendere così il controllo delle proprie vite. Il suo motto è “mai più paura, mai più in silenzio, non siamo vittime, ma combattenti”. “Come tanti altri a Scampia, non ho scelto la strada della camorra e neppure quella della fuga. Ne ho scelto una terza: quella di restare, di resistere ed esistere”. Ciro Corona, 40 anni, lo racconta nel suo libro “(R)esistere a Scampia”, edito nel 2019. Laureato in filosofia, dal 1998 lavora come operatore sociale nel ruolo di educatore di strada e di comunità. Socio fondatore, nel 2008, dell’associazione (R)esistenza anticamorra (di cui è presidente) e, nel 2012, della Cooperativa sociale (R)esistenza (di cui è legale rappresentante). “(R)esistenza -spiega- ha sempre avuto una idea di sociale differente, un sociale non assistenziale ma responsabile. Pensiamo che sia dal basso che si producano gli anticorpi per contrastare malapolitica e camorra. Mostrando alla gente nuovi modelli di sviluppo e generando una possibilità di scelta. Quella possibilità di scelta che per tanti anni è mancata. È solo vivendo il territorio che si fa antimafia”. Attraverso l’associazione gestisce anche il Fondo rustico Amato Lamberti, il primo bene agricolo confiscato di Napoli sul quale vengono ora prodotti vino, miele, confetture e birra artigianale secondo la logica dell’agricoltura sociale (in particolare, ad esempio, con percorsi lavorativi individualizzati per detenuti). Punto di riferimento per quanti resistono alla criminalità organizzata, ha creato uno sportello anti-camorra ed è coordinatore del polo socio-culturale intitolato a Gelsomina Verde, giovane ventiduenne vittima della camorra.  Angela Buanne, 54 anni, di Napoli, perde la figlia Livia Barbato poco più che ventenne nel luglio 2015, per le ferite riportate in un incidente stradale causato dal fidanzato, che in stato di ebrezza, guida contromano per diversi chilometri. Nello stesso incidente perde la vita anche il conducente dell’auto proveniente dal senso giusto di marcia. Una vicenda raccontata nel libro “Viaggio al centro della notte” del giornalista Luca Maurelli che affronta più in generale la piaga delle stragi del sabato sera, dell’alcolismo giovanile e degli sballi facili. Grazie al sostegno della Fondazione Ania (Associazione nazionale imprese assicuratrici) e della fondazione Exodus di don Antonio Mazzi, Angela, accompagnata da Luca Maurelli, gira le scuole per incontrare gli studenti e sensibilizzarli sul tema della sicurezza stradale. Laura Bruno, 91 anni, di Crotone, ma volontaria Vincenziana presso una Parrocchia della borgata romana di Ottavia, nel 1995 fonda il Centro odontoiatrico “Solidarietà Vincenziana”, che interviene sui problemi odontoiatrici con un duplice obiettivo: curare un problema sanitario e migliorare l’aspetto della persona, passaggio spesso fondamentale per recuperare la dignità e per l’accettazione da parte della ‘società civile’ di soggetti che vivono in condizione di povertà e trascuratezza. In sintesi “cura della persona come elemento di integrazione sociale”. Nel centro prestano attività volontaria 48 persone tra odontoiatri, odontotecnici, assistenti alla poltrona e 22 addetti all’accoglienza e alla segreteria. Ogni anno il Centro assiste circa 800 pazienti e vengono erogate circa 2.500 prestazioni sanitarie completamente gratuite: dalle sedute di igiene dentale alla chirurgia orale. Inoltre, a fronte di un minimo rimborso spese, è possibile effettuare la riabilitazione protesica degli adulti e l’ortodonzia per i bambini. Alma Broccoli, 92 anni, di Dormelletto, in provincia di Novara, in pensione da trenta anni, ha deciso di dedicarsi al volontariato ed è la centralinista della Croce Rossa di Arona. Coordina i soccorsi dei volontari rispondendo alle chiamate. Nel 2019 ha anche donato un mezzo, una Fiat Panda, alla stessa associazione. Valentina Bonanno, 30 anni, di Palermo, sin da bambina ha vissuto tra Italia e Kenya, dove insieme alla madre