Data ultima modifica: 17 Aprile 2021

Le zone gialle e le riaperture di alcune attività dal 26 aprile, privilegiando quelle all’aperto, dividono gli esperti. Tra chi teme un aumento dei contagi da coronavirus, chi definisce quella del governo una decisione puramente politica e chi ritiene l’allentamento graduale delle restrizioni una misura di buon senso. 
CRISANTI
 Ad essere particolarmente preoccupato Andrea Crisanti, per il quale è a rischio l’estate. “Con una situazione di contagio elevato, pensare alle riaperture vuole dire che tra un mese avremo un aumento dei casi di Covid-19 e l’estate sarà a rischio e dovremmo richiudere”, dice all’Adnkronos Salute il direttore di Microbiologia e virologia dell’università di Padova. “Riproporre le zone gialle, quelle arancioni e rosse, è continuare con un sistema infernale – avverte – ed è la dimostrazione che in un anno non si è trovata un’alternativa efficace e non si sono costruiti strumenti adeguati per contenere l’epidemia. Siamo sempre lì, con oscillazioni tra zone gialle e arancioni, nelle prime si apre e il contagio aumenta”. Ieri il presidente del Consiglio ha parlato di “rischio ragionato” per la roadmap delle riaperture: “Mi auguro che abbiano delle proiezioni – osserva Crisanti – Ma i numeri non li vediamo, non c’è trasparenza. L’espressione ‘rischio ragionato’ è vuota e decisamente politica e non scientifica. Il rischio è dato da due componenti, la probabilità e l’intensità del rischio. Per la prima sappiamo già che i contagi aumenteranno e non è una probabilità, con le riaperture accadrà questo. Servirebbe un programma di vaccinazioni a tamburo battente per evitarlo. L’intensità – ricorda l’esperto – è la gravita del fenomeno e i nostri dati sono ancora alti, con le aperture aumenteranno e dovremmo chiudere proprio in estate, quando invece gli altri Paesi saranno fuori dal tunnel”.  Quello che sta accadendo in Italia è “il risultato di una mediazione tra chi è cauto e chi vuole aprire tutto – avverte Crisanti – Siamo un Paese ostaggio di un gruppo di pressione che fa prevalere gli interessi di parte alla sanità pubblica”. Ma quale sarà allora lo scenario delle prossime settimane? “Non ho la sfera di cristallo, ma aumenteranno i contagi”, risponde il virologo che poi riflette anche sul dato dei decessi “ancora molto alto in Italia e non si capisce il perché, forse – ipotizza – questo dato è falsato da quello dei nuovi positivi che sono sicuramente di più di quelli registrati, perché il sistema di tracciamento è da mesi che non funziona più”. 
GALLI
 Sulla stessa linea Massimo Galli, per il quale “le riaperture sono un rischio calcolato male. Mi sembra scontato che invece di vedere la flessione” della curva dei contagi “che è appena accennata, finiremo per avere il processo opposto. A meno che non si riesca a vaccinare a tamburo battente tanta gente, ma non mi pare il caso”. Il professore, responsabile di malattie infettive dell’ospedale Sacco di Milano, è “in allerta e in grande preoccupazione”. “Abbiamo ancora più di 500.000 casi ufficiali di infezione in atto”, ha detto, spiegando che “questo significa averne il doppio, quelle che ci sono sfuggite sono sicuramente molte. Alla fine del lockdown dell’anno scorso ce n’erano 100.000 ufficiali, anche se non erano meno di 400-500.000. Abbiamo fatto 23,5 dosi di vaccino per 100 abitanti, abbiamo ancora una parte rilevante di 70enni, 80enni e 90enni che non sono vaccinati”, aggiunge. 
ANDREONI
  “Mentre gli altri Paesi del mondo sono ancora in lockdown o stanno lentamente uscendo dopo mesi di serrata e milioni di vaccinazioni, noi stiamo riaprendo con 15mila casi e 400 morti al giorno. In termini epidemici riaprire ora è un azzardo che ha una solo motivazione, quella politica e non certo un avallo scientifico”, ha detto all’Adnkronos Salute il direttore scientifico della Società italiana di malattie infettive e tropicali (Simit) e primario di Infettivologia al Policlinico Tor Vergata di Roma. “In un momento cruciale della campagna vaccinale italiana – rimarca Andreoni – dovremmo essere più rigorosi, pensare alle chiusure e non ad aprire. Ricordo che le terapie intensive vivono ancora una situazione molto complicata di allerta che non è risolta”. Sul fatto che il Cts abbia dato l’ok alla decisione di riaprire “il mio parere è che ci sia da parte della componente tecnica una condiscendenza alla politica”, avverte l’infettivologo. “E’ assurdo che ogni volta dobbiamo riscoprire qualcosa che abbiamo già vissuto – osserva – quello che succederà con le riaperture ormai lo sappiamo”.Deluso dal premier Draghi per la decisione di aprire alcune attività dal 26 aprile? “La mia sensazione è che in questo momento ci sia una reale debolezza della politica – risponde – chi deve mediare tra le varie anime presenti nel Governo è in difficoltà. Però è un fatto che stiamo andando in controtendenza rispetto all’Europa, spero che ci si renda conto delle conseguenze”. 
