Data ultima modifica: 1 Aprile 2022

(Adnkronos) – Non c’è tempo per piangere per chi è o è stato a Mariupol. Per chi ha assistito al disastro umanitario. “Ai pianti infiniti, incessanti dei neonati, affamati. Allo sguardo disperato delle madri che non hanno più latte per loro. Ai furti nei negozi per trovare un po di porridge. Ai fuochi per le strade per cucinare per i loro piccoli bambini, sciogliere la neve e dissetarsi, riscaldarsi…Ho visto l’inferno. Ed ho avuto paura ma non ho pianto ed ho promesso che piangerò solo il giorno della nostra vittoria”. Kateryna Yerska, 31 anni, giovane imprenditrice originaria di Odessa, trasferitasi per ironia della sorte qualche mese fa a Mariupol dove durante i bombardamenti russi ha lavorato da volontaria, è scappata lo scorso 16 marzo ed ancora sotto choc parla con l’Adnkronos, da una cafetteria della sua città natale dove “la vita sembra procedere in modo normale”.  “Ho visto i carri armati russi e quella Z. Ho visto i mercenari ceceni; i veicoli distrutti. Ho visto il nemico intimidire i civili ai check point dei corridoi umanitari. Il loro odio per noi volontari che ci ha spinti ad andar via. Ma il mio dolore più grande – afferma ingoiando la commozione – è per quei bambini che sono rimasti a Mariupol. E’ incredibile che nel ventunesimo secolo dei bimbi siano vittime di tutto questo”. Kateryna fa una pausa, e riprende: “Ero lì quando hanno bombardato il teatro. Sono scappata verso Odessa quando sono cominciati i combattimenti nelle strade. Provengo da una famiglia conservatrice sovietica, la propaganda russa ci ha sempre parlato di fratellanza fra Kiev e Mosca. Ma la realtà è un’altra: la Russia è il nostro nemico. Sono pazzi. Peggio dei nazisti. Noi abbiamo rivissuto la seconda guerra mondiale. Abbiamo visto l’inferno. E chi non era lì non può crederlo”.  (di Roberta Lanzara) 

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