ha fondato l’associazione Maharagwe Fauzia Onlus che presiede. Un’idea nata dopo la morte nel 2008, per setticemia conseguente al parto, di Fauzia, giovane ragazza keniota, a cui Valentina era molto legata. La finalità dell’associazione è infatti quella di sviluppare una rete sicura di supporto alla gravidanza, parto e puerperio attraverso la formazione di ostetriche e personale qualificato. In un contesto caratterizzato da elevata mortalità durante il parto, diventa infatti essenziale garantire ad ogni mamma la possibilità di partorire seguendo le proprie tradizioni e culture ma in assoluta sicurezza. Inoltre, qualora la madre sia affetta da malattie trasmissibili come l’Hiv, per limitare la possibilità di contagio al neonato, l’associazione si impegna a garantire un parto cesareo e nutrimento alternativo rispetto all’allattamento al seno. Ad oggi l’associazione si avvale di una squadra di ostetriche tradizionali, sparse sul territorio, a cui offre strumenti e formazione, contatti e appoggio. È anche impegnata in attività di assistenza presso la clinica di Mambrui.  Don Luigi D’Errico, 58 anni, referente del settore disabili e catechesi dell’Ufficio catechistico della diocesi di Roma, dal 2007 parroco nella Chiesa dei Santi Martiri dell’Uganda nel quartiere Ardeatino, dove da tempo è stata avviata un’esperienza di catechesi per e con le persone disabili. Non solo. Occorre ricordare anche l’istituzione delle case famiglia “Rifugio per Agar”, dedicata a donne e bambini vittime di maltrattamenti, e “Casa Betlemme”, per accogliere famiglie senza fissa dimora, in collaborazione con altre parrocchie. La parrocchia di don Luigi inoltre, anche attraverso il coinvolgimento dei parrocchiani, offre servizi di distribuzione di pasti caldi ai senza tetto, doposcuola per bambini in difficoltà, un centro di ascolto, assistenza domiciliare per gli anziani, aiuti alimentari. Aldo Andrea Di Cristofaro, 77 anni, originario di Bagnaturo di Pratola, in provincia di L’Aquila, presidente (per il terzo mandato consecutivo) dell’associazione Valle Peligna di Toronto. Da sempre impegnato in iniziative di solidarietà verso gli italiani che vivono in Canada così come in progetti di beneficenza e solidarietà verso la sua terra di origine. Nel 2009, in occasione del terremoto a L’Aquila, ha donato un prefabbricato per gli incontri di socializzazione delle persone anziane, borse di studio agli studenti rimasti orfani, un parco giochi per i bambini. È stato, inoltre, protagonista di una importante raccolta di finanziamenti a supporto della popolazione locale nel caso del più recente sisma di Amatrice. Nel 2019 ha ricevuto il riconoscimento di “Eroe civico” dal Consiglio comunale di Vaughan, cittadina canadese a pochi chilometri da Toronto, per il suo contributo di solidarietà. Vittoria Ferdinandi, 34 anni, di Perugia, è la direttrice del ristorante (e centro polifunzionale) “Numero Zero”: aperto nel capoluogo umbro nel novembre 2019, impiega un gruppo di ragazzi e ragazze (pari al 50% del personale) che soffrono di disturbi mentali di diversa entità e che si alternano tra cucina, sala e bancone. L’iniziativa è nata per cercare di costruire un luogo di possibilità concreta per il reinserimento sia sociale sia lavorativo dei malati psichiatrici, per i quali il lavoro non esiste o, se esiste, si concretizza in mansioni decentrate rispetto alla socialità e alla comunità (in archivi, magazzini, etc). Insieme ai ragazzi indossano il grembiule anche operatori e psicologi dell’associazione RealMente, che ha ideato il progetto in collaborazione con la Fondazione La città del Sole–Onlus che ha preso in locazione lo spazio nel centro storico di Perugia. “Numero Zero” ha aperto dopo un lavoro di restauro e adeguamento realizzato anche grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Perugia e della Brunello Cucinelli S.p.a.. Anna Fiscale, 32 anni, di Verona, crea nel 2013 la cooperativa