Data ultima modifica: 24 Marzo 2022

(Adnkronos) – Nella fase di attraversamento del confine “c’è una sorta di rimozione, di rielaborazione fantastica del contesto. Sono convinti che dopo poco torneranno a casa, che finirà tutto, e c’è una reazione di totale presa di distanza dalla realtà. Il problema si pone quando arrivano a destinazione: lì prendono consapevolezza di aver lasciato la propria terra, c’è un crollo e le difese vengono meno, con tutte le problematiche del caso”. A raccontare all’AdnKronos lo stato psicologico dei profughi ucraini costretti a lasciare il paese è il dottor Matteo Mangiagalli, psicologo coordinatore dell’aera supporto psicologico per l’emergenza Ucraina per l’ong Soleterre, che da un mese è operativo sul campo al confine ucraino – polacco a prestare assistenza e supporto alle migliaia di civili che attraversano le frontiere. “Venuta meno l’adrenalina che aiuta a portare avanti la fuga, si riscontrano mutismo selettivo, chiusura, panico, ansia, mancanza di sonno, che sono le conseguenze più frequenti”, spiega lo psicologo. Che pur da specialista, abituato a confrontarsi con i disagi emotivi, ammette: “La situazione è emotivamente intensa. Dal punto di vista del trauma, sono tutte persone che hanno lasciato da un giorno all’altro le proprie radici, c’è dunque il trauma della guerra, la paura della morte, l’angoscia del non sapere che fine hanno fatto i propri parenti maschi (costretti a rimanere e ad arruolarsi per combattere, ndr) e tutto il tema dell’angoscia riguardo al futuro”.  Perché, dopo la fuga, si apre davanti a loro un mondo sconosciuto: “Una piccola percentuale ha già dei riferimenti su dove andare o da chi, ma tutti gli altri non hanno la minima idea, e devono prendere la decisione su dove andare in breve tempo, uno stress enorme”. Due le cose che hanno colpito l’esperto in questo intenso mese di guerra: “L’attenzione che tante persone hanno avuto per gli animali mi ha colpito enormemente -spiega Mangiagalli all’AdnKronos- Tantissime persone sono arrivate con in braccio un animale, che serve, oltre che per coltivare l’affetto verso di lui, anche per tenere acceso un concetto di famiglia e di casa che diventa indispensabile. Quell’animale diventa un pezzo di casa”.  La seconda è “la dignità nel quotidiano di queste persone -rivela all’AdnKronos lo psicologo- che, arrivando ad ondate, soprattutto nei primi giorni dall’inizio del conflitto, erano ammassate in brandine una affianco all’altra. Non ho mai visto momenti di tensione, di contrasto. E’ vero che l’accoglienza polacca è stata encomiabile, ma è anche vero che in momenti di stress tali può accadere che ci siano disordini. Ecco, quello che mi porterò dentro è senz’altro la dignità di queste persone in fuga”. (di Ilaria Floris) 

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