Data ultima modifica: 11 Marzo 2022

(Adnkronos) –
Le intelligence occidentali, da Washington agli alleati europei, in questi giorni stanno seriamente prendendo in considerazione la minaccia nucleare evocata da Vladimir Putin e poi rilanciata dal suo ministro degli Esteri Sergei Lavrov. La preoccupazione si concentra soprattutto sulla possibilità che il presidente russo ordini l’impiego di armi ‘tattiche’ con potenza limitata, su una porzione circoscritta del territorio ucraino, a supporto delle operazioni di terra convenzionali.  
Si tratterebbe di una versione nucleare della dottrina del cosiddetto ‘Shock and awe’, illustrata negli anni ’90 in un libro degli studiosi Harlan Ullman e James Wade. La tattica estrema del “dominio rapido” attraverso l’uso di una forza sconvolgente per piegare definitivamente il nemico, che nella Storia ha avuto numerose applicazioni, dai tempi delle Legioni Romane fino ai bombardamenti di Hiroshima e Nagasaki. Il ‘pantano ucraino’ nel quale Putin rischia di vedere materializzato un nuovo Vietnam o un nuovo Afghanistan potrebbe spingere il presidente russo ad un gesto estremo che non ha precedenti negli ultimi 70 anni.  La Russia, secondo il bollettino stilato periodicamente dalla Federation of American Scientists, organizzazione fondata nel 1945 da scienziati del Progetto Manhattan, disporrebbe del più vasto arsenale nucleare al mondo, con 4.477 testate. Secondo i dati aggiornati all’inizio del 2022, si stima che di queste testate ne sarebbero attualmente operative circa 1.588. Di queste, 812 sono montate su missili balistici a terra, circa 576 sui sottomarini della flotta russa e altre 200 sui bombardieri. La perfetta triade nucleare, che Putin ha voluto riportare in piena efficienza, dopo il disfacimento dell’era post sovietica.  Infatti, il vasto arsenale nucleare ereditato dall’Urss è stato sottoposto ad un lungo programma di ammodernamento. A dicembre dello scorso anno, il ministro della Difesa russo Sergei Shoigu riferì che i nuovi sistemi d’arma costituivano l’89,1 per cento dell’intero arsenale russo, con un ulteriore progresso rispetto alle previsioni fatte dallo stesso Putin nel 2020, quando nel messaggio di fine anno fissò la percentuale di ammodernamento dell’arsenale all’88,3 per cento.  
Il rifiuto degli Stati Uniti di consegnare a Kiev alcune batterie di missili Patriot – che comporterebbero per la loro operatività l’impiego di militari Usa sul terreno, circa 90 per ogni batteria – assegna all’armata di Putin un ulteriore vantaggio. Il Patriot è l’unico sistema in grado di intercettare in volo i missili usati dai russi in Ucraina. Ma le armi tattiche nucleari di cui dispone Mosca, con una potenza tale da causare devastazione su fette limitate di territorio, senza estendersi al resto del continente europeo, possono essere impiegate sia attraverso le batterie missilistiche già sul terreno di battaglia, che attraverso i sottomarini o i caccia bombardieri Tu-22M3, Su-24M, il nuovo Su-34 e il MiG-31K. Si tratta di una ‘versatilità’ che preoccupa gli alleati occidentali e che, se accompagnata alla effettiva volontà di impiego dell’arma nucleare, potrebbe portare a sviluppi sconvolgenti del conflitto ucraino. A disposizione di Mosca, inoltre, sebbene non vi siano conferme ufficiali, vi sarebbero anche le cosiddette ‘smart briefcase bombs’. Ordigni nucleari contenuti in ‘valigette’, in grado di essere impiegate in operazioni di sabotaggio dietro le linee nemiche, attribuendo magari la responsabilità dell’incidente nucleare al nemico stesso. Si tratta di armi che erano in dotazione all’Urss e che organizzazioni terroristiche come Al Qaeda hanno negli ultimi decenni anni cercato di acquisire, dopo il disfacimento dell’Urss. (di Marco Liconti)  

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