sociale Quid Onlus che presiede. Ragione sociale: riciclare stoffe in eccesso, provenienti da rimanenze di grandi marchi, dando lavoro a donne svantaggiate e in generale persone con fragilità. Il principio base è trasformare “le vulnerabilità in valore aggiunto”. Grazie ai brand partner che forniscono le eccedenze, dai laboratori escono collezioni di alta qualità e a prezzi democratici. Impiega circa 100 lavoratori di molte nazionalità (per l’80% donne provenienti da categorie socialmente svantaggiate). Distribuisce le proprie collezioni in un centinaio di negozi multibrand, online e in alcuni negozi Quid. “L’impresa sociale -spiega l’amministratore delegato e cofondatore Ludovico Mantoan- non è un’esibizione di carità, ma la conferma che anteporre la persona al profitto oggi può generare un valore nuovo”. La cooperativa è presente, con laboratori sartoriali, anche nel carcere di Montorio con un programma per i detenuti nel loro reinserimento. Nel 2014 ha vinto il premio europeo “Innovazione sociale” e nel 2018 il “Best Wwworkers 2018” quale impresa italiana che meglio ha saputo declinare il made in Italy alle nuove tecnologie. A causa della pandemia Covid19, Quid a marzo 2020 è costretta chiudere i punti vendita, ma collaborando con altre cooperative sparse su tutta la penisola riconverte la produzione, creando prototipi di mascherina protettiva riutilizzabile in tessuto anti-microbico e anti-goccia. Nasce così Co-ver, mascherina protettiva riutilizzabile certificata da filiera interamente Made-in-Italy. Una fermata allunga la vita. Danilo Galli, 40 anni, romano, autista dell’Atac da 11 anni, nel settembre del 2020 sta effettuando la corsa quando vede una donna a cavalcioni sul parapetto del viadotto di via delle Valli, a Roma, che minaccia di gettarsi nel vuoto. Ferma l’autobus senza esitazioni, attraversa la strada e tira la donna via dalla ringhiera. Nel frattempo arrivavano in suo soccorso altri due colleghi e insieme chiamano il 118 e le Forze dell’Ordine. Cinzia Grassi, 62 anni, di Roma, medico chirurgo, specialista in pediatria. Dal 1988 al 2018 dirigente medico della Polizia di Stato, impegnata nel contrasto all’abuso, al maltrattamento e alla pornografia a danno dell’infanzia. Nel 2006, in memoria del figlio, fonda la Onlus “Edoardo con noi” impegnata in attività di ricerca e di sensibilizzazione. In particolare, l’associazione raccoglie fondi da destinare alla ricerca scientifica per il diabete giovanile insulino-dipendente, promuove manifestazioni ed eventi sportivi dedicati agli atleti affetti da tale patologia, fa opera di sensibilizzazione nelle scuole e in altri luoghi di aggregazione giovanile per la conoscenza della stessa patologia al fine di contrastare la percezione di diversità che avvertono i giovani malati. L’associazione svolge attività divulgativa anche attraverso la realizzazione di cortometraggi e di spettacoli teatrali. Tra i corti, “Questa è la mia bici” (di Enzo Musmeci Greco) ha vinto, nel 2019, il Premio miglior opera in concorso al Festival nazionale dello sport integrato del cinema d’inclusione di Courmayeur ed è stato finalista al Festival tulipani di seta nera per Rai cinema channel nonché tra i 5 finalisti del Festival “Nastri d’argento” nella sezione “Corti, società, solidarietà”. Nel 2019 è stata autrice e curatrice di “Suicidio e Law Enforcement”, un volume che, nato dalla collaborazione tra il ministero dell’Interno e l’Università La Sapienza di Roma (Facoltà di Medicina e Psicologia), offre una rassegna delle principali linee di ricerca sul fenomeno del suicidio nelle Forze armate e di Polizia e sulla sua prevenzione. Elisabetta Iannelli, romana, all’età di 24 anni (oggi ne ha 52) le viene riscontrato un cancro, ma, dopo il primo periodo, mette a disposizione le sue risorse per aiutare i malati come lei a convivere con la malattia senza rinunciare a una vita sociale e lavorativa. Il suo motto diventa “Il cancro ha