Data ultima modifica: 16 Settembre 2021

“Le misure di contrasto alla povertà come il reddito di cittadinanza e di sostegno al reddito come la cig e i bonus hanno permesso durante la pandemia una riduzione della perdita del reddito del 55%, mettendo il Paese nelle condizioni di ripartire subito. Ma anche in questa nuova fase di ripresa il reddito di cittadinanza si conferma uno strumento fondamentale di contrasto alla povertà”. A dirlo il presidente dell’Inps, Pasquale Tridico intervenendo alla presentazione, alla Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa, del XX Rapporto annuale dell’Inps, il documento che illustra l’attività e il ruolo dell’Inps nel sistema di welfare nazionale e nell’attuale contesto socioeconomico del Paese. “I numeri analizzati dal Rapporto Inps evidenziano come prima della pandemia – afferma Tridico – il reddito di cittadinanza aveva arrestato il trend di aumento della povertà assoluta (passato negli indici Istat dal 1,66 del 2006 al 5,04 del 2018, e poi sceso nel 2019, anno di attivazione del reddito, a 4,59), riducendo sia la distanza tra il 20% più povero e quello più ricco dell’indice di povertà, così come l’intensità della povertà e la disuguaglianza. La distribuzione geografica dei percettori di rdc ricorda poi che ha maggior diffusione in zone con contribuenti Irpef più poveri e maggiore presenza di famiglie con potenziale disagio economico”.  “Su circa 3 milioni di percettori del reddito di cittadinanza, circa la metà nel 2020 risultava composta da minori (circa 800 mila), invalidi (400mila) e pensionati di cittadinanza (200mila). Inoltre, il reddito di cittadinanza avrebbe messo in luce il vero problema, ovvero l’ampiezza della platea di ‘working poor’, coloro che hanno poche settimane o mesi di lavoro l’anno e quindi salari troppo bassi per migliorare la propria condizione”.  “Il reddito di cittadinanza non può aver creato spiazzamento sul mercato, – ha sottolineato – perché circa due terzi della platea a cui ha dato e dà sostegno o non è occupabile o non è quella ricercata dal mercato”. “Invece attraverso un salario minimo, vi sarebbero impatti positivi per la finanza pubblica, effetti redistributivi sulle famiglie e di contrasto alla povertà, una riforma aumenterebbe significativamente il reddito disponibile dei decimi più bassi della scala di distribuzione del reddito”. 

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