Data ultima modifica: 22 Giugno 2021

Via libera da parte della Commissione europea al piano nazionale di ripresa e di resilienza dell’Italia, necessario ad accedere ai fondi di Next Generation Eu. Quello italiano è il piano più grande dell’Ue per l’importo complessivo previsto di trasferimenti e prestiti, in tutto 191,5 miliardi di euro. L’esecutivo comunitario ha adottato una valutazione positiva del piano, che è “di elevata qualità” secondo alti funzionari Ue, e che sosterrà investimenti e riforme in linea con le raccomandazioni specifiche per Paese. Il Pnrr prevede 68,9 miliardi di euro di trasferimenti, cioè fondi Ue che non verranno restituiti, e 122,6 miliardi di euro di prestiti a tasso di favore, che la Commissione europea farà all’Italia dopo aver raccolto i capitali sui mercati e che andranno restituiti nel tempo. Ora il Consiglio ha un mese di tempo per approvare definitivamente il Pnrr italiano, cosa che si prevede avvenga nell’Ecofin del 13 luglio, dopodiché la Commissione potrà erogare il prefinanziamento, 24,9 mld di euro, di cui 9 mld trasferimenti e 15,9 mld prestiti, prima della pausa estiva. Tecnicamente si tratta di una preallocazione, hanno spiegato alti funzionari Ue: le somme verranno anticipate a luglio ma poi verranno dedotte, a rate, dai successivi versamenti previsti. Dopo il prefinanziamento sono calendarizzati dieci “possibili” esborsi, due all’anno, a partire dal dicembre 2021 per finire nel giugno del 2026, che verranno erogati a patto che vengano rispettati gli obiettivi e le tappe (milestones) fissati nel piano, che sono ben 525. A differenza di quanto accade per i fondi Ue tradizionali, spiega un alto funzionario, i fondi per Next Generation Eu non vengono versati dietro la presentazione di “fatture”, bensì dopo che è stato verificato il rispetto degli obiettivi e delle tappe previste Per la Commissione, il 37% della spesa prevista nel piano nazionale di ripresa dell’Italia sostiene l’obiettivo climatico, cioè contribuisce al target di ridurre le emissioni del 55%, entro il 2030, rispetto ai livelli del 1990, con la meta di arrivare alla neutralità in termini di emissioni climalteranti a livello Ue entro il 2050. Alcune misure inizialmente incluse sono state escluse dal piano proprio perché non rispettavano il ‘do no significant harm principle’, cioè rischiavano di andare in senso contrario all’obiettivo di ridurre le emissioni climalteranti. Ad esempio, hanno spiegato alti funzionari Ue, il superbonus per le ristrutturazioni edilizie non necessariamente contribuisce all’obiettivo climatico, perché la miglioria deve portare ad una riduzione del consumo energetico di almeno il 30%. Insomma, “non basta che un privato sostituisca gli infissi a vetro singolo con i doppi vetri”. Il piano italiano supera invece gli obiettivi minimi per quanto riguarda la digitalizzazione: ben il 25% della spesa è allocata a misure che favoriscono la transizione digitale, tra cui l’espansione delle rete ultraveloci e lo sviluppo della rete 5G. L’obiettivo minimo fissato dal regolamento Ue per la spesa mirata a favorire la transizione digitale è il 20%. 

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