cambiato la mia vita, io cambierò la mia vita con il cancro”. A 33 anni diventa vicepresidente dell’Associazione italiana malati di cancro, parenti e amici (Aimac). Dal 2004 è segretario generale della Federazione italiana delle Associazioni di volontariato in oncologia (Favo). È inoltre componente del Comitato scientifico dell’Osservatorio permanente sulla condizione assistenziale dei malati oncologici e di vari organismi internazionali in ambito internazionale, fino a partecipare all’Assemblea generale delle Nazioni unite nel settembre 2011 come rappresentante della Favo, unica organizzazione di volontariato italiana ed europea a partecipare al vertice Onu sulle malattie non trasmissibili. Destinataria di numerosi premi e riconoscimenti, autrice di numerose pubblicazioni, il suo impegno è volto ad individuare e praticare azioni concrete finalizzate alla tutela dei diritti dei malati di cancro, affinché sia garantito il pieno ritorno alla vita sotto ogni aspetto: familiare, lavorativo, sociale, economico, previdenziale, assicurativo e riabilitativo. Si è battuta per i diritti dei malati di cancro: per la preservazione della fertilità dei giovani malati, per il diritto all’adozione dopo il cancro, per ottenere mutui e finanziamenti. Sara Longhi, 38 anni, e Alfonso Marrazzo, 36 anni, di Bologna, entrambi non udenti, nel 2012, aprono il “Senza nome” caffè, un bar dove possano interagire i sordi con gli udenti, contribuendo a facilitare l’integrazione e il confronto e allo stesso tempo promuovere la lingua dei segni italiana. Situato nel centro di Bologna, è oggi considerato un riferimento per molti sordi di tutta Italia. A servire la clientela sono dei ragazzi sordi. Per l’ordinazione l’udente può utilizzare il linguaggio dei segni (in questo caso ha diritto ad uno sconto); bigliettini prestampati posti in bacheca (su “l’angolo del cocciuto”); scrivere su foglietti o ricorrere ai gesti più comuni. In sostanza non sono i non udenti a doversi sforzare per farsi capire, ma sono gli udenti a dover provare a utilizzare nuove forme di comunicazione per entrare in contatto con baristi e camerieri. Sulle pareti è attaccato un cartellone che propone il menù tradotto nella Lis e a chi non riesce proprio ad ordinare utilizzando il linguaggio dei segni, sono i ragazzi al bancone che cercano di insegnare qual è il gesto giusto da fare per poter avere il piatto o la bevanda preferiti. Il locale è frequentato da molti udenti anche per le sue numerose iniziative culturali: da laboratori di arte a mostre, proiezioni, testimonianze. Egidio Marchese, 52 anni, nato in Calabria, nei primi anni Novanta si trasferisce in Valle d’Aosta per lavoro e nel gennaio del 1997 è vittima di un incidente stradale che lo costringe su una sedia a rotelle. Si avvicina così all’Avp (Associazione valdostana paraplegici), di cui oggi è rappresentante legale, che lo introduce nel mondo dello sport per diversamente abili. Così con il curling per disabili partecipa alle Paralimpiadi di Torino nel 2006 e a quelle di Vancouver nel 2010. Attualmente è anche presidente della Disval asd, società sportiva valdostana per persone con disabilità, gestita interamente da disabili, nata con l’obiettivo di raccogliere e diffondere le informazioni sulla disabilità e migliorarne le condizioni di vita nei diversi settori: dall’inserimento lavorativo, all’assistenza ospedaliera e sanitaria. La stessa associazione, con il sostegno dell’Inail, della Regione Valle d’Aosta e di Technogym, ha aperto la prima palestra inclusiva: attrezzata con macchinari a doppio uso, che si possono adattare anche alle persone con disabilità. Si tratta dell’unico centro in Italia che permette ad atleti disabili e normodotati di allenarsi insieme. La Disval organizza anche iniziative di avvicinamento allo sport per gli infortunati sul lavoro. Don Tarcisio Moreschi, 73 anni, originario della diocesi di Brescia, appena ordinato (a Malonno, nel 