BURIONI
 “La decisione di riaprire è una decisione politica e non scientifica. Questo l’ho scritto un anno fa ma è estremamente attuale”, twitta Roberto Burioni, virologo dell’università Vita-Salute san Raffaele di Milano. “È in questi momenti che la politica deve riappropriarsi di spazi che spesso ha colpevolmente trascurato o demandato ad altri – scriveva Burioni quasi un anno fa, parlando del dibattito sulle riaperture dopo il lungo lockdown – Le conoscenze scientifiche sono fondamentali nel contribuire ad arrivare a decisioni quali la riapertura parziale delle attività, ma non possono essere l’unico aspetto da prendere in considerazione”. 
BASSETTI
 “La decisione sulle riaperture è di buon senso e si attendeva, anche perché non viene detto che da domani si apre tutto indiscriminatamente. Ma è giusto iniziare dalle aree esterne dei ristoranti e dei bar perché sappiamo che il contagio all’aria aperta è pari a zero. Draghi si è dimostrato un vero leader che si assume la responsabilità delle decisioni dopo aver sentito tutte le campane”, afferma invece all’Adnkronos Salute Matteo Bassetti, direttore della Clinica di Malattie infettive dell’ospedale San Martino di Genova e componente dell’Unità di crisi Covid-19 della Liguria. “E’ chiaro che non c’è per questo tipo di decisioni il rischio zero, bisogna fare attenzione e monitorare, nelle aree dove le misure non vengono rispettate si deve tornare alla zona rossa – avverte – I furbi che non rispettano i protocolli vanno sanzionati subito”.  Per Bassetti il cambio di passo sulle riaperture dal 26 aprile “è un segnale positivo, visto che i contagi e le ospedalizzazioni stanno lentamente scendendo. Infatti ‘perdiamo’ circa tra i 6-700 pazienti in media complessità e tra i 50 e gli 80 terapia intensiva. Quindi – suggerisce – mi pare che il trend sia in discesa anche se purtroppo ci sono ancora troppo decessi questo perché abbiamo troppi pazienti ricoverati (30 mila) e la letalità ospedaliera è tra il 5-7%. Purtroppo molti non ce la fanno. Questi numeri ancora per alcune settimana rimarranno”.  
PREGLIASCO
 “Il piano di riaperture è graduale ma è un rischio, ci sarà un prezzo da pagare e dovremmo essere tutti molto consapevoli. Si è parlato di ‘rischio accettato’, quindi si sa che i morti ci saranno. Sono morti nell’esigenza di una ripresa sociale ed economica”, dice all’Adnkronos Salute Fabrizio, virologo e docente dell’università Statale di Milano. “Come abbiamo fatto fin’ora dovremo essere responsabili, questo non perché lo Stato voglia scaricare la responsabilità sui singoli ma perché comunque ci vuole una corresponsabilità, cioè – spiega Pregliasco – lo Stato sta accettando dei rischi e dobbiamo farlo insieme perché una progressione che possa essere confermata e che desideriamo tutti sia confermata, si basa su un’adesione dei protocolli e su una responsabilità dei singoli. Del resto – sottolinea il virologo – è la prima volta al mondo che si è cercato attraverso dei lockdown di contrastare una pandemia. Questa modalità finora del solo lockdown ovviamente sta diventando insostenibile in termini di accettabilità”.  “Abbiamo ancora qualche miglio da percorrere e però – ricorda – abbiamo la promessa dell’efficacia della vaccinazione che sicuramente non azzererà la malattia, che rimarrà anche se comunque spero che raggiungeremo le cifre previste di copertura vaccinale, ma questo ci permetterà via via di convivere meglio con questo virus e ci permetterà di mantenere aperte e operative le zone gialle. Ricordiamolo – evidenzia Pregliasco – stiamo parlando di zone gialle, non è automatico che tutte le zone nel prossimo futuro lo siano. Quindi continuiamo a mantenere alta la guardia – raccomanda – perché è normale che col tempo ci si abitui al rischio. Il contagio è un fatto probabilistico: in questo momento ogni contatto è a rischio e quindi più contatti abbiamo più statisticamente possiamo incappare in quello dell’infezione”, conclude.   

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