Data ultima modifica: 14 Febbraio 2022

(Adnkronos) – Le varianti del coronavirus non riescono a ‘bucare’ la protezione dei vaccini anti-Covid, che continuano a garantire protezione ed efficacia mantenendo dopo 6 mesi dalla vaccinazione una risposta reattiva contro tutte le varianti: in media si arriva a circa l’87-90%, il valore scende appena all’84-85% soltanto per Omicron, rispetto a quella iniziale post-vaccinale. E’ la buona notizia che arriva dai risultati di uno studio pubblicato sulla rivista ‘Cell’ da un team di ricerca de ‘La Jolla Institute for Immunology’, guidato da Alessandro Sette, dell’Università della California a San Diego, in collaborazione con il gruppo guidato da Gilberto Filaci, direttore dell’Unità di Bioterapie dell’Irccs Ospedale Policlinico San Martino di Genova e ordinario di Scienze tecniche di medicina e di laboratorio dell’Università di Genova. Dallo studio è emerso infatti che i vaccini oltre agli anticorpi stimolano la formazione di cellule T di memoria che sanno ‘smascherare’ e combattere il virus anche quando cambia faccia grazie alle mutazioni. Queste cellule, capaci di riaccendere in tempi brevissimi la risposta immunitaria sono la chiave per una protezione immunitaria di lunga durata, che protegga dalle forme gravi di malattia per molto tempo a prescindere dalle possibili mutazioni future del virus.  “Lo studio consente di prevedere – spiega Filaci – che l’immunità indotta dai vaccini sia molto prolungata oltre che probabilmente efficace anche contro le varianti future. La dose booster si conferma come il metodo migliore per ‘richiamare alla lotta’ altre cellule T di memoria, rafforzando la nostra linea di difesa contro il virus”. L’esercito del sistema immunitario – spiegano i ricercatori – è diviso in due grandi ‘legioni’ che concorrono a una risposta immunitaria efficace. La prima è legata all’attivazione dei linfociti B, responsabili della produzione degli anticorpi che sono come missili, capaci di riconoscere e uccidere le cellule infettate dal virus. La seconda è legata all’attivazione dei linfociti T, cellule della memoria immunologica che perdurano molto a lungo anche dopo un eventuale calo degli anticorpi, come avviene nei soggetti vaccinati contro il Covid in cui si assiste a un decremento dei livelli di anticorpi già entro sei mesi dalla vaccinazione.  “Queste cellule – chiarisce Filaci – sono come sentinelle perenni capaci di riconoscere un nemico dopo anni e anni dal primo incontro e di montare in brevissimo tempo una risposta immunitaria che riattiva la produzione di anticorpi specifici: quelli che poi si legano al virus prevenendo o risolvendo l’infezione, Così, le cellule T specifiche ‘di memoria’, che si formano dopo essere venuti in contatto con un germe, per contagio o tramite la vaccinazione, perdurano in circolo proteggendoci da esso tutte le volte che lo incontriamo: fanno ciò anche attraverso la immediata riattivazione della risposta anticorpale, generando, quindi, una sorta di ‘doppio scudo’ immunologico, fondamentale per una protezione di lunga durata”. Lo studio ha analizzato la risposta delle cellule T e dimostrato che riconoscono tutte le dieci diverse varianti emerse negli ultimi mesi, Omicron compresa, e restano capaci di dare una risposta immunitaria efficace anche a 6 mesi di distanza dalla vaccinazione. Analizzando le cellule T di persone vaccinate con 4 differenti vaccini (Pfizer-BioNTech, Moderna, Johnson & Johnson/Janssen e Novavax), i ricercatori hanno osservato che la reattività delle cellule T a sei mesi è infatti in media dell’87-90% rispetto a quella iniziale post-vaccinale e scende appena all’84-85% contro Omicron, indipendentemente dal vaccino ricevuto. “L’immunità indotta dalle cellule T è perciò duratura e significativa contro tutte le varianti note e non viene ‘bucata’ neppure da Omicron – spiega ancora Filaci – Quando una persona vaccinata viene a contatto con il virus, anche a mesi di distanza dalla vaccinazione, i linfociti T stimolano rapidamente i linfociti B a produrre anticorpi specifici: in questo modo si crea un ‘doppio scudo’ al virus pressoché immediato e l’infezione viene prontamente combattuta e debellata in tempi molto più rapidi e con un’efficacia molto maggiore rispetto a quanto possa accadere nei non vaccinati. Anche per questo i vaccinati, pur potendo ancora infettarsi, hanno generalmente forme lievi o addirittura asintomatiche dell’infezione”.  “Visti i risultati dei test a 6 mesi dal vaccino – sottolinea il ricercatore – è molto probabile che le cellule T dei vaccinati diano luogo a una protezione immunitaria di lunga o lunghissima durata nei confronti della malattia grave; la dose booster resta tuttavia molto importante per minimizzare ulteriormente il pur lievissimo calo della risposta delle cellule T osservato dopo sei mesi dalla vaccinazione. È infine plausibile che il vaccino possa ‘frenare’ anche le future varianti: lo studio ha rilevato che le cellule T di ogni individuo vaccinato riconoscono in media una ventina di pezzetti diversi del virus, generando una risposta immunitaria ridondante, cioè diretta contro più di un frammento della proteina spike e ciò rende meno probabile – chiarisce Filaci – che il virus generi future varianti in ciascuno di questi venti pezzettini di molecola, tali da renderlo totalmente irriconoscibile alle cellule T”. Allo studio hanno partecipato con un ruolo di rilievo, un’altra giovane ricercatrice italiana, Alba Grifoni, e l’americana Alison Tarke, iscritta al Dottorato di ricerca in Immunologia Clinica e Sperimentale dell’Università di Genova. “Questo studio è anche un esempio – sottolinea il rettore Federico Delfino – di quanto nella ricerca scientifica possano essere virtuose e produttive le collaborazioni e sinergie tra Enti locali e internazionali e dimostra come i nostri corsi di dottorato, se gestiti con vision internazionale, possano condurre alla generazione di brillanti giovani ricercatori, nostra speranza per il futuro”. 

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