1975), parte come Fidei Donum per l’Africa dove opera da 36 anni. Dal 1993, dopo il Burundi e l’ex Zaire (attuale Repubblica del Congo), è in Tanzania. In tutti questi anni realizza chiese, orfanotrofi, scuole, un ospedale, un centro per bambini disabili e un servizio di assistenza sanitaria per madri sole affette da Hiv/Aids. Fausta Pina, maestra di infanzia in pensione, è in Africa come volontaria da 15 anni e insieme a Don Tarcisio è l’anima di Tumaini (che in lingua swahili significa “speranza”), un villaggio per bambini orfani che fondano nel 2002. Oggi il centro ospita circa 100 bambini, di cui alcuni sieropositivi, e si occupa della loro istruzione primaria e secondaria. Immacolata (Titina) Petrosino, 73 anni, e Ugo Martino, 73 anni, di Isernia, nel 2007, dopo l’incontro con Padre Leòn Sirabahenda, fondano l’Associazione ‘Oltre la vita’ Onlus in nome del figlio Francesco, giovane vittima nel disastro ferroviario di Roccasecca del 2005. A determinare la scelta i racconti del sacerdote sulla sofferenza delle popolazioni del Burundi dopo i conflitti etnici. “Venne spontaneo -racconta Ugo- unire il nostro dolore per Francesco con quello della gente del Burundi”. L’associazione finanzia progetti in favore della popolazione di Makamba in Burundi dove, grazie alle donazioni di tante persone, è stato possibile costruire una scuola, un orfanotrofio, un centro per disabili, un piccolo ospedale e un dispensario. Prioritario per l’Associazione il rispetto degli usi e delle tradizioni del luogo, senza tentare di modificarle. Valeria Parrini, 65 anni, di Piombino, in provincia di Livorno, giornalista del ‘Tirreno’, moglie del padre di Ruggero Toffolutti, un operaio morto sul lavoro nel 1998 all’età di 30 anni nell’acciaieria Magona di Piombino, oggi Arcelor Mittal. Nello stesso anno fonda l’Associazione nazionale per la sicurezza sul lavoro ‘Ruggero Toffolutti’ di cui è presidente onoraria e anima da più di 20 anni. Si batte instancabilmente perché tragedie come quella che ha colpito la sua famiglia non accadano più. Enrico Parisi, 28 anni, di Corigliano-Rossano, in provincia di Cosenza. Dopo la Laurea in economia aziendale e management alla Bocconi e l’esperienza in Brasile con la Camera di commercio di Rio de Janeiro nel settore vitivinicolo, nel 2016 torna in Calabria a lavorare nell’azienda di famiglia che produce olio biologico “Dop Bruzio Colline ioniche presilane” da tre generazioni. All’interno dell’azienda crea “+ che olio coltiviamo cultura”, una sezione che, nell’ambito della responsabilità di impresa, mira alla realizzazione di progetti di sostenibilità sociale, economica ed ambientale. Inaugura, in collaborazione con la cooperativa “I figli della luna” , il primo orto sociale di Corigliano Rossano, con il motto “crescere insieme per crescere meglio”: piante di pomodori e peperoni vengono utilizzate come strumento di “pedagogia agricola”. In un’ottica di economia circolare, la cooperativa si finanzia con la vendita frutti prodotti. Dal 2017 al 2019 Parisi è stato il delegato provinciale di Giovani impresa Coldiretti Cosenza. Padre Salvatore Morittu, 74 anni, di Sassari, da sempre impegnato nella lotta contro le tossicodipendenze e l’emarginazione sociale, nel 1980 fondato a Cagliari la Comunità San Mauro, prima comunità terapeutica residenziale per tossicodipendenti in Sardegna e il Centro di Accoglienza San Mauro per preparare i giovani al programma residenziale e allo stesso tempo per fare prevenzione sul territorio. Segue negli anni l’apertura di altri centri e dal 1985 comincia ad accogliere in comunità i giovani sieropositivi all’Hiv e i malati di Aids che, a partire dal 1998, verranno ospitati nella Casa famiglia Sant’Antonio abate, unica struttura socio-residenziale nell’isola che accoglie persone affette da Hiv e patologie correlate. E’ socio fondatore della Società italiana tossicodipendenze che raccoglie a livello nazionale i più celebri