Data ultima modifica: 19 Marzo 2022

(Adnkronos) – “Mi sono svegliato alle sei all’improvviso, ho sentito il rumore dei bombardamenti, ho visto molte chiamate perse e ho capito. Sono corso dal mio vicino di casa, urlando solo due parole: ‘è iniziata’. Con mia moglie Irina, per convincere mia figlia Anna, di 4 anni, a venire in bagno (dove non c’erano finestre ed era più sicuro, ndr)

ho provato a raccontarle
una storia, come in ‘La vita è bella’ di Benigni. ‘Un signore dice che dobbiamo nasconderci, quindi ora andiamo in bagno’, le ho detto. Non ci ha creduto, perché è molto intelligente. Ha iniziato a piangere disperata, e abbiamo deciso di dirle la verità”. E’ la mattina del 24 febbraio e Taras Lazer, professore ucraino di lingua e letteratura italiana all’Università Taras Scevchenko di Kiev, ha appena sentito lo scoppio delle bombe vicino a casa, a Rostomel, a pochissimi chilometri da Kiev. “E’ uno choc che ti blocca il cervello: non riesci a pensare, a capire cosa devi fare. Gli aerei passavano sopra le nostre teste, era orribile -rivive il professore, che è anche un noto sceneggiatore cinematografico in Ucraina, interprete, traduttore e musicista- I bombardamenti erano vicinissimi a casa nostra, ormai distinguo bene il rumore dell’esplosione da quello del sistema anti aereo, che è un suono più sordo”. L’indecisione su cosa fare, se restare o partire, è fortissima. Fino a che, il 4 sera, sono uscito in giardino e ho visto un aereo che volava a dieci metri sopra la mia testa. Mi ha smosso i capelli, ho deciso che era abbastanza, dovevo portare fuori da lì la mia famiglia. E siamo partiti verso ovest”.  “In macchina io, mia moglie, mia figlia, tre vicini di casa e un cane -ricorda il professor Lazer- Sedici ore di viaggio, orribili, indimenticabili, tra aerei, elicotteri e bombe. Pian piano, spostandoci verso ovest, la situazione si calmava. E così siamo riusciti ad arrivare Sniatyn, vicino al confine rumeno”. L’idea iniziale, troppo ottimista, era quella di stare vi solo per qualche giorno, ma purtroppo la realtà ha preso una piega diversa. “Abbiamo lasciato una valigia preziosissima con gli strumenti musicali, è il mio rammarico”, dice il professore. Ma stare in Ucraina non era sicuro “da nessuna parte”, quindi “ho portato mia moglie e mia figlia a Leopoli, ho comprato i biglietti dell’autobus e sono partite per Berlino, dove la regista di un teatro con cui abbiamo collaborato ci ha offerto un posto”, spiega all’Adnkronos Taras, che adesso si trova a Leopoli dove ha trovato subito lavoro e aiuta in tutti i modi la comunità. “Siamo separati, è un dolore insopportabile, ma cerco di non pensarci”. Il pensiero va sempre alla piccola Anna. “Mia figlia, anche se sembrava comportarsi normalmente, ha mostrato cambiamenti nel comportamento -dice con voce incrinata- Le prime notti si svegliava all’improvviso gridando che c’erano gli elicotteri, e che persone brutte stavano cercando di entrare”. Il futuro? Difficile da definire. “La vita della gente del popolo ucraino è cambiata per sempre. Il popolo si è svegliato, e finalmente gli altri paesi ci vedono, vedono che rappresentiamo il bene -dice il professore- Il futuro lo vedo con la nostra vittoria. Noi abbiamo vinto, sia strategicamente e ideologicamente. Ma ci saranno ancora morti e feriti. Nessuno pensa più alle case, ma si pensa solo alle vite. La vittoria sarà nostra, ma l’unica domanda è: quale sarà stato il prezzo?”. (di Ilaria Floris)  

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