ricercatori in ambito medico-farmacologico-sociale. Michela Piccione, 35 anni, di Sava, in provincia di Taranto, madre di due figli, fino ad oggi non ha mai avuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato. Ha svolto vari lavori prima di arrivare al ruolo di centralinista in un call center a Taranto. Resasi conto da subito delle condizioni lavorative cui lei e suoi colleghi sono sottoposti, sfruttati per un compenso irrisorio, convince altre 20 colleghe a denunciare alla Slc Cgil tutte le irregolarità riscontrate e in seguito alla denuncia la struttura viene chiusa. “Questa storia -racconta- mi ha rafforzato e mi ha dato la consapevolezza che, se tutti alziamo la testa, forse le cose cambiano. La vergogna non può essere la nostra ma di chi ci sfrutta”. Al momento è impiegata in un call center regolare con un contratto a progetto. Serena Piccolo, 18 anni, di Pomigliano d’Arco, in provincia di Napoli, la più giovane dei premiati. Affetta da una rara malattia (aplasia midollare), da gennaio di quest’anno, su iniziativa della famiglia e con il sostegno dell’Avis di Sant’Anastasia e dell’Associazione Admo, si susseguono diversi appelli via social per trovare un donatore esterno compatibile. A giugno, ricoverata presso l’ospedale Bambin Gesù di Roma in attesa del trapianto, Serena lascia l’ospedale per sostenere l’esame di maturità in presenza presso il Liceo “Vittorio Imbriani” di Pomigliano d’Arco (che frequentava prima dell’insorgere della patologia) e ottiene 100/100. Avrebbe potuto svolgere l’esame a distanza, dall’ospedale, così come consigliato dai medici e dai docenti, ma vuole fortemente affrontarlo nella scuola. “Serena -commenta il padre- ha voluto la soddisfazione di confrontarsi, mettersi in gioco, avere paura e gioire come una qualsiasi ragazza di 18 anni”. In agosto giunge la notizia che è stato trovato un donatore grazie al registro europeo, un ragazzo tedesco di 25 anni e il 21 dello stesso mese viene effettuato il trapianto. Enrico Pieri, 86 anni, di Sant’Anna di Stazzema, superstite e testimone dell’eccidio: aveva dieci anni il 12 agosto del ‘44 quando, nascosto sotto la scala vide morire per mano nazista i genitori, due sorelle, nonni, zii e cugini. È presidente dell’associazione “Martiri di Sant’Anna di Stazzema” e ha donato all’associazione la sua casa di infanzia, la stessa in cui fu sterminata la famiglia, per favorire incontri e dare spazio alle delegazioni di studenti e ricercatori che si recano a Sant’Anna per informarsi e approfondire la conoscenza storica. E proprio ai più giovani Enrico non si stanca di raccontare di quella strage, mettendoli in guardia da ideologie e nazionalismi. “Viviamo da 76 anni in una condizione di pace e benessere -sottolinea- grazie a tutte le persone che hanno pagato per la guerra. Non dobbiamo perdere la memoria, la dobbiamo tenere viva”. Emigrato in Svizzera, dove ha vissuto per 32 anni, è stato militante attivo nell’organizzazione “Colonia libera italiana”. Per il suo impegno ha ricevuto nel 2011 il premio di cittadino europeo dell’anno dal Parlamento europeo. Christian Plotegher, 45 anni, di Rovereto, in provincia di Trento. Titolare di Barber Factory 1975, dopo l’incontro con Tommaso, un bambino autistico di 2 anni, e sua madre, Barbara, decide di prevedere “l’ora della quiete” : un tempo dedicato a tagliare i capelli ai bambini autistici in un ambiente sereno e confortevole, poco rumoroso e non affollato, che li metta al riparo da fonti di stress e quindi rischi di crisi. Più di recente ha anche deciso di farsi promotore di un nuovo progetto e recarsi a tagliare i capelli direttamente nelle strutture che si occupano di autismo o a domicilio. Fabiano Popia, 77 anni, di Valsinni, in provincia di Matera. Nel 1995 perde la figlia Rosella, vittima di un incidente stradale, e con la moglie Elvira, nel rispetto delle sue volontà, decidono di donare gli organi, facendo di Rosella il primo donatore multiorgano della Regione Basilicata: salva ben 7 persone. Fabiano non si ferma al dolore: decide di impegnarsi come volontario per divulgare il messaggio della donazione e del trapianto organi. Nel 1996 fonda il primo gruppo comunale Aido della Basilicata, dedicato alla figlia e nel 2000 diventa presidente della sezione provinciale Aido di Matera. Da quel 1996 Fabiano svolge un intenso lavoro di informazione e sensibilizzazione presso la popolazione lucana e grazie alla sua instancabile costanza, nasceranno, in vari Comuni della Basilicata, nuovi gruppi Aido. Ha pubblicato un libro “Il dono degli organi in Basilicata” in cui ha raccolto testimonianze di autorità locali, esponenti di ospedali, autorità ecclesiastiche e di amici, in ricordo di Rosella e del suo grande ed infinito dono della vita. Giovannella Porzio, 24 anni, torinese. Affetta dalla malattia rara Charcot-Marie-Tooth che l’ha costretta alla carrozzina dall’età di 10 anni, è vice campionessa italiana ed europea di danza paralimpica. Da sempre innamorata della danza, dopo il liceo ha potuto realizzare la sua passione grazie all’Associazione “Ballo Anch’io” di Torino dove pratica la danza in carrozzina. Fa parte del Gruppo Performer, che è quello più avanzato, composto sia da persone in carrozzina sia da ballerine in piedi. Propongono spettacoli ed esibizioni in teatri e manifestazioni in tutta Italia e partecipano ai campionati della Federazione danza sportiva. Il suo sogno è quello di fondare una scuola di danza e diventare insegnante di danza inclusiva. “Con la danza -spiega- si può dimostrare quanto possa essere semplice e concreta l’inclusione e la collaborazione tra realtà diverse, dove la differenza e la disabilità non sono impedimento ma diventano uno strumento artistico”. È testimone per l’Associazione Progetto Mitofusina 2 Onlus e Telethon. Rachele Spolaor, 25 anni, laureata all’Accademia di Belle Arti di Venezia, lavora come grafica in un’azienda del trevigiano. Il 10 dicembre scorso, mentre si trova alla stazione ferroviaria di Mestre-Ospedale, di rientro dal lavoro, vede un uomo lanciarsi sui binari ed interviene in suo soccorso. Nonostante l’imminente sopraggiungere di un treno, lo raggiunge sui binari cercando di farlo risalire sulla banchina. Il macchinista della locomotiva riesce a tirare il freno a mano e a limitare l’impatto. Rachele riporta la frattura della tibia e l’uomo, un 35enne di origine rumena, gravi traumi alla testa e alla schiena ma non è in pericolo di vita. “Ho agito d’istinto, mi sentivo responsabile di quella vita -racconta Rachele- Non ho guardato se nel frattempo stesse arrivando il treno. Non ho pensato a nulla, ho semplicemente fatto quello che avrebbe fatto chiunque”. Mattia Villardita, 27 anni, di Savona. Impiegato terminalista nel porto di Vado Ligure, per una malattia congenita ha dovuto affrontare diverse operazioni fino all’età di 14 anni. Da tre anni, travestito da Spiderman fa visita ai piccoli pazienti (che definisce “gli unici e veri supereroi”) dei reparti pediatrici della Liguria: dall’ospedale di Imperia al Gaslini di Genova, passando per il reparto pediatrico del San Paolo di Savona. È il fondatore di Supereroincorsia, un gruppo di giovani impegnati nel volontariato che, travestiti da eroi, donano sorrisi e momenti di spensieratezza ai piccoli pazienti pediatrici. “Ho dei problemi di salute sin dalla nascita, quindi -racconta- sono sensibile all’argomento e ho sempre fatto del volontariato ma questa idea è nata due anni fa quando, parlando con il primario di pediatria e neonatologia del San Paolo, mi ha riferito che avevano bisogno di un pc per i loro piccoli pazienti e, così, sono andato a donarlo vestito da Spiderman. Da quel momento mi sono messo a disposizione del reparto e la cosa ha preso piega”. Neanche il Covid lo ha fermato: ha indossato la maschera e videochiamato i bambini.  

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